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| Stemma di Sanremo |
Nel 1996, a Sanremo, Andrea De Pasquale pubblicò un libro edito da "Edizioni Casabianca" dal titolo "San Remo Romana".
Questa pubblicazione ci riferisce tutto ciò che è stato scritto sulle antichità locali, è corredata di foto e mappe e, cosa intrigante, in appendice pubblica un manoscritto anonimo del 1700 che ci svela una serie di notizie favolose:
- esotici e mitici ospiti dell'antico nucleo matuziano, che giustificano lo stemma di Sanremo,
- favolosi tesori
- l'ipotesi del toponimo "Matuzia" riferito all'antica Sanremo.
E' curioso il fatto che Fetonte, che nel mito greco é figlio di Helios, amico e parente di Cycnus, re dei Liguri , qui è un sovrano greco dei Focei, il cui figlio è Ligure, da cui Liguria e Liguri.
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I Liguri: Storia e Cultura", clicca
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Ecco come ci presenta il manoscritto il De Pasquale:
EDIZIONE DI UN ANONIMO
MANOSCRITTO SETTECENTESCO SULLE
ANTICHITÀ' DI SAN REMO
Nel 1924 Antonio Canepa pubblicava, negli "Atti della Società Ligure di storia patria", alcuni stralci di un manoscritto anonimo riguardante le scoperte archeologiche di San Remo, di proprietà della famiglia Grossi, assegnandolo all'abate Gio Batta Grossi (XVII-XVIII secolo) in base ad una citazione nell'opera stessa in cui l'autore, parlando in prima persona, diceva di aver già scritto il "Monte di pietà", volume appunto di tale prelato'.
Questo lavoro manoscritto si presentava mutilo, in particolare nella parte in cui venivano narrate le scoperte archeologiche effettuate in regione S. Martino; inoltre il Canepa ne editava solo parziali e limitati brani, non prendendo minimamente in considerazione le ipotesi erudite e le congetture, pur generalmente fantasiose, dell'autore.
L'attuale irreperibilità di tale opera rende quindi particolarmente significativa l'edizione di un ulteriore manoscritto, di un anonimo compilatore, che attinse per lo più dal primo, completandolo di tanto in tanto con osservazioni personali. Inoltre quest'ultimo, essendo integro, reca anche le parti perdute del manoscritto Grossi. Tale lavoro si conserva nell'Archivio di Stato di Genova, contrassegnato con il nr. 253. Nella "Pandetta della collezione dei manoscritti e libri rari" si trova così indicato: "Antichità di Sanremo (ms. forse dell'abate Bernardo Poch, sec. XVIII)"2.
Note:
1. Cfr. A. CANEPA, Note storiche, cit., pp. 103-109. L'opera di G. B. GROSSI (II Monte della pietà: o siano i miracoli di Nostra D. della Costa nella città di S. Remo) venne stampato in Genova nel 1683 presso Anton Giorgio Franchelli.
2. Non è stato possibile motivare tale attribuzione, indicata già in modo dubbioso, al religioso Poch, noto per avere scritto intorno al 1730 i "Saggi dell'Annali sanremaschi" basati sullo "Spoglio delle scritture di San Remo per provare la sovranità della Repubblica", lavori lasciati manoscritti ed entrambi conservati nella Sezione di Archivio di Stato di San Remo, se. 91 nrr. 167-168. In entrambi mancano accenni alle scoperte archeologiche in quegli anni e quindi, per mancanza di dati sicuri, si preferisce considerare anonima l'operetta di carattere antichistico. Sono di mano dell'autore del nostro manoscritto gli appunti, riguardanti soprattutto spogli bibliografici su San Romolo e i Liguri, evidentemente poi riutilizzati per l'opera in oggetto, conservati in Archivio di Stato di Imperia, fondo Bianchi di Lavagna, fald. 5, reg. 9 (Manoscritti sulle antichità di Sanremo), ed anch'essi anonimi.
E' cartaceo con copertina in cartone rivestita di pergamena, tarlato in corrispondenza della rilegatura e scollato. Si compone di 60 carte di cui le prime tre bianche (come il verso di p. 2) e, dalla 4 alla 41, numerate sul recto da 1 a 38; le restanti (19) sono bianche. Sulla copertina e di traverso sul dorso, su striscia di carta incollata, vi è la scritta: "Antichità di San Remo", che è anche ripetuta sul dorso in alto, a penna e in corsivo.
Sia l'operetta del Grossi che quella anonima che ora si edita ben si inseriscono nel revival antichistico che caratterizza il Ponente ligure negli anni del XVI-XVIII secolo e che trovò soprattutto tra i ceti maggiorenti di Albenga la maggiore esplicitazione, con intensa opera storiografica, di collezionismo archeologico e di "memoria dell'antico"''.
Oltre all'importanza archeologica è interessante segnalare alcune congetture erudite che, anche se praticamente nell'integrità da escludere, dimostrano il fervore per la valorizzazione delle antichità della zona.
Ventilando l'ipotesi che il territorio sanremese venne interessato dalla fondazione di colonie di Fetonte, sulla base di alcune testimonianze letterarie che vorrebbero quest'ultimo e Ligure ecisti in Liguria, si dice che la stessa area geografica fu occupata in seguito da popolazioni egiziane o palestinesi, come indicherebbe la diffusione del toponimo Ebraie e di altre significative località (Val d'olive, Val delle palme, Giordano).
Si spiegherebbe così anche l'origine dello stemma di San Remo in quanto questo reca un leone, simbolo, per alcuni autori, usato dai Liguri "in segno di libertà e signoria", e una palma, chiarissimo emblema ebraico.
Ai Palestinesi subentrarono nel territorio alcuni Focesi, appartenuti al gruppo di quelli che fondarono Marsiglia, che si stabilirono invece nella località detta "la Focea", quindi Foce. In tale regione infatti resterebbero i resti di un tempio con "la capra d'oro o irco d'oro, idolo degli istessi Focensi, o ivi da essi trasportato o ivi poi da essi fabricato, ma poi adorato da tutti". A tale proposito è narrata anche una leggenda che riguarda le difficoltà incorse nel poter recuperare tale statua e i fatti prodigiosi e violenti che capitarono agli sventurati che cercarono di tentare l'impresa, spinti dalla brama di ricchezza.
Viene anche studiato il toponimo "Villa Matutiana" che è spiegato con sistemi contorti per mettere d'accordo le ipotesi di vari studiosi. Si dice infatti che il "Castello di Matucio" si chiama così "per essere ivi abitato Lucio Mauticio proconsole romano"; quindi vi dimorò il cavaliere "Caio Mario, flamine di Manata in Roma, detto Gneio Mario, flamine Matutio", che, "cercando un'aria salubre per le sue infirmità" nel territorio della Foce, riedificò le case greche e "vi fece il suo castello con una bella villa" che si chiamò villa Matutiana, "indotto forse anche
Note:
3. Sul caso di Albenga: A. DE PASQUALE, La scoperta delle antichità, cit., pp. 11-55. Altri esempi artistici, legati soprattutto alla decorazione dei portali in ardesia, sono in corso di studio da parte dello scrivente.
perché in queste parti si adorasse la dea a cui serviva": di tale personaggio rimarrebbe una lapide "di antichissimo marmo" con l'iscrizione Caius Marius Flam. Matitt. eques romanus.
A Caio Mario subentrò Mario Maturo, citato nelle storie di Tacito come procuratore delle Alpi Marittime al momento delle lotte in Ventimiglia tra Ottomani e Vitelliani del 69 d. C., che "abitò per longo tempo nel nostro castello della Foce, dando ancor esso alii nostri Liguri Focensi il nome di Maturiani"''.
L'autore prosegue illustrando come "all'antichità" del luogo "corrisponde anche la libertà" in quanto San Remo "sempre è vissuto e vive con quelle sole leggi che vuole et a se stesso prefige". A dimostrazione di ciò resta il fatto che gli Ingauni, Focesi et Intemeli", al momento della seconda guerra punica, rimasero ostili ai Romani, preferendo mantenere la loro indipendenza, e vennero domati solo dopo lunghe e impegnative battaglie.
Naturale conseguenza è quindi ritenere San Remo municipio romano per il fatto che "municipia dicebantur civitates suo iure et legibus utentes": l'ipotesi comunque resta fantasiosa e illegittima, in quanto sicuramente San Remo non fu mai in età antica sede di una res publica.
L'anonimo procede parlando della cristianizzazione del territorio: dopo aver tracciato un breve panorama dei santi che, più o meno veridicamente, portarono il cristianesimo in Liguria5, giunge a discorrere di San Siro di cui riassume i dati agiografici, erroneamente collocandolo cronologicamente al tempo di Traiano e di Adriano.
Quindi si sofferma su San Romolo di cui nuovamente illustra le notizie biografiche: viene anche ricordata la tradizione locale - ignota alle fonti agiografiche - che vuole Romolo penitente nella grotta della Bauma, dove rimarrebbero "sassi da lacrime e sangue" bagnati dal santo e le impronte, nuovamente su roccia, dello stesso, insieme ad una croce tracciata con il dito da Romolo per scacciare il demonio.
Inoltre si segnalano le scoperte archeologiche sul Monte Gaggio, proponendo come etimologia dell'orammo un rapporto con "Caio Mio Cesare", sottolineando come l'antico nome "Caio" fu corrotto in "Gaggio".
Si fa infine presente la ricchezza della bibliografia citata nell'operetta (comprendente più di una quarantina di opere) che denuncia il possesso di una nutrita biblioteca. I titoli dei volumi sono però purtroppo riportati in forma abbreviata e quindi difficilmente identificabili, anche perché talvolta sono di diffusione locale e quindi non risultano presenti nei repertori generali; in ogni caso comunque è impossibile, nel caso di stampe ripetute in più periodi, capire quale edizione sia stata utilizzata.
Note:
4. Erroneamente ritiene che morì negli scontri ventimigliesi la moglie dell'imperatore Olone, invece della madre del generale Agricola. Cfr. sul periodo: ID., La Liguria occidentale alla mone di Nerone (69 d. C.): storia e memoria dell'antico, "II menabò imperiese", 11,1 sem. 1993, pp. 3-5.
5. Cfr. ID., La cristianizzazione, cit., spec. pp. 48-50.
Tra i volumi sono riconoscibili testi famosi di consultazione (compendi storici e geografici, dizionari, repertori) quali il Sommario overo età del mondo chronologiche di G. Bardi, il Dictionarium di A. Calepino, il Compendio historico universale di tutte le cose notabili già successe nel mondo di G. N. Doglioni, il Mappamondo historico di A. Foresti, l'Epìtome historiarum ab orbe condito usque ad annum 1595 di O. Torsellino, nonché opere generali di storia e curiosità del mondo antico (i Berosi sacerdotis chaldaici antiquitatum libri quinque di G. Annio, l'Antiquitatum romanorum liber di P. Manuzio, il De divisione et chorographia Italia in Berosus antiquitates di C. Sempronio Tuditano, i Regum, consulum, dictatorum ac eensorum Romanorum fasti di C. Sigonio) o di storia sacra (come gli Annales ecclesiastici di C. Baronie, la Legenda aurea sanctorum di Jacopo da Varagine, il Deprobatis sanctorum historiis di L. Surius, Htalia sacra di F. Ughelli).
Sono anche presenti volumi di storia locale come il De dìgnitate Genuensis reipublicae desceptatio di P. B. Borgo, i Clarorum Ligurum elogia di U. Foglietta, i Castigatissimi Annali di A. Giustiniani, ed altre opere meno note6.
Numerose risultano anche le citazioni o i riferimenti ad autori classici (Ammiano Marcellino, Cicerone, Dionigi d'Alicarnasso, Livio, Plinio, Plutarco, Tacito) per i quali comunque non è possibile capire l'edizione utilizzata: sembra però che per i testi greci furono consultate traduzioni latine, fatto che denuncerebbe la mancata conoscenza della lingua greca da parte dell'autore del manoscritto7.
Note:
6. Su tali opere, per i titoli completi e le edizioni, cfr. The national union catalogne. Pre-1956 imprints, Mansell 1968-1981, rispettivamente nei voli. 35, p. 245; 89, pp. 634-640; 146, pp. 64-65; 178, p. 80; 598, pp. 212-213; 404, pp. 684-685; 360, p. 178; 538, p. 159; 546, p. 546; 36, pp. 325-328; 275. pp. 448-467; 577, pp. 138-139; 606, pp. 684-685; 67, p. 211; 176, p. 539; 201, p. 466.
7. Il testo è stato trascritto solo nella parte di carattere antichistico (carte l-27r. e 37 r.-37v.), tralasciando le pagine riservate alle vicende medievali e moderne di San Remo, sciogliendo tutte le abbreviazioni, salvo quelle ancora oggi utilizzate o facilmente comprensibili e quelle relative alla bibliografia, rendendo le "e cedigliate" nei dittonghi corrispondenti, secondo l'occorrenza, e le "j" finali come "i". La punteggiatura e i segni diacritici (accenti, apostrofi, virgolette) sono stati adeguati a quelli attuali. Tra parentesi quadre si trovano le poche lacune (i tre trattini sottolineano la perdita di un numero imprecisato di lettere), mentre sono precedute da un asterisco le parole di difficile comprensione o sostituite da due quelle illeggibili.
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| Tromba marina a Sanremo - 2011 |
Ed ecco il Manoscritto:
ANTICHITÀ' DI SAN REMO
Della prima origine di San Remo assegnarne preciso il tempo è dificile, ma è riguardevole la sua antichità per essere ab immemorabili. In mancanza però di simile certezza, si deve osservare quello che insegnò Gio. Annio, Comentat. sopra Beroso: "Antiquitati de antiquitatibus magis creditur", e tanto più credito dar si deve a queste allior quando ad esse si uniscono i contrasegni delli nomi,
delli luoghi, dell'imprese, delle divise, delle traditioni de padri a figli, et altre memorabili circostanze di antichità che alle prime si confanno.
Fetonte, con Ligure suo figlio, furon quelli che con la loro famiglia condussero dall'Egitto in Italia colonie: così Caio Sempronio, Lib. descrip. Italiae: "Phaeton cumfilio Ligure, multis aetatibus et saeculis ante Oenotrìum colonias adiecit Italico litori"; et in appresso: "ab ortiis Tyberinis usque ad Niceam ecc. "; ultro citroque: "litus omne, Liguriam dixit", particolarizò anche il nome: "Montanos vero omnes Ligures, qui a Macra ad Niceam effunduntur".
Il Bardi, nel suo Compendio istorico, segna due venute in Italia di Faetonte: la prima l'anno 2110 (così a detto anno, e pag. 43), la seconda all'anno 2160, pag. 45, dove così: "Ligure fu gratamente raccolto da Siccano re, il quale le assegnò quella pane del Genovesato, detta poi Liguria ".
Emanuele Tesauro, nelle annotazioni del suo primo libro dell'Istoria di Torino, scioglie un dubio, se Fetonte e Ligure conducessero tante colonie e persone da popolare una intiera provincia; con l'auttorìtà de quasi tutti gli istorici dice: "Ligure o Fetonte, racogliendo da monti e da campi gli uomini sparsi, gli incorporò con i suoi, formandone le colonie, quali fondò nella Liguria e montana e piana", et in quel tempo già splendea l'alta città di Genova fondata da Giano, come insegna il Veneroso, nel suo Genio ligure risvegliato, onde si conosce che la riviera di Genova era già abitata; dall'istesso Caio Sempronio: "colonias adiecit; Liguriam dixit", e che detta riviera ricevesse il solo nome e gli accrescesse gl'abitanti e probabilmente fondasse quelle sue colonie o accrescesse quelle popolazioni con i suoi coloni in quei tenitori e luoghi più salubri per l'aria, fertili, dilettevoli et ameni che ritrovare potesse.
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La costa di Sanremo con i 5 seni ed il monte della Costa a cui si riferisce
il Manoscritto. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Questa probabilità passa ad una certezza mentre il territorio di San Remo che per spatio di 4 miglia, che tanti sono da un capo all'altro, nel mare con
cinque seni quasi semicircoli s'incurva, et in ogniun di questi non può desiderarsi né aria più salubre e soave, né terreno più fertile, né sito più vago, né vita più amena e dilettevole, et in detti seni e poco discosti dal lido del mare appariscono è rovine di fabriche, et altre rovine nelle proprie rovine sepolte cavandosi il terreno si ritrovano, e molto bene dimostrano che cinque conspicue e principali fossero le popolazioni delle quali il nome mantenuto ne siti ed altre curiosità che cavandovi il terreno frequentemente si trovano, si dirà in appress[o].
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| Stemma del Comune di Sanremo |
Catone, nell'origini delle genti,
pag. 529, e Sempronio, De divisione Italiae, fogl. 560, segnano che i
Liguri inalberarono ne loro stendardi per loro insegna un
leone, insegna di
libertà e signoria; Dionigi Alicarnasso, lib. 1, fogl. 5 asserisce che i Liguri sono la stirpe più antiche dell'Italia.
Ma
se si trovasse popolo fra i Liguri che mantenesse ne suoi stendardi
simile impresa, alcerto che si potrebbe dire esser antico ne gli
antichi, e tanto più se le tradizioni de padri in figli dicessero esser
tal impresa sempre conservata dall'antichi padri sino alli moderni, o
scolpite si vedesse in qualche marmo antico, non v'è dubio che per
infallibile prova si dovrebbe tenere dell'antiquità di simil popolo e
della sua origine.
Così per apponto è il stemma di San Remo:
è continuato sempre ab antiquo, si' per le tradizioni de padri in
figli, si' per relazione dell'abate Grossi nel suo Monte di Pietà, lib.
1, pag. 12, si' per le antique nel cui stemma vi è un leone che con le
zampe si aggruppa ad una
palma: l'aggionta della palma si dirà come e quando fosse aggionta al leone in appresso.
Il
territorio di San Remo si dilata in undeci valli dal mare sino alli
boschi: in queste si alzano anche altre colline quali pure in piccole
vallette si piegano: ogniuna di queste ha il suo particolar nome e, non
bastando alla valle il proprio, ogni collina, ogni valetta pure si segna
con altro più particolare nome, a segno tale che in una sol valle, che
dureva cinque miglia, nell'istessa vi sono più di trenta nomi diferenti
l'uno dall'altro.
Causa meraviglia però che in tutti quelli seni ove si scuoprono le antedette rovine, con nome di Ebraie ogni
sito si chiami quantonche colocati nelle soddette valli. So che
potrebbe levar questa meraviglia il dire che "braida" si chiama ogni
qual luogo fertile et ameno, ma le potrei rispondere che in S. Remo vi
sono più e più siti di fertilità, amenità, al pari e più raguardevoli di
questa e pure braide non si dicono: vi è però una tradizione che li
nostri antichi dicessero con tal nome di Ebroglia e per tali nominassero
le popolazioni soddette ivi condotte non solo dallo Egitto, ma dalla Palestina,
e questo si avalora con diversi nomi de siti della Palestina che per
aponto simili si dicono in S. Remo come val delle Olive, delle Palme,
Giordano e simili.
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Focea (Phocaea), Cuma Eolica (Cyme) e Smirne (Smyrna).
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
L'essersi unita la palma al leone nelli stendardi e stemma la traditione è che fuggendo li
Foceni
l'ira di Ciro, et abbandonando la propria città Focea passassero in
Italia e Provenza, che in Calabria fondassero Velia, oggi la Scalea,
come al Lualdi, pag. 254, cap. 4, et in Provenza la città di Marsiglia
l'Olimpiade 42, come al detto Lualdi, lib. 2, cap. 2, pag. 7, e che in
tal passaggio
si fermassero alcune famiglie in questo territorio: indi poi detto sito fusse chiamato la
Focea. Indi il castello della Foce, restando oggidì il nome corrotto di
Foce
a tutta la Valle, distinta in Foce soprano e Foce inferiore, in cui si
vedono le antiche rovine di fabriche di un tempio dove pure riposa il
nominato tesoro della capra d'oro o irco d'oro, idolo delli istessi
Focensi, o ivi da essi trasportato, o ivi poi da essi fabricato, ma
adorato poi da tutti; né si ha altra notitia da loro progressi: solo ne
tempi de Romani vi è qualche memoria che sarà in appresso.
Il primo
seno in cui cavandosi sottoterra, si ritrovano le vestigie di rovinate
fabriche nelle proprie rovine sepolte, le quali chiaramente dimostrano
esser ivi stata una delle antichi populazioni, resta alli piè di una
collina e di una valle nominata val d'Olive, non già con tal nome perché
in essa sola vi sii tal sorte d'alberi quando che tutte le altre valli e
territorio di S. Remo ne è abbondantissimo, assai più, ma tal nome è ab
immemorabili.
Resta
lontano da S. Remo un miglio e mezo incirca verso levante: posa in
pianura, ha alla sinistra un torrente e confina con la spiaggia del mare
chiamato communemente l'Ebraida e da pochi la Vigna Grande. In detta
pianura ovunque si cavi e solo all'altezza di 2 in 3 palmi sempre si
trovano sepolte fabriche, et a nostri giorni si sono ritrovati ancora
intieri, ma sotterranei volti et uno fra quali lavorato come a mosaico
incrostato con varii quadrelli coloriti da varie vernici e profilati
taluni d'oro.
In altri
luoghi ivi contigui si sono ritrovate molte idrie, volgarmente giarre,
ma piccole, asserendomi, chi le ha viste e ne ha havuto, essere
all'alteza di due palmi e mezo e di un palmo e mezo di circonferenza
nella loro mettà, e fra queste una da estraordinaria vaghezza lavorata
di vernice cerulea ricoperta, chiusa e sigillatala con l'istessa il
copercio dentro della quale fu ritrovato poco cenere; trovansi ivi
diverse manette di metalli e rame e ne ho havute tal una il cui impronto
da una parte un bosto, dall'altra due lettere S. C.
Il
patrone per essa terra asserisce che suo socero ritrovasse oltre alcune
monete di più pretiosi metalli, due pessi d'oro che pesavano 16 once,
lavorati a somiglianza di quelli ferri che gl'alfieri a la moda portano
sopra le loro bachette o bastoni, et altri diversi fragmenti di altri
metalli; in oltre canali di piombo in longhezza ancora di più 20 palmi
et altre lastre di simile metallo, et in alcuni luoghi oggidì zappandovi
si sente, da sotterraneo vacuo, il rimbombo del colpo quando si
percuote detta terra.
Sopra
a questa pianura, solo divisa dalla publica strada romana all'altezza
di soli palmi due, in altri luoghi di un palmo solo si trovano soglie di
continuati muri con divisioni di stanze. Questi muri sono fatti con
sassi riquadrati e lavorati a scalpello; al di dentro delle fabriche
sono sassi quadri piccoli di un quarto di palmo in quadro; quelli poi
che sono al di fuori sono lavorati a ponta di diamante et altri a bugne
come dicono gli architetti moderni. Oltre a questi si ritrovano de
medemi sassi di non ordinaria longhezza, e se ne vede uno di palmi 14 in
longhezza, palmi 3 in larghezza e due di altezza, tutto riquadrato alla
parte di fuori lavorato nella seguente forma:
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| Illustrazione del sasso di 14 palmi per 3 con decorazioni |
In altri posti si vedono anche fuor di terra vestigia di simili fabriche; in un posto contiguo al sasso sopra segnato si ritrovò una giarra o sii idria piena di monete, ma tutte di metallo, et asserisce il patrone di esso stabile che erano in peso più di tre rubi e queste le vendette ad uno ricercatore di monete romane quelle quali avevano l'impronto netto et intelligibile a soldi 40 e 50 l'una e di queste ne fece più di cento lire moneta di Genova; quelle poi logore ne quali non si vedeva impronto le vendette a peso come metallo.
Trovò anche ivi una picciola lamela d'oro, al peso di un sechino; si trovano poi infinità di tegole, di canoni o sian trombette da condurre aqua, queste di terra, et ivi pure in altri luoghi si sente in rimbombo di posti vacui sotterranei et è fama ritrovarsi ivi sepolto un tesoro delli tre decantati ritrovarsi in queste nostre parti de quali si parlerà in appresso unitamente nel raconto della capra d'oro o irco d'oro come altri vogliono asserendone haverlo visto, ma con mezi illeciti né da ridirsi da noi.
A questo posto verso levante è uno scoglio assai piano e di qualche grandeza nel qual vogliono che ivi si sacrificassero le capre a Giunone; introdotto tal sacrificio da Ercole allora che ritornò di Spagna (che Ercole passasse per le Alpi Maritime nella Liguria ne fa fede Amiano ne libro delle sue Annot. 44), et oggi dì la Ciappa de caprari ancor si chiama, verso a ponente all'istesso e il Piano delle Palme, nomi tutti detti antichi Palestini et Egitii *.
Il secondo seno qual pure non inferiore al primo in se stesso sepolte et occulte fabriche conserva: è lontano da S. Remo pochi passi quali ad un quarto di miglio verso levante; resta pure poco discosto dal mare et alii fianchi di altro torrente. Ivi parimente all'altezza di soli tre palmi di terreno si trovano muri di estraordinaria grossezza e di materia, e calce durissima con altri più sottili tramezati segni di continuati edifici.
Cavandosi in una parte per agiustarvi una vigna si incontrò in uno di questi grossi muri e bisognando ivi cavare, si ebbe assai che fare in romperlo per servirsi di essi sassi, ma il cavare per bisogno passò a continuarsi per la curiosità per vedere quei sotterranei lavori e molto bene si conobbe, come si è detto di sopra, che quelle erano case, e fra le altre si ritrovò un ripostiglio in un muro, che noi armario diciamo, che al di dentro era liscio e fodrato di seta pavonassa, quasi come li ormesini arozati alla moda, in mezo del quale vi era una cassetta di piombo entro la quale si ritrovò cenere.
Non fu curioso l'inventore ad osservare se vi fusse verun iscrizione, né alla casseta, né altrove: si ritrovarono però molti chiodi di rame, tal uno anche lavorato con qualche rilievo; si ritrovarono ivi varie monete di varie sorti et in vari luoghi, sive di oro, di argento e metallo, et in vari tempi e continuano: ultimanatamente da 6 anni la prima da 3 la seconda volta si sono ritrovate due monete di oro, di Vespasiano la prima, di Tito la 2a quali sono alle mani del patrone di essa villa, e sono al giusto peso delle doppie di Spagna con di più di 14 grani, altre d'argento fra quali una di Giulio Cesare; di metallo poi continuatamente molte de quali con l'impronto de consoli romani con queste lettere S. C.
Si è pure ritrovato qualche lastra d'argento non lavorato e qualche picciol pessetto di esso e di oro, tegole senza numero, qualche pesso piccolo di marmo, ma scuro, rottami de mischi rossi, alcune picciole ruote come di milinetti da braccio et in una parola poche e rare sono le volte che bisognando far qualche profondo lavoro o per propaginare viti e piantare alberi che non compaia qualche novità e qualche moneta.
Il terzo seno, in cui al presente verso la spiaggia del mare si dilata con le sue fabriche moderne S. Remo, è quasi una selva di alberi di cetroni e limoni, che Pian della Nave si chiama. In questo o sii per l'altezza del terreno, o per non sradicare gli sodetti alberi non si sa esservi o ritrovarsi veruna curiosità, quantonque vicino et in meso a due torrenti. Nella parte superiore che confina con la strada romana e sopra essa strada pure in altri giardini di simili alberi, in occasione di fabriche ivi fatte, come di un monastero di Monache Turchine et altre case pure ivi fabricate, nel cavare le fondamenta si sono incontrati moltissimi avelli in varie guise fabricati et altri con tegole, altri di mattoni, altri di larghi sassi et altri con rosi muri, et in tutti questi si sono ritrovati cadaveri, molti ridotti in cenere, molti con l'ossatura ancora intiera et altri mezo disfatti; fra essi uno se ne ritrovò di maggior grandezza e di lavoro più raro, con tegole al di dentro incrostate al muro e colorite, entro alla quale un cadavere la maggior parte ridotto in cenere: la testa intiera e li schinchi dimostravano che fusse stato un corpo si estraordinaria grandezza et un anello che col suo diametro confermava che molto grosso fusse il deto a cui serviva. Eravi pure una lastra di piombo piana, in cui intagliato IULIA, ma non vi era altra particolarità per venire in cognitione della persona, qualche vestiggio di fabriche ma di mattoni.
In questo piano è tradizione che ad honore di Matuta si celebrassero alcune feste e vi sarebbe luogo a credere che a somiglianzà detti dedicati da Glauco ad Ino e Melicerta cambiati in deità marine, da Greci adorati col nome Leucotoe e Palemone, ma dai Latini detti Matuta e Portunno creduto presidente de porti, e che il nome di Piano della Nave sortisse ad honore d'una vittoria avuta in mare dalli nostri antichi contro de corsari, et [...] abbrugiarvi le navi inimiche.
Al principio del 4° e vicino all'antedetto di Pian della Nave, che resta diviso solamente dal torrente, restano alcuni siti col solito nome delle Ebraide chiamati; in questi pure si veddono vestigie di fabriche et in uno di questi siti cavandosi il terreno per formarvi un pozzo all'altezza di palmi 12 in circa fu ritrovato un mezo volto dentro del quale erano alcune idrie. Pensò il patrone ritrovar oro in quelle, lecentiò gli operai per volere da esso solo osservare se quelle idrie corrispondessero a proprii desideri; quello ritrovasse non si sa: fu però creduto restasse deluso perché al mediocre stato della sua fortuna non si vidde in appresso ricevesse verun sollievo. Ritrovò bene in appresso il pavimento di quel volto lastricato di quadrelli informa di mostaccioli con qualche vaghezza di vernici, molti de quali estratti intieri; ne fu formata una picciola stella in un atrio di una villa la più conspicua di San Remo, nè si sa vi sii altro di curioso.
Questi siti con li due antedetti sono fra se poco distanti l'uno dall'altro, e questa distanza non arriverà ad un terzo di miglio onde fa credere che realmente questo fusse il castello principale detto di Matuta, composto di queste tre si vicine populazioni e quasi con uguale distanza discosti dalla Focide e dall'Ebraiche, o val d'Olive antedette. E questo castello fusse abitato da uno di que' primi popoli fondati da Ligure, come lo chiama il Doglioni, o Legistro che così chiamalo il Torsellini et il Bardi, che scrisse che Legistro fundò i popoli della Liguria gl'anni del mondo 2118, e da questo si deve asserire quanto antica stirpe Catone: "orta est a Diis principibus", cioè dalli primi fondatori dell'universo doppo il diluvio per che Ligistro fu figlio di Fut, o sii Fetonte, nipote di Chamo per che Padre di Fetonte e pronipote di Noè da quale nacque Chamo ecc.
Lontano mezo miglio da S. Remo verso Ponente resta il quinto sito qual Foci è dal vulgo si chiama, e prima Focea, ove poco lontano dal lido del mare et a fianchi del torrente più apertamente si vedono le reliquie dell'antichità che in vari muri con quadrati sassi fabricati conservasi e che di pompa fussero gli edifici dimostrano. Serbami ancora intiere alcune volte sotterra di queste che sono molte una cala nell'altra, e ciò scorgesi da alcune aperture fattevi da certi da poco tempo in qua i quali, volendosi far richi, per vie non usitate ricevettero bastonate da mano più che ordinaria et il perché si dirà in appresso.
Sono ivi anche muri dì un antico tempio la di cui fama è che fusse consecrato a Giove et ivi si adorasse pure la capra d'oro.
Sono vari e molti gli edificii che in questi siti sepolti ancora si ritrovano, ma restano più raguardevoli per il tesoro che ivi giace sepolto quale ha comprato a molti molte sciagure. Questo tesoro per antichissima tradizione consiste in una capra d'oro massicio, con due carbonci (grossi rubini) di estraordinaria grandezza per ochi quali sono tre tesori in un sol tesoro. Alcuni che pochi anni sono et ancor vivono ne ebbero notitia per arte magica da pratico in sì infame mestiere, e con suoi incantesmi glielo fe' anche vedere, et asseriscono, se si deve dar fede a mendaci et al padre delle menzogne, di aver visto la detta capra di oro che un occhio resta coperto da poca terra ivi aggroppata da un stilicidio di aqua e terra che dal sopra posto volto distilla; esservi inoltre molte altre verghe d'oro et un vago bicchiere di osso di alicorno lasciato ivi da chi inaveduto, per prendere il tesoro, lasciò la coppa con la vita.
Questi tali indotti alla presa di tal tesoro inorriditi s'astennero perché le bisognava far attioni da far arrossire l'istesso inchiostro, e ben certissimo si sa che ta uni ricevessero ivi sferzate in cavare e rompere quelle volte, altri per un subito temporale di pioggie e grandini corsero gran risigo di restarvi affogati, restando però molte campagne dalla grandine destrutte, et alcuni di essi ancor vivono intenti però a tutt'altro che a ricercar tesori. Dall'avidi di rìchezze che lasciano la vera e viva miniera di quelle per ricercarle da chi non le può dare che miserie e povertà, viene affermato tre tesori ritrovarsi in S. Remo e segnano il luogo come dicono essi nella Matutia il principale, cioè la capra d'oro; di contanti et in gran numero il secondo, e dicono essere in una pianura verso levante prima del capo e si suppone nelle rovine del primo seno; il terzo asseriscono in monte qua dicitur Costa distans a castro pochi sclopi occidentem versus, e questo vogliono che sii d'ori e gemme ivi sepolte per tema o de soldati o di peste.
E nel territorio di S. Remo un campo detto Martio ove dicono che ivi seguisse una battaglia ove ferito e morto il capitano de Romani Martio lasciasse per memoria ivi il nome con la vita.
Le accennate vestigio quali o palesi si vedono o sepolte riposano nellì sodetti siti unite alii loro nomi antichi la propria impresa di Ligure alla quale i Palestini et Egitii nostri antichi e per diferentiarsi anche già che il terreno de vicini come segna Cimiamo Marini non è ferace di palme, ma è solo proprio del territorio di S. Remo, unirono nella loro impresa la palma al leone e tutto insieme servono in argomento fortissimo per provare una antiquità venerabili.
Accordato poi che tre fussero le popolazioni, come si disse, si accordarà subito li nomi che quasi simili se ben vari nel suo fonte furono dati variamente dalli sacri e profani scrittori all'antico e nostro territorio: "oppidum Matutianum" vien detto dal Breviario Genovese nelle lettioni del secondo notturno delle feste de SS. Siro e Ramalo atti 7 di luglio, il primo atti 3 di ottobre il 2° seguitato dall'Ughello nell'Italia sacra, dal B. Giacomo della Voragine nella Vita di essi santi, dal vescovo di Nebio il Giustiniani e dal vescovo di Mantova Francesco Gonzaga; "Castello di Mauticio" dal Foglietta ne suoi elogi; "Castel di Matuto figlio dell'Aurora" da Carlo Sforza nel suo poema; "Castel di Maturo " dall 'abate Grossi; "Castel di Matutio " dal Stelle e molti altri scrittori; "Castello Matuto" da Giulio di Ravenna nella sua Italia, onde può affermarsi esser stato vero il nome di "Castello di Matuta"per ivi adorarsi quella dea.
Il Castello di Matucio, per essere ivi abitato Lucio Mauticio proconsole romano, primieramente vi venne Caio Mario flamine di Matuta in Roma detto Gneio Mario flamine Matutio e per esservi finalmente stato Caio Mario Maturo, proveditore delle armate romane nella Francia come di essi tutti dirassi in appresso e da questi nomi tutti Teodolfo, vescovo di Genua, l'anno 937 in una lettera che scrisse ad Ottone il Grande disse delle nostre spiaggie: "In Matutianensibus finibus" ecc.
Che li soddetti personaggi volessero eternare i loro nomi con darlo a questi popoli chiaramente si vede mentre li primi eran detti Liguri, ma con qualche particolarità che sarebbe fuor del nostro intento ridirli.
Li nostri furon detti liguri Focensi contro de quali da Romani fu mossa guerra l'anno 550 di Roma come segna. Questi Focensi, per schivare il furor di Ciro che manometteva l'Egitto lasciarono il proprio paese, passarono ad altre provincie come nella Corsica della quale si resero padroni: così l'accerta Luca da Cinda nelle sue relazioni dal tìtolo Costumi della Corsica, pag. 495; fondarono Marsiglia in Provenza l'anno del mondo 3427, Olimpiade 60, come segna il Lualdi al lib. 2 cap. 7 e pag. 7 dell'Origine della cristiana religione in occidente et in altri province, come in Calabria come all'istesso.
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Statuetta di Mater Matuta, che nella
mitologia romana
era la dea del Mattino
o dell'Aurora. La sua
festa (Matrialia)
veniva celebrata l'11 giugno, a questo
culto erano
ammesse solo le donne
vergini o sposate una sola volta,
il cui marito
era ancora vivo,
mentre le donne schiave ne erano
severamente
escluse. |
Molte famiglie de Focensi si trattennero quivi et ivi fabrìcaronsi le loro abitatìoni che Focidi dissero o Focea come piace all'abate Grossi. A questa venuto Caio Mario cavagliere romano del cavallo pubblico e pontefice della dea Matuta, cercando un aria salubre per le sue infirmità ritiratosi nella Focide, la redificò, l'abbellì, vi fece il suo castello con una bella villa che indi villa
Matutiana detta, die il nome al restante, indotto forse anche perché in queste parti si adorasse la dea a cui serviva. Chefusse tale ne l'assicura una lapide di antichissimo marmo in cui Caius Marìus flam. Matut. eques romanus; che fra l'infinità de dei adorati da Romani vifusse Matuta il segna il Foresti nella Monarchia romana al tit. Notitie di Roma, lib.15, pag. 111.
Vi è altra memoria di Caio Giulio Cesare su il monte detto da esso Caio e corrottamente Gaggio, et è come segue.
Finalmente a tempi di Ottone, Vitellio e Vespasiano imperatori romani Mario Maturo, procuratore e presidente delle Alpi Marittime, nella Riviera di Ponente, anzi nel nostro territorio e castello risedeva et ancor esso die il nome al nostro castello di Maturo detto Castello Maturiano. Che fusse et abitasse il nostro castello lo fa manifesto Tacito al lib. 3 delle sue Istorie ove segna che Fabio Valente, uno de generali di Vitellio, spinto dal seno di Pisa per borrasca al Porto di Monaco, non molto ivi lontano eravi Mario Maturo: "Fabius Valens e sinu Pisano saevitie maris aut adversante vento Portum Herculis Monoeci depellitur, haudprocul agebat Marius Maturus Alpium Maritimarum procurator". Indi l'avisò a non inoltrarsi a tentar la Provenga inimica a Vitellio: "Marius Maturus Valentem exceptum ne Galliam Narbonensem temere ingrediretur monendo terruit nam circumiectas civitates Valens Paulinus strenuus miles et Vespasiano antefortunam amicus in verba eius adegerat", et in quel tempo e poco doppo, come segna il Ganduccio, in XXmigliafu uccisa nel tempio di Giunone la madre dell'imperatore Ottone: dal che si vede che Mario Maturo abitò per longo tempo nel nostro castello della Foce, dando ancor esso alli nostri Liguri Focensi il nome di Maturiani, et esso anche abitava il paese libero e neutrale d'Ottone e Vitellio perché non averebbe tolerata la morte della madre dell'imperatore se avesse abitato in XXmiglia, e questi sono li nomi antichi quali durarono al nostro castello sino allo nome glorioso di S. Romolo che si dirà in appresso.
All'antichità corrisponde anche la libertà incorporata a quella con li propri natali, come la spiegarono ne suoi stendardi i nostri primi padri, e se la libertà è come la definì Cicerone nel suo ultimo paradosso: "Quid est libertas potestas vivendi utvelis", ha pochi pari S. Remo nella riviera per la libertà, mentre sempre è vissuto e vive con quelle sole leggi che vuole et a se stesso prefige: libertà se bene fu odiata fu sempre però da San Remesi e Focesi o Maturiani, come i primi mantenuta e conservata con l'opre e col sangue.
Se questa, goduta anche in tempo de Romani, fu per qualche poco di tempo sbatuta, non giaque mai però abatuta perché subito fu restituita e conservata anche dopo la luce del Vangelo in faccia dell'idolatrìa e sotto la protettione de medemi passata l'istessa protettione a persone sante et ecclesiastiche, e quando queste tentarono farle qualche torto furon necessitati a lasciar con la loro protettione tutto quello che unito vi avevano come si narrava il successo in appresso.
Per sincerare tutto ciò, deve sapersi che la riviera di ponente a tempo de Romani e Cartaginesi era amica a quelli che più le piaceva: i Liguri Genoati, con tutti quelli che abitavano sino ad Albenga, erano aderenti a Romani; gl'Ingauni, Focesi et Intemeli de Cartaginesi, e Magone al parere di quasi tutti li scrittori, distrusse Genova per esser amica de Romani per decreto de quali fu poi riedificata. Contro gli Inganni et soddetti presero le armi i Romani et Appio Claudio al detto di Stef. Vivand., Annot. Mag. Rom., investì li Focesi l'anno di Roma 550. Quante percosse dessero e ricevessero i Romani in queste parti lo certifica Livio in più luoghi e tempi, il Sigonio, Plutarco in Vita Pauli Emili, lo Stadio, Sopra Fioro, lib. 2, cap. 3.
Sotto la condotta poi di Marco Flaminio e di Marco Emilio non piegarono il capo, se non dopo sette anni di continuata guerra nel qual tempo non passò né meno una settimana sola che non seguisse qualche conflitto. Onde Flaminio, allor che in senato dava conto dell'operato, disse non esser stati vinti i Liguri dalla forza, ma dalla sola mala fortuna: così Paulo Manutio, Com. *gart. triumph. Romanorum, ove si vede quello che operasse il senato verso de loro dei per tal vittoria. Distrutta Cartagine non si distrasse però mai l'ardire de nostri Liguri e quanto operassero per la loro libertà con armate di mare et intera vedi li citati auttori; che questi Liguri fussero li nostri Focensi ** si vede chiaramente da Livio, lib. 4 ove: "Massilienses de Ligurum navibus quaerebantur".
Il Sigonio ne Fasti ab urbe condita 599 così segna: "i Liguri infestavano Antiboli e Nizza terra de Marsigliesi", come lo segna Strabone nel lib. 4: "Massilienses condiderunt Niceam adversus Ligures Alpes incolentes", sì che, essendo gl'altri Liguri amici de Romani li nostri soli erano contrari a quelli et alii suoi confederati, e sempre gl'infestavano sin che si rinovasse quel decreto che registrò Livio, dece. 3 lib.: "placuisse senatui eos a Marco Popilio restituì in libertatem". E questo solo basta per provare la primiera libertà alla quale furon restituiti, ma di più vollero i Romani averli per suoi amici, suoi concitadini e dichiararli municipi.
In prova di che vedasi il citato Ganducio qual cita molti auttori quali segnano i municipi della riviera di ponente, e quantonque non segni preciso il nome delle città, le fa cognoscere dalle qualità de medemi municipi.
Il Padre Foresti, nella Monarchia Romana, pag. 92, segna: "municipi chiamavansi le terre libere che, postesi sotto il dominio di Roma, godevan dell'ombra e protettione di quella vivendo nel resto a suo modo ". Il dotto Calepino, al verbo restituo: "municipia dicebantur civitates suo ture et legibus utentes": del che apertamente si vede che i Romani si manifestavano solamente protettori detti nostri Liguri Focensi, lasciandoli vivere a suo modo. Come pure si continuerà a dire che S. Remo sii municipio vedi il Borgo, De dignitate Reipub., citato dall'abate Speroni nelle Reali grandezze al tit. 3, pag. 33 ove: " S. Romuli municipium". Et ha tutte le qualità detti municipi perché, in mancanza delle proprie leggi che a se stesso prescrìve, in mancanza di quelle raccorre al ius Romanum.
Conviene per un 'altra notitia delle prefetture de Romani per continuare la prova soddetta della libertà. Il Padre Foresti, al citato tit., segna quali fussero le prefetture: "erano queste alcune città che, state già verso di Roma infedeli et ingrate, ricadendo sotto il di lei dominio, erano sogette al prefetto".
Vivevano li nostri antichi con la prememorata libertà, ma con tutta libertà servivano al vitio perché adoravano il prencipe de vitiosi, regnando l'idolatria. Quando l'anno 47 di Cristo nato Siro il primo e vescovo di Pavia mandato dal prencipe detti apostoli ad allumar la Liguria con la luce del Vangelo, fu per noi la bella Aurora che ci partorì il sole della fede che fra noi mai patì ecclise veruna, né mai scese all'occaso di tenebrosa infedeltà o idolatria.
Predicò la fede e da nostri fu abbracciata: vedasi il Spelta in Vita S. Syri: "descendit ad ultimas oras Liguriae et eas convertit ad Dominum".
Il conferma Michelangelo Lualdi nella sua Storia ecclesiastica al lib. 4, tit. 31, e si lega per che è ricco di bellissime e nuove curiosità circa Genova e Liguria. Predicata ivi la fede et abbracciata da nostri si sottoposero alle legi dolcissime evangeliche, seguirono gl'insegnamenti del maestro e questi erano quelli del prencipe detti apostoli: come netti Atti Apostolici così li nostri batezati avevano tra mille cuori un cuor solo; a Siro si diè l'ubbidienza, Siro era il rettore et il protettore non solo dello castello delle Focidi e Matutta, ma della Liguria come lo asserisce Bart.° Romani nell'Istoria di Salusso. Et in questo tempo regnava in Roma Nerone.
Proseguì San Siro a predicar l'Evangelo nella Lombardia; et S. Barnaba apostolo fu il secondo che venisse a predicar la fede così il Baronia et il Surio et il Sinodo Albinganese ove: "Beatissimi Barnabae gentium apostoli quem primum fìda patrum nostrorum traditione, didicimus advectum Italiam prius has Liguriae nostrae maritimas oras evangelica praedicatione illustrasse quam Mediolanensem irrigasset ecclesiam"; e questo fu l'anno 50.
Il terzo fu San Nazarìo: questi da Milano scese nella Liguria per la parte del Piemonte. La prima città fu Melia, da altri Cimella poco distante da Nizza et hora distrutta. Qui predicò la fede et convertì alcuni fra quali la madre di S. Gelso: questo per opra dell'idolatro batutto e quello fu sbandito da Dionobao prefetto de Romani. Venne a XXmiglia, predicò ivi e molto dimorò nelle nostre parti et ivi fatto prigione per comando di Nerone fu precipitato in mare ad affogarsi: si eseguì il comando ma dall'angelo fu liberato.
Il Metafraste in Vita SS. Nazarii così segna: "Angelica virtute e profundo servavi! illaesos, terrae reddidit". Spiega più il citato Lualdi al cap. 31 dell'istesso libro, ove: "Dio mandò un angelo che li sottrasse da flutti e sani e salvi vennero ad altro lido", che per aponto è la conseguenza che si pretende dico io in Melia et in XXmiglia li SS.i furono martirizzati dal prefetto Dinobao che ivi stava. Dio li fe' condure ad altro lido, certo che il più vicino è il nostro e dove con ogni quiete l'Evangelo si predicava et il vero Dio s'adorava et li medemi santi nello detto tempo più volte da XXmiglia erano quivi venuti, et in detto castello di Maturo o Maturiano vi era il procuratore Maturo romano e presidente delle Alpi, come si disse.
Dal nostro lido poi li medemi santi passarono a Genoa, dove già fioriva la fede ivi introdotta dal suddetto vescovo di Pavia, S. Siro.
Mariano Grimaldi, nel Santuario di Genoa, pag. 138, vole che in questo tempo fusse creato vescovo di Genoa S. Salomone dalli Apostoli medemi subito dopo l'arrivo di S. Nazario in Genoa, quale fu quello che ivi ordinò le forme della cristianità già introdotta: altri vogliono che fusse ordinato vescovo da S. Lino all'hora vicario di Pietro e poi successore di esso nel pontificato.
Il Lualdi, con tutti gl'altri scrittori, segnano S. Salamene il primo vescovo di Genoa e fu l'anno 78. Il Lualdi segna per secondo vescovo di Genoa S. Felice, il terzo S. Siro; l'istesso dice nel suo catalogo il B. Giacomo da Varagine; I' Ughello però da per secondo vescovo S. Valentino et il terzo S. Felice, il quarto S. Siro. Il vescovo di Nebio dice il medemo, anzi soggionge che S. Valentino morì di anni 77 e S. Felice di anni 75: tutti accordano però in questo, che S. Felice o fusse il secondo o il 3° vescovo (che poco importa al nostro assonto).
A S. Felice smesse S. Siro e questo fu ivi pastore l'anno 140 come segna il citato Lualdi. Stabilite le cose della fede da S. Nazario in Genoa e fatto vescovo S. Salamene, come si disse, l'anno 78, all'anno 140 quando fu S. Siro non passarono che 62 anni: in questo tempo o fussero due li vescovi o fussero 3: può essere l'uno e l'altro e poco importa. Solo che, stabilite le cose della fede, essendo il vescovo in Genoa, né essendovi più S. Barnaba vescovo d'Albenga, ne venne un altro vescovo in Liguria: probabilmente si deve credere che li christiani del castello della Matuta dipendessero in tutto dall'istesso vescovo tanto nel spirituale, e non vi lascia che dubitare in ciò quello che segna il Breviario Genovese nelle Lettioni di S. Felice, al 2° notturno li 9 luglio, e di S. Siro, alli 7 dell'istesso mese, come pure Mariano Grimaldi et altri scrittori che scrissero di essi santi.
S. Felice, o fusse il 2° o pure il 3° vescovo, questo fu maestro di S. Siro che ancor giovanetto fu dato da suoi padri ad allevarsi sotto la disciplina e santità di esso: celebrando un giorno S. Felice, il giovane Siro vide Giesù humanato tutto luce nell'hostia SS.ma, e riferì tal visione al S. vescovo come il tutto più diffusamente nelle loro vite.
Il S. vescovo stimò bene di mandarlo sotto l'educatione d'un altro santo, e questo era il B. Ormisda, rettore e vicario dell'istesso vescovo nella terra di Matuto come il Breviario: "eundem sinem in oppidum Matutianum, cui hodie S. Romuli nomen est, mittit ibique cum Ormisda Dei servo donec revocaretur commorari iubet". Nella lettione prima del 2° notturno di S. Siro li 7 luglio: "Ad Ormisdam christiana pietate oc religiosa disciplina eo tempore celebrerem in oppidum Matutianum mittitur, apudquem aliquandiu agens intercaetera suae probitatis insignia Gallionis quaestoris filiam a daemone liberavit. Quofacto commotus Gallion S. virum multis praediis in oppido Tabiensi pia liberalitate donavit" ecc.
Nella Vita de SS. Siro e Romulo, stampata in Genoa l'anno 1623, segna così de S. Siro: "vir Dei iussu patris laetus ad locum, qui vocatur Matutiana, perrexit ibique inveniens Ormisdam coepiscopum ordinatum a B. Felice praesule supradicto honorifice ab eo susceptus est, cum eoque aliquandiu commoratus in Dei laudibus et servitio ambo persistentes mirabilia *ostendenit supra hiis qui infirmabantur.
Inter quae Gallionis fisci exactoris filiam B. Syrus orationibus suis a daemone liberavit. Cui statini praefectus Gallio curtem quae Tabia nuncupatur, devotissime obtulit subscripti cautione, positam iuxtaflumen Tabiae et littus maris usque ad iugumAlpium cum mazarìtiis etfamiliis utriusque sexus suo iuri pertinentibus cum capella inibì aedificata in honorem B. Petri Apostolorum principis. Quae curtis distat a Matutiana, quae nunc S. Romuli dicìtur, fere milliaria quatuor" ecc.
Mariano Grimaldo, nella vita di S. Siro, segna così, doppo haver detto il miracolo visto da S. Siro il comando fattole da S. Felice di andare ad Ormisda: "stava in quella terra (parla della Matutiana) un sacerdote di santa vita e molto essemplare chiamato Ormisda, che era stato ordinato dal B. Felice e mandato ivi per rettore e suo vicario" ecc. Descrive il miracolo fatto alla figlia di Gallione, et il donativo che fece al S. di corte, in tutto e per tutto come vien di sopra segnato nella citata vita di S. Siro.
Da queste autorità ne risultano più chiarezze al nostro proposito: la prima è che S. Siro ancor giovane fu mandato da S. Felice "in oppidum Matutianum" e vi trovò ivi Ormisda celebre per la santità, sacerdote ordinato dall'istesso S. Felice, rettore di quelle anime e vicario suo, *ese era giovane, il quale poi col tempo successe nel vescovato a S. Felice, morto di anni 75, e l'istesso S. Siro vescovo l'anno 140, come più volte il citato Lualdi, probabilmente la venuta di Siro alla Matutiana dovete seguire nell'anno 115 in 120.
Il vescovo Felice haveva in detto castello il suo vicario prima che S. Siro fusse vescovo di Genoa, et era l'Ormisda celebre per la santità e rettore alla cura di quell'anime. Si deve certamente affermare che in detto castello con ogni quiete fiorisse la cristianità, quando un santo mandò da Genoa un altro santo sotto l'educatione del 3° santo et in quelli istessi tempi, regnando Traiano e poi Adriano imperatori, quali dapertutto ne paesi a loro sogetti facean far macello de SS. martiri, come dì S. Clemente papa, S. Ignatio vescovo e tanti altri nel tempo del primo, di S. Sabina, Faustino e Giovita e tanti altri, nell'imperio del 2° e particolarmente di S. Calocero in Abenga.
Oltre alla quiete della christianità et alla libertà nel paese si vede anche che li nostri primi erano sotto la direttione e protettione del vescovo di Genoa, ne penso che S. Felice havesse tenuto ivi un suo vicario o coepiscopo se non lo havesse imparato o visto pratticare dal suo antecessore.
La 3a poi gl'autori descrivono per minuto tutto quello che la pietà di Gallione donò a S. Siro, che si osserverà in altra riflessione in prova che li vescovi di Genoa non hebbero mai dominio di mero e misto impero in S. Remo.
A San Felice successe il suo discepolo S. Siro nel vescovado all'anno più volte citato 140, quale operò tante meraviglie in Genova come dissero gl'auttori nella vita di questo santo: oltre al Breviario genovese vedi il Foglietta, il Beato Giacomo di Voragine, il Ferrari, Mariano Grimaldo e a citata Vita de SS. Siro e Romolo stampata in Genova l'anno 1623, niuno de' quali mai ha segnato il proprio tempo del suo vescovado che il Lualdi, né niuno de medemi auttori, per quanto diligente in descrivere li doni avuti dalla liberalità di Gallione, mai fe' menzione dell'acquisto alla mensa episcopale del castello di S. Remo come disse il Guistiniani: può ben essere di qualche villa o predio nella Matutiana acquistata da altri come si vedrà dalla sentenza arbitrale che è il cardine dove si gira l'essere di S. Remo; deve ancora osiervarsi quello dice S. Gregario il Magno ne suoi dialoghi che, segnando un miracolo, come seguito da tempi a lui remoti in Genova, segna nella chiesa di S. Siro martire, certo che da tutte le antiquità possibili sin al presente non si vede che in Genova mai fusse altra chiesa di S. Siro che quella qual prima de SS. Apostoli fu poi dedicata al S. Siro e quel titolo di martire quando che volesse alludere alle sue grandi penitenze o al fassoletto che intinto del suo sangue operò tanti miracoli fu lode data al santo.
E altra osservazione che molti auttori si come confusero le prime attioni del S. Siro, vescovo di Pavia con quelle di questo vescovo di Genova, altresì confusero le medeme del nostro vescovo con altro Siro arcivescovo pure di Genova. Deve sapersi che Innocenza 2°, volendo essaltare la chiesa genovese, la fé metropoli, assegnandole l'arcivescovo, e l'anno 1131 era vescovo in Genova Siro secondo: questi fu l'ultimo vescovo e poi dichiarato arcivescovo si che fu l'ultimo vescovo di Genova et il primo arcivescovo di Genova, e Giacomo da Voragine il disse anche cardinale: questo pretese però qualche sorta di dominio in S. Remo come si dirà nella citata sentenza arbitrale dalla quale pure si vede non sussistere il detto del Giustiniani.
A San Siro successe San Romolo e fu secondo alcuni il 4° vescovo e secondo gli altri il quinto vescovo di Genova. Questo santo fu l'istessa amabilità e carità:
vedi nelli citati auttori quanto ne dissero e noi di S. Remo quanto dire ne dobbiamo, et asservissi quelli che scrissero di San Romolo, come al Breviario Genovese de tutti: "communii pater dicebatur". Tutto quel tempo libero che poteva avere era di venirsene al castello Matuciano et ivi: "ut illius populi saluti diligentius praesens consuleret et divinarci rerum contemplationi liberìus se dederet" ecc.
Abitava il santo nel soddetto castello, attendeva solecito alla salute di quelle anime e, più che anacoreta ritirandosi ne nostri boschi, unì anche alle cure episcopali le solitudini: diverse ancora vive memorie colà si adorano: vi è un antro o sia bauma che tale per apponto da tutti si chiama: ivi il santo l'innocentissima sua vita menava, quelli sassi da lagrime e sangue dalle sue proprie sie vene a forza di flagelli svenato bagnati si riveriscono in una honorata capella dal publico ivi edificata. Nella vicinanza di essa Bauma vi è diroto monastero, habitato prima regolari et hora da sacerdoti seculari, ove a vicenda quatro di essi l'habitano: di esso monastero e luogo disse il vescovo di Mantova Francesco Gorzana (sic!) nella Descrittione della serafica religione, all'anno 1522: "estat etaliudmonasteriolum"ecc. "oppidanorum facultatibus in honorem eiusdem Sancti aedificatum";poi "maximaque a convicinis populi veneratione colitur: est tamen dolendum quod ab loti asperitatem a pluribus religiosis non occupetur cura eius solitudo et amoenitas praebeant orandi spatia mirumque in modum ad divinorum mysteriorum contemplationem alliciant". In altre cronache della istessa religione al cap. De monasterio prope eremitorium S. Romuli: "monasterium prope eremitorium sive quodam SPECU in quo se recipere S. Romulus Genuensis episcopus assueverat" ecc.
Si adorano le vestigio de suoi piedi sopra un sasso: la tradizione è che perseguitato dall'inimico della quiete et in *quebiocoli con orribili forme assalendolo, il santo, con quell'impero proprio della sua santità, con una picciata di piede ivi le imponesse la metà a quel furore, né mai più ardisse di passare quel segno che pure ad altri perseguitati dall'istesso demonio, massime ad un certo posto; ivi il santo facesse il temuto segno dalla croce col proprio suo deto, quale come in mobile arena in quel sasso si impresse et oggidì si adora e per devotione da tutti riverentemente si baccia cum essersi all'una et all'altra memoria fabricate due *pie.me capellette.
Godendo quell'anima innocente in celesti contemplationi: "ibi vitaefinem sibi instare praesentit" ecc. "et praetiosam quam diu optaverat mortem 3° idus octobris feliciter obivit eius corpus in eodem oppido Matutiano quod postea S. Romuli nomine appellatum est, summa religione sepultum, multis miraculis illustratumfuit" ecc. (in lectionibus 2 nocturno eiusdem festi 13 octobris).
Partita quell'anima se ne volò all'eterna gloria lasciando noi eredi di quel tesoro ogniuno de quali ivi presenti de propri cuori gli prepararono il sepulcro e, mutato il nome al proprio paese, presero quello del santo, e qui finirono alla nostra città li nomi di Matuto, di Maturo, di Matucio, per chiamarsi sempre S. Romulo. Si rese ben subito un vivo fonte de miracoli qual sepolcro et ivi tutti gì infermi lasciarono subito d'esser tali ricuperando la salute.
Intorno alla detta sepoltura si deve amche far una riflessione qual è questa: dice l'Ughetto nell'Istoria sacra, parlando del santo: "sepultus est in cripta S. Syri prope Beatum Ormisdam". Probabilmente si deve credere che il B. Ormisda, già maestro di San Siro, allor che venne giovanetto nella città di Matuto, dovesse morire prima di S. Siro, e, se morse prima di S. Siro e fu sepolto "in cripta S. Syri", non si voleva mai edificare capelle o chiese a santi ancor viventi onde ne viene che il citato S. Siro fusse il primo S. Siro vescovo di Pavia protettore il primo di noi e poi di tutta la Liguria al quale fusse dedicata la soddetta capella; in oltre in quelli tempi da pertutto, come sì è già detto, continuavano i tiranni a far carnificine de santi martiri, succedendo più crudeli li secondi alli primi e nella decima persecutione datta da Diocletiano alli cristiani nella sola strage de santi Tebei, nelle pianure di Martinac.
Dice la sua Storia, lib. 1, pag. 66, che i fiumi cambiarono la limpidezza delle loro aque in color di sangue, e fu l'anno 290: in qual ponto tempo fu in XXmiglia da Agrestio prefetto fatta tagliare la testa a S. Secondo il qual fatto sempre più conferma la già detta quiete e libertà qual godevano li nostri cristiani nella nostra giurisdittione, sino a che ebbe un colpo mortale da saraceni da quali fu abbruciata e distrutta e da Sabatino, vescovo di Genova, fu il santo corpo trasportato a quelle metropoli et in appresso, ritiratisi et unitisi tutti quelli habitatori da quelle mine abandonate, fabricarono San Remo moderno.
L'Ughetto sopracitato, nell'Italia sacra, parlando di S. Romolo così segna: "In cuius honorem praeclarum et amplum oppidum Sancii Romuli exedificarunt". Or chi deve notarsi che presso gli antichi avevasi nell'istesso freggio di nobiltà il nome di oppidum come di civitas; anzi appresso Livio e Plinio in più luoghi da loro è nominato oppidum quell'istesso che in altro luogo dicono civitas.
Si è visto che tutti gl'antichi scrittori che sacri e profani parlarono di S. Remo, dissero oppidum Matutianum, in oppido Matutiano, si che sempre fu nominato oppidum. Così di Nizza disse Plinio lib. 3 cap. 5: "Nicea oppidum a Massiliensibus conditum"; di Savana disse Livio, lib. 28: "Poenus Savane oppido alpino praeda deposita"; diAlbenga: "Albinga oppidum" disse Plinio al lib. 3, cap. 31; di XXmiglia: "oppidum Album Intemelium"; Di Torino scrìsse l'abreviatore di Stefano: "Taurania oppidum Italiae"; Plinio al lib. 3 di Terracina: "supra quod Tarracinae oppidum"; di Luca disse Frontino al lib. 3, cap. 2: "Lucani oppidum Ligurum". L'ìstesso disse Plinio, lib. 3, cap. 5: "Etruriae oppidum Luca ", come pure di tante altre città, onde chi scrisse di S. Remo con ragione le die il nome di città come il Speroni e tanti altri.
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| Tromba marina a Sanremo - 2011 |
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