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venerdì 4 maggio 2012

Europa: Storia e Cultura dal mito all'Unione Europea - 1° - dal 600.000 a.C. al 600 d.C.

Europa sul dorso di Zeus,
 sottoforma di Toro
Il nome Europa viene dal greco antico Ευρώπη e può significare, se da eu-rope, "ben irrigata", oppure da εὐρύς (eurus) che significa "ampio", e ὤψ/ὠπ-/ὀπτ- (ōps/ōp-/opt-) che significa "occhio, viso": quindi Eurṓpē, "largo sguardo", "ampio d'aspetto", sinonimo di luna piena, appellativo della Dea lunare. 

IL MITO:
Europa era figlia di Agenore, re di Tiro, antica città fenicia. Zeus se ne innamorò, vedendola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia. Zeus allora inventò uno dei suoi molteplici travestimenti: ordinò a Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia.
Zeus quindi prese le sembianze di un candido toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi;  Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all'isola di Creta.
Europa sul Toro in una rappresentazione del
VII sec. a.C. ritrovata nel tempio greco Y di
  Selinunte, nella Magna Grecia, in Sicilia.
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Zeus rivelò quindi la sua vera entità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde. Questa narrazione è riprodotta sulle monete di conio greco da 2 €. Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella. Il fratello Fenice, dopo varie peregrinazioni, divenne il capostipite dei fenici. Un altro fratello, Cilice, si instaurò in un'area sulla costa sudorientale dell'Asia Minore a nord di Cipro e divenne il capostipite dei cilici. Cadmo, il fratello più famoso, arrivò fino in Grecia dove fondò la città di Tebe. Europa divenne la prima regina di Creta. Ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto, Sarpedonte e forse Carno, che vennero in seguito adottati da suo marito Asterione re di Creta. Zeus fece a Europa tre doni: Talo, l'uomo di bronzo che sorvegliava le coste cretesi, Laelaps, un cane molto addestrato e un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio. Il padre degli dei successivamente ricreò la forma del toro bianco nelle stelle che compongono la Costellazione del Toro. Dopo la morte di Asterione, Minosse diventa re di Creta. In onore di Minosse e di sua madre, i Greci diedero il nome "Europa" al continente che si trova a nord di Creta. Tutto ciò accadde cinque generazioni prima che in Grecia nascesse  Eracle. La raffigurazione di Europa su di un toro si trova in diversi dipinti preellenici, che probabilmente raccontano della Dea Luna trionfante in groppa al toro solare, sua vittima. Il mito pare raccontare di un'invasione di Creta da parte di stirpi elleniche. E Zeus che si trasforma in aquila per violentare Europa ricorda la storia di Zeus trasformato in cuculo per sedurre Era. Ma può anche darsi che il mito racconti di scorrerie compiute dagli elleni di Creta in Fenicia. Secondo recenti ipotesi astrologiche il toro indica l'era del Toro, una delle ere astrologiche che scandisce il tempo.
Per visualizzare il post "Precessione degli Equinozi ed Era dell'Acquario", clicca  QUI 

Carta fisica del Mondo - Clicca sull'immagine per ingrandirla

Ricostruzione dell'Homo
Heidelbergensis di Atapuerca.
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PROTOSTORIA:
Dal 600.000 a.C. - Homo Heidelbergensis è un ominide estinto, vissuto fra 600.000 e 100.000 anni fa. Il nome è stato attribuito a ritrovamenti umani fossili precedentemente chiamati Homo sapiens arcaici, con particolare riferimento a quelli trovati presso Heidelberg, nel Baden-Württemberg, Germania, sulle rive del fiume Neckar. Resti di H. heidelbergensis sono stati trovati in Africa, Europa ed Asia occidentale. Sia Homo antecessor che Homo heidelbergensis discendono probabilmente da Homo ergaster, morfologicamente molto simile e proveniente dall'Africa. Tuttavia Homo heidelbergensis aveva una calotta cranica più allargata, con una capacità cranica di circa 1100–1400 cm³, non lontana dal valore di circa 1350 cm³ tipico per l'uomo moderno; questa differenza, assieme al comportamento e all'utilizzo di strumenti più avanzati, lo ha fatto assegnare ad una specie diversa. Questa specie
Ricostruzione dell'Homo
Heidelbergensis.
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rispetto ai suoi parenti più stretti, aveva delle dimensioni più grandi, infatti i ritrovamenti suggeriscono dimensioni medie di circa 190 cm di altezza e una corporatura più massiccia e muscolosa di ogni altro ominide appartenente al genere Homo. Secondo il professor Lee R. Berger dell'Università di Witwatersrand, numerose ossa fossili risalenti a circa 500.000 - 300.000 anni fa ritrovate sulla costa sud africana indicano che alcune popolazioni di Homo heidelbergensis erano "giganti" con dimensioni medie di circa 213 cm. di altezza. La morfologia dell'orecchio esterno depone per una sensibilità uditiva simile a quella degli esseri umani moderni e maggiormente complessa di quella dei suoi parenti più stretti: Homo heidelbergensis poteva infatti distinguere molti suoni diversi. Numerose analisi approfondite dei denti suggeriscono che fossero in grado di produrre suoni in quantità rilevante. Questo "gigante" è riconosciuto da molti come il primo ominide in grado di produrre suoni complessi facilitando in questo modo la trasmissione di esperienze e la formazione di culture che, sebbene ancora primitive, erano molto più sofisticate di quelle incontrate fino a quel momento. Il consolidamento di questa denominazione per indicare determinati ominidi è susseguente agli studi di Eudald Carbonell dell'Università di Tarragona che, insieme ad i suoi collaboratori, ha analizzato i reperti trovati nel 1992 nella grotta di Gran Dolina, situata nelle colline di Atapuerca (Spagna settentrionale). Nel 1994, infatti, una sua spedizione ha portato alla luce un gran numero di utensili di pietra molto semplici, troppo primitivi per essere attribuiti a Homo sapiens. Diversi paleontologi peraltro attribuiscono i fossili di Atapuerca alla specie H. antecessor, considerata diretta antenata di H. heidelbergensis, che è vissuta nelle stesse aree circa 200.000 anni dopo. Una prima tesi è che i resti di Atapuerca rappresentino il primo tentativo da parte di Homo heidelbergensis di uscire dall'Africa, dove si hanno prove della sua presenza già 600.000 anni fa, e che quindi colonizzando l'Europa avrebbe fatto da progenitore a Homo neanderthalensis, mentre in Africa si evolveva Homo sapiens e in Asia Homo ergaster, di cui potrebbe essere il discendente. Questa tesi farebbe sì che l'Homo heidelbergensis sia l'ultimo antenato comune fra noi e Homo neanderthalensis. Altri studi condotti nel 2001 sul cranio completo di Atapuerca, insieme ai resti di altri trenta individui, attestano la possibilità che questi ominidi potessero parlare, sebbene a livelli molto elementari. Infatti l'apparato vocale trovato nei resti fossili per quanto risulti essere meno sviluppato rispetto a Homo sapiens è sicuramente più complesso rispetto a quello degli scimpanzé. Anche i ritrovamenti presso le Ciampate del Diavolo, in provincia di Caserta sono stati attribuiti a Homo heidelbergensis. Molti scienziati considerano appartenenti a Homo heidelbergensis anche i due crani ritrovati fra il 1989 ed il 1990 a Yunxian, nella provincia cinese di Hubei, sebbene molti altri, compresi gli scopritori, tendono a considerarli resti di Homo erectus.

Grimaldi - Falesia con grotte dei Balzi Rossi
Dal 300.000 a.C. - Presso il porto di Nizza, a Terra Amata, sono state ritrovate le tracce delle più antiche capanne costruite da cacciatori nomadi, circa 300.000 anni fa. La stratigrafia ha mostrato diversi periodi insediativi, con resti di capanne ovali a focolare centrale, ciottoli scheggiati, raschiatoi e animali catturati quali cinghiali, tartarughe, rinoceronti di Merk, elefanti meridionali, uri, uccelli vari. Vicino a Loano sono state trovate tracce dell'Uomo di Neandertal. Nelle grotte di Toirano sono visibili segni di frequentazioni riconducibili alla fine del Paleolitico Superiore. Nella grotta dei Balzi Rossi di Ventimiglia sono apparsi resti che ricordano l'Uomo di Cro-Magnon. Le Grotte dei Balzi Rossi sono situate in
Iscrizione rupestre ritrovata
nei Balzi Rossi
prossimità del confine Italo-Francese, in Liguria nel comune di Grimaldi, a pochi chilometri da Ventimiglia. Le grotte si aprono ai piedi di una barriera rocciosa composta da calcare Jurassico-Dolomitico la cui altezza è di circa 100 metri. Il nome del luogo deriva dal colore delle rocce, che nel dialetto locale vengono indicate come "Baussi Russi" (Pietre Rosse). Il sito consiste di 7 grotte chiamate: Grotta del Costantini, Grotta dei Fanciulli, Grotta del Florestano, Grotta del Caviglione, Barma Grande (Barma vuol dire grotta), Barma du Bausu da Ture (che nel dialetto vuol dire Grotta della rocca della torre) e Grotta del Principe. Solo le grotte del Caviglione e Florestano possono essere visitate ma i due piccoli musei offrono ampie e dettagliate spiegazioni sul contenuto delle grotte e vi si trovano anche numerosi scheletri o calchi dei medesimi, foto e oggetti rinvenuti durante gli scavi archeologici.
Cavallo (graffito dei Balzi Rossi)
Le grotte sono state frequentate dall'uomo dal Paleolitico Inferiore, tracce di queste antiche presenze sono molto limitate a causa delle frequenti variazioni del livello dei mari, verificatesi nel corso delle fluttuazioni climatiche del Pleistocene. Le ossa più antiche ritrovate appartenevano ad una femmina di Homo Erectus (età assoluta oltre i 230.000 anni) vissuta durante la Glaciazione Riss. Come le acque si ritirarono, oltre 80.000 anni fa, l'uomo riprese a frequentare le caverne, lasciandovi tracce di focolari e iscrizioni rupestri come mostrato dalle immagini. 
Nell'iscrizione rupestre qui sopra è ancora possibile scorgere il profilo di un cavallo. Gli uomini che vissero durante il Medio Paleolitico non lasciarono scheletri ma si suppone che appartenessero all'Uomo di Neanderthal. Questo gruppo di abitanti continuó a vivere nelle grotte durante le due fasi della Glaciazione Wur (da 80.000 a 40.000 anni fa).

Dal 200.000 a.C. - Il periodo detto paleolitico medio, compreso tra i 200.000 e i 40.000 anni fa, vide l'ascesa e l'inizio del declino della specie Homo Neanderthalensis, comunemente detto uomo di Neandertal
Ricostruzione dell'Uomo di Neanderthal.
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o Neanderthal. Convissuto nell'ultimo periodo della sua esistenza con l'Homo sapiens, la sua scomparsa in un tempo relativamente breve è un enigma scientifico oggi attivamente studiato. 
Documentata fra 130.000 anni (per le forme arcaiche) e fra 30.000 (documentata dal punto di vista fossile) e 22.000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa, principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo Heidelbergensis. I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nell'agosto 1856 in una grotta di Feldhofer
Ricostruzione dell'Uomo di Neanderthal
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nella valle di Neander in Germania, che prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell'organista e pastore Joachim Neumann, a cui i suoi concittadini di Düsseldorf intitolarono la piccola valle. Della scoperta venne poi dato annuncio ufficiale solo il 4 febbraio 1857. Studi del 2010 suggeriscono, tra alcune ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra neanderthalensis e sapiens, che ibridazioni fra i due possono avere avuto luogo nel Vicino Oriente all'incirca tra 80.000 e 50.000 anni fa, per la presenza nell'uomo contemporaneo di una percentuale tra 1 e il 4% di materiale genetico specificamente neandertaliano.Tali tracce genetiche sono presenti negli euroasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che l'ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della migrazione della specie umana fuori dall'Africa, presumibilmente quando venne a contatto con i Neandertal che vivevano nel Medio Oriente, circa 80.000 anni or sono.
Europa - Cartina con i siti di ritrovamento di reperti dell'Uomo di
Neanderthal. Clicca sull'immagine per ingrandirla

Dente da latte del più antico
esemplare di Homo Sapiens
europeo, di 45.000 anni fa,
rinvenuto in Salento
Da 45.000 a 43.000 anni fa - E' la datazione dei fossili venuti alla luce nel 1964 all’interno della salentina grotta del cavallo, in Puglia, che appartenevano a soggetti di Homo sapiens, fino ad ora i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa: e sono italiani.
Lo studio di alcuni fossili ha consentito di retrodatare l'arrivo dell'homo sapiens in Europa: tra questi, i più antichi sono stati rinvenuti nella grotta del cavallo, in Salento, negli anni '60.
L’homo sapiens più antico d’Europa visse in Romania 35.000 anni fa, o almeno questo è quanto abbiamo sempre saputo e ciò che gli scienziati credevano e sostenevano, fino ad oggi. Recenti studi pubblicati da “Nature”, ad uno dei quali ha collaborato anche l’Università di Pisa, infatti, hanno sorprendentemente retrodatato l’arrivo dei nostri antenati in Europa, sulla base delle analisi condotte su alcuni fossili ritrovati decenni addietro in Italia e Gran Bretagna.
Da una parte c’era un frammento di mascella superiore a cui erano attaccati tre denti, ritrovata nel 1927 nella Kent’s Cavern nel Devon in Gran Bretagna, ritenuta appartenente fino a poco tempo fa ad un uomo di Neanderthal e che studi più recenti ed approfonditi esami hanno attribuito, invece, ad un esemplare di homo sapiens vissuto in un arco di tempo compreso tra 44 000 e 41 000 anni fa; la scoperta è stata effettuata dai ricercatori dell’Università di Oxford.
L'Italia alla fine della glaciazione di Würm
Dall’altra due denti da latte (di cui un’immagine nella foto sopra), venuti alla luce nel 1964 all’interno della salentina grotta del cavallo, anch’essi ritenuti di un Homo neanderthalensis: analisi condotte con l’ausilio di modelli digitali in tre dimensioni hanno rivelato che anche questi fossili appartenevano, in verità, a degli Homo sapiens e, grazie al radiocarbonio, è stato possibile stabilirne la datazione: tra 45.000 e 43.000 anni addietro. Essi sono, dunque, fino ad ora, i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa e sono tutti italiani. Alla ricerca hanno contribuito ben 13 enti internazionali, tra cui l’Università di Pisa; l’antropologo dell’ateneo, Francesco Mallegni, ha fornito dettagli sui due dentini, rinvenuti a due metri e mezzo di profondità: «Il primo dei denti trovati spunta tra 15 ed i 18 mesi dalla nascita e, siccome è senza usura, il bambino alla morte poteva avere 18 mesi; il secondo spunta a due anni ed essendo usurato in questo caso il bambino alla morte poteva avere dai 3 ai 4 anni o forse leggermente di più». Un dente consumato perché, molto probabilmente, questo popolo di cacciatori-raccoglitori che abitava le nostre terre, pur conoscendo il fuoco, non cuoceva ancora i propri cibi.
Al tempo, le terre emerse occupavano una superficie maggiore di quella attuale, il clima era fresco ed asciutto e l’epoca era quella della glaciazione Würm: insomma, il panorama dinanzi a questi giovanissimi italiani doveva essere molto differente da quello che siamo abituati a vedere noi. Morti presumibilmente per caso in quella grotta e non sepolti appositamente lì, di essi sono sopravvissuti i denti perché ricoperti dalla durezza dello smalto: accanto ad essi «strumenti ricavati da ossa o conchiglie usate per ornamento», gli oggetti della vita quotidiana, più di 40 000 anni fa.

Da 40.000 a 10.000 anni fa - E' il periodo denominato Paleolitico superiore, che terminerà prima dell'avvento dell'agricoltura. Corrisponde a parte del Pleistocene superiore comprendente parte del periodo glaciale di Würm. In questo periodo si diffonde in Europa l'odierno Homo sapiens.
Una delle grotte dei Balzi Rossi
Tornando ai Balzi Rossi, solo l'uomo del Paleolitico Superiore (Homo Sapiens Sapiens) usò le grotte come sepolcri, lasciandovi le testimonianze più interessanti; durante gli scavi, gli archeologi scoprirono molte sepolture paleolitiche ed il cosiddetto "Uomo di Mentone". Quella particolare sepoltura conteneva un singolo scheletro poggiato sul lato sinistro con le mani vicino al volto e le gambe leggermente piegate. Ossa e terreno attorno allo scheletro mostravano un intenso colore rosso, causato dalla polvere di ocra con cui la sepoltura venne cosparsa.
Ornamenti funebri
rinvenuti ai  Balzi Rossi
Il teschio era adornato con conchiglie marine e canini di cervo forati, una volta fissati tra loro in una sorta di copricapo. Il radio scomposto, una frattura ridotta, mostra che l'uomo era riuscito a superare un trauma osseo. In ciascuna delle sepolture riportate alla luce c'erano solo scheletri di maschi la cui altezza era di circa 180 o 190 centimetri, i più alti nella popolazione paleolitica europea. L'uomo sepolto ha molte affinità genetiche con l'Uomo di Cro-Magnon, uno dei tipi umani vissuto durante il Paleolitico Superiore i cui tratti distintivi erano un viso corto con orbite rettangolari, la grande robustezza dello scheletro e l'alta statura. La qualità delle sepolture rinvenute sembrano mettere in luce l'importanza sociale dei quegli individui. Due scheletri di bambini la cui età si aggirava sui 2 e 3 anni, vennero scoperti dentro la Grotta dei Fanciulli. Furono deposti uno a fianco dell'altro; al livello dell'anca e del femore c'erano molte conchiglie marine forate (Nassa Neritea) che sembravano far parte di un ornamento funerario. La sepoltura più interessante è senz'altro la Tripla Sepoltura. I tre individui sono stati sepolti nella stessa buca, uno al fianco dell'altro, cosparsi di ocra rossa e accompagnati da un ricco addobbo funebre. Due di loro erano individui giovani mentre il terzo era molto più vecchio. Le stesse peculiarità anatomiche riscontrate sul lato destro dell'osso frontale dei teschi, suggeriscono una relazione genetica tra i tre individui. Il più vecchio era alto circa 190 centimetri e possedeva una struttura scheletrica di ragguardevole robustezza. Gli ornamenti funerari consistevano di grosse lame di pietra, collane, elementi decorativi composti da spine dorsali di pesci, denti canini di cervo, pendenti di avorio decorato con linee incavate e conchiglie forate (Nassa Neritea). Tra le varie scoperte, l'ultima, più eccitante, fu il ritrovamento dei cosiddetti Negroidi di Grimaldi. La tomba conteneva gli scheletri di un adolescente e di una donna adulta con tratti somatici differenti da quelli degli individui contenuti nelle altre sepolture. Il capo dell'adolescente era ornato da un copricapo fatto di conchiglie marine (Nassa Neritea), mentre la donna aveva le stesse conchiglie vicino al polso e gomito sinistro, forse usate come braccialetto. La sepoltura dei due individui avvenne sicuramente in momenti successivi e gli scarsi riguardi avuti nel seppellire la donna suggeriscono un modello funerario atto a dare importanza alla figura maschile, proprio come si è rinvenuto nelle altre sepolture scoperte nell'area dei Balzi Rossi. Tutte le sepolture possono essere datate al periodo chiamato Gravettiano o Epigravettiano, un intervallo temporale tra 29.000 e 19.000 anni fa.
Veneri dei Balzi Rossi, rappresentazioni
 del culto della Dea Madre.
Le Veneri dei Balzi Rossi sono piccole statue femminili prodotte durante l'era del Paleolitico Superiore, distinguibili grazie ad una particolare industria litica Gravettiana (tra 29.000 e 21.000 anni fa). Sono statue di osso, pietra o avorio la cui altezza è circa di 10 centimetri. Profili e forma presentano un'esagerato volume dei seni, ventre e fianchi, mentre le altre parti del corpo e le gambe sono sottodimensionate. Queste statuette ci permettono di avanzare alcune ipotesi riguardo l'aspetto delle donne preistoriche: dovevano essere molto simili alle donne Ottentotte, con rilevanti riserve di adipe al livello dei glutei.

Carta dell'Europa nel paleolitico con i siti di ritrovamento di Veneri, effigi
della Dea Madre. Clicca sullìimmagine per ingrandirla
Osso di Les Eyzies de Tayac
L'interesse per il cielo, unico stabile riferimento, dovette essere enorme per gli antichi. Noi oggi non possiamo capirlo perché sommersi da una tecnologia e da oggetti che danno per scontato quasi tutto; ma immaginiamo per un attimo di trovarci lontani da ogni rotta umana, in luoghi privi di quelle comodità cui siamo avvezzi e perfino di un orologio, avendo solo a disposizione un tempo illimitato e continuo... Come riusciremmo a stabilire un rapporto col fluire delle cose se non osservando lo spettacolo del cielo stellato e il sorgere e tramontare degli astri?
Così facevano i nostri antenati già 30.000 anni fa.
Così continuarono a fare per millenni, fino a 15.000 anni fa.
Nel paleolitico il computo del tempo era scandito dalle fasi lunari, in particolar modo dai "pleniluni", molto importanti per la luminosità dell'astro. Questo vistoso mutamento dell'aspetto della Luna veniva già registrato intorno al 30.000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies de Tayac, nel Perigord francese. Ci sono gli ossi, poi, decorati con tacche trasversali, segni interpretati da alcuni archeologi come dei "giochi aritmetici" ma che non hanno avuto a tutt'oggi una chiara e definitiva spiegazione. Un'ipotesi assai accreditata vedrebbe questi segni non come semplici decorazioni ma come particolari "tacche per conteggi". Secondo Alexander Marshack, però, un ricercatore associato del Peabody Museum dell'Università di Harvard, si tratterebbe delle prime testimonianze di registrazioni del mutamento dell'aspetto della Luna. Questa ipotesi, probabilmente la più verosimile, pone in evidenza un probabile conteggio dei giorni che compongono le lunazioni (mese sinodico). Questo, probabilmente, perché tale periodo si prestava abbastanza bene a scandire le uscite per la caccia o per altre attività confortate dalla luce della luna piena. In età antica, poi, pare che fosse in uso incidere su osso le prime osservazioni astronomiche.
Osso di Abri Lartet
Si conservano ancora: un osso inciso da tacche trasversali proveniente da Kulna, in Cecoslovacchia; un osso inciso da piccole tacche trasversali disposte su una linea continua a forma di "U", proveniente da Gontzi, in Ucraina; il già menzionato osso istoriato da incisioni di forma circolare proveniente da Abri Blanchard, regione di Les Eyzies de Tayac sita nel Perigord francese.
Ma quello che ci pare di maggiore interesse è un osso istoriato di tacche trasversali e da incisioni di forma circolare proviene da Abri Lartet, ancora regione di Les Eyzies de Tayac. Questo oggetto, appartenente al Periodo Aurignaziano (30.000 a.C.), presenta serie di incisioni di 29 e 30 segni abbinate a cinque gruppi di tacche.
I segni circolari sembrerebbero, anche in questo caso, avere la forma delle varie fasi lunari, riprodotte con la medesima sequenza con cui appaiono nella realtà.
Secondo il Marshack il conteggio delle lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte e rappresenterebbe i giorni contenuti in un mese sinodico.
Insomma, l'interesse dell'uomo per il cielo è più antico di quanto si possa credere.
Si creò così una casta di specialisti, scienziati-sacerdoti, che ebbe il compito di tramandare agli altri le enormi conoscenze acquisite.
E da qui, poi, la cosa passò nelle mani dei poeti, degli scrittori, dei filosofi (che furono essenzialmente degli scienziati, privi di un metodo, ma che per primi si posero delle domande sul perché dei fenomeni).

Ricostruzione della Donna Cro-Magnon con bambino
Dal 30.000 a.C. - L'uomo di Cro-Magnon è una antica forma, ascrivibile a popolazioni umane moderne (Homo sapiens), largamente diffusa nel paleolitico superiore in Europa, Asia, Nordafrica, Nord America. È rappresentato da quattro scheletri provenienti dal riparo sottoroccia di Cro-Magnon, presso Les Eyzies-de-Tayac-Sireuil in Dordogna (in Francia) e da sette scheletri raccolti nelle Grotte dei Balzi Rossi (Liguria), definiti a suo tempo come cromagnonoidi. I resti più antichi, scoperti dal geologo francese Louis Lartet, sono datati intorno al 30.000 a.C., di poco posteriori all'Uomo di Combe-Capelle di cui a volte è considerato una variante. Antropologicamente si osserva una certa stabilità delle caratteristiche cromagnonoidi che sono essenzialmente di tipo europoide: 
Ricostruzione dell'Uomo Cro-Magnon
- alta statura (media 1,80 m per gli uomini, con punte oltre 1,90 m) con gambe lunghe e braccia corte;
- faccia larga e bassa con cranio lungo dalla fronte all'occipite (dolicocefalia e cameprosopia), spesso denotata come disarmonica;
- orbite basse e rettangolari;
- naso prominente e spesso aquilino;
- grande capacità cranica (1.650 cm3).
È stato proposto che fosse essenzialmente Rh negativo (come i Baschi odierni), ma questa ipotesi non è provata. Dalle moderne indagini genetiche sembra potersi affermare che i cromagnonoidi entrarono in Europa dall'Asia centrale verso il 30.000 a.C., portando il particolare marcatore genetico M173, derivato da M45, che pare fosse diffuso in popolazioni asiatiche del paleolitico da cui sarebbero derivate anche alcune popolazioni siberiane e amerinde (marcatore M242 e discendenti). I Cro-Magnon avevano una dieta di carne, grano, carote, cipolle, rape ed altri alimenti; nel complesso, una dieta molto bilanciata. Tra gli artefatti Cro-Magnon giunti fino a noi vi sono capanne, pitture murali, incisioni; sembra inoltre che fossero in grado di intrecciare vesti. Le capanne erano costruite in roccia, argilla, ossa, rami e pelo di animali. I Cro-Magnon utilizzavano manganese e ossido di ferro per le loro pitture rupestri, e potrebbero aver creato, circa 15.000 anni fa, il primo calendario. I Cro-Magnon devono essere entrati in contatto con gli uomini di Neanderthal e sono spesso indicati come la causa dell'estinzione di questi ultimi; in realtà, sembra che umani moderni dal punto di vista morfologico abbiano convissuto con i Neanderthal per circa 60.000 anni nel Levante, e per più di 10.000 anni in Francia.
Nella località di Oberkassel, presso Bonn in Germania, sono stati ritrovati nel 1914 due scheletri in un doppia sepoltura, datati al 10.000 a.C. - 15.000 a.C. e riferibili al Maddaleniano. Si tratta di uno scheletro maschile e di uno femminile assai diversi tra loro. Caratteristico appare specialmente il cranio maschile molto capace (1.600 cc) leggermente dolicocefalo, con faccia fortemente cameprosopa e orbite molto basse, in qualche modo accentuando la disarmonia di Cro-Magnon.
Il cranio della donna è più alto e più stretto e non è evidentemente cromagnonoide, ma ricorda invece il tipo di Brünn. La statura è di 166 cm nell'uomo e 147 cm nella donna. Fossili di uomini di Cro-Magnon sono stati ritrovati anche a Monaco, nel Bayern, in Germania.
Il massimo della diffusione si ha intorno al 20.000 a.C.
Grotta delle mani - Patagonia (Argentina), 10.000 a.C.
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Tra le varianti di Cro-Magnon si possono menzionare:
- le popolazioni di Mechta-Afalou in Nord-Africa (Berberi),
- la popolazione maglemosiana (proto-nordici della varietà dalo-falica) in Scandinavia,
- le popolazioni neolitiche delle culture del Dneper-Donets e di Sredny-Stog (forse i proto-Indoeuropei) nella Russia meridionale,
- i Guanci delle isole Canarie, ormai estinti, probabilmente discendenti dei Berberi,
- i nativi americani Dakota in Nordamerica.
Poiché la depigmentazione compare (o compariva) con una certa frequenza in tutte le popolazioni menzionate eccetto, per quanto è noto, i Dakota, è stato anche suggerito che questa fosse una caratteristica piuttosto diffusa tra i Cro-Magnon.
Invece non è chiaro come i Cro-Magnon abbiano contribuito alla genetica delle popolazioni odierne in Asia, ma è stato rilevato che in Asia i portatori delle culture siberiane Afanasevo e Tagar erano essenzialmente cromagnonoidi.
Europa - "Cavallo Cinese" delle Grotte di Lascaux.
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Le Grotte di Lascaux sono un complesso di caverne che si trova nella Francia sud-occidentale. Le grotte si trovano vicino al villaggio di Montignac, nel dipartimento della Dordogna. Nel 1979 le grotte di Lascaux sono state inserite nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, con le altre grotte che si trovano nella valle del fiume Vézère. Nelle grotte si trovano esempi di opere di arte parietale risalenti al Paleolitico superiore: molte di queste opere vengono fatte risalire ad una data compresa fra il 13.000 ed il 15.000 a.C. Il tema più comunemente rappresentato è quello di grandi animali dell'epoca (fra i quali l'uro, oggi estinto), resi con grande ricchezza di particolari.
Il complesso di caverne venne scoperto il 12 settembre 1940 da quattro ragazzi francesi: Marcel Ravidat, Jacques Marsal, Georges Agnel e Simon Coencas. Dopo la fine della seconda guerra mondiale le caverne vennero aperte al turismo di massa, ma nel 1955 l'anidride carbonica prodotta da 1.200 visitatori al giorno aveva visibilmente danneggiato le pitture. Nel 1963 le caverne vennero chiuse al pubblico e i dipinti vennero restaurati al loro stato originale.
Europa - Insieme dipinti delle Grotte di Lascaux.
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Dal 1998, infestazioni fungine hanno invaso ampie parti del complesso e richiesto interventi straordinari di manutenzione; dal 2008, a seguito del peggioramento della situazione (con una nuova infestazione avviatasi nel 2007) e delle difficoltà per rimuoverne le tracce, le grotte sono state completamente chiuse al pubblico. È stato attivato un comitato scientifico internazionale, finalizzato a studiare le migliori modalità di tutela e ripristino ambientale del complesso.
Oggi i dipinti sono monitorati regolarmente, per cercare di evitare il loro ulteriore deterioramento.
Europa - Grotta Ruffignac, con anche i mammuth.
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Le sale più famose che compongono il complesso di grotte di Lascaux sono:
la grande sala dei tori, il passaggio laterale, la lancia dell'uomo morto, la galleria dipinta, il diverticolo dei felini. Nel 1983 è stata aperta Lascaux II, una replica della grande sala dei tori e della galleria dipinta, situata a circa 200 metri dalle grotte originali; Lascaux II dal 2008 è divenuta la meta principale di visita, dopo la chiusura cautelativa del complesso originale.
Ad alcuni chilometri da Montignac, nel parco di Le Thot, sono esposte altre riproduzioni dei dipinti delle grotte di Lascaux.
La grotta di Lascaux viene anche chiamata la "Cappella Sistina del Paleolitico".
L'interesse per il cielo, unico stabile riferimento, dovette essere enorme per gli antichi. Noi oggi non possiamo capirlo perché sommersi da una tecnologia e da oggetti che danno per scontato quasi tutto; ma immaginiamo per un attimo di trovarci lontani da ogni rotta umana, in luoghi privi di quelle comodità cui siamo avvezzi e perfino di un orologio, avendo solo a disposizione un tempo illimitato e continuo...
Come riusciremmo a stabilire un rapporto col fluire delle cose se non osservando lo spettacolo del cielo stellato e il sorgere e tramontare degli astri?
Così facevano i nostri antenati già 30.000 anni fa.
Scena del pozzo - Grotte di Lascaux
Così continuarono a fare per millenni, fino a 15.000 anni fa. 
Interessante, a questo proposito, la cosiddetta "scena del pozzo" di Lascaux. Qui, secondo Michael Rappenglück (Facoltà di Matematica e di Scienze Informatiche dell'Università "Ludwig-Maximilians", Monaco di Baviera) l'immagine dello sciamano che affronta lo spirito del bisonte è da porre in relazione ad alcune costellazioni che passavano in meridiano alla mezzanotte del solstizio d'estate del 16.500 a.C..

Nell' 8.000 a.C. - L'Europa è abitata da una civiltà proto-Ligure non indoeuropea.
Europa - Carta geografica delle vie di
penetrazione della civiltà megalitica
proto-Ligure
Sono i Greci che ci danno una prima descrizione di chi aveva abitato l'Europa prima dei loro stanziamenti: la fonte più antica è rappresentata da una discussa versione di un frammento di Esiodo (fine VIII inizi VII secolo a.C.), riportato da Strabone, che cita i Liguri insieme agli Etiopi e agli Sciti come i più antichi abitanti dell’Europa: “Etiopi, Liguri e Sciti allevatori di cavalli”,  e sappiamo che gli Etiopi erano africani e gli Sciti indoeuropei.
Eratostene, che riunì nella sua geografia le principali notizie conosciute nel suo secolo (III a. C.), nell'accennare alle tre grandi penisole del Mediterraneo, dopo l'ellenica e l'italica nomina come terza la ligustica che diceva estendersi fino alle colonne d'Ercole, osservando anche che il mare ad occidente della Gallia fu chiamato ligustico per il fatto che le sponde meridionali della Gallia stessa furono anticamente occupate dai Liguri, indicati generalmente come i primi abitatori storici e popolo prevalente in quella regione prima dei Celti.
Chi abitasse l'Europa ai tempi dei megaliti, non lo sappiamo con certezza, possiamo solo fare delle supposizioni: secondo alcuni studiosi fu una civiltà proto-Ligure, non indoeuropea e già presente in Europa intorno a 10.000 anni fa, dai caratteri megalitici e una popolazione Ligure che, dai territori Atlantici, importa oro, argento, piombo, stagno e/o i minerali che contengono quest'ultimi (cassiterite) per poi produrre bronzo e commercializzare quindi tutti i loro manufatti metallici. Ecco un resoconto di queste ipotesi prodotta nel  "V Simposio Internazionale di Preistoria Peninsulare. Tartessos 25 anni dopo", a Jerez de la Frontera nel 1995 di O. Arteaga , H.D. Schulz, A.M. Roos e in "Il problema del Lacus Licustinus. Ricerca geoarcheologica intorno le paludi del Basso Guadalquivir":
Carta geografica del Lago Ligur, nell'estuario
del Guadalquivir, l'antico Tartesso.
 Fonte: www.aytoalmonte.es
"Il Professor Schulten, considera ligure l'intera penisola spagnola prima dell'invasione della stirpe iberica (camita-berbera) dall'Africa (nel 6.000 a,C., n.d.r.) e pensa che la lingua basca sia una reliquia ligure."
Da notare che il popolo basco è stato da lunghi decenni oggetto di numerosi studi, sia dal punto di vista etnico, linguistico e biologico, con l'intento di chiarire l'antica origine di questa popolazione, e dal punto di vita biologico è stata riscontrata la presenza, in una forte percentuale della popolazione (circa il 30% - 35%), del fattore Rh negativo. Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane che, autoctone, abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si sono insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi.
 "L'affermazione che la popolazioni primitive della penisola sia ligure, poggia su un brano di Esiodo del VII secolo a.C., chiamante ligues (ligure) tutta l'Europa occidentale. Eratostene la chiama Ligustica. Avieno, descrivendo l'attuale Andalusia, cita il lacus Ligustinus, e chiama la Galizia e il Portogallo Oestrimnios, nome identico a quello ligure per Bretagna.
Carta geografica dei sette fiumi importanti per la storia dei Liguri e dei confini
delle loro aree di influenza: Guadalquivir (l'antico Tartesso o Betis) , Jùcar
o Axucar (l'antico Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),  Magra e Arno.
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Tra le altre prove di insediamento ligure in Galizia, vi sono le somiglianze di nomi galiziani nella popolazione con riferimenti alla costa ligure della Francia meridionale e del nord-ovest dell'Italia; anche se i nomi di origine ligure compaiono in diverse parti della penisola iberica, in particolare sembrano essere concentrati in Galizia. Inoltre, in Portogallo, la penisola più occidentale (Cáceres) e il fiume Sado hanno nomi tipici delle persone che occupano l'intera penisola occidentale ligure e in particolare le sue coste. Questo documento fornisce una nuova serie di ipotesi conseguenti ai risultati ottenuti dal Professor Schulten. Per questo ricercatore, l'etnia ligure è stato il principale substrato della popolazione nativa e popolazione dominante nella regione centrale della Andalusia prima della fondazione della città di Tartesso.
Europa - Siti di rilievo per la presenza di costruzioni
  megalitiche databili dal 4800 a.C. al 1200 a.C.
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Per noi, questo giustifica il nome del lago ligure che viene dato nel VI a. C. all'ambiente palustre che esiste nell'enclave stesso territoriale nella capitale e città portuale di Tartesso. Si noti anche l'esistenza di una città vicina chiamata Tartesso Ligustina. Per noi c'era una intesa commerciale tra i popoli Liguri ancestrali, originariamente associata alla diffusione della cultura megalitica. I Liguri, sparsi nel Mediterraneo occidentale e sulle coste atlantiche, su entrambe le vie commerciali marittime dell'Europa occidentale, hanno permesso la circolazione delle merci, minerali e prodotti in metallo. Il nostro contributo in questo documento si propone di evidenziare il fatto che la popolazione Ligure pre-tartessica ha finalmente raggiunto una parte prevalente in questa intesa, grazie alla sua posizione strategica e la straordinaria ricchezza di metalli nella sua area di influenza. In particolare è venuto a dominare il flusso di metalli pesanti dall'Atlantico, a nord (principalmente stagno e piombo) verso il Mediterraneo occidentale. La longevità della civiltà dei Liguri è dovuta al ruolo decisivo che hanno avuto, dall'età del Bronzo in poi, nel reperimento di metalli preziosi e di minerali (come la cassiterrite, da cui si ricava lo stagno che, legato al rame, da il bronzo), nella conoscenza delle tecnologie metallurgiche per la produzione di metalli (bronzo, argento) e la commercializzazione stessa di bronzo, piombo, sale, oro, argento e l'ambra delle coste baltiche.
Carta degl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso nel
700 a.C., segnalati in verde brillante. Si vede il Lago Ligustico
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos
Questo ha permesso loro di gestire i commerci in ambito mediterraneo e atlantico fino al 1.200 circa a.C., quando i di Tirreni occuparono la Tartesso Ligustica (nel delta acquitrinoso del Tartesso, il Guadalquivir, navigabile fin dopo l'attuale Cordova, territori ricchi di metalli fino alla Sierra Morena) e i fenici monopolizzarono il Mar Mediterraneo occidentale, difendendo con spaventosi racconti e, dove non bastavano, con la violenza, la conoscenza geografica e l'ubicazione delle materie prime delle terre oltre le colonne d'Ercole."
Per visualizzare il post "Liguri: Storia e Cultura", clicca QUI 


Cartina fisica del Mondo con l'ubicazione dell'Europa: è un'appendice
 della più larga fascia di territorio mondiale a clima temperato (12.000 km.).
In questa fascia, più che da ogni altra parte è stata favorita la trasmissione
della cultura dell'agricoltura e dell'allevamento di animali addomesticati.
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Dall' 8.000 a.C. - Probabile data in
cui, dalla mezzaluna fertile del vicino oriente, viene introtta in Europa l'agricoltura, (e per primi vennero coltivati grano, piselli e olivi) e l'allevamento di animali addomesticati (per prime pecore e capre).
Fu nel vicino Oriente che si svilupparono le prime grandi civiltà della nostra storia, e per prima quella dei Sumeri, che possedevano conoscenze matematiche, ingegneristiche e cosmiche tali da fare supporre a Zecharia Sitchin una loro origine extraterrestre. Il biblico Abramo, patriarca delle 3 religioni monoteiste e patriarcali, era sumero, originario della città di Ur. La civiltà poi, si diresse nel bacino del Mediterraneo, in cui la diffusione dell'agricoltura, dell'allevamento di animali e della ceramica è presente fin dal VII millennio a.C.
In questo periodo prende avvio un'Età del Rame.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli: civiltà del Rame dall' 8000 a.C.,
del Bronzo dalla metà del II millennio a.C., civiltà del Ferro dal IX sec. a.C.
In Europa si vedono così Adlerberg, Unetice, Mittendorf, Straubing,
  Halstatt, Huttenberg, Toszeg, Polada, El Argar.
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Nel 6.000 a.C. - E' in corso la migrazione Indoeuropea  verso l'Europa, verso Iran e Afganistan e verso i fiumi Indo e Gange, in India.

Cartina degli  spostamenti e migrazioni degli Indoeuropei
nel 3.500 - 2.500 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 6.000 a.C. - Nella penisola iberica, affluisce la stirpe camita-berbera dall'Africa.

Le antiche città di Sumer.
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STORIA: (Per convenzione, si considera Storia il periodo da cui esistono documenti scritti.)
Dal 5.000 a.C. - I Sumeri si stanziano in Mesopotamia.
I Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi "luogo dei signori civilizzati") sono la prima popolazione sedentaria al mondo, dopo le civiltà della valle dell'Indo, che possa essere considerata "civilizzata". 
Erano rappresentati da un'etnia della Mesopotamia meridionale (odierno Iraq sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all'ascesa di Babilonia (attorno al 1500 a.C.).
Il pannello "Faccia della guerra"
denominato "Stendardo di Ur"
rinvenuto nel Cimitero Reale
della città di Ur del 2600 a.C. circa:
h 20 cm,  di lapislazzuli, conchiglie
e bitume. Si vedono  i carri  sumeri
 trainati da onagri che travolgono
i nemici sconfitti. - Clicca
sull'immagine per ingrandirla.
I Sumeri rivestono grande importanza per l'Europa e per il mondo, poichè introdussero la scrittura.
La loro scrittura cuneiforme sembra aver preceduto ogni altra forma di scrittura codificata e compare attorno alla fine del IV millennio a.C.
Scrittura dei  Sumeri e Sumerico cuneiforme
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Il sistema di numerazione sumero era sessagesimale cioè in base 60. Le tavolette del 3.000 a.C. dimostrano che era presente un simbolo per l’1, uno per il 10, uno per il 60, uno per il 600 e uno per il 3.600. Il sistema era posizionale, dunque il numero si evinceva in base alla posizione dei simboli stessi. 
I Sumeri avevano grandi conoscenze astronomiche; per primi sovrapposero agli astri la valenza di divinità, scoprirono le affinità astrologiche e influenzarono la visione cosmogologico-religiosa delle successive civiltà del Mediterraneo e vicino Oriente.
Divinità dei Sumeri, sigillo cilindrico
n.VA243  - Museo di Berlino
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Per accostarsi correttamente alla mitologia sumera, occorre avere ben presente quale fosse la concezione che i sumeri avevano della vita stessa. Si tratta di uno dei più antichi popoli, il popolo che fissò per primo la sfera delle idee morali e delle concezioni religiose, che per primo creò delle leggi (il Codice di Ur-Nammu fu redatto quasi tre secoli prima del Codice di Hammurabi), e soprattutto il popolo che per primo inventò la scrittura, ovvero una serie di simboli scritti (o meglio incisi) che avessero corrispondenza con le idee pronunciate, dando così inizio a quella che chiamiamo storia e alla prima letteratura.
Divinità dei Sumeri, si noti la rappresentazione del sistema solare
Il percorso che ci ha portato alla quasi completa comprensione della cultura sumera è stato lungo e tortuoso, spesso fuorviante, sicuramente complicato anche dalla differenza concettuale tra la nostra scrittura a lettere e la loro particolare scrittura, chiamata cuneiforme dalla forma appunto a cuneo dei caratteri utilizzati. È opportuno precisare che, concettualmente, la scrittura sumera è molto simile a quella cinese o giapponese: un ideogramma, o un cuneo nel caso sumero, poteva indicare non un solo oggetto, ma altri oggetti, idee o gesti correlati allo stesso. Ad esempio, il simbolo designato per indicare la parola "bocca", che ha una determinata pronuncia, poteva essere utilizzato in altri contesti, e con pronunce diverse, per indicare la sfera di concetti legati alla bocca: "parlare", "dente", "parola" e via dicendo. Questo fece cadere in errore i primi sumerologi, quando scoprirono le tavolette che descrivevano l'Epopea di Gilgamesh, re di Uruk: la prima traslitterazione del nome "Gilgamesh" fu infatti "Izdubar", errore che in seguito venne notato e corretto. Questo non è che un esempio delle difficoltà che gli studiosi incontrarono nel catalogare e tradurre le tavole di Sumer.
Divinità solare con disco del Sole alato di Sumer
Man mano che gli studi procedevano si scopriva un mondo fatto di uomini, eroi e dei (gli Annunaki) strettamente legati gli uni e gli altri ed alla natura stessa. Ai giorni nostri ancora si discute se la mitologia sia un insieme di semplici favole, oppure un tentativo di spiegare i fenomeni naturali, oppure un insegnamento morale nato dalla coscienza collettiva di un popolo; per quanto riguarda i sumeri, tutte queste congetture sono probabilmente da ritenersi ugualmente valide.
La civiltà sumera si è sviluppata intorno al 5.000 a.C., quando il mondo era giovane e l'uomo aveva appena preso coscienza di sé e della propria collettività. Ci si può basare sui fatti, senza dubbio, ma la sociologia e l'antropologia ci vengono in aiuto nella comprensione di un popolo ormai scomparso. E queste scienze, insieme alle ottime traduzioni dei testi in nostro possesso, ci presentano un mondo in cui l'uomo non è completamente padrone del proprio destino: ovverosia, lo è nel momento in cui si rende consapevole del fatto che si trova sulla Terra con il solo ed unico scopo di servire gli dei. Egli non è ancora l'homo faber dei latini, e la morte è l'unica sorte che lo aspetta: solo gli dei sono immortali, e questa è la legge ineluttabile della vita.

Resti di castelliere ligure a Bric Camulà
(Arenzano, GE)
Dal 3.600 a.C. - Nel territorio Ligure, il nuovo uso delle risorse porta ad un miglioramento delle condizioni di vita, ad un aumento della popolazione e ad una società più complessa, in cui prendono a manifestarsi delle specializzazioni nei vari settori produttivi, che consentono attività quali il riconoscimento e lo sfruttamento dei giacimenti di minerali. Nella Liguria orientale (a Monte Loreto, nell’entroterra di Sestri Levante) sono state ritrovate le tracce delle più antiche miniere di rame finora note in Europa occidentale (3.600-2.400 a.C.). 

Dal 3.250 a.C. - Inizia la migrazione dall'India di quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che abitavano sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora si chiamavano Yoni perchè portavano un bastone biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di una cultura matriarcale).
Venere dei Balzi Rossi,
rappresentazione del
 culto della Dea Madre.
Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis (palo, bastone, pastori), a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan (tan= terra), che signica “Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina. Alcuni fra questi preferirono la vita nomade e si fusero con i popoli delle sabbie, ara-bac, quelli che gli Egizi chiamarono poi Hixos= capi pastori. Venivano dall’India, dopo la scissione del grande impero bianco, che gli Ari avevano sovrapposto al grande impero nero, a causa del conflitto sulla causa prima del mondo, maschile o femminile. Costoro erano i perdenti, cioè la feccia dell’India protostorica.  Erano i primi Hindi che si riversavano, a partire del 3250 a.C., in altre parti del mondo. Quelli che seguirono il principe Hirsou che aveva perso la sua battaglia per l’affermazione femminile, vennero chiamati Hirsity e poi Hittiti. Alcuni di questi si stanziarono in Hirpinia (capito il senso) e Malevento.
Questi Hindi portarono con loro la scrittura che già da millenni usavano nella loro patria, l’India. Anche il colore delle proprie vesti, il rosso, era un simbolo matriarcale, il mestruo, da cui Fenici= rossi, mentre i patriarchi vincitori Hindi che rimasero nella loro terra adottarono il bianco, simbolo maschile derivante dal colore dello sperma, adottato dai Bramini.

Dal 3.000 a.C. - A Creta si sviluppa una cultura del bronzo

Cartina dell'isola di Creta con foto dei vari siti e città.
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Secondo un'accreditata teoria, tra il 3.000 e il 2.500 a.C., tre popolazioni indoeuropee:
i Kurgan della zona del Volga, nell'alto Mar Caspio,
i Transcaucasici del Caucaso e
i Nordpontini della zona del Mar Nero, tutte di origine indo-europea, si sarebbero mescolate e avrebbero proceduto ad una migrazione di massa che avrebbe coinvolto l'Anatolia (in cui sarebbero entrati in contatto con gli Ittiti), la Mesopotamia (in cui si sarebbero mescolati agli Arii), la Grecia Micenea e l'Europa centrale (contatto con la cultura di Unetice in Boemia).
La coda di questa migrazione orientale ebbe forti contatti con gli Sciti che, attorno all'800 a.C., si diffusero in Mesopotamia (dando luogo alla cultura caldea e in seguito a quella assira),
in Anatolia (in cui erano già presenti Frigi, Lidi e Pontini),
in Grecia,
in Italia (dove, dal 900 a.C., erano presenti gli Etruschi e, ancora prima, i Liguri e gli Italici ) ed
in Europa centrale.

Cartina degli  spostamenti e migrazioni degli Indoeuropei
dal 3.500 - 2.500 a.C

Dagli Sciti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli. 
Henry d'Arbois de Jubainville, grande studioso del XIX secolo della cultura celtica, ipotizzò che la «patria» degli indoeuropei, intorno al 2500 a.C., andasse ricercata nella zona a nord della Persia e dell'Afghanistan, nel bacino dell'Iaxarta e dell'Oxus (attualmente Amu-Daria, fiume che si getta nel mare di Aral) dove oggi sorgono le città di Samarcanda e Buchara, tra la catena dell'Indu-Kush, che separava tali popolazioni dalla valle dell'Indo, il Bolor che serviva loro da limite dalla parte dell'Asia centrale e gli Urali, al di là dei quali si estendeva l'Europa. Le investigazioni chiaroveggenti di Annie Besant e Charles W. Leadbeater contenute nel libro “L'Uomo. Donde viene e dove va” (F.lli Bocca Editori, Milano), propongono invece come patria degli indoeuropei, da loro chiamati già Celti, una zona compresa fra le montagne dell'Asia Centrale dove avrebbero sviluppato, durante un periodo di qualche millennio, delle caratteristiche fisiche, emotive e mentali, oltre che culturali, differenti e nuove rispetto alle popolazioni fino ad allora presenti sul continente euroasiatico. Per Besant e Leadbeater vi fu quindi una grande migrazione a più ondate, cominciata intorno al 10.000 a.C. e terminata circa nel 1200 a.C., che portò i Celti a stabilirsi in diverse zone del loro percorso, una delle quali è dove H. D'Arbois de Jubainville aveva identificato la patria degli indoeuropei, a nord dell'Iran, nel distretto di Erevan, prima di giungere in Europa, fra il 3500 e il 1200 a.C.
Secondo De Jubainville gli indoeuropei, che chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»), si divisero in due gruppi che iniziarono a spostarsi:
il primo verso Ovest per giungere e stabilirsi in Europa nei secoli successivi, mentre
il secondo verso Sud, per penetrare nel bacino del Gange e stanziarsi in India.
Il primo gruppo, suddiviso in numerose tribù, marciò verso l'Iran, per giungere poi in Anatolia, nella penisola balcanica e infine in Europa Centrale, dove sviluppò una civiltà fiorente unendosi alle genti neolitiche.
Gli indoeuropei lì giunti diedero un grande impulso all'agricoltura dei cereali ed ebbero il merito di diffondere in Europa l'uso dei metalli e del cavallo.
Le tribù antenate dei Celti occuparono quindi le regioni dell'alto e medio Danubio intorno al XV-XIV secolo a.C. e cominciarono poi a espandersi verso ovest e successivamente, come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree fluviali continuò la coltivazione dei cereali, anche se i villaggi cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno sviluppo maggiore della pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni sociali e religiose.

Aree di rilievo per le civiltà dei metalli: civiltà del Rame dall' 8000 a.C., civiltà
del Bronzo dalla metà del II millennio a.C., civiltà del Ferro dal IX sec. a.C.
Le principali località nell'area  Europea, inerenti alle varie civiltà dei metalli
 sono: Adlerberg, Unetice, Mittendorf, Straubing, Halstatt, Huttenberg,
  Tòszeg, Polada, El Argar, Troia, Cipro, Cnosso.
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I Pelasgi, un popolo antichissimo, furono gli antenati di tutti i popoli indoeuropei; un popolo che seppe illuminare e insegnò la cultura all’Europa. Di loro si conosce poco, o meglio dire quasi nulla.
Di questo popolo si sa che scriveva usando l’alfabeto Pelasgico, derivato da quello Fenicio, intorno al 1.000 a.C. Diodoro Siculo ci informa che i poeti preomerici si esprimevano proprio con quella lingua e, dalla stessa fonte, apprendiamo che almeno nel 1.000 a.C. si usava quella stessa scrittura. Inoltre Diodoro riferisce che furono i Pelasgi a portare per primi l’alfabeto in Italia, nonchè nel resto dell’Europa, praticando opportuni adattamenti e migliorie. Plinio il Vecchio conferma le informazioni di Diodoro. Virgilio (Eneide, VIII, V. 62-63), scrive: “Si dice che i primi abitatori della nostra Italia furono i Pelasgi”. Dagli autori dell’antichità abbiamo appreso che prima dell’arrivo dei Greci, il territorio dove si stabilirono si chiamava Pelasgia. Le varie fonti ci informano inoltre, che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e facendo proprie le loro divinità. Varie popolazioni, ma in particolar modo quella pelasgica, hanno dato al paese il loro nome. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta, I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. La citazione di Pindaro potrebbe apparire valida solo come ispirazione poetica, forse perfino mitologica, però malgrado ciò, scienziati posteriori hanno dimostrato che la luna è un frammento staccato dal nostro globo. Omero menziona i Pelasgi fra gli alleati dei Troiani, (Illiade, II, 840-843) e narra che Achille pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Iliade, XVI, 223). Omero li menziona anche come “POPOLI di CRETA” , (Odissea, XIX, 177). Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni" (da cui disceserro gli Etruschi). La caratteristica struttura della muratura della cittadella di Atene ha fatto si che tutte le costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai Pelasgi:  coloro che insegnarono ai greci i metodi delle costruzioni, il modo di scrivere e la cultura.
Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito proporremo alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia la
derivazione dell'alfabeto Etrusco dal Pelasgico e della lingua
Etrusca da quella Illirica-Albanese.
  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht.
Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche “Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori, chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio.
Parole con la radice Lir la troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”. In generale, le iscrizioni più antiche si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza interruzione tra una parola e l’altra".

Europa - Nomi delle regioni e isole della Grecia, con le isole
Cicladi al centro, in rosa. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Dal III millennio a.C. si avranno tre aree culturali, corrispondenti a tre diverse regioni: civiltà minoica nell'isola di Creta, civiltà cicladica nelle isole Cicladi, e in seguito civiltà elladica, o micenea in Grecia continentale e Peloponneso.

Dal 2.700 a.C. - A Creta inizia la costruzione dei grandi palazzi minoici.
Cnosso, a Creta. Resti del
palazzo di Minosse

Creta - Resti del palazzo di Minosse
a Cnosso, con parziale ricostruzione










Valle Lagorara
(Maissana - SP)
L'affioramento
di diaspro
Valle Lagorara
(Maissana - SP)
Il fronte di estrazione;
le caratteristiche fratture
concoidi prodotte dai colpi
inferti con percussioni
come in primo piano
Dal 2.600 a.C. - Al 2.600-2.300 a.C. appartengono
le cave di  diaspro rosso di valle Lagorara, in Liguria, presso Maissana, dalle quali si ottenevano schegge che, opportunamente lavorate, diventavano taglienti punte di freccia.

Dal 2.500 a.C. - A Creta prospera la Civiltà Minoica, con grande diffusione nell'Egeo, nella Grecia continentale e Peloponneso e anche in altre parti dell'area mediterranea.
Prende il nome di civiltà minoica dal mitico re Minosse (che in realtà non è un nome proprio ma un termine per indicare il sovrano, come faraone per l'antico Egitto).

Ricostruzione virtuale del Palazzo di
Minosse a Cnosso: il Labirinto
Creta - Interno del palazzo di
Minosse a Cnosso

cnosso - Rappresentazione delle labris,
le ascie bipenne
Creta - Interno del palazzo di
Minosse a Cnosso

Il palazzo di Minosse, o meglio, dei Minossi di Creta, a Cnosso, disponeva di 1.300 camere disposte su quattro piani, collegate fra di loro da chilometri di corridoi.
Cnosso - Affresco del Toro,
 sacro ai cretesi
Creta - Interno del palazzo
di Minosse a Cnosso
Il nome labirinto, attribuito al palazzo stesso, significa "la casa della scure" e deriva da labris, la scure bipenne, un'ascia a due tagli, utilizzata per i riti sacrificali e rappresentata un po' ovunque nel palazzo.
Protocittà: Cnosso, Festo, Mallia, caratterizzate da grandiosi palazzi. Creta arriva certamente ad esercitare il proprio influsso sul continente (la leggenda di Teseo e del Minotauro indica pesanti tributi imposti da Creta ad Atene).
Creta - Affresco dei danzatori sul toro nel palazzo di
 Minosse a Cnosso - Clicca sull'immagine per ingrandirla

Liguria - Tipici terrazzamenti liguri
Dal 2.300 a.C. - In Liguria cominciano ad essere costruiti i terrazzamenti, che diventeranno il segno distintivo del paesaggio ligure. 

Dal 2.000 a.C. - La prima metà del II millennio a.C. in Europa è importante soprattutto per l'ampia diffusione dei metalli e per la loro lavorazione. La prima testimonianza di una presenza di lavoratori di metalli in territorio europeo viene dai Balcani orientali e l'influenza esercitata da questi fu notevole per tutta l'Europa centrale, specialmente per la sostituzione delle asce neolitiche realizzate in pietra o in corno con quelle in rame e in bronzo. Una delle strade attraverso le quali si diffuse la conoscenza delle asce di metallo fu forse quella che percorreva le steppe del Ponto, provenendo dal Caucaso. Oltre alla lavorazione dei metalli o alle asce da battaglia, gli allevatori pontici ed europei avevano altre caratteristiche in comune.
L'inumazione in tombe singole, spesso sotto un tumulo circolare, con il corpo accompagnato dalle armi e dalla mobilia posseduta in vita dal defunto, costituiva la forma di sepoltura maggiormente diffusa, mentre nel vasellame lo erano alcune forme particolari e diversi tipi di decorazioni. Queste popolazioni praticavano l'allevamento di suini e bovini, ma maggior interesse suscitano le tecniche di allevamento dei cavalli e il loro sfruttamento. Ossa di cavallo insieme a quelle di suini e bovini (tutti animali aventi forti valori simbolici legati all'Altromondo) sono state ritrovate frequentemente nelle tombe in tutta la zona culturale presa in esame.A quell'epoca le mandrie di tarpan, il piccolo cavallo eurasiatico, costituivano molto probabilmente un importante mezzo di trasporto e il loro valore come bestie da soma lascia pensare che non vennero utilizzate come carne da macello, a differenza di bovini e suini. Tuttavia si può supporre che i pastori del III e II millennio a.C. non utilizzarono il tarpan come mezzo di spostamento rapido, data la sua piccola taglia, e che questo antenato dei cavalli celtici venne considerato un animale da cavalcare solo in grazie a pasture migliori e allevamenti più selezionati.
L'ipotesi di una grande invasione di popolazioni indoeuropee irrompenti in Europa dalle steppe eurasiatiche all'inizio del II millennio a.C. è basata sull'idea di utilizzo del cavallo come mezzo di spostamento rapido per gruppi di guerrieri armati di lance, spade, scudi, elmi e pugnali in metallo, anche se diversi studiosi oggi preferiscono pensare a un'espansione incruenta dovuta più alla diffusione di idee religiose, sociali e soprattutto tecnologiche che a una immigrazione consistente.
In rosso, le popolazioni celtiche che abitavano l'Europa dall'età del bronzo:
Celti Elvezi, Volsci, Britanni oltre a Liguri e Iberi.  Si insediarono poi Germani,
 Slavi, Sciti, Daci, Greci, Italici, Etruschi, Veneti, Reti, Illiri.
Già dal VI sec. a.C., i Celti si erano suddivisi in decine di tribù:
Trinovanti, Goideli, Senoni, Boi, Celtiberi, Sequani, Norici, Scordisci,
Traci, Galati.   Clicca sull'immagine per ingrandirla.
La diffusione degli indoeuropei in Europa portò quindi nuove caratteristiche culturali e tecnologiche e determinò notevoli cambiamenti. Importante è sottolineare il fatto che le antiche culture europee cominciarono da questo momento ad abbandonare il matriarcato per accettare il patriarcato portato dai nuovi venuti, riducendo i riti per il culto della fertilità orientati verso la terra, per passare all'adorazione degli dèi solari. Gli studiosi sono ormai concordi nell'affermare che le tribù indoeuropee giunsero in Europa in un arco di tempo ampio compreso fra il 3500 e il 1200 a.C., apportando rilevanti innovazioni tecnologiche e contribuendo alla trasformazione profonda delle strutture sociali, culturali e religiose delle popolazioni neolitiche. Intorno al XIII secolo a.C., quando tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali quali terremoti, siccità, maremoti e gelo, giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, con lo sviluppo del fenomeno celtico.
Per visualizzare il post "Celti: Storia e Cultura", clicca QUI

Nel 2.000 a.C. - A Creta prosegue l'edificazione di grandi palazzi minoici.
Creta e la sua area di influenza
nel mar Egeo.
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Intorno a 1700 a.C. avverrà la prima distruzione dei palazzi di Cnosso e Festo (terremoto o invasione ?).
I Cretesi reagiranno facendo fiorire rapporti commerciali con il Mediterraneo orientale e fondando numerose colonie.
Intorno a 1600 a.C. seconda distruzione dovuta all'eruzione vulcanica dell'isola di Thera (odierna Santorini), e conseguente invasione dei micenei, gli Achei
Enigma: Platone ha derivato il mito della distruzione di Atlantide da Thera?
E l'impero di Creta, di cui faceva parte Thera, era quella che Platone chiama Atlantide?
Forse sì. Vedremo perchè nel 1628 a.C.

Nel Mar Mediterraneo orientale entra in uso la vela nella navigazione.

Antica imbarcazione Greca
Antica imbarcazione Egizia
Antica imbarcazione Fenicia con chimera

Ricostruzione di come doveva essere
il "cromlech" di Stonhenge


A Stonehenge, nel Wessex, in Inghilterra, viene edificato un grande monumento megalitico.

Le isole Cicladi, in Grecia.
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La Civiltà Cicladica raggiunge il massimo splendore intorno al 2.000 a.C. Viene edificato il santuario di Delo, dedicato ad Artemide, Quindi subisce l'influenza di Creta, che le imporrà il suo definitivo dominio.

Carta con Micene in Grecia, le isole Cicladi, Rodi e Creta
con le sue proto-città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Dal 2000 a.C. - Data che segna dell'Età del Bronzo in Europa, dopo Creta e dopo la civiltà proto-Ligure.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli:
civiltà del Rame dall' 8000 a.C., la civiltà del Bronzo dalla
  metà del II millennio a.C., civiltà del Ferro dal IX sec. a.C.

Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori nell'antica Grecia,
e da lì in Asia Minore e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C. 
Nell'ambito di periodiche migrazioni di popoli nella penisola greca, (che consentirono alla cultura greca di evolversi), giunse la popolazione guerriera degli Ioni, o Yoni. Yoni perchè portavano un bastone biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di una cultura matriarcale). Gli Ioni (in greco antico Ἴωνες, Íōnes) sono la prima delle tre popolazioni elleniche che invasero l'antica Grecia nel II millennio a.C. Secondo la leggenda, il mitico capostipite degli Ioni fu Ione, secondo altre versioni erano figli di Io. Secondo alcuni studiosi, gli Ioni migrarono per dissidi con altre culture dall'oriente poichè erano matriarcali, e la loro lettera Y era scritta come nell'immagine qui sotto, a indicare il pube femminile, e tale era la forma del bastone portato da sacerdoti e sacerdotesse; inoltre quest'ultimi si vestivano di rosso porpora come riferimento al mestruo, contrariamente al colore bianco portato dai sacerdoti delle culture patriarcali, evocanti il seme maschile. Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus impersonificano ioni, eoli e achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
La Y degli Ioni
Il termine Ioni, forse originario dell'Asia minore, designa gli abitanti dell'Attica e dell'Eubea, oltre che della Ionia vera e propria, la parte occidentale dell'Asia Minore colonizzata in tempi più recenti. Verso la fine del II millennio a.C. gli Ioni migrarono dal continente verso le coste dell'Asia minore, dove più tardi diedero vita ad una confederazione religiosa di dodici città, incentrata sul santuario di Posidone a Panionion, presso Mycale. Dal VII secolo a.C. le città ioniche caddero sotto il dominio della Lidia e, dopo la sconfitta di Creso, sotto quello persiano. Nel 480 a.C., in seguito alle Guerre persiane, gli Ioni tornarono indipendenti, ma nella sfera d'influenza di Atene. Per liberarsi dal dominio ateniese, si schierarono con Sparta, nella guerra del Peloponneso, ma ricaddero sotto il dominio persiano per gli accordi della Pace di Antalcida, nel 386 a.C. La lega ionica fu poi ricostituita da Alessandro Magno. In seguito le città ioniche entrarono nella sfera d'influenza di Pergamo e dal 133 a.C. fecero parte della provincia romana d'Asia.
"Quelli che noi chiamiamo fenici erano gli stessi che abitavano sulle coste orientali dell’italia meridionale, allora si chiamavano Yoni perchè portavano un bastone biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li chiamarono Pallis(palo,bastone,pastori),a causa del bastone, e dopo che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano denominarono quella terra “Pallis-tan (tan= terra),che signica “Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina. Alcuni fra questi preferirono la vita nomade e si fusero con i popoli delle sabbie, ara-bac, quelli che gli Egizi chiamarono poi Hixo s= capi pastori. Non dirò cosa fecero dopo quando conquistarono l’Egitto ma, per tornare sul tema dell’alfabeto, dirò quello che erano prima…da dove venivano. Venivano dall’INDIA, dopo la scissione del grande impero bianco, che gli Ari avevano sovrapposto al grande impero nero, a causa del conflitto sulla causa prima del mondo, maschile o femminile. Costoro erano i perdenti, cioè la feccia dell’India protostorica. Erano i primi Hindi che si riversavano, a partire del 3250 a.c., in altre parti del mondo. Quelli che seguirono il principe Hirsou che aveva perso la sua battaglia per l’affermazione femminile, vennero chiamati Hirsity e poi Hittiti.Alcuni di questi si stanziarono in Hirpinia (capito il senso) e malevento. Siccome lo spazio sta per finire mi rimane poco per dire che questi Hindi portarono con loro la scrittura che già da millenni usavano nella loro patria, L’India.Anche il colore delle proprie vesti, il rosso, era un simbolo matriarcale, il mestruo,da cui fenici = rossi, mentre i patriarchi vincitori Hindi che rimasero nella loro terra adottarono il bianco, simbolo maschile derivante dal colore dello sperma, adottato dai Bramini."

Sardegna: Tomba dei Giganti.
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Dal 1.900 a.C. -  In Sardegna vengono edificati i nuraghi.
Nuraghe sardo.  Clicca sull'immagine
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Il nuraghe è un tipo di costruzione megalitica di forma tronco conica presente con diversa densità su tutto il territorio della Sardegna.
Monumenti rappresentativi della Civiltà nuragica, i nuraghi furono costruiti nel II millennio a.C., a partire dal 1.900 a.C.
Nello stesso periodo storico, sempre in Sardegna, venivano edificate le misteriose "Tombe dei Giganti.

Dal 1.900 - 1.800 a.C. - Nella Civiltà Minoica entra in uso la scrittura "Lineare A".
Scrittura sillabica "Lineare A"
La Lineare A è uno dei due sistemi di scrittura utilizzati nell'isola di Creta prima del sistema di scrittura dei greci micenei detto Lineare B, insieme ai geroglifici cretesi. Durante il periodo minoico, prima del dominio miceneo, la Lineare A fu utilizzata come scrittura ufficiale nei palazzi e per i riti religiosi, mentre i geroglifici venivano utilizzati soprattutto sui sigilli. Questi tre sistemi di scrittura furono scoperti da Arthur Evans, che gli dette il nome utilizzato attualmente. Nel 1952, Michael Ventris scoprì che la Lineare B veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire.
Il fallimento nel determinare la lingua trascritta con la Lineare A ha impedito lo stesso tipo di progresso fatto con la Lineare B nella sua decifrazione.
Sembra che la Lineare A sia stata utilizzata come sillabario completo intorno al 1900–1800 a.C., anche se svariati segni apparvero già in precedenza. È possibile che la scrittura troiana rinvenuta da Heinrich Schliemann ed una iscrizione rinvenuta nella zona centrale di Creta, così come alcuni marchi su ceramica da Lahun, Egitto (12esima dinastia) provengano da un periodo precedente, circa 2100–1900 a.C., il quale è il periodo della costruzione dei primi palazzi.
I sistemi di scrittura adottati a Creta e poi in Grecia prima dell'introduzione dell'alfabeto, vengono distinti con le designazioni di scrittura lineare A (dal 1600 a.C. al 1400 a.C.) e scrittura lineare B (dal 1450 a.C. al 1200 a.C.). La A, con 85 segni, è diffusa in tutta l'isola di Creta, mentre la B, con 88 segni, nell'isola è rinvenuta solo a Cnosso, ma si trova anche nella Grecia continentale, a Pilo e a Micene. La lineare A costituisce ancora notevoli problemi per la sua decifrazione, sembra inoltre che dietro questa scrittura si celi una lingua non indoeuropea. La lineare B, grazie all'opera di Michael Ventris, è ormai facilmente decifrabile e serviva per trascrivere un dialetto greco dalle caratteristiche molto arcaiche.

Carta tolemaica del III secolo della Scizia (Scythia e Serica)
La Scizia è separata in due parti dai monti Imai (l'Himalaya) 
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Nel 1.700 a.C. - Dall'oriente, popolazioni indoeuropee (gli Sciti) si stanziano nello Yenissei, proseguendo poi verso l'Altaj ed il Caucaso, verso occidente.
L'inizio della migrazione degli Sciti oltre il Caucaso, oltre al generale sommovimento delle popolazioni nomadi ad est della Scizia, fu causato dalla cacciata verso ovest delle tribù Hiung-nu (identificate con il popolo degli Unni) che così mossero verso occidente mettendo in breve tempo in moto tutte le tribù nomadi delle steppe.
Erodoto afferma che in origine gli Sciti sarebbero stati scacciati dagli Issedoni, un popolo del profondo nord. Gli Sciti avrebbero poi guadato il Volga e si sarebbero insediati negli antichi territori dei Cimmeri, poi chiamati Scizia, poiché erano braccati dai Massageti.
L'invasione del regno dei Cimmeri lacerò quest'ultimi: la popolazione voleva semplicemente fuggire mentre i sovrani non volevano cedere all'invasione scita. Approssimandosi l'arrivo degli Sciti, i sudditi abbandonarono le loro terre senza combattere e i re, rimasti soli, si divisero in due gruppi e combatterono tra loro sterminandosi a vicenda. I loro corpi vennero sepplliti lungo le rive del fiume Dnestr.
« Pare che i Cimmeri, in fuga dagli Sciti, si siano rifugiati in Asia (la penisola anatolica, n.d.r.) e abbiano colonizzato la penisola nella quale sorge attualmente la città greca di Sinope » (Erodoto, Storie, IV, 12, 2)
Gli Sciti (o Scythi) furono una popolazione seminomade di origine iranica, mitologicamente nata o dall'unione tra Eracle ed Echidna, o tra Zeus ed il fiume Boristene, tra l'VIII ed il VII secolo a.C.
Guerriero Scita, reperto in feltro.
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Erodoto riferisce che il nome Sciti fu attribuito a tale popolazione dai Greci; gli Sciti infatti chiamavano loro stessi Scoloti. Tale nome derivava da quello di uno dei re degli Sciti, Skules, ad esso direttamente correlato. Di conseguenza, gli Sciti chiamavano se stessi Skula. Inoltre, Erodoto sostiene che i Persiani chiamassero gli Sciti Saka. Attraverso lo studio di nove iscrizioni persiane, Oswald Szemerényi ha riscontrato che in due di queste gli Sciti occidentali erano chiamati dai Persiani Sakā tyaiy paradraya e Saka paradraiya; in una, gli Sciti orientali sono chiamati Sakā haumavargā e tigraxaudā. In un'altra iscrizione, è utilizzato il termine Saka sempre in riferimento agli Sciti orientali, oppure Sakaibiš. Assiri ed Ebrei trassero il nome aškuza/iškuza tramite gli Sciti stessi dopo l'invasione del Medio Oriente, da cui deriverebbe il nome originario Skuza, pressoché identico al greco Σκὺθης, mutuato dal prototipo iraniano Skuδa. Questo nome si formò dalla radice skeud, "gettare, tirare", traslata anche nelle lingue germaniche (lingua inglese: shoot); il suo significato sarebbe pertanto "arciere", come del resto confermato dalle fonti storiche che fanno dell'abilità con l'arco un tratto fondamentale degli Sciti. Principale fonte primaria sulle origini e la storia degli Sciti è il libro IV delle Storie di Erodoto. Lo storico greco riferisce, circa le origini del popolo scita, la tradizione greca e quella scita.
Per i Greci, il popolo degli Sciti è nato dall'unione di Echidna con Eracle che, essendo giunto in Scizia, era stato costretto a giacere con il mostro affinché gli restituisse i suoi cavalli che lei gli aveva sottratto. I discendenti della loro unione furono sottoposti ad una particolare prova, come ordinato da Eracle ad Echidna: dovevano essere in grado di tendere l'arco e cingersi in vita la cintura così come faceva lui. Quelli che ne fossero stati in grado, avrebbero potuto dimorare nella Scizia, gli altri no. Solo il terzogenito, Scita, fu in grado di tendere l'arco cingere la cintura come Eracle, e così fu il primo re della Scizia.
Altra tradizione riferita da Erodoto è un mito tramandato dagli stessi Sciti, che racconta di come il primo uomo nato in Scizia fu Targitao, figlio di Zeus e del fiume Boristene. Questi generò tre eredi: Lipossai, Arpossai e Colassai. Un giorno, dal cielo discesero tre oggetti d'oro: un'ascia bipenne (labris per gli antichi Cretesi), un aratro d'oro con giogo ed una coppa. Il primogenito, Lipossai, tentò di afferrare i doni divini, ma non appena vi provò, gli oggetti si fecero incandescenti.
Dopo di lui, anche il secondogenito Arpossai provò a fare suoi i regali, ma anche questa volta gli oggetti divennero incandescenti e fu impossibile afferrarli. 
Solo l'ultimogenito, Colassai, riuscì ad appropriarsi dei tre manufatti d'oro; per questo motivo, i fratelli maggiori gli cedettero la loro parte di regno. Da Lipossai discese la tribù degli Aucati, da Arpossai i Catiari e i Traspi, da Colassai i Paralati.
Carta della Scizia, con le popolazioni Scite in marrone,
quelle assimilabili agli Sciti in verde e
le popolazioni limitrofe in ocra.
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Secondo Erodoto, il territorio della Scizia è di forma quadrata, ed è delimitata a nord dai territori degli Agatirsi, ad est dal Mare d'Azov e ad ovest dal Ponto Eusino. La Tracia ne era una propaggine, mentre la Crimea non ne faceva parte.
Erodoto descrive l'estensione della Scizia partendo da Olbia, colonia di Mileto fondata sulla foce del Bug Meridionale, affermando che, seguendo la costa, il territorio era abitato da una popolazione culturalmente greco-scita, i Callippidi; oltre di essi ve ne era un altro, gli Alizoni. Culturalmente ascrivibili ai costumi Sciti, questi popoli erano sostanzialmente sedentari, poiché coltivavano grano, cipolle, aglio, lenticchie e miglio. Oltre gli Alizoni vi erano poi gli Sciti "aratori", che coltivavano grano, non per il proprio sostentamento ma per commerciarlo. Dopo il Dnepr, all'interno, vi erano gli "Aratori" che i greci del luogo chiamavano Boristeniti, ma che di se stessi dicevano di chiamarsi Olbiopoliti. A est degli Sciti agricoltori, dopo il fiume Panticape, vi erano gli Sciti nomadi, che occupavano un territorio del tutto brullo, esteso fino al fiume Gerro; oltre questo fiume, vi erano i territori "reali", dimora degli Sciti più valorosi che, a loro volta, ritenevano gli abitanti del resto della Scizia loro schiavi; i territori reali arrivavano fino alla Crimea e, verso oriente, fino al Mare d'Azov. Un breve tratto di questa regione arrivava a lambire anche il fiume Don. Di là dal Don non si era più in Scizia ma, oltrepassati i territori dei Budini, dei Tissageti e degli Iurci, ad est, vi erano altre tribù scite che si eranodistaccate dall'originario insieme degli Sciti reali.
Tuttavia, da fonti assire, sembrerebbe che provenissero dalla Media e dall'Iran, e che anzi fossero strettamente imparentati con i Medi (cosa del resto probabile visto la comune origine nel ceppo linguistico iranico) e solo in seguito siano andati ad abitare nell'area pontico-caspica, provenienti da Sud e non da Nord.
Secondo Tamara Rice, gli Sciti appartenevano al gruppo indoeuropeo di probabile ceppo iranico, oppure ugro-altaico. Il Dragan ritiene che gli Sciti fossero un popolo indo-iraniano.
Recenti analisi fisiche hanno unanimemente scoperto che gli Sciti, anche quelli che vivevano nella zona di Pazyryk, avevano caratteristiche fisiche spiccatamente europee. Ulteriori conferme sono giunte dallo studio di antichi resti di DNA. Uno studio del 2002 ha analizzato la genetica materna di resti umani di un uomo e una donna risalenti al periodo Saka provenienti dal Kazakhstan, presumibilmente marito e moglie. La sequenza mitocondriale HV1 del maschio era simile alla sequenza Anderson, che è la più diffusa tra le popolazioni europee. Viceversa, quello femminile suggeriva origini asiatiche.
Nel 2004, è stata analizzata la sequenza HV1 ottenuta dai resti di un maschio scita-siberiano proveniente dall'Altaj, rivelando che l'individuo apparteneva alla linea materna N1a. Il DNA mitocondriale estratto da altri due scheletri della medesima zona ha mostrato come entrambi i soggetti presentassero caratteristiche di origine euro-mongolide. Uno dei due scheletri apparteneva alla linea materna F2a e l'altro alla linea D, entrambe caratteristiche delle popolazioni eurasiatiche.
Uno studio del 2009 ha preso in considerazione gli aplotipi e gli alfatipi di ventisei campioni di antichi resti umani dell'area di Krasnoyarsk, in Siberia, risalenti ad un periodo compreso tra la metà del II millennio a.C. e il IV secolo a.C.. Pressoché tutti i soggetti appartengono all'aplogruppo R1a1-M17. Gli autori dello studio ritengono che i dati mostrino come, tra l'età del bronzo e l'età del ferro, la costellazione di popolazioni variamente chiamate Sciti fosse geneticamente più vicina ai popoli dell'Europa orientale che non dell'Asia centrale e meridionale.
Corona reale, Tillia Tepe, parte del
tesoro scita di Kul-Olba
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Un ruolo preponderante, nella religione degli Sciti, era svolto dall'oro, insediatosi nella cultura scita dopo la lunga permanenza in Medio Oriente. Esso è ben testimoniato da un mito fondativo scita riferito da Erodoto; grazie agli oggetti aurei, infatti, Colassai divenne il re-sacerdote della Scizia. L'oro veniva perciò considerato il tramite tra la dimensione umana e quella divina, elemento fondativo della società scita. Sempre secondo il mito originario scita, Colassai istituì tre regni per i suoi figli e il più vasto fu conferito a colui che aveva l'onere di custodire l'oro sacro. Anche per questo il re era considerato il custode dell'oro sacro, in onore del quale annualmente venivano celebrati particolari sacrifici propiziatori. Chi, durante tali feste, custodiva l'oro sacro beneficiava di particolari privilegi in quanto il compito era considerato piuttosto gravoso; infatti, gli Sciti ritenevano che chi si fosse addormentato mentre custodiva l'oro sacro sarebbe morto entro la fine dell'anno. Pertanto, chi doveva custodirlo riceveva in dono una porzione di terreno pari a quanto sarebbe riuscito a girarne a cavallo nell'arco di una giornata.
Secondo gli Sciti, l'oro veniva custodito dai grifoni, che vivevano nel profondo nord. 
Dagli Sciti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli. 

Dal 1.700 a.C. - Il 3 luglio 1908, gli archeologi che stavano scavando nell'antico palazzo minoico di Festo, a Creta, si imbatterono in uno degli oggetti più sorprendenti nella storia della tecnologia: il disco di Festo.
Il disco di Festo.
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Il Disco di Festo è un manufatto in terracotta ancora immerso nella leggenda e nel mistero.
Venne rinvenuto sotto un muro del palazzo di Festo da due archeologi, l'italiano Luigi Pernier e Federico Halbherr e l’attribuzione di una data con il metodo stratigrafico lo pone intorno al 1700 a.C.
A una prima occhiata non sembrava niente di speciale: un disco piatto e non dipinto di terracotta del diametro di una quindicina di centimetri. Ma a un esame più attento, si vide che su entrambi i lati erano impressi i segni di una scrittura, disposti lungo una linea a spirale che in cinque giri convergeva verso il centro. Il disco sembrava progettato ed eseguito con cura, in modo che la scritta iniziasse sul bordo e finisse esattamente al centro, sfruttando tutto lo spazio disponibile. La prima particolarità che salta all’occhio sono le dimensioni del disco: 16 cm di diametro per 16 mm di spessore. In secondo luogo appare interessante il modo in cui il disco è stato decorato: si tratta di un motivo a spirale che di conclude esattamente nel centro del disco, su entrambi i lati.
All’interno della spirale vi sono riportati 241 simboli divisi in gruppi con delle “stanghette” che chiudono lo spazio di scrittura. Il basso numero di simboli unici, 45 ha fatto ipotizzare un sistema sillabico, resta il fatto che ad oggi, dopo numerosi tentativi, il disco è rimasto indecifrato. Un’ultima curiosità: i simboli non sono stati incisi, bensì “stampati” sulla creta fresca del disco.
L'esame stratigrafico del reperto lo datava intorno al 1700 a.C.; e in effetti il disco era stato trovato entro la cerchia delle mura del primo palazzo che si trovava ad un livello inferiore rispetto alla cinta muraria del secondo palazzo. Convenzionalmente abbiamo definito A e B le due facce.
Disco di Festo, faccia A.
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La prima osservazione va fatta sull'oggetto e sulla sua forma. La forma circolare vuole presumibilmente esprimere l'idea della sacrale globalità della preghiera che viene così resa dalla figura geometrica più perfetta e che richiama, in maniera fortemente simbolica, l'idea del cielo e dei corpi che in esso si muovono e il cerchio magico che - come luogo di culto - è presente in molte facies culturali già in epoca tardo-neolitica (come memoria ancestrale del cerchio degli individui che si stringeva attorno al fuoco "sacro").
La specificità di tale testo sta nella scrittura che, ovviamente, si dipana libera attraverso le spire della tavoletta come libera solo può essere la parola ed ogni forma di comunicazione anche rituale.
Il Disco di Festo, già sotto questo profilo, presenta una sua singolarità.
Disco di Festo, faccia B.
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Le varie "sezioni" del "testo" sono nettamente distinte e separate le une dalle altre; ma non in maniera tale da mantenere, pure visivamente, l'unitarietà del testo, ma con un sistema di barrette verticali che, unite alla linea della spirale, finiscono con l'incasellare ogni unità semantica in uno spazio fortemente delimitato che poco concede al libero dipanarsi della parola.
Una analisi, poi, dei segni ci dice anche altro. Essi (123 sul lato A, e 119 sul lato B) non appaiono assimilabili ad alcuna forma nota di scrittura, ed inoltre è discutibile la loro cifra linguistica.
Vediamo di capirne il perché.
Chi ha sostenuto la tesi che trattasi di scrittura ha dovuto affermare, a cominciare da Ventris e Chadwick nel loro Documents in Mycenaean Greek, che trattasi verosimilmente di una scrittura di tipo egeo, e comunque sillabica. D'altra parte finora nessuno ha messo in dubbio che si tratti di una forma di scrittura, ma nonostante ciò nessuno è riuscito a "decifrare" l'oscuro messaggio che ci viene da un tempo tanto remoto né, peraltro, a riconoscere il registro di una tale forma di comunicazione.
Non sappiamo che valenza abbiano i segni, se acrofonica o d'altro tipo, né sappiamo se trattasi di lingua affine al ceppo ie.; ma un'analisi linguistica può anche prescindere da codesti elementi.
Intanto solo un paio di "parole" su entrambi i lati del disco, finiscono con il medesimo segno, e tale caratteristica ci dice tanto sulle caratteristiche morfologiche della lingua: se si tratta di lingua non è indubbiamente del tipo flessivo!
Ma questo appare quanto meno strano, almeno in quell'area geo-linguistica che va dai Balcani ai limiti delle regioni microasiatiche. Ed allora? Ma anche altri elementi ci fanno dubitare che si tratti di un linguaggio. Dovrebbe essere di tipo sillabico? Ma diverse sezioni presentano una serie di 6 o addirittura 7 segni, il che indicherebbe la presenza di parole eccessivamente lunghe. E poi, l'analisi interna dei segni per ogni sezione ci dice anche altro: appare strano, ad es., che il segno del "guerriero con elmo" appaia soltanto all'inizio di ogni sequenza in entrambi i lati del disco; che esistano serie di due segni ripetuti ma mai all'inizio della sequenza; che esistano varianti di "posizione" di taluni segni, posti ruotati talvolta di 45° o di altri che sono stati sfasati senza, per ciò, indicare (o la indicano? ed allora tale funzione appare assai strana in una fase arcaica del linguaggio!) una atipica loro specificità... . Insomma, la singolarità della cifra semantica delle varie sequenze del Disco di Festo ci impedisce di credere che si tratti di linguaggio.
Lo ripetiamo, basta riflettere su quanto sopra abbiamo detto: il fatto pertanto che ogni "parola", ogni sequenza, presenti un impianto strutturale e morfologico sempre diverso, nel quale si individuano ben 33 "suffissi" diversi (23 A / 10 B), in un "testo" tutto sommato cosi breve, tutto ciò rafforza in noi l'idea, quella primitiva intuizione, che non si tratta di scrittura.
Qual è stata tale primitiva intuizione?
Quella secondo cui il Disco di Festo altro non è che un "normalissimo" CALENDARIO-DIARIO ad uso e consumo, forse, dei giovani (o della gente in genere) di quel tempo; per cui altro dev'essere il codice di lettura del reperto per poterne valutare esattamente lo spessore.
Quello che mi colpisce, che mi ha colpito nella primavera del 90 (dopo la "mia" lettura dei testi in Lineare B), è il numero delle sezioni in cui è divisa ogni faccia del disco: 31 sul lato A, e 30 sul lato B. E' una singolarità troppo evidente per essere trascurata, né può trattarsi di semplice coincidenza.
Sopra abbiamo detto della forma del reperto, in relazione alla tav. di Magliano e al suo carattere votivo; qui, invece, la circolarità dell'oggetto è in relazione al circolo solare ed al suo moto durante l'anno e appare configurare l'immagine del cielo e quindi il computo del tempo in relazione agli eventi astrali o stagionali. Questo si legge, si intuisce, immediatamente al primo approccio; quindi, analizzando il "testo", altro inizia a prendere forma: la consapevolezza che il cerchio voglia esprimere, rappresentare in maniera immediata e simbolica, conoscenze geo-matematiche che attengono alla figura.
Si tratta, fra l'altro, di un oggetto didattico, come tanti altri in uso in antichità; come le anforette etrusche che recano graffito l'alfabeto, quelle di Graviscae, di Formello, di Viterbo, e di Cerveteri.
All'inizio erroneamente pensai che il mese potesse essere suddiviso per "settimane". Considerando che potevano essere, ad es., di 31 gg. i mesi estivi e di 30 quelli invernali, mi chiesi se c'era un numero distintivo di quella cultura per il quale il mese potesse essere suddiviso.
Ponendo, difatti, il 5, le serie che si formano sono.
19, 20, 19, 23, 19, 19, 3
20, 19, 19, 19, 19, 21.
Il 19, come insieme di attività da compiere per "settimana", ritorna con una certa frequenza.
Ma una suddivisione del mese in periodi, per quell'età, non è assolutamente ipotizzabile per motivi che qui non starò a dire; se mai, la frequenza del 19 sta a dimostrare qualcosa, di cui diremo fra poco, in relazione alla regolarità dinamica in serie di sequenze.
In ogni caso il "gioco" dei numeri, una sorta frattalica di cabala, mi spinse nella direzione giusta, facendomi comprendere qualcosa della cultura di quelle genti che non avrei immaginato.
Difatti v'è un'altra analisi che appare ancor più sconvolgente.
Se assumiamo come "diagonale" del disco il raggio, la sezione, che individua il cerchio presso il punto d'inizio del "testo", ci accorgiamo che per ogni "spira" v'è (per ambo i lati) una sola serie che appare, multipla del 3.
12 , 9 , 6 , 3 , 1 (lato A)
12 , 9 , 6 , 3 (lato B).
Il che è ancora più straordinario, in quanto dimostra che a quel tempo il calcolo (sia pure in un sistema a base dieci) era già basato sul 3 e sui suoi multipli.
L'immagine esplosa delle due facce appena vista lo indica chiaramente.
Per cui anche l'anno doveva essere... anzi già era di dodici mesi. Difatti:
6 mesi di 31 gg. = 186 gg.
6 mesi di 30 gg. = 180 gg.
totale 366 gg.
Stupefacente!
Per quanto attiene ai segni, tutti e due i lati iniziano con la stessa immagine, quella del guerriero con l'elmo:
segno che l'attività guerresca era primaria e fondamentale per la comunità.
Se osserviamo in che modo, con quale frequenza il segno si ripete ci accorgiamo che tale attività è praticata col seguente ritmo. Se indichiamo con "X" tale attività e con "0" globalmente le altre, otteniamo tale sequenza: X000 X00 X0 X0 X0 X0 XX0 XX0 XX00 X00 X00 (lato A).
Ovviamente non indichiamo con la "X" soltanto il segno in questione (non sarebbe utile), ma tutta la sequenza che s'apre con tale segno; cioè la giornata (ad es. la prima, la quinta, l'ottava, etc.) nella quale la prima attività da compiere è quella delle armi; con "0" ogni giornata che non s'apre con tale attività. Questo per stabilire il ritmo e il gravame dell'impegno profuso.
Se, invece, osserviamo l'altra faccia del disco, notiamo come l'impegno per le attività militari qui diminuisca. Da ciò si potrà pure dedurre l'alternarsi delle varie attività, e il riconoscerle, fra il periodo primavera-estate e quello autunno-inverno. Osservando, poi, il ritmo delle sequenze si noterà anche una scalarità quasi metrica, che corrisponde alla necessità che le varie attività possano essere distribuite nel mese con sapienza e, diremmo oggi, progressione didattica.
Quali altre attività si riconoscono? Alcune appaiono chiaramente identificabili:
quella dell'esercitarsi con l'arco,
quella di saper andar per mare, 
di costruire elmi o corazze,

 di dedicarsi poi alla concia delle pelli,

del saper usare raspa e trapano,

ed ascia,
o di dedicarsi all'agricoltura, o addirittura di fare musica
Altri segni sono meno facilmente identificabili, e dalla capacità che avremo di poterli riconoscere dipenderà la possibilità di poter tracciare un quadro delle abitudini e della cultura di tale popolo. Il quale fu anche pescatore, curò le attività ginniche, fu dedito alla pastorizia, introdusse la coltura del fico a e stabilì probabilmente rapporti particolari con l'altro sesso.
La figurina di donna deve pur avere un suo particolare significato, anche se ancora esso non ci appare chiaro. Così come non sono chiari altri segni, la cui valenza e cifra devono essere riconosciute.
Altri segni, poi, sembrano richiamarci ad alcuni elementi che troviamo nella scrittura lineare B, di cui il Disco di Festo deve essere coevo; ché, se la scrittura Lineare B è testimoniata in tavolette stilate intorno al XVI sec. a.C., essa è così bene e compiutamente strutturata che la sua formazione deve risalire per forza di cose a secoli precedenti, per cui il disco in questione, in questo caso, altro non fa che testimoniare la presenza di elementi pittografici che, nel linguaggio, assumono intanto la valenza di fonogrammi.
Questi sono il cerchio puntato
e, l'abbiamo già vista, l'ascia bipenne
che nel miceneo appare nettamente stilizzata nel segno che anticipa il moderno fonema T.
Da oggi, voglio sperarlo, il Disco di Festo non sarà più un problema linguistico; rimarrà, soltanto, densa e di particolare spessore la sua cifra, matematica e culturale.
Questa la comunicazione che feci, nell'ottobre del 1991, al II Congresso Internazionale di Micenologia al quale partecipai quale rappresentante-delegato del Presidente del CNR.
Noi sappiamo che la scoperta dell'ubicazione di Festo fu dovuta allo spirito avventuroso di un militare inglese, il generale Spratt il quale, Strabone alla mano, rintracciò l'antica città cretese di cui parlarono anche altri autori classici quali Omero nell'Iliade (II, 648) e nell'Odissea (III, 296) e Diodoro. 

Dal 1.680 a.C. - I Fenici, probabilmente ispirati dalla scrittura degli Egizi, mettono a punto l'alfabeto di 22 simboli fonetici. L'idea di codificare un sistema di scrittura derivava dalla scrittura dei Sumeri della fine del IV millennio a.C., da cui provenivano il cuneiforme dei Babilonesi e i geroglifici Egizi.
Thot
Secondo la tradizione fu Thot a inventare la scrittura. Thot è la divinità egizia della luna, sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria. È rappresentato sotto forma di ibis, uccello che vola sulle rive del Nilo, o sotto forma (meno frequente) di babbuino.
Il nome egizio del dio è:
Thot in geroglifico ieratico
Compagna di Thot fu Seshat che con lui divideva il compito di scrivere nomi ed imprese dei defunti sulle foglie dell'albero ished; secondo altre tradizioni sposa di Thot fu anche la dea-rana Heket. In quanto inventore della scrittura e patrono degli scribi fu tale ruolo che ebbe anche nei confronti del dio Ra di cui era segretario e visir.
I Libri di Thot sono dei mitici libri, 42 in tutto, redatti dal dio egizio Thot e lasciati sulla terra, nei quali si troverebbero i misteri dei cieli e predizioni di eventi planetari futuri. Questi libri profetici sarebbero stati nascosti in biblioteche egiziane segrete ed ora risulterebbero dispersi.
Thot è stato a volte identificato con il dio greco Ermes o Hermes Trismegistus. In un dialogo platonico, il "Fedro", Thot viene nominato (come Theuth), in un breve apologo proposto da Socrate per contestare l'importanza della scrittura, di cui il dio egizio sarebbe stato l'inventore, a favore dell'oralità, che all'epoca di Socrate era ancora molto sviluppata, la quale sola permetterebbe all'uomo di "possedere" nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa su supporti materiali.
Un’ipotesi sull’origine dei Tarocchi fa riferimento al Libro di Thot, nel quale sarebbero contenute delle conoscenze antiche originariamente trasmesse all’uomo da questa divinità. Esiste anche uno specifico mazzo di tarocchi creato da Aleister Crowley e Lady Frieda Harris.
Ermes Trismegisto in una rappresentazione
pavimento del nel duomo di Siena
Secondo quanto riportato dallo scrittore ed editore Christoph Friedrich Nicolai nel testo "Beschreibung einer Reise durch Deutschland und die Schweiz im Jahre" (Descrizione di un viaggio in Germania e Svizzera) durante una visita nel 1781 allo scultore tedesco Franz Xaver Messerschmidt quest'ultimo «aveva, appeso vicino alla finestra, un mezzo foglio col disegno di una vecchia statua egiziana senza braccia, che egli guardava sempre con grande ammirazione e riverenza. Questo disegno era legato a certe sue idee stravaganti, che giungevano in lui a eccessi da far meraviglia». Inoltre, lo scultore, come anche riportato da Rudolf e Margot Wittkower nel loro testo "Nati sotto Saturno", presentò a Nicolai «un'intricatissima teoria sulle proporzioni umane, il cui segreto era contenuto nell'Hermes Egiziano», il quale secondo i coniugi Wittkower era quello rappresentato dalla figura egiziana del disegno che, a quanto da essi presentato, Nicolai identificava come una rappresentazione di Ermete Trismegisto (dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo»)

Alfabeto Egiziano-ieratico dei geroglifici, quello da cui
probabilmente i Fenici ricaveranno il loro alfabeto fonetico.
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I Fenici furono un popolo originariamente insediatosi sulle coste orientali del mar Mediterraneo, nei pressi dell'attuale Libano, e del quale si ha notizia fin dal XXI secolo a.C. La civiltà fenicia viene ricollegata ai Cananei dell'antica Palestina, che abitarono nel sud della stessa regione, essendo nei fatti i fenici indistinguibili per lingua (se non per variazioni dialettali) e cultura dal resto dei popoli cananei.
Essi furono soprattutto un popolo di pescatori e navigatori: conoscevano e sapevano tracciare le rotte ed erano in grado di navigare di notte, prendendo come riferimento la Stella Polare. Praticavano la navigazione sottocosta, per poter attraccare in caso di difficoltà, fare rifornimento di acqua dolce e viveri e commerciare con le popolazioni locali. Seppero produrre, con il legno di cedro, navi molto robuste, adatte per il commercio, che potevano contenere grandi quantità di merci.
Il termine "fenici" viene fatto risalire alla parola greca φοίνικες (Phoinikes) (attestata già in Omero come nome di questo popolo), che probabilmente era un termine per designarli e non la parola con cui essi designavano se stessi; d'altra parte non risulta che i Fenici si siano mai dati una denominazione "complessiva", oltre alle denominazioni delle singole città. L'origine di Phoinikes sarebbe da collegarsi al termine φοῖνιξ (phoinix, da murex, che era la conchiglia da cui i Fenici ottenevano il rosso porpora per tingere i tessuti), ossia "rosso porpora". Phoinikes indicava il popolo e Phoinike la regione. Le fonti antiche rimarcano più volte come la lavorazione dei gusci dei murici (dai quali si otteneva il pigmento rosso-porpora) fosse una fiorente industria dei Fenici. Purtroppo l'archeologia non restituisce dati relativi a confermare quello che si può leggere nelle fonti perché gli stessi residui di lavorazione (costituiti dai gusci dei murici) venivano successivamente impiegati per la produzione di calce. È peraltro possibile che il nome comune ("porpora") derivi dal nome proprio. Analogo discorso per la parola "cananei", che veniva usata a Ebla (III millennio a.C.) e nell'Antico Testamento, forse connessa con l'accadico kinakhkhu, sempre per indicare la stessa tonalità di colore.
L'alfabeto fenicio è un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, per convenzione fatto risalire al 1050 a.C. Era in uso presso i fenici per scrivere nella loro lingua, un idioma nord semitico. Quello fenicio era un alfabeto puramente consonantico, il che significa che non erano indicate le vocali, mentre alcune evoluzioni di questo alfabeto iniziarono a rappresentare tutti i suoni di un linguaggio, comprese le vocali.
Questo alfabeto divenne uno dei maggiori sistemi di scrittura, diffuso dai commercianti fenici attraverso Europa e Medio Oriente, dove divenne impiegato per una grande varietà di linguaggi.

Alfabeti antichi: Egiziano antico, proto-Sinaico (Cananaico), Fenicio, Greco,
Etrusco e Latino.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Dal 1.650 a.C. - Apogeo della Civiltà Minoica nell'isola di Creta, con il leggendaro re Minosse. Si è poi appurato che Minosse non è un nome proprio, ma il titolo di sovrano, come ad esempio "faraone".

Ricostruzione dell'eruzione vulcanica di Thera (Santorini)
Nel 1.628 a.C. - Data approssimatriva dell'eruzione vulcanica dell'isola di Thera, l'odierna Santorini, stimata comunque fra il 1.600 - 1.650 a.C.
L'eruzione minoica di Thera, anche riferita come eruzione di Thera o eruzione di Santorini, fu una vasta e catastrofica eruzione vulcanica (indice di esplosività vulcanica VEI = 6 o 7, Roccia Densa Equivalente DRE = 60 km3, la quale si stima sia accaduta nella metà del secondo millennio a.C. L'eruzione fu uno dei più grandi eventi vulcanici accaduti sulla Terra, documentata storicamente. L'eruzione devastò l'isola di Thera (o Santorini), compreso l'insediamento minoico ad Akrotiri come pure aree comunitarie e agricole sulle isole vicine e sulle coste di Creta.
Posizione dell'antica Thera, la Santorini di oggi
 1450 al 1200 a.C.   Clicca sull'immagine per ingrandirla.
L'evento generò anche uno tsunami alto da 35 m a 150 m che devastò la costa nord di Creta, distante circa 110 km. 
Lo tsunami ebbe un impatto sulle città costiere quali Amnisos, dove i muri degli edifici furono deformati nel loro allineamento. Sull'isola di Anafi, 27 km ad est, sono stati trovati strati di cenere profondi 3 m, come pure strati di pomice sui pendii a 250 m sopra il livello del mare.
Dove ha colpito l’onda? Certamente lo tsunami fu devastante, ma non è ancora completamente chiarito il suo sviluppo. Molti modelli, basati sulle conoscenze sempre più progredite, si sono succeduti ma le prove a conferma di queste teorie sono ancora scarse. Tuttavia proprio nell’ultimo lustro la caccia ai depositi di questo evento ha ottenuto buoni risultati. Sull’isola di Anaphi, una ventina di km ad est di Santorini, sono stati ritrovati livelli di pomici coperti da sedimenti alluvionali recenti a circa 350 metri dalla costa, ad un’altitudine di circa 50 metri sul livello del mare, per alcuni autori trascinati lì dall’onda di tsunami che avrebbe raggiunto quelle coste nel giro di dieci minuti. Altre evidenze simili sono state individuate a nord fino all’isola di Samotracia, ad est a Lesbo e Rodi, ancora più ad est sulle coste della Turchia, di Cipro e perfino di Israele, dalle parti di Jaffa, dove l’onda avrebbe avuto un’altezza di circa sette metri e sarebbe arrivata almeno un’ora e mezzo dopo l’inizio dello tsunami. Ipotesi quest’ultima tutta da verificare secondo altri autori, con i depositi che potrebbero essere dovuti ad altri tsunami dell’antichità. Tuttavia l’aspetto più interessante risiede a sud, in particolare nell’isola di Creta, distante circa 120 km da Santorini, dove l’onda di tsunami, viaggiando ad una velocità di circa 500 km/h, sarebbe giunta nel giro di 25-30 minuti, con un’altezza di 10-12 metri, colpendo (in modo differenziato a seconda della morfologia dei fondali) l’intera costa settentrionale. Molte evidenze, archeologiche e geologiche, portano a ritenere l’evento ormai assodato così come appare confermata l’ipotesi che l’economia della civiltà minoica, allora fiorente a Creta e nell’intero Egeo, abbia subito dal cataclisma un colpo praticamente mortale, vedendo distrutta gran parte della sua potente flotta navale e danneggiata sensibilmente l’agricoltura. Proprio per questo si parla di tsunami minoico.
Come doveva presentarsi, vista dall'alto,
 la città principale di Atlantide
Altrove nel Mediterraneo si sono trovati depositi di pomice causati probabilmente dall'eruzione di Thera. Gli strati di cenere nelle carote perforate sul fondale marino e dei laghi in Turchia, tuttavia, mostrano che la più abbondante caduta di cenere avvenne a est e a nord-est di Santorini. Adesso si sa che la cenere trovata su Creta è stata depositata in una fase precorritrice all'eruzione vera e propria, alcune settimane e mesi prima delle principali fasi eruttive, ed avrebbero avuto un leggero impatto sull'isola.
L'eruzione sembra avere ispirato certi miti greci e può avere causato scompiglio in Egitto.
Come doveva presentarsi la città principale di Atlantide
In aggiunta, si è congetturato che l'eruzione minoica e la distruzione della città di Akrotiri avesse fornito la base o altrimenti l'ispirazione a Platone per la storia riguardo ad Atlantide.
Platone, nel Timeo e nel Crizia, parlava di una favolosa isola, sede di una civiltà eletta, spazzata via da un’immane cataclisma del tutto simile ad un maremoto: molti autori hanno identificato la sua Atlantide proprio con Santorini.
Quindi Platone ha derivato il mito di Atlantide da un'impero che si estendeva da Thera a Creta? E' probabile, visto che fu Solone a riportare il racconto di avere visionato documenti egizi che descrivevano Atlantide e la sua popolazione, i cui profughi si erano poi rifugiati in Egitto.
Il nome che gli egizi usarono per identificare quei profughi era "keptiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.

Dal 1.600 a.C. - La penisola greca è stata la meta di periodiche migrazioni di popoli che consentono alla cultura greca di emergere dall'iniziale stato primitivo delle popolazioni pre-greche. Nel 2000 a.C. la popolazione guerriera degli Ioni, segue nel 1600 quella degli Eoli e degli Achei. Le nuove migrazioni spingono gli Ioni nei territori dell'Attica, mentre Eoli ed Achei occupano rispettivamente i territori della Beozia e della Tessaglia (Eoli), e del Peloponneso (Achei). Sono proprio gli Achei, conosciuti anche con il nome di Micenei (dal nome della città di Micene), a intraprendere i primi contatti commerciali con l'avanzata civiltà cretese. Dal 1500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà micenea.
Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori
nell'antica Grecia, e da lì in Asia Minore
e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C.
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Gli Achei (Achei deriva dal nome Achille) furono una popolazione ellenica che, seguiti dagli Eoli, invase la Grecia nel II millennio a.C., riuscendo a egemonizzare definitivamente le genti preelleniche (definite dai più Pelasgi). Son detti anche Argivi, dalla città di Argo, o Danai, cioè "figli di Danao", quindi "occidentali", rispetto agli orientali Troiani. Oggi li si associa più che altro ai Micenei, dalla città di Micene. Nell'Iliade con il nome Achei vengono indicati i popoli greci che presero parte alla Guerra di Troia. In età storica sono detti Achei gli abitanti dell'Acaia Ftiotide, nella Tessaglia meridionale, e dell'Acaia Egialea, corrispondente alla omonima regione denominata Acaia e parte dell'Arcadia. Per quanto riguarda la penetrazione di questo popolo nell'area greca si ritiene generalmente che queste genti di origine indoeuropea, attraverso i Balcani, occuparono il Peloponneso intorno al 1500 a.C., in coincidenza con la fine dell'era minoica. Gli Achei potrebbero quindi essere la causa ultima della capitolazione minoica.
Gli invasori argivi subirono comunque l'influsso di questa cultura forte e civilizzata: dall'incontro di questi due popoli venne infatti a svilupparsi la fiorente civiltà micenea. Gli Achei si distribuirono in molte altre zone del Peloponneso, nelle isole attorno alla Grecia e nel resto del Paese. Definire quindi che Achei e Micenei siano la stessa cosa è evidentemente errato. Il ruolo degli Achei nello scacchiere politico del Mediterraneo orientale era di sicuro di fondamentale importanza. Si parla di loro nei documenti ittiti, dove vengono chiamati Ahhiyawa, ed egiziani (Aqaivasa ) della seconda metà II millennio a.C. Il processo della decadenza micenea parrebbe iniziare con la guerra di Troia nel 1200 a.C. L'invasione dorica, di un secolo circa più tarda, invece ne sarebbe il colpo di grazia. 
Gli Achei arrivarono da Nord tra il 2300 e il 1600 a.C. e si stanziarono nella penisola ellenica. È la civiltà descritta nei poemi omerici e che, fiorita all'inizio del XVI secolo a.C., ebbe il suo centro nella regione dell'Argolide, nel Peloponneso. Le città achee, erano governate dall'aristocrazia, quindi riunite in confederazione. Verso il 1450 a.C., il potere acheo, tramite spedizioni militari ed imprese piratesche, riuscì ad abbattere la civiltà minoica a Creta. Inoltre, gli Achei si espansero verso le Cicladi meridionali, Rodi, le coste dell'Asia Minore. Nel XIII secolo a.C. si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia. Nel XII secolo a.C. la Grecia e gli Achei, inspiegabilmente, furono travolti dall'invasione della popolazione dei Dori.
Omero usa come sinonimi Achei e Danai, mentre sembrerebbe che Argivi si riferisca solo ai nativi del Peloponneso o della Grecia continentale, ma è quasi un sinonimo, mentre usa il termine Elleni solo per gli abitanti del nord della Grecia.
Carta con le antiche Micene,Troia e Sparta
Gli Eoli furono una delle tre popolazioni elleniche che nel II millennio a.C. invasero l'antica Grecia.
Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus personificano Ioni, Eoli e Achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
Il nome "Eoli" deriva dal fatto che essi furono considerati i discendenti di Eolo, figlio di Elleno, il mitico patriarca degli Elleni.
Popolo originariamente stanziato in Tessaglia ed in Beozia, gli Eoli migrarono verso oriente verso l'XI secolo a.C., stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide.
Secondo la tradizione tale migrazione, capeggiata da Oreste, sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, l'ultimo e quarto popolo (forse) ellenico, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta.

Dal 1.600 a.C. - Le tribù antenate dei Celti occuparono le regioni dell'alto e medio Danubio intorno al XV-XIV secolo a.C. e cominciarono poi a espandersi verso ovest e successivamente, come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree fluviali continuò la coltivazione dei cereali, anche se i villaggi cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno sviluppo maggiore della pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni sociali e religiose.
Il 1600 a.C. è anche la data approssimatriva della produzione del disco di Nebra.
Disco di Nebra. Clicca
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Mittelberg è una collina di 252 metri nel sud-ovest della foresta di Ziegelroda a 180 km di Berlino, in Germania. Gli archeologi stanno studiando con molta attenzione un luogo in cima alla collina dove è stato trovato nel 1999 un disco in bronzo e oro di 32 cm risalente ad oltre 3.600 anni fa, come viene fuori dalle anche dalle analisi di Harald Meller archeologo nello Stato di Sassonia-Anhalt. Il Mittelberg è vicino alla cittadina tedesca di Nebra da cui il disco ha preso il nome. Questo disco rappresenta ad oggi la più vecchia rappresentazione concreta delle stelle nel cielo. Il disco traccia 32 stelle, comprese il gruppo delle Pleiadi: esse compaiono sull'orizzonte in riferimento ad una montagna locale il Brocken.
Il ritrovamento è avvenuto, come s'è appena detto, vicino al villaggio di Nebra situato presso Mittelberg, una collina alta 252 mt nella foresta di Ziegelroda, a 50 km ad ovest di Lipsia, nella Germania orientale. Il sito ha nome Gosek, ed è senza dubbio il più antico sito preistorico che abbia indubbie relazioni con la lettura del cielo e con dati indubbiamente e inequivocabilmente astronomici. Pare sia vecchio di ben 7000 anni. Dato non trascurabile: nello stesso sito sono state ritrovate anche delle spade di tipo miceneo.
La cosa può essere d'estremo interesse se si tiene conto del fatto che anche a Stonehenge c'è un graffito che ricorda una spada micenea!
Il disco di Nebra è un manufatto circolare in bronzo e oro datato 1600 a.C. circa, con un diametro di 32 cm. con raffigurati sole, luna e stelle tra le quali si distinguono le sette Pleiadi; o almeno il gruppo delle 7 stelle visibili ad occhio nudo che fanno parte della costellazione delle Pleiadi. Il disco di Nebra sembrerebbe, così, essere la più antica rappresentazione di stelle in assoluto... ma il Disco di Festo è indubbiamente più antico e più complesso.
Questo singolarissimo ritrovamento archeologico, sembra corroborare gli stretti legami tra l'Europa centro-settentrionale e il mondo miceneo e poi omerico evidenziati dagli studi di Rosario Vieni, di Harald Haarmann, e di Felice Vinci.
Il disco è il perfetto pendant dei versi del XVIII libro dell'Iliade in cui Omero illustra le decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullo strato in bronzo posto al centro dello scudo di Achille: "Vi fece la terra, il cielo e il mare, / l'infaticabile sole e la luna piena, / e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, / le Pleiadi, le Iadi, la forza d'Orione".
I reperti di Nebra insomma mostrano lo stretto rapporto, per così dire "triangolare", che, attraverso l'archeologia, si può stabilire tra il mondo nordico della prima età del bronzo, quello omerico (lo scudo) e quello miceneo (le spade).
Ciò d'altronde è perfettamente in linea con quanto afferma Stuart Piggott - grande accademico ed archeologo, professore di archeologia preistorica all'università di Edimburgo - nel suo Europa Antica: "La nobiltà degli esametri [di Omero] non dovrebbe trarci in inganno inducendoci a pensare che l'Iliade e l'Odissea siano qualcosa di diverso dai poemi di un'Europa in gran parte barbarica dell'Età del Bronzo o della prima Età del Ferro. "Non c'è sangue minoico o asiatico nelle vene delle muse greche... esse si collocano lontano dal mondo cretese-miceneo e a contatto con gli elementi europei di cultura e di lingua greche", rilevava Rhys Carpenter.
A quanto pare, alle spalle della Grecia micenea... si stende l'Europa.
Ma se si trattasse solo di una raffigurazione del cielo e dei corpi celesti più importanti o evidenti, tutto sommato sarebbe poca cosa. Certo indicherebbe l'interesse che ebbero quelle genti per il cielo, non dissimile però dagli analoghi interessi di molte altre genti in tante altre contrade della Terra.
Qui, nel Disco di Nebra, c'è molto di più.
Oltre alla meraviglia per il cielo stellato espressa dal colore del bronzo e dal fulgore dell'oro, c'è chiara l'attenzione, la speculazione, la curiosità, e l'approccio nettamente scientifico di un popolo che nel pieno dell'età del Bronzo seppe riconoscere e fissare nella materia punti fondamentali della vita delle stelle e della propria.
C'è il sole. Ed è ovviamente pieno, maschile, nordico. Con tutto il valore che tale astro poteva avere ad una latitudine che non era certo quella nostra, mediterranea.
La luna è appena una falce.
Innanzitutto per distinguerla dal sole, di poi perché essa rappresenta il femminile del creato, quasi un'appendice dell'astro maggiore, così come è per tali nuovi popoli la donna in una società di tipo nettamente patriarcale.
Ma essa è il simbolo per eccellenza della vita. E' la "culla" presso cui, la notte, la donna veglia accanto al futuro degli uomini; è la vela che ci ha portati alla vita; è parimenti la barca che ci condurrà nel regno delle ombre; è l'arco che sprizza energia vitale e dà sostegno al quotidiano o ci salva dalla violenza del nemico.
Non a caso la casta Artemide è cacciatrice e simbolo della purezza incontaminata.
Non a caso Ovidio, a proposito dell'arco che si tende, cantò Lunavit arcum... .
E' un simbolo, o forse il simbolo per antonomasia; compagna di poeti e musicisti, consolatrice della notte che solo essa riesce a vivificare.
Ma, tornando a Nebra, rappresenta probabilmente lo scorrere del tempo perché essa ci fornisce il primo computo complesso di quello che sarà poi il nostro "mese".
Quello che però è veramente rimarchevole, e stupefacente, è dato da due elementi che stanno lungo la circonferenza del disco e che individuano 4 punti fondamentali sull'orizzonte terrestre.
Le due fasce laterali (quella di sinistra è mancante) che corrono lungo la circonferenza, alla loro estremità individuano 4 punti che stanno ad indicare rispettivamente il sorgere e il tramontare del sole nei due solstizi. L'arco di raggio spazzato è esattamente di 82°. Esattamente quello che è coperto dal moto apparente del sole sull'orizzonte nella località del ritrovamento.
Tratto da:
http://www.misteria.org/Il%20Disco%20di%20Festo%20-%20Un%20calendario%20vecchio%20di%204000%20anni.htm

Carta della Grecia o Ellade arcaica, poi antica, con i nomi in Latino.
In grassetto Focea (Phocaea), Micene (Mycenae) e Tirinto (Tirynthius)
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La Porta dei Leoni dell'antica Micene.
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Dal 1.500 a.C. - Ascesa della Civiltà Elladica (o Micenea): tra la fine del III millennio a.C. e l'inizio del II si hanno invasioni di popoli indoeuropei, tra cui gli Achei, che si stabiliscono nel Peloponneso. Le nuove migrazioni spingono gli Ioni nei territori dell'Attica, mentre Eoli ed Achei occupano rispettivamente i territori della Beozia (gli Eoli) e della Tessaglia , e del Peloponneso (gli Achei) . Sono proprio gli Achei (da Achille), che fanno parte della cultura dei Micenei (dal nome della città di Micene), a intraprendere i primi contatti commerciali con l'avanzata civiltà cretese.
 Dal 1500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà micenea.
La civiltà micenea si sviluppa dall'incontro tra cultura elladica e cultura minoica da Creta, e prende il nome da Micene, città più importante del Peloponneso (i resti di Micene vennero portati alla luce da H. Schliemann nel 1878). I Micenei scalzano i Cretesi nel commercio in Mediterraneo, e a partire dal XVI secolo a.C. conquistano le Cicladi e le coste dell'Asia Minore. Si avrà un'espansione commerciale anche in Italia.

Europa - Civiltà Micenea, o Elladica, con le sue maggiori città, 
 sviluppatasi dal 1450 al 1200 a.C. - Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Scrittura sillabica "Lineare B"
Nel 1952, Michael Ventris scoprì che la scrittuta sillabica "Lineare B" veniva usata per mettere per iscritto una primitiva forma di greco, nota oggi come Miceneo. Insieme ad altri utilizzò questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire.
Il sillabario miceneo, esclusi alcuni ideogrammi, è costituito quasi esclusivamente da segni per vocali isolate e per sillabe del tipo consonante+vocale, le consonanti sonore G, B e aspirate KH, TH si scrivono sempre sorde (K, P, T), mentre è mantenuta l'opposizione T/D. I suoni R e L sono indicati da un unico suono R, con Q si designa un suono molto antico ("Koppa") conservato in latino e mutato nel greco classico (lat. quis, greco tis.gif); inoltre il sillabario si rivelava poco adatto a rendere sia le consonanti finali di parola che i gruppi consonantici interni.
Gli espedienti grafici che l'ortografia micenea adotta per ovviare all'imperfezione della scrittura sono due:
I) omissione grafica delle consonanti finali;
II) notazione di entrambi gli elementi consonantici mediante una vocale di raccordo ("quiescente").
La I norma si applica per le consonanti finali (lmn.gif); es.:
KO-WO = korwos.gif.
Questo primitivo sistema di trascrizione è da imputarsi non solo all'adozione della scrittura sillabica del tutto inadatta al greco, ma anche all'inettitudine degli scriventi a intendere rettamente i suoni della lingua suddetta. 

Dal 1.450 a.C. - Un evento ancora poco chiaro, forse un terremoto, distrugge la Civiltà Minoica.
I valori della Civiltà Micenea, o Elladica, a confronto con quelli della
Civiltà Minoica Cretese.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
La seconda distruzione della Civiltà Minoica (la prima fu attorno al 1.700 a.C.), che ebbe come conseguenza l'invasione degli Achei, fu dovuta probabilmente all'eruzione vulcanica all'isola di Thera, l'odierna Santorini. Sorge a questo punto un'enigma: Platone ha derivato il mito di Atlantide da un'impero che si estendeva da Thera a Creta? E' probabile, visto che fu Solone a riportare il racconto di avere visionato documenti egizi che descrivevano Atlantide e la sua popolazione, i cui profughi si erano poi rifugiati in Egitto, e il nome che gli egizi usarono per identificarli era "kepthiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.

Europa 1.300 a.C. - Cartina di alcune delle popolazioni stanziate in Europa e vicino
oriente: Liguri, Celti, Italici, Germani, Illiro-Venetici, Elleni (Greci), Baltici, Slavi,
Traci, Frigi, Indo-Iraniani, Anatolici. 

Nel XIV e XIII una frazione di Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma.

Dal 1.320 a.C. - Apogeo della Civiltà Elladica, o Micenea.

Carta del periodo 2000 - 1200 a.C., nella prima colonizzazione greca:
Eoli, Achei e Dori, Ioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta geografica dei sette fiumi importanti per la storia dei
Liguri e dei confini delle loro aree di influenza:
Guadalquivir (l'antico Tartesso o Betis) , Jùcar
o Axucar (l'antico Sicano), Ebro, Rodano, Var (Varo),
Magra e Arno. -  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Dal 1.300 a.C. - Tucidide riferisce come i Sicani si sarebbero stabiliti in Sicilia scacciati dai Liguri dal loro territorio originario presso il fiume Sicano (l'attuale Xùcar, Jùcar in castigliano, a sud di Valencia. Vedi a fianco la mappa dei 7 fiumi) nella penisola iberica, prima della guerra di Troia. Dionigi di Alicarnasso, storico greco del I secolo a.C., nelle Antichità romane, parlando degli Aborigeni italici, riporta l'opinione di alcuni secondo i quali essi sarebbero stati coloni dei Liguri e definisce questi ultimi "vicini degli Umbri", riportando che abiterebbero "molte parti dell'Italia e alcune parti della Gallia" ma che non si conosce il loro luogo di origine. Riferisce inoltre dei versi del "Trittolemo" di Sofocle, che enumera i Liguri lungo la costa tirrenica a nord dei Tirreni e ancora riprende la notizia di Tucidide, riferendo come i Sicani fossero una popolazione di origine iberica, scacciata dal loro originario territorio dai Liguri, mentre, secondo Filisto da Siracusa, gli stessi Siculi sarebbero stati Liguri, cacciati dalla loro terra dagli Umbri e dai Pelasgi e passati in Sicilia sotto la guida di Siculo, diciotto anni prima della guerra di Troia. Infine riferisce che i Liguri occupavano i passi delle Alpi e avrebbero combattuto contro Ercole (o contro Prometeo, secondo il "Prometeo liberato" di Eschilo). 
Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di Cicno, figura già nota nella mitologia greca.

Carta con le antiche Micene,Troia e Sparta
Dal 1.280 a.C. - E' il tempo della guerra di Troia (Ilio) cantata da Omero nell'Iliade.

Il cavallo di Troia, dal film TROY
















Dal 1.200 a.C. - Due nuove ondate migratorie, una dal nord, i cosiddetti popoli del mare, e una dai Balcani di popolazioni indoeuropee, i Dori, posero fine all'egemonia micenea (l'egemonia degli Achei), causando un periodo di decadenza. Le genti che abitano e hanno abitato la Grecia son state chiamate, lungo il corso dei secoli, in modo diverso. Essi stessi si definiscono Elleni, dal nome dell'eroe Elleno, ritenuto il capostipite delle tre popolazioni greche degli Ioni, Eoli, Dori che, nel II millennio a.C., invasero la Grecia sottomettendo le popolazioni ivi residenti, dette Greci, appunto. I Macedoni hanno esportato la cultura ellenica, e la parola Hellenes (Έλληνες) è stata conosciuta da tutto il mondo; mentre i Romani, dal par loro, hanno utilizzato la parola Greci, per riferirsi a queste genti: le lingue che dal latino si sono sviluppate, quindi usano tale appellativo. In Oriente si usano parole derivate da Ioni.
La migrazione di un nuovo popolo guerriero, i Dori (provvisti di armi e armature in ferro), destabilizza nuovamente l'ordine politico e militare nella penisola greca. Sotto la spinta dell'invasione dorica, le popolazioni autoctone danno luogo alla prima colonizzazione, sia verso est che verso ovest. Con il declino della civiltà micenea ha inizio un periodo di decadenza, denominato dagli storici con il nome di "medioevo greco".
Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori nell'antica Grecia,
e da lì in Asia Minore e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C.
I Dori da alcuni non sono considerati stirpe ellenica, ma essi fecero del loro dio eponimo Doro un figlio (il quarto) di Elleno, il capostipite degli Elleni. Le genti doriche, rappresentanti dell'ultima ondata delle tribù che da nord e da est invasero la penisola e le isole greche, abitavano originariamente la regione danubiana per poi passare nella valle del Vardar. Penetrarono in Grecia parte attraverso l'Epiro e l'Illiria e parte attraverso la Macedonia Occidentale e la Tessaglia. Raggiunsero il Peloponneso mescolandosi agli abitanti di Micene e Tirinto, conquistandole gradualmente.
Nella tradizione antica questa migrazione è rappresentata dalla leggenda del ritorno degli Eraclidi. Secondo la testimonianza di Erodoto e Tucidide i discendenti di Eracle verso il 1200 a.C. si sarebbero spinti nel Peloponneso, in Laconia e nella Messenia.
Alcuni studiosi hanno individuato nel racconto mitologico una prova della cosiddetta "invasione dorica", ultima responsabile della decadenza della civiltà micenea.
Il Tempio dorico di Era (o Hera),
detto anche Tempio di Poseidon
o Tempio di Nettuno, eretto a Paestum
intorno alla metà del V secolo a.C.
Per tre secoli, a partire dal 1100 a.C. circa, la Grecia attraversò un periodo di assestamento, chiamato dagli storici Medioevo ellenico, caratterizzato da una commistione dei tratti peculiari della precedente cultura micenea e delle innovazioni doriche, quali l'introduzione dell'uso del ferro, dell'incinerazione dei morti e della costruzione dei primi templi.Alcune città doriche, Corinto e Megara in particolare presero parte al grande movimento colonizzatore che a partire dall'VIII secolo a.C. si sviluppò in tutto il bacino del Mediterraneo. Colonie doriche furono fondate in Asia Minore, a Cipro, in Africa settentrionale ed in Italia (Magna Grecia e Sicilia). Fra queste ultime va segnalata Siracusa, fondata da Corinto, che a sua volta poi fondò Ancona (il cui epiteto è appunto "la città dorica") ed Adria. Sparta fondò Taranto nella penisola italica. La stessa Taranto, con Agrigento e Siracusa in Sicilia, furono le più popolose e ricche città greche d'Italia prima della conquista romana.
Europa - Cartina delle regioni, isole, città e dei linguaggi-dialetti dell'antica
Grecia o Ellade.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
I Tirreni, o Tirseni, Tyrseni, Raseni, Turuscha (forse uno dei Popoli del Mare, sicuramente gli antenati degli Etruschi italici, che chiamavano se stessi "Rasenna"), arrivarono intorno al 1.200 a.C. dall'Asia Minore e fondarono la colonia di Tartesso nell'attuale Spagna, su un'isola tra la foce del Guadalquivir e l'oceano. Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni".  Da Tartesso inizia l'invasione e la sottomissione della zona, gestita fino ad allora da Liguri, Iberici e coloni orientali, ma presumibilmente era ligure (come indica il toponimo Lago Ligur, il Lagus Ligustinus per i Romani) il substrato predominante nella zona prima della fondazione della capitale Tartesso. Gli invasori e fondarono una fiorente oligarchia commerciale e militare la cui capitale fu Tartesso stessa. Nel regno furono stabiliti due principali centri: la foce del Guadalquivir, che era Tartesso, e quella dell'antica Olba, (nei pressi dell'attuale Huelva, sul fiume Tinto, nel nord ovest del territorio di Tartesso, vicino all'attuale frontiera col Portogallo), che doveva fungere da deposito di Tartesso dei minerali di rame nel bacino di Rio Tinto.

Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso segnalati
in verde brillante, le colonie greche in blu e le colonie fenicie in verde-oliva.
Si vedono il Lago Ligustico, Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos

La stele di Nora, ritrovata vicino Cagliari,
mostra antiche iscrizioni in alfabeto fenicio.
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Dal 1.200 - Il periodo che va dal 1.200 al 1.000 a.C. è abbastanza oscuro: tutto il Mediterraneo stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali quali terremoti, siccità, maremoti e gelo, e a nord giunse l'ultima ondata di tribù indoeuropee che completò l'opera di mutamento culturale destinato a modificare per sempre il volto dell'Europa, con lo sviluppo del fenomeno celtico. 
Il periodo dal XII all' VIII secolo a.C. è conosciuto come Medioevo ellenico, caratterizzata da crisi economica e regresso culturale.
L'economia è ridotta a pastorizia e agricoltura.
Tra i pochi sviluppi positivi si ha la comparsa della polis, la città-Stato. La conformazione del territorio è principalmente montuosa, un aspetto che contribuisce in modo determinante ad ostacolare l'unificazione dei villaggi e a favorire la nascita delle piccole città-Stato indipendenti. A partire dal XII secolo, l'insieme dei popoli della Grecia continentale, della costa ionica dell' Asia Minore e delle isole acquisisce progressivamnte un'unica identità culturale per lingua, religione, costumi. Si ha anche l'unica denominazione di Elleni.
Sarcofago di Ahiram, Beirut National Museum, da Biblo,
 necropoli regale, tomba V. del XIII sec. a.C.
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Le città-Stato erano indipendenti e passarono inizialmente da regimi monarchici a tirannidi. Ciascuna città aveva divinità protettrici e leggi proprie (ogni città era strenuamente attaccata alle proprie tradizioni: arrivavano al punto da avere ciascuna un proprio calendario). Tuttavia, frequenti erano le anfizionie, alleanze tra città limitrofe, non necessariamente di carattere militare.
Inizia in questo periodo la civiltà Fenicia.
I Fenici hanno abitato le coste orientali del mediterraneo dal 1200 al 539 a.C.; erano un popolo di navigatori e commercianti; il loro nome deriva dal colore rosso porpora, di cui erano esperti produttori. La parte più a sud del loro territorio corrisponde alla terra di Canaan, abitata anticamente dai cananei, spesso nominati nella Bibbia. Inizialmente i fenici scrivevano in cuineiforme, ma poi, a partire dal XIII secolo a.C., svilupparono, primi fra tutti, una scrittura alfabetica
Sarcofago di Ahiram. Particolare
dell'iscrizione.  Clicca sull'immagine
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Alfabeto Canaanita Fenicio, da cui il Greco,
il tardo Greco e il Latino
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I fenici scrivevano su righe da destra a sinistra. Il loro alfabeto comprendeva 22 segni consonantici, mentre per le vocali non si usava alcun segno (è un abjad, termine che indica un alfabeto solo consonantico); in effetti la loro lingua, come del resto le lingue semitiche in genere, non aveva un vocalismo molto complesso e non era necessario scrivere le vocali perché si potevano facilmente dedurre dal contesto.
Le lettere dell’alfabeto furono ricavate dagli antichi segni pittografici: si scelse una parola che iniziava con una determinata consonante; il suo simbolo venne poi semplificato e usato per rappresentare sempre quella consonante. Il sistema alfabetico era molto più semplice rispetto alle scritture pittografiche e ideografiche diffuse a quel tempo, come l’egiziano o il cuneiforme; permetteva di essere compreso e scritto più facilmente da tutti, non solo dagli scribi e dalla casta regale e sacerdotale. I fenici diffusero il loro sistema presso molte altre popolazioni con cui vennero a contatto durante i loro viaggi per mare: l’alfabeto Aramaico e Greco mostrano chiari segni di derivazione dal fenicio; e perfino scritture dell’India e dell’Asia ne portano traccia. In pratica, l’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.
Il più antico reperto che riporta iscrizioni in alfabeto fenicio è il sarcofago di Ahiram, antico re fenicio, che fu ritrovato a Byblos nel 1923 e che risale a circa il 1200 a.C. Per il resto non ci sono pervenuti molti documenti, a parte qualche iscrizione di carattere religioso e ufficiale; molto di ciò che hanno scritto i fenici è andato perduto.

Cartina della Fenicia intorno al 1000 a.C.
 con Biblo, Sidone e Tiro. Clicca
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Dal 1.100 a.C. - Nell'XI secolo a.C. i Fenici colonizzano il Mar Mediterraneo, fondano basi  sulle coste del Mediterraneo e della Sardegna, e in seguito monopolizzeranno le navigazioni nel Mediterraneo Occidentale, sostituendosi ai protoLiguri nei commerci atlantici, fino alle guerre Puniche contro Roma.
Alfabeto Fenicio arcaico e gli alfabeti
derivati dal Fenicio: Etrusco, Greco
occidentale e orientale: dal Greco
occidentale deriva il Latino.
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I Fenici hanno il monopolio della produzione del rosso porpora, un pigmento ottenuto dalla lavorazione di molluschi marini, le conchiglie murex, molto apprezzato e richiesto nei mercati dell'antichità, oltre alla produzione del vetro, con tutti i manufatti connessi ad esso. Ancora oggi i produttori di vetro di Murano, a Venezia, sanno riprodurre quelle piccole sfere forate, usate come perline, che riconoscono come di derivazione fenicia (le
chiamano "rosette"), e che hanno ispirato loro le murrine, ottenute sezionando e unendo arrotolandoli,
pezzetti di cilindri di vetro in cui la composizione e forma
 delle colorazioni si mantiene in tutta la lunghezza del lungo cilindro.I Fenici sono anche i primi ad adottare la scrittura con un alfabeto fonetico, anche se senza vocali, da cui deriveranno gli alfabeti europei: l'Etrusco, il Greco, il Greco Occidentale da cui deriverà il Latino e che diventerà la grafica della scrittura che usiamo ancora oggi nella maggior parte del mondo.
L’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.

Carta del mondo con la diffusione dei caratteri degli alfabeti usati:
 il Latino in azzurro, l'arabo in verde, il cirillico in viola,
il sanscrito in giallo ocra, altri caratteri indi in giallo, e
tutti i caratteri usati nel mondo.
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 Cartina dell'Europa e Mediterraneo nell'XI sec. a.C. con alcune delle culture
presenti sui territori centro-meridionali: delle Tombe a fossa, germanica nord
occidentale, catalana dei campi d'urne, Villanoviana, Adriatica, Laziale, di  
Hallstat, Atestina, di Golasecca, Apula, con i fiumi inerenti a tali civiltà.
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Carta geografica delle Popolazioni italiche
intorno al 1000 a.C. nell'Italia preromana,
 abitata da Liguri, Veneti, Celti, Istri, Umbri
Etruschi,Piceni, Sabini, Equi, Latini,
  Volsci, Sanniti, Douni, Campani, Iapigi,
  Messapi, Calabri, Lucani, Bruzi, Siculi,
Sicani, Sardi, Corsi.
Dal 1.050 a.C. - Nella penisola italica, la Civiltà Villanoviana è al culmine: fra il X e l'VIII secolo a.C., l'età del ferro trova la sua massima espressione nella civiltà Villanoviana (preceduta nel bronzo recente dalla cultura protovillanoviana), che ha preso il nome da Villanova (una frazione di Castenaso, in provincia di Bologna), un insediamento di grande interesse archeologico, dove sono state trovate lance, spade, pettini e gioielli di ogni tipo. Questa è una dimostrazione dei progressi che erano stati fatti nell'estrazione e nella lavorazione dei metalli, di cui era particolarmente ricco il sottosuolo della regione. 

Dal 1.000 a.C. -  Provenienti dalla Siberia meridionale, nell'area compresa tra il Mar Caspio e i Monti Altai, gli Sciti si insediarono nella vasta area compresa tra il Don e il Danubio nel X secolo a.C. da dove, vinti e assoggettati i Cimmeri, dilagarono, nel corso del VI secolo a.C., verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e con i Traci l'Italia settentrionale.

Dal 950 a.C. -  Accanto allo sviluppo di civiltà italiche come quella picena, sannitica, apula e sicula, fiorisce in Toscana, Lazio e Campania la Civiltà Etrusca.
Cartina geografica della penisola Italica
  con l'Italia preromana, intorno all' 800 a.C.,
 abitata da Liguri, Reti, Veneti, Celti,
Etruschi, Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
  Volsci, Sanniti, Aurunci, Osci, Iapigi,
  Messapi, Bruzi, Siculi, Sardi, Greci
e Cartaginesi, oltre ad altre etnìe.
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Gli Etruschi sono stati chiamati con diversi nomi derivanti da un unica radice "Turs". I Greci li chiamarono Tyrsenòi, cioè Tirreni, da cui prende appunto il nome il Mar Tirreno. I popoli Italici usarono chiamarli Tursku - Tusci, ma furono i Romani a chiamarli col nome a noi più conosciuto: Etruschi. Le terre abitate da questi popoli furono chiamate Tyrrhenia, Tuscia (che prevalse nei tempi imperiali e a cui si ricollega il nome moderno della Toscana) ed Etruria (largamente usato prima del nome Tuscia). Gli Etruschi stessi invece usavano chiamarsi Rasenna.
Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni". Nel 1885 fu trovata, nell'isola greca di Lemno, in località Kaminia, la stele di Lemno, una doppia iscrizione incorporata nella colonna di una chiesa. Tale iscrizione sembra testimoniare una lingua pre-ellenica in tutto simile a quella degli Etruschi. Secondo il massimo storico greco Tucidide, l'isola di Lemno sarebbe stata abitata da gruppi di Τυρσηνοί ("Tirreni", il nome greco degli Etruschi),  e il ritrovamento ha fornito la prova sicura che in quell'isola del Mare Egeo, ancora nel VI secolo a.C., era parlata una lingua
Cartina dei territori abitati dagli Etruschi
 800 a.C.- 500 a.C. e delle loro espansioni
(le zone colorate nelle tonalità di verde)
con indicate le città Etrusche e le
popolazioni italiche nell'Italia preromana:
Liguri, Reti, Veneti, Celti, Piceni, Umbri,
Sabini, Latini, Volsci, Sanniti, Lucani e
Sardi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
strettamente affine all'etrusco. L'iscrizione di Lemno è stata reperita su una pietra tombale sulla quale è scolpito un guerriero. L'iscrizione corre intorno alla testa e lungo un lato della figura del guerriero, ed è redatta in un alfabeto greco epicorico del VI secolo a.C.
Fra le parole chiaramente leggibili ve ne sono due: aviš e sialchveiš, che vengono giustamente confrontate con le parole etrusche avil "anno" e sealch, il numerale "40". L'iscrizione di Lemno fu pubblicata da E. Nachmanson (Athen. Mitteil. 33 1908, pp. 47. ss.). Tracce degli Etruschi appaiono in alcuni nomi di località dell'Egeo, di Creta e dell'Asia Minore: uno dei molti esempi è Μύρινα (affine al nome gentilizio etrusco Murina di Tarquinia e Chiusi) nome di città a Creta, nella stessa Lemno, in Misia. Alcuni hanno rintracciato affinità non sicure fra nomi etrusco-latini e nomi di persona presenti nelle tavolette in Lineare B di Cnosso: ad es. ki-ke-ro.
Alcuni degli alfabeti derivati dall'alfabeto
Fenicio: Greco occidentale, Etrusco, alfabeti
italici e, dal Greco occidentale, il Latino.
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Questi dati vengono interpretati da alcuni studiosi come indizio dell'origine orientale degli Etruschi; sono considerati un segno di rapporti di fine età del bronzo fra Mediterraneo occidentale e orientale, da altri studiosi, che integrano la testimonianza dell'iscrizione di Lemno con quella dei geroglifici egizii di Medinet Habu, che parlano dei Popoli del Mare, ed elencano fra gli invasori anche i Twrs, nome che è stato confrontato con il greco Turs-anòi (dorico) e Tyrs-enòi (ionico) e Tyrrh-enoi (attico) e con il latino Tus-ci (da Turs-ci) ed E-trus-ci. Tutte queste scoperte avvalorano la tesi di Nermin Vlora Falaski sulla derivazione degli Etruschi dai Pelasgi, le prime popolazioni indoeuropeee a raggiungere il Mediterraneo e l'Europa.
Nermin Vlora Falaski, nel suo libro "Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi (discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi, una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito proporremo alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella “Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona, (nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente scritta:
Scritta Etrusca tradotta con la lingua albanese, che testimonia
la derivazione dell'alfabeto Etrusco dal Pelasgico e della lingua
Etrusca da quella Illirica-Albanese.
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La voce verbale â o âsht (in Italiano è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei Toschi, si impiega la voce ësht.
Le varie fonti ci informano che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo, il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA), la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche “Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori, chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI (LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”, paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio.
Parole con la radice Lir la troviamo con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri), Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè), Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad), Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio, esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto, paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI (nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI (PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante).
L'Etruria è una regione antica dell'Italia centrale che comprendeva i territori attualmente spezzini a sud del fiume Magra, la Toscana, parte dell'Umbria occidentale fino al fiume Tevere e parte del Lazio settentrionale.
Cartina dell'epansione degli Etruschi dal 750 a.C.
al 500 a.C. con i nomi delle loro città appartenenti
 alla Lega (dodecapoli) e altri insediamenti.
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La civiltà Etrusca fu il frutto dell’innesto di elementi stranieri (attorno ai quali non si hanno notizie certe) sulla preesistente cultura villanoviana, nell’area compresa tra l’Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò in città-stato (Volterra, Fiesole, Arezzo, Cortona Perugia, Chiusi, Todi, Orvieto, Veio, Tarquinia ecc.) che, a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una Lega formata da dodici città (dodecapoli). Ogni città era retta da re (detti lucumoni) e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica. Una prima fase espansiva (sec. VIII-VI a.C.) portò gli etruschi a contendere a greci e cartaginesi il controllo delle rotte tirreniche e adriatiche e a estendere il proprio dominio dalla pianura padana alla Campania, fondando centri come Fèlsina (Bologna), Misa (Marzabotto, in provincia di Bologna), Mantova, Piacenza, Pesaro, Rimini, Ravenna, arrivando fino a Roma, che la tradizione vuole governata da re etruschi dal 616 al 509 a.C.  Gli Etruschi scrivevano con un loro alfabeto, derivato da quello greco arcaico. L'alfabeto etrusco deriva da quello greco arcaico degli eubei, introdotto in Italia centrale nel VII secolo a.C., in uso nella colonia greca dell'isola di Ischia presso la città di Cuma.
Interno di tomba Etrusca a Tarquinia
Il verso della scrittura è bustrofedico nelle più antiche iscrizioni, (la scrittura bustrofedica è una scrittura che non ha una direzione "fissa" ma procede in un senso fino al margine scrittorio e prosegue poi a ritroso nel senso opposto, secondo un procedimento "a nastro", senza "andate a capo" ma con un andamento che ricorda quello dei solchi tracciati dall'aratro in un campo. L'etimologia della parola ricorda infatti l'andamento di un bue durante l'aratura), mentre quelle classiche hanno l'andamento verso sinistra come nel punico. Poche iscrizioni seguono l'andamento da sinistra a destra, e in tal caso i caratteri etruschi sono riflessi. Per separare le parole si scrive un puntino. L’autonomia di Roma e quindi la crescita della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca, acceleratasi dopo la sconfitta patita a Cuma nel 474 a.C. a opera dei greci di Siracusa. La Campania fu persa di lì a poco per opera dei sanniti e contemporaneamente i Galli dilagarono nella pianura padana. A partire dalla distruzione di Veio (395 a.C.), entro il sec. III a.C. Roma si impossessò di tutta l’Etruria.
Sculture Etrusche
La scarsità di notizie precise attorno agli etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato una letteratura, e la loro lingua (che utilizza un alfabeto assimilabile a quello greco) è stata decifrata con l’aiuto di testi brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali. La centralità del culto dei  morti presso gli etruschi è attestata dalle numerose necropoli e tombe  isolate disseminate in Toscana e nel Lazio: convinti che il defunto conservasse l’individualità congiunta alle proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un’abitazione sotterranea, arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata da vivaci pitture.
La società era formata da nobili, discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle popolazioni preesistenti all’occupazione etrusca. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche elevarsi socialmente.

Dal 813 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.

Località di rilievo per le civiltà dei metalli: civiltà del Bronzo dalla
  metà del II millennio a.C., civiltà del Ferro dal IX sec. a.C.
In Europa i primi centri sono Halstatt, Huttenberg e Cnosso
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Nel 813 a.C. - I Fenici della città di Tiro, fondano Cartagine: Carthadash, che significa "la città nuova".

 Cartina dell'Europa e Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. con i
 territori dei Celtiberi, Celti, Etruschi, Greci, Fenicio-Cartaginesi,
degli Italici e l'impero Persiano nella penisola Anatolica.
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Cartina del Mediterraneo e dell'Europa con le vie commerciali dei Fenici,
i prodotti commercializzati nell'antichità dai mercanti ed esploratori Fenici,
le colonie fenicie, le aree di commercio dei Greci quando i Fenici con
Cartagine e i Cartaginesi avevano ormai conquistato anche i mercati
oltre le colonne d'Ercole, fino ad allora, appannaggio dei proto-Liguri. 
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Antica nave greca
Dall' 800 a.C. -  Dall' VIII al VI secolo a.C. i Greci avviano la seconda colonizzazione, ancora sia verso occidente (Sicilia e coste meridionali italiane, la Magna Grecia, dove vengono fondate, fra le altre, Locri, Agrigento e Siracusa) che verso oriente (coste settentrionali e meridionali del Mar Nero), causata oltre che da difficoltà economiche, anche da contrasti sociali.
Le città fondate mantenevano con la città-madre soltanto legami culturali e linguistici. Si ha anche l'avvento di due nuove figure politiche: legislatori e tiranni.

Europa - Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate sucessivamente. Territori Fenici
 e Cartaginesi nel Mediterraneo  nel VII e VI sec. a.C.
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Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C. (color ocra), e delle sue colonie
(in verde) lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero fra VII e VI sec.
a.C.  Nel riquadro la Magna Grecia.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nell'VIII secolo a.C. alcuni coloni Greci, provenienti dalla Focide, da Eretria e da Teos,  fondano Focea nella Ionia, la parte occidentale dell'attuale Turchia.

Ubicazione dell'antica Eretria.
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Ubicazione dell'antica Teos.
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A sud del Passo delle Termopili,
l'antica Focide e le sue città
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Focea (greco antico: Φωκαία, Phōkaia; latino: Phocaea) fu fondata sul sito della odierna città di Foça (o Eskifoça) in Turchia, a circa 60 Km a Nord Ovest di Izmir (Smirne).
Focea (Phocaea), Cuma Eolica (Cyme) e Smirne (Smyrna).
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Focea era la città più settentrionale della Ionia, la città sorgeva alla foce del fiume Ermo (oggi Gediz) sulla penisola che separava a nord il Golfo di Cyme (Cyme è la Cuma Eolica) e a sud il Golfo di Smirne.
Moneta di Focea in elettro di 1/6 di statere raffigurante
la foca marina, simbolo di Focea, con sotto la lettera Φ,
coniata nel 600-550 a.C. - British Museum di Londra
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Il suo nome proviene dalla parola “foca”, che fu il simbolo della città, o più probabilmente, dalla Focide, regione della Grecia centrale da cui provenivano alcuni coloni.
Secondo Pausania, i Focei, sotto la guida ateniese, si stabilirono su un terretitorio ceduto da Cuma Eolica (Cyme) e furono ammessi nella Lega Ionica dopo aver riconosciuto i re della linea di Codro.
A Focea, la presenza di due porti naturali permise lo sviluppo della flotta navale e del commercio marino.
Secondo Erodoto, i Focei furono i primi greci ad intraprendere lunghi viaggi marittimi e a scoprire il Mar Adriatico, la Thyrrenia e l'Iberia a bordo di agili penteconteri.
Antica pentecontera greca
La pentecontera era una nave a propulsione mista essendo sospinta sia dalla vela che dalla voga e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni.
Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti.
In seguito il termine andò a designare un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine (monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori.
Si trattava sostanzialmente di una nave da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di lunghezza per 5 metri di larghezza.
L'iniziale destinazione bellica non le impedì tuttavia di essere largamente utilizzata dai Focei della Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali.
Carta della Grecia o Ellade arcaica, poi antica, con i nomi
 in Latino. In grassetto Focea (Phocaea), Micene (Mycenae)
e Tirinto (Tirynthius) Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Ci informa infatti Erodoto che, proprio utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali che si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico presso Tartesso.
Giunti a Tartesso, in (Spagna), strinsero amicizia col re Argantonio che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della città.
I loro viaggi marittimi erano estesi: a sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in Egitto; a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco.
Focea fu un importante porto commerciale e fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia, (attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Anche Fenici e Cartaginesi adottarono le pentacontere. Annone, nell'incipit del suo periplo, ci informa ad esempio che il suo tentativo di periplo dell'Africa, voluto dai cartaginesi a fini coloniali, si svolse con sessanta pentecontere, caricate di viveri e provviste e una folla di donne e uomini.
La concezione del mondo dei tempi omerici quale disco 
circolare piatto, circondato completamente dalle acque 
di un unico fiume, rimase una nozione popolarmente 
radicata nel mondo greco, anche dopo che molti filosofi 
e scienziati avevano accettato la nozione della sfericità 
della Terra, enunciata dai Pitagorici e altri, ed affermata 
con prove teoretiche da Aristotele. 
Secondo quella concezione, subito al di sotto della 
superficie si trovava la dimora dell'Ade, 
il regno della Morte, e, ancora al di sotto, il Tartaro, 
il regno dell'eterna oscurità. All'esterno del fiume Oceano 
si elevava la volta cristallina (solida) celeste
http://digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia01.htm
La necessità di utilizzare navi da guerra può essere spiegato con gli attriti che nascevano con questi traffici tra Greci, Fenici, Cartaginesi ed Etruschi, nel Mediterraneo occidentale e nell'Atlantico.
In ogni caso spetta alle pentecontere il merito di aver supportato le antiche colonizzazioni greche e fenicie nel mediterraneo.
Le pentecontere furono per molti anni la spina dorsale della marina bellica greca. Si resero protagoniste di un importante scontro navale tra i profughi Focei stanziatisi ad Alalia e una coalizione di cartaginesi ed etruschi: fu la battaglia di Alalia ed ebbe come teatro il Mar Tirreno, tra la Corsica e la Sardegna.
Lo scontro navale si concluse con la vittoria dei Focei ma si rivelò subito dagli esiti incerti (Erodoto la definisce una vittoria cadmea). Essa segnò di fatto il primo momento di arresto dell'espansione coloniale e mercantile dei Greci nel mediterraneo occidentale, fino ad allora incontrastata.
L'utilizzo promiscuo e le lunghe rotte percorse ci informano che la nave doveva essere dotata di notevoli capacità di carico. In effetti lo stesso Erodoto aggiunge che le pentecontere furono utilizzate per l'evacuazione di Focea, caricandole di tutti gli abitanti e i beni, con l'eccezione delle pitture e delle statue di bronzo. Dopo la battaglia di Alalia, furono protagoniste della successiva peregrinazione dei profughi focei che, stipati sulle venti navi superstiti, andranno a fondare Elea (Velia), nell'attuale Campania.

Europa - Cartina dell'antica Grecia nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate sucessivamente. Territori Fenici
 e Cartaginesi nel Mediterraneo  nel VII e VI sec. a.C.  Si notano Focea,
 Lampsaco più a nord, Amiso sul Mar Nero, Naucrati in Egitto,  Massalia
(Marsiglia), Alalia, Cuma, Elea, Reggio.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Cartina della Grecia antica con il Monte Olimpo,
il Monte Parnaso, Tebe e Atene in Attica,
Olimpia e Sparta nel Peloponneso, e Creta.
Nel 776 a.C. - Prima Olimpiade in Grecia: questa data servirà anche come riferimento per datare il tempo. Le Olimpiadi ad Olimpia si svolgevano ogni 4 anni, per cui la 2° olimpiade corrispondeva al 772 a.C., la 3° al 768 a.C. e così via.

Mappa del lugo in cui fu fondata Roma, il cui nome magico è
Flora, "che fiorisce". Si riconoscono il Tevere, i 7 e più colli,
l Foro centrale, il campo Marzio, "di Marte".
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Dal 753 a.C. -  E' intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo che, nel luogo in cui vi era già un'insediamento protourbano abitato da varie tribù italiche in cui erano preponderanti i Latini e i Sabini (o Sabelli), venne fondata Roma. Fu dagli Etruschi che furono trasmessi al mitico Romolo gli insegnamenti dei cerimoniali per la fondazione della città. Caratteristica fondamentale della nuova città fu l'idea di un potere politico condiviso. Romolo regna con Tito Tazio, re Sabino, viene edificato un foro (forum, cioè fuori) in uno spazio comune e uno stato di diritto (ius, da "iusiurandum", "giuramento") che stabiliva i patti, le leggi fra le varie istituzioni. Mentre i poteri dispotici orientali sono identificabili da urbanizzazioni in cui è il palazzo del re, unico detentore del potere, al centro dell'attenzione dei costruttori, ora abbiamo una piazza per le assemblee e una netta ripartizione dei compiti e funzioni delle varie parti della sistema-società.
Romolo istituisce anche un calendario di 10 mesi, e i nomi da settembre a dicembre che usiamo tuttora derivano da quella ripartizione dell'anno.

Il 29-10-2006 Andrea Carandini, un archeologo che ha relizzato numerosi scavi nel centro di Roma, racconta alla cittadinanza gli eventi che portarono al 21 aprile 753 a.C., data più simbolica che vera. File solo audio ma preciso, esauriente, completo e intelligente nell'analisi dei semi culturali che contraddistinguono la cultura dell'Occidente.
Schema dell'organizzazione politica della prima Roma
monarchica: Re elettivo e corpo civico composto da tre
tribù, Ramnes i Latini, Luceres gli Etruschi, Tizies i Sabini,
 10 curie per tribù per un totale di 30 curie (assemblee maschi
adulti) che producono i comizi curiati, prima assemblea
popolare, e il Senato come consiglio degli anziani.
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La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato da 3 tribù delle 3 etnìe costituenti la popolazione, che esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro. Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Popolus Romanus Quirites", intendendo per Popolus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblea dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.

 Cartina dell'Italia e Mediterraneo circostante, nel VII - VI sec. a.C. con i
territori di Roma e Latini, Etruschi, Lega Sannitica, Magna Grecia e
  Cartaginesi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Dal 700 a.C. -  Quali che siano state le origini più remote di questo ceppo etnico, fu in Europa centrale, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) e fino al 450 a.C., che si sviluppò la prima vera Cultura Celtica, quella di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e basata prevalentemente su due classi sociali legate all'aristocrazia guerriera e al popolo dedito alla pastorizia.

Carta geografica dei primi insediamenti europei dei Celti, la cultura
di Hallstatt orientale a sud del Danubio, poi occidentale a La Tène, a sud
del Reno. Nei territori nord-italici fiorirono la cultura di Golasecca e
la cultura Este.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Ogham su pietra
Carn Enoch, Galles, Inghilterra

Croce Celtica, la visione cosmica
dei moventi fisico-spirituali dei Celti
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L’incontro dei Celti con i Greci ebbe un grande valore culturale, perché diffuse nell’Europa celtica la scrittura alfabetica, anche se i Celti avevano un loro sistema di scrittura, l'ogham, l'alfabeto celtico,  che veniva usato esclusivamente dai druidi, e solo nei rituali sacri; tutto veniva tramandato oralmente affinché non si perdesse la memoria.
Per visualizzare il post "Ogham, l'alfabeto celtico e Calendario Arboricolo", clicca QUI
Per visualizzare il post "La Croce Celtica o Ruota Celtica: Storia, Cultura e significati", clicca  QUI

OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni OGHA, simbolo-lettera, è l'iniziale
di un'albero-pianta, un uccello e un colore, con i nomi in gaelico:
inoltre qui indichiamo la corrispondenza con il calendario arboricolo
proposto da John King. Clicca l'immagine per ingrandirla.

Cartina dell'antica Lidia nel 700 a.C.
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Secondo Erodoto, i Lidi furono il primo popolo ad introdurre l'uso di monete d'oro e d'argento e il primo a stabilire negozi per la vendita al minuto in località permanenti. Non è chiaro, tuttavia, se Erodoto volesse significare che i lidi fossero stati i primi a introdurre monete di oro e argento puro o in generale le prime monete in metallo prezioso. Nonostante l'ambiguità, questa asserzione di Erodoto vale come attestazione spesso citata a favore del fatto che i lidi avessero inventato la monetazione, almeno in occidente, anche se le prime monete non erano soltanto d'oro o d'argento, ma costituite da una lega dei due metalli. La datazione di queste prime monete coniate è uno degli argomenti dell'antica numismatica dibatutti più frequentemente, con date che vanno dal 700 a.C. al 550 a.C., ma la considerazione tenuta più comunemente è che esse fossero state coniate all'inizio (o quasi) del regno di re Aliatte (talvolta riferito in modo non corretto come Aliatte II), che governò la Lidia tra il 610 e il 550 a.C.
Antiche monete della Lidia. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Le prime monete erano fatte di elettro, una lega di oro e argento che si realizzava già in natura, ma che era ulteriormente falsificata dai lidi con altra aggiunta di argento e anche rame. Le più grandi di queste monete sono comunemente riferite come 1/3 di statere (trite), del peso di circa 4,7 grammi, sebbene nessuno statere intero di questo tipo sia mai stato trovato, e la moneta di 1/3 di statere probabilmente sarebbe più correttamente riferita come uno statere, che significa "standard". Queste monete venivano stampate con una testa di leone decorata con ciò che è probabilmente un raggio di sole, simbolo del re. A complemento del taglio più grande, erano fatte frazioni di monete, inclusa la hekte (sesto), hemihekte (dodicesimo), e così fino ad arrivare al 96esimo, con la moneta di 1/96 di statere del peso soltanto di circa 0,15 grammi. C'è disaccordo, tuttavia, sul fatto se le frazioni al di sotto della dodicesima parte di statere siano effettivamente lidie.
Il figlio di Aliatte era Creso, che divenne sinonimo di ricchezza. Sardi, città della Lydia, era rinomata come una bellissima città. Intorno al 550 a.C., all'inizio del suo regno, Creso finanziò la costruzione del tempio di Artemide a Efeso, che divenne una delle Sette meraviglie del mondo antico. Creso venne sconfitto in battaglia da Ciro II di Persia nel 546 a.C., per cui il regno lidio perdette la sua autonomia diventando una satrapia persiana, di cui il capoluogo era Sardi.
Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. Fondamentale per la datazione di queste prime serie, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a. C.
La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (= gr 14,1 ca.) e alcune sue frazioni, fino a 1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato.
Scultura che rappresenta la schiavitù
L'introduzione del denaro favorì il commercio di schiavi.  
L'antica Grecia è la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. L'invenzione della schiavitù-merce si deve a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perchè i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato.

Nel 682 a.C. -  In Grecia, Terpandro inizia l'arte del canto con l'accompagnamento musicale. 

Dal 683 a.C. -  Ad Atene si instaura un regime tirannico che trova riscontro anche in altre città greche, come Corinto. Inizia così in Grecia l'età dei tiranni (700 - 500 a.C. circa).
Alcuni tiranni furono buoni governanti (Periandro a Corinto, Gelone a Siracusa, Policrate a Samo).
Fiorisce la cultura per l'introduzione della scrittura.
Vengono fissati per iscritto i poemi di Omero e di Esiodo.
Nasce la filosofia nella Ionia (Talete, Anassimandro, Anassimene).
Poeti lirici (Archiloco, Tirteo, Alceo).
Il Santuario di Delfi acquisì rinomanza universale.
Istituzione dei Giochi panellenici, potente elemento coesivo di tutta l'Ellade (sospensione delle guerre durante i Giochi). Giochi olimpici, istmici, pitici, nemei, secondo la città di svolgimento. Gli olimpici (ogni quattro anni, a Olimpia) divennero così importanti da computare il tempo su di essi. Prima olimpiade nel 776 a.C.
Dall' VIII al VI secolo Atene e Sparta si affermano come i centri più importanti, ciascuna riunisce diverse città vicine in lega, Atene con modalità persuasive, Sparta con modalità coercitive.
A Sparta vige un regime oligarchico: due re e un consiglio consultivo, la Gherusia, di 28 anziani.
Pallade Atena, la Dea Vergine,
con lancia e l'"Egida", l'elmo.
Ad Atene la monarchia è abolita dall'inizio del VII secolo.
Il governo è affidato a nove arconti con carica annuale, coadiuvati dall'areopago, consiglio di ex arconti.
Nel 621 a.C. il legislatore Dracone pubblica il primo codice (limitazione del potere giudiziario dei nobili).
L'arconte Solone nel 594 a.C. riforma il codice draconiano: suddivisione in quattro classi, all'areopago affianca la bulé, consiglio di 400 estratti a sorte dalle prime tre classi.
Il tiranno Pisistrato (560 - 527 a.C.) accentua i caratteri democratici (in chiave populistica). I suoi figli Ippia e Ipparco si rivlelano più dispotici del padre.
Dopo la cacciata dei due, si impone il partito democratico, guidato da Clistene. Si ha una nuova costituzione democratica. Vengono ridotti i poteri dell'areopago. La Bulé è portata a 500 membri.
Introduzione dell'ostracismo, la votazione che si svolge per esiliare i politici che possono sembrare pericolosi per la democrazia.
Splendore culturale ed economico.
Nella mitologia greca la Dea Atena era la dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, delle arti e degli aspetti più nobili della guerra.
"Amazzone ferita"
di Franz von Stuck, 1903
Atena ha sempre con sé la sua civetta, indossa una corazza magica di pelle di capra chiamata Egida, (della capra che l'ha allattata) donatale dal padre Zeus, ed è spesso accompagnata dalla dea della vittoria Nike. Quasi sempre viene rappresentata mentre porta un elmo ed uno scudo con appesa la testa della Gorgone Medusa, dono votivo di Perseo. Non ebbe mai alcun marito od amante, e per questo era conosciuta come Athena Parthenos (La vergine Atena), da cui il nome del più famoso tempio a lei dedicato, il Partenone sull’acropoli di Atene. Dato il suo ruolo di protettrice di questa città, è stata venerata in tutto il mondo greco anche come Athena Polis (Atena della città).
Carta del Caucaso secondo le fonti letterarie greco-romane.
 Le Amazzoni sono state poste nella parte più settentrionale
 della Sarmazia asiatica. La carta mostra anche l'ubicazione
dell'Albania caucasica, della Scizia e della Palude Meote:
 tutti luoghi variamente citati dagli autori classici come
patria delle Amazzoni. Clicca sullìimmagine per ingrandirla
Il suo rapporto con Atene era davvero speciale. Narra la leggenda che Poseidone propose agli ateniesi l'invincibilità in guerra, in terra e in mare, se gli avessero intitolato la città, e invece Atena, donando l'ulivo, promise la saggezza in cambio di una dedica a lei: gli ateniesi la scelsero. La donna guerriera ed eroica è sempre esistita,  a cominciare dalle Amazzoni (autentiche donne guerriere della Scizia) e dalla loro regina Pentesilea, che sfidò Achille e ne fu sconfitta. Per non essere da meno dei Greci, i Latini cantarono nell’Eneide virgiliana le gesta di Camilla, un’altra eroina che ebbe la sfortuna di trovarsi dalla parte sbagliata. 
Per visualizzare il post "Donne combattenti e Donne di Potere", clicca  QUI


Dal 600 a.C. - Le popolazioni Celtiche in Europa si suddividono in varie tribù.

In rosso, le popolazioni celtiche che abitavano l'Europa dall'età del bronzo:
Celti Elvezi, Volsci, Britanni oltre a Liguri e Iberi.  Si insediarono poi Germani,
 Slavi, Sciti, Daci, Greci, Italici, Etruschi, Veneti, Reti, Illiri.
Già dal VI sec. a.C., i Celti si erano suddivisi in decine di tribù:
Trinovanti, Goideli, Senoni, Boi, Celtiberi, Sequani, Norici, Scordisci,
Traci, Galati.   Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 600 a.C. - In Grecia nasce il pensiero scientifico occidentale:
Nelle trattazioni sulla storia del pensiero scientifico degli inizi figura in genere la Scuola di Mileto, detta anche Scuola Ionica, i cui esponenti più importanti, Talete, Anassimandro e Anassimene diressero le loro indagini scientifiche principalmente verso interessi di ordine filosofico ma anche astronomico e cosmolo­gico (a quell'epoca non esisteva una differenziazione delle discipline scientifiche). L’importanza della Scuola risiede nel fatto che, per quanto riguarda l’astronomia lo studio si manifestò con una certa connotazione di vera e propria indagine scientifica per la qualità delle domande che gli studiosi si posero. In particolare si domandarono quale fosse il principio unico, arché, (sostanza fon­damentale e causa prima che dava origine a tutta la materia). Ogni componente della Scuola diede una propria definizione di ciò che riteneva essere questo elemento fondamentale.
Talete di Mileto (ca. 626 - 548 a.C.)
Talete di Mileto (ca. 626 - 548 a.C.) è ritenuto il fondatore della Scuola. Ciò che si sa della sua vita è po­chissimo e avvolto nella leggenda. Si dice (Proclo) che abbia viaggiato in Mesopotamia ed Egitto, acquisendo numerose conoscenze. Erodoto dice che previde l’eclissi totale di Sole del 585 a.C., ma gli studiosi moderni danno poco credito a questa affermazione, o per lo meno, si tende a pensare che, avuta conoscenza del periodo delle eclissi di 18 anni, oggi detto saros, Talete abbia dato la previsione di una eclisse generica. Diogene Laerzio, scrivendo nel II secolo d.C. dice che Geronimo, discepolo di Aristotele, afferma che Talete calcolò l’altezza di una piramide egizia misurando la lunghezza dell'ombra della piramide, proprio nell’istante in cui l’ombra proiettata da Talete aveva lunghezza eguale alla sua altezza. Anche Plinio fa un’affermazione simile. E’ considerato da Plutarco il primo dei Sette Saggi. In molti libri di testo moderni di geometria, diversi assiomi sono attribuiti a Talete, ma nessuna sua opera ci è pervenuta. Talete pensava che la Terra galleggiasse sull’acqua e che tutta la materia derivasse dall’acqua. Per lui dunque la sostanza fondamentale era l’acqua. Secondo Talete, la Terra era un disco galleggiante sul fiume Oceano. Aristotele riferisce che Talete utilizzò le sue conoscenze per predire una straordinaria raccolta di olive per la prossima stagione. Ciò lo indusse ad acquistare tutti i frantoi disponibili e fu così in grado di guada­gnare un grande ammontare di denaro, quando effettivamente l’eccezionale raccolto di olive si verificò. Questa storiella, indicativa di una sua attitudine per le cose pratiche, contrasta con un’altra, riferita da Platone. Egli dice che durante una notte scura, Talete, completamente assorto nella contemplazione del cielo stellato, cadde in una buca profonda. Le sue invocazioni di aiuto furono udite da una servetta che si trovava nelle vicinanze, che lo soccorse non senza fargli osservare come poteva pretendere di capire le cose del cielo se non era nemmeno capace di fare attenzione a dove metteva i piedi per terra.
Cartina degli Abruzzi con segnalato Capestrano
Il Guerriero di Capestrano risale a questo periodo storico.
Nel 1934, in un vigneto di Capestrano, nell'attuale provincia di L'Aquila, negli Abruzzi, viene rinvenuto un antico monumento dell'arte degli
antichi Italici.
Si tratta di 
un monumento scultoreo, alto 235 cm, destinato ad avere risonanza mondiale, tanto da essere
Il Guerriero di Capestrano
definito “Guerriero Italico” per  antonomasia. Si ritiene che rappresenti un'antico sovrano italico, dotato di armatura a protezione del cuore, elmo e armi, rappresentato con le forme adottate ai quei tempi come canoni di rappresentazione condivisi. Non se ne conosce bene la provenienza: probabilmente Sabina. Persino l'epigrafe incisa su un lato, dal basso all'alto, è scritta utilizzando un alfabeto difficile da decifrare, contribuendo così ad incrementare il mistero del “Guerriero di Capestrano”, oggi conservato a Chieti, nel Museo Nazionale Archeologico.

Nel 594 a.C. - Ad Atene legislazione di Solone.

Nel 580 a.C. - In Italia, Tarquinio diventa il quinto re di Roma.

 Cartina dell'Italia e Mediterraneo circostante, nel VII - VI sec. a.C. con i
territori di Roma e Latini, Etruschi, Lega Sannitica, Magna Grecia e
  Cartaginesi. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

In Grecia, Anassimandro disegna la prima carta del mondo conosciuto. Anassimandro (610 - 547 a.C. ca.) è ritenuto il primo discepolo di Talete.
Ecumene di Anassimandro, carta
del mondo conosciuto nel 580 a.C.
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Della sua vita si conosce pochissimo, si dice che abbia capeggiato una spedizione nel Mar Nero per fondare la città di Apollonia. Le notizie che di lui abbiamo ci vengono da Aristotele, Teofrasto e Diogene Laerzio, a loro volta citati da autori posteriori. E’ considerato il primo autore di un’opera a carattere filosofico, dal titolo Della Natura. Di questo libro solo un frammento ci è pervenuto attraverso una citazione di Simplicio (che a sua volta cita Teofrasto). Si tratta di un brano che ha provocato accese discussioni tra i commentatori. Anassimandro identifica l'ar­ché nell’ apeiron, l'”infinito” (più precisamente, nell’ente “privo di limiti”). Naturalmente esiste una grande indeterminatezza su cosa intendesse esattamente Anassimandro con quella definizione. Ma Anassimandro è importante anche per l’astronomia. C’è una sola testimonianza di una osservazione astronomica eseguita da Anassimandro, e riguarda la data in cui avviene il tramonto eliaco mattutino delle Pleiadi. Al contrario, si hanno citazioni di sue osservazioni astronomiche di carattere speculativo. Tra queste, citiamo quella secondo cui i corpi celesti eseguono percorsi circolari, e l’altra, importantissima, secondo cui la Terra galleggia nello spazio senza bisogno di alcun sostegno, affermazione grandemente innovativa (perché fino ad allora il concetto di qualcosa di solido che sostenesse la Terra era saldamente radicata presso tutte le culture) che segna veramente l’inizio dello studio del cosmo su basi scientifiche. Si dice che Anassimandro abbia introdotto in Grecia l’uso dello gnomone (apprendendolo probabilmente dai Babilonesi). Ad Anassimandro si fanno risalire le prime idee sulla convessità della superficie terrestre. Egli pensava che la Terra avesse forma cilindrica, con l’asse orientato nel senso levante-po­nente. Si dice anche che egli abbia eseguito per primo una misurazione dell’obliquità dell’eclittica (affermazione fortemente dubitata oggi). Altra affermazione tradizionale su Anassimandro è quella secondo cui egli abbia disegnato una carta geografica del mondo allora conosciuto, carta che doveva limitarsi a una rappresentazione del Mediterraneo circondato dal fiume Oceano. 

Nel 578 a.C. - Servio Tullio diventa sesto re di Roma. 
Cartina dell'antica Roma nel 600 a.C. con le mura
serviane. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Considerato il secondo fondatore, Servio Tullio fu l'autore della più importante modifica dell'esercito dell'epoca pre-repubblicana, dividendo la popolazione in classi e centurie. Si rese conto, infatti, che per assicurare a Roma una forza militare sufficiente a mantenere
le proprie conquiste era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di circa 3.000 fanti e 300 cavalieri, detto esercito romuleo). Introdusse quindi il "Census", il censimento della popolazione maschile che si teneva ogni 5 anni. Tale occasione si inaugurava con il "Lustrum" che consisteva in una "Lustrazio": tre animali sacri, prima di essere sacrificati, giravano attorno all'esercito in armi schierato nel Campo Marzio per rendere splendore e sacralità all'evento. Lustro è rimasto nel nostro linguaggio come periodo di 5 anni. In relazione al patrimonio posseduto, ognuno apparteneva ad una classe di centurie, che si differenziavano fra seniores, oltre i 46 anni e juniores fra i 17 e i 45 anni. Lo schieramento corazzato oplitico adottato dalla fanteria, i "pedites", prevedeva dispositivi difensivi come corazze elmi e scudi, oltre alle armi offensive (spade e lance) che potevano permettersi solo le prime classi. Al di sotto di un certo patrimonio non si poteva far parte delle classi delle centurie.
Cartina dell'antico Lazio nel 600 a.C.
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La monetazione a Roma venne introdotta alla fine del IV, inizi del III secolo a.C., per cui i capitali erano misurati in "pecunia" non numerata, e cioè metallo pesato. Questo favorì comunque il reclutamento degli strati inferiori della società, fino ad allora esclusi dal servizio militare, segnando così il primo passo verso il riconoscimento politico di quella che solo grazie a questa riforma prenderà a chiamarsi plebe. L'inclusione della plebe nell'esercito portò ovviamente i re etruschi ad un primo contrasto con lo strato superiore della società romana, i patrizi, che vedevano minacciati i propri privilegi. Servio Tullio modificò la tradizionale ripartizione in tribù del popolo romano, che non tenne più conto dell'origine etnica delle genti, ma che considerava come criterio di appartenenza il luogo di residenza. Vennero così create quattro tribù urbane (Suburana, Palatina, Esquilina, Collina); in questo modo, oltre a omogenizzare i cittadini romani, si poteva anche valutare il patrimonio dei singoli cittadini e quindi fissarne il tributo che questi dovevano versare alle casse dello stato, oltre che il censo, che ne determinava la classe militare di appartenenza. Primo fra i Romani, condusse quindi  il primo censimento generale (dividendo i cittadini per patrimonio, dignità, età mestieri e funzioni), contando 80.000-83.000 cittadini romani, insieme a quelli delle campagne circostanti. Il nuovo corpo civico era quindi composto dai Comizi Curiati, le assemblee dei maschi adulti che formavano le nuove tribù territoriali e i  Comizi Curiati che erano le assemblee degli appartenenti all'esercito in armi, (popolus inteso come esercito) e che perciò non si potevano svolgere in città, in cui era proibito portare armi, ma nel Campo Marzio. Servio Tullio ampliò il pomerium (confine di Roma) ed aggiunse alla città di Roma i colli Quirinale, Viminale e Esquilino, scavando poi tutto intorno al nuovo tratto di mura un ampio fossato.
Statuetta di Mater Matuta
Fece, quindi, costruire insieme agli alleati latini, sull'Aventino, il tempio di Diana, che corrisponde alla dea greca Artemide, il cui tempio si trovava ad Efeso, trasferendo da Ariccia il culto latino di Diana Nemorensis. Come per i Greci, per i quali il tempio di Artemide rappresentava una federazione di città, con il tempio di Diana, costruito intorno al 540 a.C., i Romani miravano a porsi come centro politico e religioso delle popolazioni del Lazio e forse anche dell'Etruria meridionale. E sempre a Servio si ascrive anche la decisione di costruire il Tempio di Mater Matuta ed il Tempio della Dea Fortuna, entrambi al Foro Boario. Roma continuò comunque la sua politica di espansione territoriale, sia a danno dei vicini Sabini, sia delle città etrusche di Veio, Cere e Tarquinia le quali, non accettando la sovranità di Servio Tullio, considerato un usurpatore, non volevano più rispettare gli accordi di tregua stipulati con Tarquinio; dopo alterne vicende i Romani ebbero la meglio su queste città e ingrandirono il loro territorio verso nord.
Mater Matuta, nella mitologia romana era la dea del Mattino o dell'Aurora. Più tardi fu associata alla dea greca Ino o, appunto, Aurora. Aveva un tempio nel Foro Boario, realizzato, forse, all'epoca di Servio Tullio (secondo quarto del VI secolo a.C.), accanto al Porto fluviale di Roma, consacrato, secondo la leggenda, da Romolo. Distrutto nel 506 a.C., fu ricostruito nel 396 a.C. da Marco Furio Camillo, nell'odierna area di Sant'Omobono. Un altro tempio dedicato alla dea era nella città di Satricum. La sua festa (Matrialia) veniva celebrata l'11 giugno, a questo culto erano ammesse solo le donne vergini o sposate una sola volta, il cui marito era ancora vivo, mentre le donne schiave ne erano severamente escluse.

Carta geografica ottenuta dal Periplo di Scilace, parte tratta da:
 http://www.webalice.it/franco.zavatti/www/frau/scilace1-19-108-112.png 
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Il Periplo di Scilace (Scilàce di Cariànda fu un antico navigatore, geografo e cartografo greco che visse tra il VI e il V secolo a.C., a cui i cartaginesi commissionarono alcune esplorazioni) è una descrizione delle coste del Mediterraneo e del Mar Nero, redatta tra il VI e il V secolo a.C., che riporta la presenza dei Liguri mescolati agli Iberi tra i Pirenei e il fiume Rodano e dei "Liguri veri e propri" sulle coste tra il Rodano e il fiume Arno.

Piantina dell'antica Mileto, colonia Ionica in
Asia Minore, che mostra una concezione
democratica della politica. Se si eccentua
l'area centrale, destinata agli uffici pubblici,
le zone residenziali appaiono fortemente
omogenee, conformemente all'ideale
di ugualianza fra cittadini della
Democrazia.
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Nel 575 a.C. - Secondo il ritrovamento di un'antica iscrizione, a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi, viene convocato un consiglio popolare che offre la prima testimonianza di istituzioni democratiche e leggi o decreti del dèmos, il governo dei molti. Le città nelle quali la libertà individuale raggiunse le sue più alte espressioni (e in particolare Atene) erano città nelle quali fioriva il possesso di schiavi come beni mobili.
I Greci scoprirono contemporaneamente l'idea della libertà individuale e la struttura istituzionale al cui interno poteva essere realizzata.
Il mondo pre-greco fu un mondo senza uomini liberi, nel senso in cui l'Occidente è giunto ad interpretare questo concetto.
Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. Fondamentale per la datazione di queste prime serie, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a. C.
La monetazione in elettro, battuta essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio", comprende lo statere (= gr 14,1 ca.) e alcune sue frazioni, fino a 1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto "quadrato incuso", sull'altro. L'assegnazione a zecche specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche di livello piuttosto elevato.
Moneta di Focea in elettro di 1/6 di statere raffigurante
la foca marina, simbolo di Focea, con sotto la lettera Φ,
coniata nel 600-550 a.C. - British Museum di Londra
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Nella seconda metà del VI secolo a.C. Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia. 
Prima passò a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia.
I Focei si rifugiarono a Chio con l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma, respinta l'offerta, si diressero verso la colonia di Alalia in Corsica.
Focea fu un importante porto commerciale e fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia, (attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna.
Ci informa infatti Erodoto che, proprio utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali che si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano Atlantico presso Tartesso.

Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso segnalati
in verde brillante, le colonie greche in blu e le colonie fenicie in verde-oliva.
Si vedono il Lago Ligustico, Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz).
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Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos

Giunti a Tartesso, in (Spagna), i Focei strinsero amicizia col re Argantonio che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della loro città.
I loro viaggi marittimi erano estesi: a sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in Egitto; a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie di Amiso e Lampsaco. (Vedi cartina in basso a destra.)
Dardanelli con Lapsaco (Lapseki)
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A proposito della fondazione di Massalia, si narra che Focei  (per visualizzare il post del Manoscritto Anonimo del 1700, in cui si parla dei Focei nell'area di Sanremo, clicca QUI ) e Samioti aprirono relazioni commerciali con gli abitanti delle coste dell'Iberia orientale e della Gallia meridionale, che erano quasi tutti Iberi e Liguri. Nella particolareggiata leggenda di Massalia (Marsiglia), si racconta come i primi coloni Focei, Simos e Protis, provenienti da Efeso, incontrando il sovrano ligure Nannu sarebbero stati invitati in una lingua incomprensibile a partecipare ad un banchetto al quale a loro insaputa la figlia di Nannu, Gyptis avrebbe scelto il suo sposo tra gli astanti. Gyptis espresse la sua preferenza per il greco Protis, generando la comunione tra i popoli. La terra su cui avrebbero edificato la loro città, infatti, sarebbe stata proprio Massalia. Questo episodio ci fa intendere che Massalia non può essere considerata una colonia esclusivamente greca, ma più probabilmente era luogo di un'intesa greco-ligure come accesso al Mediterraneo dei commerci continentali europei e viceversa (sale, metalli, ambra, vino, manufatti ecc.).

Europa - Cartina del Mediterraneo nell'VIII sec. a.C. e delle sue polis (città),
e delle colonie e città (polis) fondate sucessivamente. Si notano Focea,
 Lampsaco più a nord, Amiso sul Mar Nero, Naucrati in Egitto,  Massalia
(Marsiglia), Alalia, Cuma, Elea, Reggio. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta dell'antico mar Tirreno con la zona della battaglia
di Alalia del 535 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Quando Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia, passando a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia, i Focei si rifugiarono a Chio con l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma, respinta l'offerta, si diressero verso la colonia di Alalia in Corsica.
Per cinque anni i Focei costruirono templi e saccheggiarono i paesi circostanti, fino a quando Etruschi e Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535 a.C.). 
I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro navi che preferirono trasferirsi a Rhegion (l'attuale Reggio Calabria) e da lì risalire la costa per fondare Elea.
Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane, capostipite della futura Scuola eleatica. 

Nel 530 a.C. -  Pitagora inizia il suo insegnamento. Pitagora, secondo alcuni, verso i vent’anni di età ebbe dei contatti con Talete ed Anassimandro. La sua nascita viene collocata a Samo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. E’ considerato il primo matematico puro della storia. A differenza di altri matematici greci, dei quali sono noti sia i titoli delle opere che i contenuti, di Pitagora non ci è giunto alcuna opera scritta (e nemmeno eventuali titoli). Sembra addirittura che tutto il suo insegnamento abbia avuto un carattere completamente orale. La Scuola Pitagorica, comunità scientifico-religiosa che egli guidò mantenne uno standard di segretezza elevato, tale da far considerare i suoi membri come componenti di una vera e propria setta, con connotazioni talmente elitarie da suscitare persecuzioni. Nella sua scuola si riscontra un evidente influsso di credenze e filosofie orientali. Oltre che di matematica, egli si occupò intensamente di magia, di astrologia, di filosofia, di musica, di astronomia, di riti occulti e pare anche di medicina, tutte cose che danno credito all’affermazione di suoi viaggi in Oriente.
Pitagora
Una delle prime notizie sulla sua vita, riguarda il fatto che suo padre, commerciante originario di Tiro (Si­ria), ottenne per riconoscenza dalla città di Samo la cittadinanza per aver portato colà un carico di grano, in tempo di carestia. Un’altra storia dice che durante la sua adolescenza Pitagora ricevette istruzione da tre filosofi, uno dei quali, Ferekides, è considerato il suo maestro. Gli altri due filosofi con cui secondo alcuni Pitagora fu in contatto, si dice siano stati Talete e Anassimandro. Nel 535 a.C. si ritiene che Pitagora abbia fatto un viaggio in Egitto, alcuni anni dopo che il tiranno Policrate prese il potere a Samo. Si dice anche che Pitagora e Policrate fossero stati amci in precedenza, e che quando si recò in Egitto, aveva con sé una lettera di raccomandazione di Policrate. Questo viaggio in Egitto e i contatti che Pitagora ebbe con sapienti del luogo possono essere indicativi di alcuni caratteri del suo insegnamento: la segretezza dei sacerdoti egizi circa le loro co­noscenze, il loro rifiuto di mangiare fave e men che meno carne di animali. I Pitagorici avevano ripreso dalla religione indiana la credenza nella trasmigrazione delle anime (metempsicosi, ossia che l’anima dopo la morte si trasferisce nel corpo di altri uomini o animali viventi) non mangiavano quindi carne di alcun genere, onde non correre il rischio di nutrirsi con un animale in cui si fosse reincarnato un amico o un parente. D’altro canto, l’affermazione di Porfirio secondo cui Pitagora apprese la geometria in Egitto appare poco probabile, perché doveva essere stato edotto sufficientemente in questa disciplina da Talete e Anassimandro. Giamblico dice che nel 525 a.C. in seguito alla conquista dell’Egitto da parte della Persia, Pitagora venne portato prigioniero a Babilonia, dove ebbe la ventura di venire a contatto con sapienti babilonesi che gli trasmisero molte delle loro conoscenze. Nel 520 a.C. fece ritorno a Samo. Intorno al 518 a.C. Pitagora lasciò Samo perché, sempre secondo Giamblico, i cittadini di Samo non apprezza­vano che i suoi metodi di insegnamento riflettessero influenze egizie. Si stabilì nell’Italia meridionale, a Crotone, sulla costa orientale calabra, fondando la sua famosa scuola. Questa scuola, forse sarebbe più opportuno chiamarla setta, aveva un circolo interno di affiliati che erano detti “matematici”. Essi vivevano perma­nentemente nella setta, erano privi di possessioni personali e strettamente vegetariani. Della associazione facevano parte sia uomini che donne. I membri esterni alla setta erano detti akousmatici , vivevano nelle proprie case e non erano soggetti alle strette regole dei membri interni. Il carattere comunitario e la segretezza praticate dai membri della setta pitagorica, ha reso praticamente impossibile agli studiosi distinguere quali scoperte siano effettivamente attribuibili a lui e quali ai suoi di­scepoli. Per gli studiosi moderni è anche molto difficile riuscire a rendersi conto del grado di astrattezza dei problemi che i pitagorici dibattevano. Aristotele scrive: “... I Pitagorici ... pensavano che tutte le cose sono numeri ... e che l’universo è un regolo e un numero...”. Questo fascino per i numeri da parte di Pitagora si ritiene dovuto alle sue osservazioni su certi aspetti che legavano matematica, musica e astronomia. Egli aveva notato che le corde vibranti producevano tonalità armoniche se esisteva una certa legge tra lunghezza delle corde e nu­mero delle vibrazioni. In effetti le scoperte dei pitagorici sulla teoria musicale costituirono un notevole contributo allo sviluppo della teoria della musica. Il legame di queste osservazioni con l'astronomia era dato dal fatto che i pitagorici avevano sviluppato una teoria delle sfere armoniche, per la quale i pianeti emettevano dei suoni dipendenti dalla velocità con cui ruotavano intorno alla Terra. Naturalmente oggi il nome di Pitagora è ordinariamente associato al teorema che porta il suo nome e del quale non si dispone di notizie che lo rendano a lui sicuramente attribuibile. Molti scrittori moderni attribuiscono a lui (o per lo meno alla sua Scuola), la scoperta di altre importanti nozioni matematiche. Tra queste, notevole, è quella dei numeri irrazionali. Si tende a ritenere che questa scoperta sia dovuta non a lui ma a qualche suo discepolo, perché si tratta di una scoperta che contrastava con la vi­sione di Pitagora secondo cui “tutte le cose sono numero” (è noto che per “numero” i pitagorici intendevano il rapporto tra due interi, e quindi non potevano concepire che potesse esistere qualcosa che si sottraeva a que­sta regola). Si usa dire che i pitagorici si “imbatterono” nei numeri irrazionali ma rifiutarono di accettarli. Una leggenda dice che trovandosi alcuni pitagorici in viaggio su una nave, uno di loro, Ippaso da Metaponto, dimostrò ai compagni che, quale conseguenza del teorema scoperto, si aveva che il rapporto tra l’ipotenusa di un triangolo rettangolo e uno dei due cateti dello stesso, conduceva a un valore (radice di 2) che non rientrava nella loro concezione di numero (cioè rapporto di due interi). La leggenda dice i pitagorici furono talmente sconvolti da questa affermazione da scaraventare in mare il malcapitato collega. I Pitagorici, come già i Babilonesi, ritenevano che alcuni numeri fossero sacri. Il più perfetto era il 10. Anche altri numeri possedevano un loro magico significato. Ad esempio, l'1 era considerato il numero della ragione ed il “generatore di tutti i numeri”. Il 2 era il numero “femminile” per eccellenza. Il 3, all’opposto, era il numero “maschile”. Il 4 il “portatore di giustizia”. Il 5 era il numero dello “sposalizio”, perché formato dalla unione del 2 con il 3 In astronomia è attribuita a Pitagora l’affermazione secondo cui la Terra ha forma sferica, e che anche l’orbita della Luna era inclinata rispetto all’equatore celeste. Giamblico dice che nel 513 a.C. Pitagora ritornò in Grecia, a Delo, per assistere il suo antico maestro Fe­rekides, prossimo a morire. Pochi mesi dopo la morte del suo maestro fece ritorno a Crotone. Nel 510 a.C. si ebbe uno scontro militare tra Crotone e la vicina Sibari e si hanno indicazioni che Pitagora abbia avuto a che fare con la disputa. Quindi, sempre Giamblico ci informa che, avendo la società pitagorica subito un attacco da parte di Cilone, un nobile di Crotone, Pitagora fu costretto a fuggire a Metaponto dove morì (alcuni dicono che commise suicidio). Ma lo stesso Giamblico prende le distanze da questa versione affermando che Pitagora da Metaponto ritornò a Crotone e che la sua società riuscì a prosperare ancora per parecchi anni. Questa versione concorda con le affermazioni di altri autori secondo cui Pitagora riuscì a raggiungere un’età prossima ai cento anni, e addirittura ad avere tra i suoi discepoli Empedocle da Agrigento. Ma in genere si tende a porre la data della morte di Pitagora intorno al 500 a.C. Sicuramente le circostanze della morte di Pitagora sono avvolte nella leggenda. Sicuro è comunque che la società pitagorica si espanse molto dopo il 500 a.C., che assunse connotazioni politiche e che si scisse in numerose fazioni. Nel 460 a.C. si ebbe un violento episodio di persecuzione contro i Pitagorici a Crotone. Molti loro luoghi di riunione vennero assaltati e dati alle fiamme. Si cita in particolare la “casa di Milo”, a Crotone, dove una cinquantina di Pitagorici fu assassinata. I sopravvissuti trovarono rifugio a Tebe e in altre città. 

Senatus PopolusQue Romanus
Nel 509 a.C. -  A Roma viene cacciato l'Etrusco Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma, e viene proclamata la Repubblica, che adotta come epigrafe S.P.Q.R., Senatus PopolusQue Romanus, Senato e Popolo Romano. I Romani hanno un proprio alfabeto, il Latino, derivato dall'alfabeto Greco occidentale. La struttura economica di Roma è basata prevalentemente sulla pastorizia (il termine stesso per il denaro, "pecunia", deriva da "pecora") e sull'agricoltura, tanto che l'esercito è formato esclusivamente da proprietari terrieri, ritenuti gli unici ad avere la motivazione per gestire la politica difensiva e/o espansionistica delle armi. Il servizio militare è di leva, con costrizione obbligatoria: ogni membro dell'esercito deve provvedere a proprie spese al proprio equipaggiamento, generalmente composto da armatura, scudo, spada e lancia per i "pedites", i fanti, più benestanti. La formazione di combattimento per quest'ultimi è la falange. I più ricchi sono gli "equites", i cavalieri, che possono mantenersi il cavallo, e dispongono di protezioni oltre alle armi offensive (elmi, armature, ecc.). Va poi precisato che la consuetudine, nella repubblica, era di assegnare appezzamenti dei territori conquistati ai militari congedati, nella misura proporzionale al loro grado.

I linguaggi nell'Italia del 500 a.C.: Leponzio,
Gallico, Retico, Venetico, Ligure, Etrusco,
Nord-Piceno, Umbro, Sud-Piceno, Falisco,
Sabino, Latino, Osco, Messpico, MagnoGreco,
Elimo, Sicano, Siculo, Sardo.
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Nel 503 a.C. - Menenio Agrippa convince i plebei a tornare in città. Vissuto tra il VI e il V sec., Menenio Agrippa fu console romano; vinse i Sabini nel 494 a.C. Una tradizione dai contorni leggendari narra che, durante la ribellione del popolo contro i soprusi dei patrizi, Agrippa venne mandato sull’Aventino per convincere i plebei a tornare in città. Egli narrò loro un apologo sulla necessità che le membra (la plebe), cooperassero con lo stomaco (i patrizi), per evitare di arrecare danno a tutto il corpo: “Una volta, disse, le braccia, le gambe, la bocca e i denti decisero di non lavorare più per lo stomaco, che si nutriva e restava in ozio godendo il frutto delle loro fatiche. Lo stomaco, privo di alimenti, soffriva, ma contemporaneamente soffrivano anche tutte le altre membra mentre tutto l’organismo deperiva. Allora le membra compresero che anche lo stomaco lavorava, anzi era proprio lui a dare loro forza e vita restituendo, in forma di sangue, quel cibo che esse gli avevano procurato con fatica. Così nello Stato: i patrizi sono come lo stomaco, i plebei le membra. La rovina di una classe è la rovina di tutto lo Stato”. I plebei si lasciarono persuadere a ritornare in città, ma ottennero decisive leggi a loro favorevoli; tra cui quella di eleggere i loro rappresentanti detti “tribuni della plebe” per la difesa dei loro diritti.
Cartina della locazione di Capua, da cui la
denominazione "Campania", città greca del
IX sec. a.C., considerata più bella e ricca
di Roma dagli stessi romani, e che nel VII sec.
a.C. erano le maggiori città dell'area tirrenica.
Sono poi indicate le altre città greche edificate
sucessivamente, le strade romane realizzate nel III
sec. a.C. In verde la valle del Sangro con Pompei.
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Va precisato che in quest'epoca storica, mentre il versante tirrenico è ricco, sia culturalmente, materialmente, sia di città, fra cui primeggiano Capua e Roma, il versante appenninico e adriatico della penisola italica, intesa al sud dei fiumi Magra e Rubicone, è abitato da popolazioni che praticano la pastorizia. Queste popolazioni si definiscono "Safinim", e si sono distinte fra Sabelli, Sabini, Sanniti, e una moltitudine di nomi, ma sono popolazioni dello stesso ceppo, e perlopiù parlano dialetti in osco. La transumanza delle greggi, che praticano annualmente, impedisce loro un quotidiano urbano, per cui non edificano città, ma accentramenti a tema nelle campagne: i luoghi dei templi e dei teatri in cui agivanole istituzioni: quello del mercato, il foro della politica, quello dei tribunali e delle pubbliche assemblee. La lana, che vendono alle genti della Campania e del Lazio, insieme ai prodotti caseari, favorirà in quelle regioni una prospera attività manufatturiera di produzione di tessuti di lana nelle "folloniche", officine artigianali ricavate dalle abitazioni che possano attingere acqua, e tali produzioni saranno oggetto di consumo nazionale ed estero. Dopo la romanizzazione dell'area, saranno i Romani a costruire micro città, con mura, porte e fori lasticati.

Foro rurale ad Altilia, presso l'antica Sepino, in Molise.

Nel 500 a.C. -  Si ha la massima espansione del commercio Fenicio.

Cartina della massima espansione del commercio fenicio nel  Mediterraneo
(500 a.C.) con le maggiori città mediterranee, le aree commerciali dei Fenici,
l'antica Grecia con le sue maggiori città. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Carta geografica tratta dalla rivista "Ecco i Fenici", supplemento a
"La Stampa" n.48 del 3 marzo 1988, p.64.  Sono evidenziate le principali vie
del commercio nell'antichità storica aventi come protagonisti i mercanti e gli
esploratori fenici quando avevano ormai conquistato i mercati oltre le
colonne d'Ercole, appannaggio dei Liguri. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Dal V° secolo a.C. Tartesso, citata più volte nelle scritture ebraiche ('Tarshish', conosciuta anche come 'Tarsis' o 'Tarsisch') , non esisterà più.

Carta geografica del sud dell'Iberia (Spagna) nella fine del  I° secolo a.C.:
risulta che all'epoca romana (regno di Augusto) di Tartesso gia' non c'è
più traccia, ma il golfo che attualmente prende il nome dalla citta' di Cadiz
(Cadice, antica Gadira o Gades) si chiamava allora Tartessius Sinus
(golfo di Tartesso).

In Grecia, le due città greche più importanti, Atene e Sparta, erano divise quasi su tutto: avevano diversi interessi, diversi rapporti fra le classi, diversa concezione della vita e della cultura. E anche, naturalmente, una diversa concezione della guerra. Sparta si può senz'altro definire come una società militarista. Gli Spartani, infatti, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che essi trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco. Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera. I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare.
Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia.
Le armi di un oplita del 500 a.C.: elmo,
corazza, lancia, di cui si vede solo la punta,
spada. Clicca sull'immagine per ingrandirla
Diversa era la situazione ad Atene all'inizio del V secolo. Lì non si passava la vita sotto le armi, anzi, non c'era nessuno che facesse il soldato per professione: i cittadini venivano chiamati di volta in volta alle armi, in caso di necessità, sotto il comando di capi militari (gli strateghi) che venivano eletti di anno in anno. Nonostante che, dopo la riforma di Clistene, le cariche pubbliche venissero sorteggiate fra tutti gli aventi diritto, a quella di stratega veniva attribuita una componente di competenza tecnica, per cui era riservata, per comune consenso, alle persone riconosciute più esperte. Una cosa però accomunava le tecniche di guerra di Ateniesi e Spartani (e in realtà di quasi tutti i Greci) al momento dell'invasione persiana: per gli uni come per gli altri, il nerbo dei rispettivi eserciti era costituito dalla fanteria oplitica. Gli opliti (da Yoplon, lo scudo tondo del diametro di un metro, in legno ricurvo corazzato in bronzo od ottone) erano cittadini liberi, appartenenti per lo meno al ceto medio, i quali potevano permettersi di equipaggiarsi con la pesante armatura di bronzo adottata dalle armate greche fin dalla fine dell'VIII secolo a.C. L'equipaggiamento difensivo (chiamato panoplia) era composto da una corazza, sagomata in modo da avere la forma di un torso maschile, a protezione del busto; da un elmo, sempre di bronzo, che riparava anche il naso e le guance; da protezioni metalliche per la parte inferiore delle gambe; infine dal grande scudo argivo (Yoplon), da cui derivava appunto il termine 'oplita'. Le armi offensive erano una lancia e una spada di ferro. La fanteria oplitica combatteva in formazione serrata e pertanto si muoveva con lentezza, ma con efficacia, ed era in grado di resistere anche a una carica di cavalleria. L'armatura di bronzo bastava spesso a proteggere i soldati dalle frecce scagliate da lontano, o anche da una lancia scagliata senza sufficiente forza e precisione. Per sconfiggere gli opliti, dunque, era necessario affrontarli a distanza ravvicinata.
L'introduzione di questo modo di combattere soppiantò i combattimenti individuali sui carri e i duelli tra aristocratici raccontati da Omero e mise il potere militare nelle mani dei comuni cittadini. Pertanto l'introduzione della guerra oplitica fu uno dei fattori che contribuì a minare il primato dell'aristocrazia, che perse il predominio sulla forza militare; alla lunga la nuova tecnica di combattimento finì con il creare tensioni anche all'interno della disciplinatissima società spartana.
Comunque ad Atene e in molte altre città il potere politico era passato nelle mani dell'assemblea dei cittadini.
La falange greca, formazione serrata con cui
combattevano gli Opliti dell'antica Grecia.
Questa situazione creò ulteriori tensioni fra Sparta e Atene: entrambe, infatti, costituivano un modello per le opposizioni interne, rispettivamente appoggiate dall'esterno dall'una e dall'altra città. Fu su questo sistema politico fragile e attraversato da laceranti contrasti che si abbattè, nel 490, la temibile macchina da guerra dell'esercito persiano.
Dario inviò in Grecia una potente flotta e un corpo di spedizione forte di ventimila uomini, del quale facevano parte molte truppe non iraniche (questo contingente era in effetti poca cosa per l'esercito del Gran Re, ma era pur sempre più del doppio dell'esercito ateniese). 

Dal 499 a.C. - Iiniziano gli eventi che porteranno la Grecia alle Guerre Persiane: Creso, re di Lidia, che aveva sottomesso le città greche della costa ionica, nel 546 a.C. è rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che annette anche le città greche dell'Asia Minore.
- Nel 499 a.C. prima ribellione fomentata dalla città di Mileto, a cui Atene si allea e che fornisce navi.
I Greci milesi incendiano Sardi, vicino capoluogo della Satrapia  Persiana: nell'incendio viene distrutto il tempio di Cibele. Anche Focea aderì alla rivolta ionica contro Dario I di Persia. Dionisio di Focea comandò la flotta ionica nella battaglia di Lade (494 a.C.), ma i Focesi poterono schierare solo tre navi su un totale di 350. I persiani vinsero la battaglia e poco dopo schiacciarono la rivolta.
A Dario viene detto che è stata Atene a fornire aiuto alle polis Greche ribelli.
- Nel 494 il re di Persia Dario saccheggia Mileto e ristabilisce il controllo sulla Ionia, ma chiede ad un servitore di ricordargli ogni giorno, prima dei pasti, degli Ateniesi.
Bronzetto raffigurante un Guerriero Greco
- Nel 491, a capo di una grande flotta, Dario si dirige su Atene, ma la flotta è distrutta da una tempesta.
- Nel 490 a.C. Dati, generale di Dario, intraprende la seconda spedizione (prima guerra persiana). Sapendo che l'armata persiana si dirige su Atene, gli ateniesi chiedono aiuto a Sparta, che detiene la supremazia militare ellenica; Sparta risponde che sono in atto celebrazioni religiose e che al momento non manderanno aiuti.
La grande armata persiana è sconfitta a terra dagli Ateniesi guidati da Milziade, che adotta un'astuta strategia di battaglia, a Maratona. Milziade non sa se la flotta Persiana ha raggiunto Atene, e invia un messaggiero, il più veloce e resistente che ha, Filippide, ad avvertire i concittadini della vittoria. Dopo i 42 chilometri di corsa, Filippide riuscirà solo a pronunciare "Nike", "vittoria" e morirà d'infarto. Da questo episodio nasce la maratona sportiva.
- Nel 481 a.C. Serse I, figlio di Dario, attraversa l'Ellesponto (Dardanelli) con un'armata composta da più di 200.000 uomini e fiancheggiata da centinaia di navi. Capendo che tutta la Grecia è a rischio, si costituisce una lega panellenica, a cui Sparta concederà uno dei suoi due re e 300 opliti, il meglio della guardia reale. Sopraffatte al costo di numerosi reparti del suo esercito, compresa la guardia der grande re, gl'immotali, le poche centinaia di Spartani del re Leonida e il migliaio di alleati Greci rimasti, alle Termopili , l'armata persiana raggiunge Atene, che è stata abbandonata, la saccheggia e la incendia, templi compresi, vendicandosi finalmente di Sardi. Ma all'isola di Salamina la flotta greca, comandata da Temistocle sconfigge la più imponente flotta persiana.
 Passo delle Termopili
a nord della Focide
Serse I fugge; i resti delle truppe e della flotta saranno poi vinti dall'alleanza Greca.
Dopo la sconfitta di Serse I nel 480 a.C. nella Seconda guerra persiana, Atene accrebbe la propria potenza. Focea entrò nella Lega di Delo pagando ad Atene un tributo di due talenti.
- Nel 479 a.C. le residue forze di terra persiane sono annientate a Platea.
Atene diviene la città-stato più influente di tutta l'Ellade, sotto la guida politica di Aristide, e impone uno stato di sudditanza alle altre città.

Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante le Guerre Persiane con le spedizioni persiane di
Dati - Ertafeme e Serse, i percorsi e le battaglie (490- 480 a.C.) 
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In quel periodo in Italia, nella Magna Grecia viene fondata un'altra scuola filosofica. Parmenide di Elea, che visse all'incirca dal 515 al 460 (secondo altre testimonianze nacque invece intorno al 540 a.C.), è considerato il fondatore della Scuola Eleatica (Elea, che poi venne chiamata Velia, era la città della Magna Grecia, in Campania, fondata dai Focei, nelle vicinanze dell'attuale Salerno: vedi cartina più in alto). Si dibatte se Senofane sia stato discepolo di Colofone. Dibattuto è anche il problema dell'influenza del pensiero di Parmenide su quello di Eraclito o viceversa. Secondo Diogene Laerzio fu il primo ad affermare che la Terra è sferica e occupa il centro dell'universo.
Parmenide di Elea distinse due livelli di conoscenza: secondo verità e secondo opinione. Per lui il Sole e la via lattea erano esalazioni di fuoco. Anche la Luna era esalazione di fuoco, ed era illuminata dal Sole. La tradizione lo considera anche il primo ad aver riconosciuto che Espero e Lucifero erano lo stesso astro, Venere.

Un'antica trireme greca ricostruita. Navi lunghe e strette,
  veloci e molto manovrabili, il loro impiego fu decisivo nella
 battaglia di Salamina. Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Nel 478 a.C. - Viene creata in Grecia la Lega Delio-Attica. Vittorie greche contro Cartagine  e gli Etruschi. La qualità speculativa della ragione e la nuova consapevolezza di libertà individuale (ottenuta parallelamente alla creazione di un mercato di schiavi), ha elaborato nuove forme di governo del potere nella res-pubblica: la Democrazia. Il potere è condiviso dalle varie parti della società degli uomini liberi, con e senza possedimenti fondiari, la terra: unici esclusi sono gli schiavi, ritenuti più merci che persone. Il culmine dello splendore politico e culturale di Atene è raggiunto con Pericle. Accentuato il carattere democratico con leggi che consentivano ai cittadini delle classi meno abbienti di accedere a cariche pubbliche. Favorito il sorgere di regimi democratici anche in altre città. Durante l'Età di Pericle si ha la costruzione del Partenone, dell'Eretteo, dei Propilei e di altri edifici pubblici. La letteratura si esprime con le tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide le commedie di Aristofane, la filosofia splende con Socrate e Platone.
Pericle
Pericle, in greco Περικλῆς, Periklēs, "circondato dalla gloria" (nato a Cholargos nel 495 a.C. circa, morto ad Atene nel 429 a.C.), è stato un politico, oratore e stratega ateniese durante il periodo d'oro della città, tra le Guerre Persiane e la Guerra del Peloponneso. Discendeva, da parte di madre, dalla potente e storicamente influente famiglia degli Alcmeonidi. Pericle ebbe una così profonda influenza sulla società ateniese che Tucidide, uno storico contemporaneo a lui, lo acclamò "Primo cittadino di Atene". Durante i primi due anni delle Guerre del Peloponneso, Pericle fece della Lega Delio-Attica (una alleanza fra Atene e altre città, con Delo, isola sacra poiché ritenuta il luogo di nascita di Apollo, come riferimento per l'alleanza), un impero comandato da Atene. Promosse le arti e la letteratura; questa fu la principale ragione per la quale Atene detiene la reputazione di centro culturale dell'Antica Grecia. Cominciò un progetto ambizioso che portò alla costruzione di molte opere sull'Acropoli (incluso il Partenone, il "tempio della vergine", dedicato ad Atena con un imponente statua d'oro e avorio, alta venticinque metri, costruita da Fidia). Sotto il governo di Pericle, Atene raggiunse il massimo sviluppo democratico, con l'istituzione dell'assemblea cittadina come capo della Lega Delio-Attica.
Per avere informazioni sulla vita di Pericle, visualizza il post "Pericle e la Democrazia: "Discorso agli Ateniesi" - con Paolo Rossi", clicca  QUI 
Ecco il suo Discorso agli Ateniesi riportato da Tucidide in "La guerra del Peloponneso" II, 37-41:
"Qui ad Atene noi facciamo così: qui il nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi, qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso. Qui ad Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!"
E' in questo periodo che vive Anassagora. Anassagora di Clazomene visse all'incirca dal 500 al 430 a.C. E' probabile che abbia trascorso la sua giovinezza nella natia Ionia (Clazomene era una città nelle vicinanze di Smirne). Le fonti più importanti su Anassagora sono Aristotele, Platone, Teofrasto, Aetius, Plutarco, Ippolito. Si dice che, di famiglia facoltosa, abbia trascurato le ricchezze per dedicarsi allo studio. Si dice anche che sia stato lui il primo filosofo ad introdurre in Atene la filosofia (fino ad allora confinata alla Ionia) quando, poco più che ventenne, si trasferì ad Atene. E' largamente accettato che ad Atene egli divenne amico di Pericle, più giovane di lui di cinque anni. Ma, come è noto, la sua amicizia con Pericle gli costò cara: i nemici politici di Pericle per colpire lui si rifecero su Anassagora facendolo imprigionare e costringendolo all'esilio. Sembra addirittura che il provvidenziale intervento di Pericle abbia salvato Anassagora da sanzioni più gravi. Le accuse ad Anassagora consistevano, come è noto, nell'aver egli affermato che il Sole non era altro che "una pietra infuocata" (evidentemente, nell'Atene del 450 a.C. l'attitudine mentale tradizionale era ancora fortemente legata a valori sacrali e lo svilirli a una interpretazione naturalistica non poteva ancora essere accettato). Comunque, Anassagora si rifugiò a Lampsaco (sulla costa orientale dell'Ellesponto), dove si dice abbia fondato una scuola. Nella dottrina filosofica di Anassagora si aveva una accentuazione del nous inteso come "mente", oppure "ragione", cioè disanima dei fenomeni secondo principi di razionalità. Secondo Aetius (che cita Teofrasto), Anassagora sosteneva che la Luna brilla di luce non propria ma riflessa dal Sole. Questa è ritenuta una delle prime affermazioni del genere. Ippolito e altri ci informano delle corrette interpretazioni date da Anassagora, per primo, delle modalità del compiersi delle eclissi di Sole e di Luna. Sulle modalità di svolgimento delle eclissi di Luna, comunque, Anassagora introduce una credenza erronea, ammettendo la possibilità che ad oscurare la Luna siano anche altri corpi interposti. C'è un notevole grado di incertezza su quanto fossero estese le sue cognizioni matematiche. Vitruvio ci dà una intrigante informazione su Anassagora. Ci dice che, mentre si trovava in prigione, scrisse un trattato nel quale si davano istruzioni su come dipingere gli scenari per le commedie che venivano rappresentate ad Atene: come dovevano essere dipinti i pezzi che dovevano apparire sullo sfondo, e come quelli che dovevano apparire in primo piano. Si potrebbe arguire da ciò che Anassagora produsse una specie di trattato sulla prospettiva ma manca completamente qualunque altra notizia che confermi queste affermazioni di Vitruvio. E' noto anche la battuta con la quale si dice abbia risposto a che gli chiedeva quale riteneva fosse lo scopo della sua vita: "Investigare il Sole, la Luna e le stelle".
Empedocle di Agrigento visse all'incirca dal 480 al 420 a.C. Aristotele dice che morì ad Atene all'età di 60 anni, mentre secondo un'altra tradizione sarebbe precipitato nel cratere dell'Etna. Delle due opere certamente attribuitegli ci restano ampi frammenti: 100 versi del poema Purificazioni e 400 versi di Sulla natura. Ispirandosi al pensiero di Eraclito, di Pitagora e di Parmenide, formulò la dottrina dei quattro elementi, da lui detti in realtà radici, più tardi riconosciuti come i quattro elementi naturali (aria, fuoco, terra e acqua). Accettò l'idea di Parmenide secondo cui la Luna rifletteva la luce solare e dette una spiegazione corretta del meccanismo delle eclissi solari. Aristotele sosteneva che Anassagora era prima di Empedocle per età ma dopo di lui per opere. Si potrebbe pensare che volesse semplicemente dire che Anassagora scrisse in un tempo successivo a Empedocle. Invece Teofrasto sostiene che Aristotele riteneva Anassagora inferiore ad Empedocle nel pensiero. Aristotele riporta anche che Empedocle ebbe la intuizione fisica importantissima secondo cui la velocità della luce era finita, per cui impiegava un certo tempo a percorrere una distanza.

Carta geografica dei primi insediamenti europei dei Celti,
Hallstatt poi La Tène, e sucessive espansioni
Dal 450 a.C. - Si sviluppa in Europa centro-occidentale la cultura di La Tène, preceduta dalla cultura di Hallstatt. La fine della cultura di Hallstatt, dovuta probabilmente a conflitti interni, con nuovi ceti che aspirano al potere e soppiantano la vecchia aristocrazia hallstattiana, segna l'inizio della  cultura di La Tène (450 - 50 a.C.), sviluppatasi sul lago di Neuchatel (nell'attuale Svizzera occidentale) e caratterizzata, oltre che da una spettacolare attività artigianale e artistica, soprattutto dalla nascita di una forte rete di commercio di massa (armi e accessori in ferro, suppellettili in oro, argento e ambra) e dalla conseguente nascita di una protoborghesia. Dalla zona tra  basso Rodano e alto Danubio, a  partire
Cartina dell'Europa intorno
al 500 a.C.: le città e le vie 
dell'Ambra, in nero e rosso, i siti
di rinvenimento di Ambra in rosso.
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già dal 700 circa a.C., principalmente per ragioni demografiche di sovrappopolamento, la loro espansione interessò le isole britanniche (già raggiunte da una prima ondata precedente) e la penisola iberica (i Celtiberi) e, successivamente, l'Italia settentrionale e i territori dei Balcani, in cui vennero a contatto con l'impero di Alessandro Magno e svolsero attività di mercenari, mentre una parte ritornò verso l'Asia Minore (i Galati).

OGHAM, l'alfabeto celtico. Ogni OGHA, simbolo-lettera, è l'iniziale
di un'albero-pianta, con i nomi in gaelico: inoltre qui indichiamo la
corrispondenza con il calendario arboricolo proposto da Robert Graves.
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Dal 440 a.C. - Nell'ecumene di Erodoto, redatto tra il 440 - 425 a.C., troviamo i Liguri dalla foce dello Jùcar, in Iberia, fino alla pianura padana.

Liguri - Carta geografica dall'Ecumene di Erodoto - Erodoto di Alicarnasso
svolse la sua attività intorno agli anni 440 - 425 a.C. I viaggi che portò
a termine gli consentirono di allargare enormemente le conoscenze
geografiche dei suoi contemporanei.
Da: http://digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia01.htm 
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In Grecia è attivo Democrito. La vita di Democrito di Abdera è collocabile tra gli anni 470 e 400 a.C. Discepolo di Leucippo. E' considerato il più autorevole rappresentante della scuola atomistica. Ricollegandosi alla ricerca dell'arché, vide il principio originario del mondo in particelle di materia più o meno piccole, non ulteriormente divisibili: gli atomi. Secondo Democrito, tutto ciò che esiste nel mondo è prodotto dalle varie combinazioni degli atomi. Essi sono le uniche realtà durevoli e l'esistenza del vuoto è condizione indispensabile al loro movimento. Democrito è anche considerato il primo pensatoread aver introdotto il concetto di infinità del cosmo. Le idee filosofiche di Democrito (e Leucippo) furono riprese e sviluppate da Epicuro. L'atomismo conobbe poi una certa popolarità tra la fine del secolo XVI e la fine del XVII (anche se non contribuì direttamente alla nascita dell'atomismo moderno). Le migliori fonti su Democrito sono Epicuro, che fu uno strenuo sostenitore dell'atomismo e Aristotele, che lo osteggiò altrettanto strenuamente. Si sa che Democrito fu istruito da precettori Caldei che gli insegnarono, tra l'altro, l'astronomia. Si dice anche che abbia completato la sua istruzione recandosi in Egitto e in Persia. A Democrito si attribuiscono molte opere, andate tutte perdute. Tra esse una Grande cosmologia e una Piccola cosmologia. Diogene Laerzio dà una lista delle opere scritte da Democrito, tra esse cita Sui numeri, Sulla geometria, Sulle tangenti, Sulle mappe, Sugli irrazionali. Concepì la Via Lattea come una banda di luce costituita di stelle molto piccole e fittamente raggruppate. Elaborò anche un calendario astronomico che presenta un grande interesse perchè vi sono descritti eventi astronomici collegati a fenomenologie terrestri (ad esempio viene data una corretta interpretazione nell'associare l'inondazione del Nilo alla stagione delle piogge che si manifestano a monte. E' stato recentemente accertato che Archimede afferma nel Metodo che Democrito affermò importanti teoremi su figure geometriche solide con un anticipo di circa cinquant'anni su Eudosso. Ecco infine un esempio di speculazione geometrica di Democrito che ci viene da Plutarco: "Se un cono venisse tagliato con un piano parallelo alla base, cosa dovremmo pensare confrontando la grandezza delle due superfici circolari? Se pensiamo che sono disuguali dovremmo anche ammettere che la superficie del cono abbia delle indentature. Se pensiamo che sono uguali dovremmo anche ammettere che il cono gode delle proprietà di un cilindro".
"Hermes con Dioniso" di Prassitele:
Nella cultura greca l'eroe era
rappresentato nudo.
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Gli anni dal 470 al 400 a.C. furoni quelli tra i quali si estese la vita di Metone e quelli dal 460 al 390 per la vita del suo discepolo e collaboratore Eutemone. Questi due astronomi vengono spesso citati assieme. Due sono i contributi fondamentali che vengono loro attribuiti e che li fanno considerare tra gli iniziatori dell'astronomia scientifica greca: l'osservazione del solstizio estivo del 432 a.C. e l'introduzione del ciclo lunisolare di 19 anni. Il primo contributo fa parte del primo tentativo (di cui si abbia notizia) di stabilire la durata dell'anno conteggiando il numero di giorni che intercorrevano tra solstizi ed equinozi. Tolomeo dice nell'Almagesto che il solstizio estivo osservato fu durante l'arcontato di Apseudes, il mattino del 21esimo giorno del mese egizio di Phamenoth (27 giugno del 432 a.C.). Questa osservazione è molto importante perchè venne usata da generazioni di astronomi successive. Per quanto riguarda la durata delle stagioni, ci si rifà ad un papiro del II secolo d.C. che viene denominato Ars Eudoxii, considerato una specie di brogliaccio di esercitazioni sull'opera di Eudosso e che attribuisce ai due la misura della durata delle stagioni in giorni, a cominciare dall'estate, con i valori 90, 90, 92 e 93. La maggior parte dei commentatori tende a prestare poca fede sui dati di questo papiro posteriore a Metone di più di 600 anni. Si tende a ritenere che la prima effettiva misura di durata delle stagioni sia quella eseguita da Callippo un secolo dopo Metone. L'indagine astronomica sulla durata dell'anno e delle singole stagioni doveva comunque già essere stata affrontata ai tempi di Metone ed Eutemone, perchè misurando le durate delle stagioni si poteva verificare l'assioma della uniformità del moto solare. A questo proposito va ricordato che nell'astronomia greca si ebbe fin dagli inizi, il sospetto latente, che perdurò fino ai tempi di Ipparco, circa una durata variabile dell'anno tropico. Diodoro Siculo dice che il ciclo lunisolare di 19 anni venne introdotto da Metone pure nel 432. Abbiamo visto che era stato introdotto (ed adottato) in Babilonia una cinquantina di anni prima. Non si è in grado di stabilire se Metone lo apprese dai Babilonesi o se fu il frutto di suoi studi. La eguaglianza tra il numero di giorni di 235 mesi lunari e il numero di giorni di 19 anni non deve essere stata di molto difficile determinazione, per cui ad essa potrebbe essere pervenuto Metone indipendentemente.
Ricostruzione di come si doveva presentare il Partenone
 di Atena progettato da Fidia, nell'antica Atene.
Le città greche non lo adottarono con uniformità. Si limitarono a tenerne conto per tenere sotto controllo le intercalazioni dei mesi. Ma inizialmente la scoperta di questo ciclo fu molto celebrata ad Atene. Si dice che il numero che ogni anno aveva nel ciclo venisse esposto nel Partenone su un'iscrizione d'oro, dando con ciò origine alla denominazione di numero d'oro. (Ancora oggi del ciclo di Metone viene tenuto conto dalla Chiesa nel calcolo della data della Pasqua, in funzione di alcune costanti, tra le quali anche il numero d’oro. Per una convenzione stabilita da Dionigi il Piccolo, l’anno 1 a.C. corrisponde all’anno di inizio del ciclo di Metone numero 1. (Dionigi, monaco di origine orientale vissuto a Roma a cavallo tra il V e il VI secolo della nostra era, è ricordato, tra l’altro, per aver riformato il sistema di datazione a partire dalla nascita di Gesù Cristo, data che venne da lui fissata al 25 dicembre dell’anno 758 dalla fondazione di Roma, introducendo con ciò un errore di calcolo di circa 5 anni). Allora, il numero d’oro di un anno qualunque (che è il numero d’ordine dell’anno all’interno del ciclo) è dato dal resto della divisione di (anno + 1) per 19. Per esempio, per l’anno 2000 abbiamo: (2000 + 1) / 19 = 105 con resto 6: siamo cioè nel 105º ciclo di Metone, e il numero d’oro per l’anno 2000 è il 6.

Cartina geografica politica con i nomi delle regioni e province dell'antica
Grecia durante la Guerra del Peloponneso, con le battaglie fra Atene e
Sparta (431- 404 a.C.).  Clicca sull'immagine per ingrandirla
Dal 431 a.C. - Inizia in Grecia la Guerra del Peloponneso: la causa fu l'insofferenza delle città greche nel subire il predominio di Atene, abbinata all'accresciuta competitività di Sparta.
- Nel 431 a.C. Corcira (Corfù) chiede aiuto a Sparta per liberarsi del legame con Corinto, alleata di Atene.
- Il conflitto si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambiziose come Alcibiade). Ad Atene fu imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni.
- Nel 403 a.C. Trasibulo scacciò gli Spartani e restituì ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

L'Athena Parthenos
di Fidia che porta
sulla mano una
"Nike", la Vittoria
alata.
Nel 430 a.C. -  In Grecia Fidia progetta e scolpisce l'Athena Parthenos, in avorio e oro, che sarà collocata al centro del Partenone di Atene.

Nel 429 a.C. -  Morte di Pericle.

Nel 412 a.C. - Durante la Guerra del Peloponneso, Focea si ribella con le altre città della Ionia, ma re Dario II, alleato di Sparta, la riconquista.

Nel 408 a.C. - Ad Atene si incontano Socrate e Platone.
Socrate (in lingua greca Σωκράτης, Sōkrátēs; nato ad Atene, nel 470 o 469 a.C. e morto ad Atene nel 399 a.C.) è stato un filosofo ateniese, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos ("confutazione") applicandolo prevalentemente all'esame in comune (exetazein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale. Per le vicende della sua vita e della sua filosofia che lo condussero al processo e alla condanna a morte è stato considerato il primo martire occidentale della libertà di pensiero. Il periodo storico in cui visse Socrate è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. e il 404 a.C.
Socrate
La prima data, quella della sua nascita, segna la definitiva vittoria dei Greci sui Persiani (battaglia dell'Eurimedonte). La seconda si riferisce a quando all'età dell'oro di Pericle seguirà, dopo il 404 con la vittoria spartana, l'avvento del governo dei Trenta Tiranni. La vita di Socrate si svolge dunque nel periodo della maggiore potenza ateniese ma anche del suo declino. Il padre di Socrate, Sofronisco, fu uno scultore e trasmise il mestiere al figlio: opera di Socrate sarebbero state le Cariti, vestite, sull'Acropoli di Atene. Sua madre, Fenarete, fu una levatrice. Interessante sottolineare il significato dei nomi dei genitori: "Fenarete" significa "colei che fa risplendere la virtù" mentre "Sofronisco" significa "colui che riconosce la saggezza". Significati non senza importanza nella biografia di Socrate. Probabilmente Socrate era di famiglia benestante, di origini aristocratiche: nei dialoghi platonici non risulta che egli esercitasse un qualsiasi lavoro e del resto sappiamo che egli combatté come oplita nella battaglia di Potidea, e in quelle di Delio e di Anfipoli. È riportato nel dialogo Simposio di Platone che Socrate fu decorato per il suo coraggio. In un caso, si racconta, rimase al fianco di Alcibiade ferito, salvandogli probabilmente la vita. Durante queste campagne di guerra dimostrò di essere straordinariamente resistente, marciando in inverno senza scarpe né mantello. Socrate è descritto da Platone come un uomo avanti negli anni e piuttosto brutto, e aggiunge anche che era come quelle teche apribili, installate di solito ai quadrivi, raffiguranti spesso un satiro che custodivano all'interno la statuetta di un dio. Questo pare quindi fosse l'aspetto di Socrate, fisicamente simile a un satiro, e tuttavia sorprendentemente buono nell'animo, per chi si soffermava a discutere con lui. Diogene Laerzio riferisce che, secondo alcuni antichi, Socrate avrebbe collaborato con Euripide alla composizione delle tragedie, ispirando in esse temi profondi di riflessione. Socrate fu sposato con Santippe, che gli diede tre figli (ma, secondo Aristotele e Plutarco, due di questi li avrebbe avuti da una concubina di nome Mirto). Santippe ebbe fama di donna insopportabile e bisbetica. Socrate stesso attestò che avendo imparato a vivere con lei era divenuto ormai capace di adattarsi a qualsiasi altro essere umano, esattamente come un domatore che avesse imparato a domare cavalli selvaggi, si sarebbe trovato a suo agio con tutti. Egli d'altra parte era talmente preso dalle proprie ricerche filosofiche al punto da trascurare ogni altro aspetto pratico della vita, tra cui anche l'affetto della moglie, finendo per condurre un'esistenza quasi vagabonda. Socrate viene anche rappresentato come un assiduo partecipante a simposi, intento a bere e a discutere. Fu un bevitore leggendario, soprattutto per la capacità di tollerare bene l'alcool al punto che quando il resto della compagnia era ormai completamente ubriaca egli era l'unico a sembrare sobrio. «...dall'antichità ci è pervenuto un quadro della figura di Socrate così complesso e così carico di allusioni che ogni epoca della storia umana vi ha trovato qualche cosa che le apparteneva. Già i primi scrittori cristiani videro in Socrate uno dei massimi esponenti di quella tradizione filosofica pagana che, pur ignorando il messaggio evangelico, più si era avvicinata ad alcune verità del Cristianesimo. L'Umanesimo e il Rinascimento videro in Socrate uno dei modelli più alti di quella umanità ideale che era stata riscoperta nel mondo antico. Erasmo da Rotterdam, profondo conoscitore dei testi platonici era solito dire: «Santo Socrate, prega per noi» (Sancte Socrates, ora pro nobis).» tratto da E. Rodocanachi, La Réforme in Italie, I, Paris 1920 pagg.34,35. Socrate non ha lasciato nulla di scritto. Nel Fedro, Platone giustifica questa scelta facendogli dire quanto segue: 
"L'alfabeto ingenera oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente. Nè tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l'apparenza, perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di moltissime cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti."
( Fedro, 275 a-b). Nel Protagora, un dialogo che precede il Fedro e che risale al periodo giovanile di Platone, Socrate polemizza con la comunicazione sofistica e libresca, per il suo carattere monologico, cioè per la sua incapacità di coinvolgere e di farsi convolgere in un confronto critico interattivo.
Conosciamo Socrate solo attraverso ciò che altri hanno scritto di lui, coll'effetto, apparentemente paradossale, che disponiamo di almeno quattro Socrati virtuali:
- il Socrate sofista e filosofo naturale delle Nuvole di Aristofane
- il Socrate filosofo morale dei dialoghi giovanili di Platone
- il Socrate moralista dei Memorabili di Senofonte, la cui attendibilità è viziata dal fatto che l'autore, conservatore e filosoficamente ottuso, li abbia scritti per scagionare Socrate dall'accusa di empietà
- il Socrate di cui riferisce Aristotele, che non l'aveva conosciuto personalmente (e che può essere utile per aver informazioni sull'immagine di Socrate diffusa nel IV secolo).
Ciascuno di questi Socrati virtuali è differente - e spesso molto differente - dagli altri. Nei dialoghi giovanili di Platone incontriamo un filosofo morale, che non si occupa di filosofia della natura e polemizza con i sofisti; nella commedia di Aristofane un sofista e naturalista adoratore delle nuvole, che insegna ragionamenti capziosi per sottrarsi alle leggi della città; nei resoconti di Senofonte, di contro, Socrate è un moralista alquanto tradizionale. Queste differenze possono essere viste come la conseguenza del rifiuto socratico di scrivere, che l'hanno abbandonato alla memoria - e alla libertà creativa - degli altri, soprattutto in un mondo come quello antico, ove la cultura rimaneva prevalentemente orale e mancava, per così dire, il senso della proprietà intellettuale. Ma possono anche essere viste, se ci valiamo della figura dell' ironia complessa, come un successo di Socrate: Socrate non è riuscito a tramandare un'immagine coerente di se stesso; questo, però è una testimonianza dell'efficacia del suo insegnamento, che mirava non a "trasferire" conoscenza, ma ad indurre (accettando il rischio di venir frainteso) gli altri a pensare per proprio conto.
Il maestro di Platone (fra i Socrati virtuali, quello filosoficamente più interessante ed attendibile) è ricreato nei dialoghi giovanili di Platone, e in particolare in quelli detti elenctici (Apologia, Carmide, Critone, Eutifrone, Ione, Ippia minore, Lachete, Repubblica I, Protagora, Gorgia). Platone è filosofo e discepolo di Socrate e pertanto dispone degli strumenti più adatti a "interpretare" e re-interpretare il suo maestro, man mano che matura il suo pensiero personale. Infatti, a partire dagli ultimi dialoghi giovanili, che fungono da transizione (Eutidemo, Ippia maggiore, Liside, Menesseno, Menone), il suo Socrate abbandona l'élenchos e acquisisce altri e nuovi caratteri: l'interesse metafisico e matematico, la teoria ontologica delle idee, la dottrina della tripartizione dell'anima. Dottrine, queste, che Aristotele attribuisce non a Socrate, ma a Platone e al Socrate dei libri II-X della Repubblica. D'altra parte, i dialoghi elenctici hanno anche un valore filosofico proprio, perché Platone, nell'interpretare Socrate, riflette per suo conto sui problemi da lui proposti.
Il Socrate del giovane Platone si caratterizza per questi aspetti:
- il metodo elenctico
- la professione di ignoranza
- l'equiparazione fra virtù e conoscenza
- una filosofia morale rivoluzionaria, che comporta il rifiuto della legge del taglione e dell'etica tradizionale, la quale discriminava amici e nemici: non dobbiamo rispondere all'ingiustizia con l'ingiustizia. e in ogni caso subire ingiustizia è meglio che compierla.
- la fedeltà critica alla città e alle sue leggi (vedi per esempio il Critone): Socrate è consapevole di dover molto alle leggi della città (alla libertà di parola della democratica Atene, cui è fedele fino alla morte), ma non esita a criticarne la morale politica.
Le critiche socratiche alla città pongono in luce le contraddizioni e le debolezze della morale pubblica ateniese: il perdurare di uno spazio pubblico di uguaglianza è messo gravemente a repentaglio se:
- la comunicazione del sapere è monopolizzata da logiche di potere, politico ed economico (e questo può apparire anche a noi come un problema attuale)
- la morale condivisa si basa su una tradizione competitiva e discriminatoria, trasmessa e recepita acriticamente, che in fondo tutti accettano, sofisti compresi
- non ci si rende conto del nesso strettissimo che esiste fra la politica, la virtù politica, e la conoscenza: una democrazia non può sopravvivere senza l'autonomia e la consapevolezza di ciascuno dei cittadini.
Socrate, con la sua complessa ironia, potè apparire ai suoi concittadini come un sofista ben più insidioso di quelli che insegnavano retorica a pagamento, anche perché fra le persone che l'avevano frequentato c'erano l'ambiguo Alcibiade e Crizia, uno dei Trenta Tiranni. Per questo fu accusato di empietà, fu riconosciuto colpevole e fu condannato a morte. I dialoghi socratici di Platone non sono una sua invenzione personale, anche se hanno un preciso senso filosofico: il rifiuto socratico di scrivere produsse una marea di sokratikoi logoi o discorsi socratici (di Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Brisone, Cebete, Critone, Euclide di Megara, Fedone), che non ci sono pervenuti. E per non sovraccaricare di testo un uomo che non ha voluto scrivere neppure una riga, lasceremo parlare lui, così come lo interpreta Platone nell'Apologia, nel Protagora e nel Gorgia.  

Dal 404 a.C. - Egemonia di Sparta in Grecia. Ad Atene viene imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni con a capo Krizia e Alcibiade, allievi di Socrate; motivo che scatenerà malumori nei confronti di Socrate stesso.

Nel 403 a.C. - Trasibulo scaccia gli Spartani e restituisce ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.

Dal 399 a.C. - Egemonia tebana in Grecia.
- Nel 399 a.C. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per farla finita con Sparta.
- Andò a finire che nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttr. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.

Brenno
Nel 390 a.C. - I Galli (esattamente i Celti Senoni) di Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia) giungono fino a Roma, la vincono, la saccheggiano e la incendiano: i Romani gli propongono un tributo in oro per aver salva la vita. Brenno accetta fissando il peso dell'oro che Roma dovrà versare e celebre è rimasto l'episodio in cui, durante la pesatura dell'oro, i Romani si lamentarono dell'inesattezza della quantità registrata dai Galli. Brenno aggiunse la propria spada al contrappeso della bilancia esclamando "Guai ai vinti!". I Senoni proseguirono poi a nord-est stanziandosi nella parte settentrionale delle attuali Marche, fondando anche Sinus Gallica, l'attuale Senigallia. Questa zona venne poi denominata dai Romani "Ager Gallicus", ed ebbe propri rappresentanti in Senato.
Questa vicenda scosse molto la Repubblica di Roma, che riorganizzò il proprio assetto militare per non dovere più rischiare l'indipendenza.
I Celti italici mantennero relazioni con quelli d’Oltralpe e la successiva invasione del IV sec. fu preparata ed eseguita con la loro collaborazione. I motivi che spinsero i Celti ad occupare l’Italia sono oscuri: forse furono attratti dalla fertilità e dal clima mite del Meridione, o, più probabilmente, furono costretti a spostarsi, come detto, a causa della pressione demografica unita alla scarsità di terre coltivabili e ad altri problemi di carattere politico e sociale.
Carta geografica delle Popolazioni italiche, Celtoliguri
e Celtiche nel Centro-Nord italico: IV sec.a.C.
Verso l’inizio del IV secolo a. C. i Celti - o Galli, secondo la definizione latina - si stanziarono in Lombardia (Insubri e Cenomani) fino ai confini con il Veneto, in Emilia (Anari e Boi), in Romagna (Lingoni) e nelle Marche (Senoni), regioni praticamente sottratte agli Etruschi e agli Umbri. Ciò che risulta interessante sottolineare, è la collaborazione che si creò tra i primi coloni Celti e le successive ondate migratorie, che si susseguirono fino a tutto il IV secolo. La comunanza di usi, costumi, lingua e culti religiosi, non fece altro che cementare accordi ed unioni fra le diverse nazioni celtiche che si ritrovarono a fronteggiare unite prima gli Etruschi poi gli Umbri, Veneti ed infine la potenza espansionistica di Roma. Le popolazioni celtiche riuscirono, quindi, per due secoli a radicarsi sul territorio dell'intera penisola italica, vivendo a contatto con le genti autoctone, integrandosi con successo e lasciando tracce indelebili che sono tutt'oggi riscontrabili nella cultura e negli usi di tutta la pianura Padana ed in alcuni paesi del centro e nel sud.
Musi di cinghiali inferociti
 
costituivano la campana delle
"carnix", le temutissime trombe
da guerra celtiche.
Stando a Polibio, storico Greco in Italia,
- attorno al 400 a.C. un gruppo di Senoni attraversò le Alpi e, scacciati gli Umbri, si stanziò sulla costa orientale dell'Italia, nei territori orientali della Romagna e settentrionali delle Marche, in quello che venne denominato in età augustea ager Gallicus. Ad ovest del fiume Montone, infatti, cominciava il terriotrio dei Galli Boi. Tale posizione, strategica per i contatti con le vie marittime e la valle del Tevere, fu il punto di partenza per le loro successive incursioni nell'Italia meridionale e centrale. Qui fondò Sena Gallica (Senigallia), che divenne la loro capitale.
- Nel 391 a.C. invasero l'Etruria e assediarono Chiusi. Gli abitanti di questa città chiesero aiuto a Roma che intervenne, ma fu sconfitta nella battaglia del fiume Allia il 18 luglio del 390 a.C. - cronologia di Varrone - o nel 387 secondo Polibio. La stessa Roma fu presa e saccheggiata dai Senoni, guidati da Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia).
- La presa di Roma (390-386 a. C.) da parte di Brenno fu vissuta, secondo le fonti antiche, come un evento traumatico e fu  probabilmente per questo che  il fiero popolo romano volle giustificare quella sconfitta con la ferocia degli aggressori. Oggi, invece, si tende a considerare l’invasione celtica non come quella di un’orda selvaggia, ma piuttosto di una vasta comunità costretta a lasciare il proprio territorio d’origine per problemi di sopravvivenza. 
Popolazioni de Nord e Centro Italia del IV sec. a.C., nella
tonalità più scura le popolazioni dei Celti e Celtoliguri
e le incursioni dei Celti Lingoni e Senoni
E’ possibile che l'espansione sia poi proseguita verso sud-est senza ulteriori grossi traumi.
Per impedire che gli invasori incendiassero la città, i romani furono costretti all'umiliante riscatto di mille libre d'oro. Un esercito di soccorso guidato dal dittatore Camillo riuscì a liberare la città.
Per oltre 100 anni tra questi due popoli si verificarono molti scontri, finché, a seguito della
- battaglia del Sentino (295 a.C.) i Galli Senoni furono debellati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano e quindi
- sottomessi nel 283 a.C. dal console Publio Cornelio Dolabella.
- L'occupazione romana non avvenne prima del 272 a.C., anno in cui Roma portò a termine la guerra con Taranto. A Sena Gallica fu dedotta una colonia romana.
La presenza dei Galli Senoni è testimoniata nell'ager Gallicus anche dopo la sottomissione ai romani; sono attestate fasi di convivenza con i Romani insediati nelle città di fondovalle di Suasa, Ostra antica, etc. e i Senoni appostati nei loro villaggi sulle alture, ad esempio il sito archeologico di Montefortino di Arcevia, ed è probabile che la popolazione e la cultura gallica fu gradualmente assorbita da quella romana.
Cartina  delle Gallie nel 44 a.C., dopo la conquista di Caio Giulio Cesare
  con la Gallia Lugdunensis. - Clicca sull'immagine per ingrandirla.
Come spesso avveniva dopo una conquista, a cambiare non era la popolazione intera ma solamente il ceto dirigente che imponeva la propria cultura e gradualmente assimilava alla "romanità" i popoli sottomessi in battaglia; prova di ciò è la presenza tuttora fortissima della cosiddetta "cadenza celtica" nei dialetti della provincia di Pesaro e Urbino. Al tempo di Gaio Giulio Cesare un gruppo di Galli Senoni viveva nel territorio oggi occupato dai distretti di Seine-et-Marne, Loiret e Yonne. Dal 53 al 51 a.C. furono in guerra con Cesare, dopodiché scomparvero dalla storia. 
Furono poi inclusi nella Gallia Lugdunensis, o Celtica. (Lugdunum “accampamento di Lugh”, divinità solare celtica, è il toponimo di molte città odierne. La zona in cui ora sorge Lion, ma lo stesso toponimo è in London, da Lughdunum, Lugos, Lugo di Romagna etc..)

Dal 387 a.C. - Nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe.
Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.

Carta dell'antica Grecia dal 371 al 362 a.C., con le dinamiche
che portarono alla fine dell'egemonia di Sparta.
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Nel 387 a.C. - Ad Atene Platone fonda l'Accademia.
Platone
Platone nacque ad Atene da famiglia aristocratica intorno al 427 a.C, e vi morì intorno al 347. Secondo Aristotele, ebbe tra i suoi maestri Cratilo, seguace di Eraclito. Da adolescente cominciò a frequentare Socrate, e ripudiò la sua precedente vocazione poetica, dando alle fiamme i suoi versi. Secondo quello che egli stesso dice nella Lettera VII (che è di fondamentale importanza per la sua biografia e per l'interpretazione della sua stessa personalità), avrebbe voluto dedicarsi alla vita politica. Partecipò alle guerre peloponnesiache (Atene contro Sparta) dal 409 al 404. Ritor­nato ad Atene, subì una grave delusione a causa delle degenerazioni della vita politica ateniese e, soprattutto, per la condanna a morte che venne inflitta al suo amico Socrate nel 399 a.C. 
«Io vidi, egli dice, che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per divina sorte, diventati veramente filosofi».
La morte di Socrate lo dissuase dal fare politica in patria, ma non per questo rinunciò a perseguire l'ideale di un reggimento filosofico della città.  Negli anni seguenti, si recò a Megara presso Euclide, poi in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo intorno a questi viaggi, dei quali egli non parla. Parla invece del viaggio che fece nell'Italia meridionale, a Taranto, dove venne a contatto con la comunità pitagorica di Archita, e a Siracusa dove strinse amicizia con Dione, parente e consigliere del tiranno Dionisio il Vecchio. Entrato in conflitto con Dionisio, fu venduto come schiavo sul mercato di Egina. Riscattato da Anniceride di Cirene, ritornò ad Atene, dove fondò nel 387 l'Accademia. La scuola di Platone, che si chiamò così perché fiorita nel ginnasio fondato da Accademo, fu organizzata sul modello delle comunità pitagoriche come un'associazione religiosa, un tìaso. Attraverso l’insegnamento della scienza e della filosofia, egli sperava di svolgere opera di educazione sulle giovani generazioni per prepararle alla gestione della cosa pubblica con uno standard ben diverso da quello che lo aveva così tanto disgustato. L’Accademia platonica prosperò ad Atene fino all’anno 527 d.C., quando venne chiusa per ordine dell’imperatore Giustiniano, perché non poteva più essere tollerata quale istituzione pagana. Alla morte di Dionisio, Platone fu richiamato a Siracusa da Dione alla corte del nuovo tiranno Dionisio il Giovane, per guidarlo nella riforma dello Stato in conformità con il suo ideale politico. Ma l'urto fra Dionisio e Dione, che fu esiliato, rese sterile ogni tentativo di Platone. Alcuni anni dopo, Dionisio stesso lo chiamò insistentemente alla sua corte e Platone vi si recò nel 361, spinto anche dal desiderio di aiutare Dione, che era rimasto in esilio. Ma nessun accordo fu raggiunto e Platone, dopo essere stato trattenuto per un certo tempo, quasi come prigioniero, grazie all'intervento di Archita, lasciò Siracusa e ritornò ad Atene. Qui egli trascorse il resto della sua vita, dedito solo all'insegnamento. Morì a 81 anni, nel 347. Il corpus delle opere di Platone è composto dall'Apologia di Socrate, da 34 dialoghi e da 13 lettere, complessivamente 36 titoli ordinati in 9 tetralogie dal grammatico Trasillo (I sec. d. C.). Venendo ora, in breve, all'insegnamento di Platone, ci limitiamo soltanto ad accennare, per sommi capi, all’influenza che esso ebbe sulla matematica e l’astronomia (ricordiamo che a quel tempo l’astronomia era un ramo della matematica). Platone aveva il convincimento secondo cui la matematica costituiva la scienza che esercitava i più benefici influssi nell’educazione di un giovane. Sulla porta dell’Accademia aveva fatto porre la scritta : “ Chi non è edotto in geometria non entri qui” . Egli concentrò la sua attenzione sul concetto di prova e raccomandava di dare accurate definizioni per quanto riguardava sia le ipotesi che le tesi dei teoremi da dimostrare. Tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che i più importanti lavori matematici del IV secolo a.C. furono eseguiti da amici o allievi di Platone. Per quanto riguarda le sue concezioni astronomiche, queste comprendevano anzitutto la nozione di sfere cristalline, quindi solide, che trasportavano nei loro movimenti attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultimo la sfera delle stelle fisse. Riteneva che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici (1) della circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e (2) della loro uniformità. Come si vede, quindi, le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici. Dove Platone proponeva innovazioni rispetto a Pitagora era nell’esortare gli astronomi a escogitare rigorosi metodi matematici che avrebbero permesso di spiegare le irregolarità (stazionamenti, moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità) che venivano riscontrate nei moti planetari, salvando i fenomeni, cioè preservando i due assiomi pitagorici di cui sopra. Di questa esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone propose agli astronomi " ... di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti ...". Questo fu il grande contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi. Infine, riteniamo utile accennare a una disputa circa una possibile adesione di Platone, negli ultimi anni della sua vita, al sistema di Filolao, e perfino all'idea di un moto della Terra sul suo asse. In un passo della sua opera Timeo è detto che "... la Terra nostra nutrice si avvolge intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo, e Dio la fece guardiana della notte e del giorno ...". Da molti, antichi e moderni, l'aver associato le due frasi "si avvolge intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo e "e Dio la fece guardiana della notte e del giorno", rappresenta una adesione all'idea di moto di rotazione. Aristotele, nel De Coelo afferma "...alcuni, pur mettendo la Terra nel centro, la fanno rivolgersi intorno all'asse che attraversa il mondo, come sta scritto nel Timeo...". Ma altri autori, parimenti antichi e moderni, hanno espressamente criticato questa interpretazione. Per quanto riguarda la sua supposta adesione alle idee di Filolao, si ha un passo delle Questioni platoniche di Plutarco, in cui si legge: "... Teofrasto scrive che Platone, divenuto vecchio, si pentì di aver posta la Terra nel luogo centrale dell'universo ...". Questa affermazione gode ancora oggi di credibilità, perchè Teofrasto, tra i più autorevoli discepoli di Platone (e in seguito seguace di Aristotele al Lyceum), autore di una Storia dell'astronomia, è considerato una fonte autorevole.
Le sfere di Eudosso
Eudosso di Cnido (410 - 350 a.C. circa) frequentò con molta probabilità sia Platone che Aristotele. Le notizie che possediamo su di lui ci vengono da Simplicio, oltre che da Aristotele. Quest’ultimo, di un paio di generazioni più giovane, molto probabilmente ebbe scambi culturali con Eudosso. Simplicio parla di Eudosso nel suo commentario al De coelo di Aristotele. Si rifa anche a un libro di Sosigene, un filosofo peripatetico del II secolo d.C. Sosigene, a sua volta, aveva commentato Eudosso attraverso una Storia dell’astronomia scritta da Eudemo, contemporaneo di Aristotele. I due grandi interessi di Eudosso furono la matematica e l’astronomia. Abbiamo notizia di due opere di Eudosso di argomento astronomico (entrambe perdute): I fenomeni, una descrizione sistematica della sfera celeste e delle costellazioni (a quest’opera si ispirò Arato di Soli per scrivere un poema in versi, dello stesso titolo e argomento). L’altra opera, anch’essa perduta, fu Delle velocità. In essa era descritta una pietra miliare nella storia dell’astronomia, il cosiddetto sistema delle sfere omocentriche, cioè il primo approccio su basi scientifiche a una strutturazione geometrica del cosmo nel suo complesso. Della sua vita si sa che fu a Taranto dove studiò matematica sotto la guida di Archita. Si sa di un suo soggiorno in Egitto dove compì studi di astronomia. Al suo ritorno in Grecia si stabilì a Cizico dove fondò una scuola che si dice aver goduto di una certa fama. Dopo un soggiorno ad Atene, in cui venne con tutta probabilità in contatto con Platone, si stabilì definitivamente nel suo luogo natale, Cnido dove svolse attività astronomica e di insegnamento presso un suo osservatorio. Eudosso diede un importante contributo alla matematica con la teoria delle grandezze incommensurabili (una definizione negli Elementi di Euclide , fu da Archimede attribuita ad Eudosso, e il famoso matematico Dedekind affermò che trasse ispirazione da Eudosso per la sua teoria delle sezioni nel campo dei numeri razionali ). Un altro importante contributo alla matematica fu il suo metodo di esaustione, un metodo di calcolo con il quale venivano risolti certi specifici problemi (ad esempio, il calcolo dell’area di un cerchio per confronto con aree successive di poligoni inscritti, aventi numero sempre maggiore di lati).Dunque, con Eudosso si ebbe una prima realizzazione dell'esortazione di Platone a risolvere il problema di spiegare le apparenti imperfezioni nei moti dei pianeti tramite combinazioni di movimenti originari circolari e uniformi. Vedremo in seguito che questa esortazione di Platone verrà applicata più volte, centinaia di anni dopo, ad altre costruzioni geometriche dell’astronomia, da parte di altri astronomi greci.
Nel IV e III secolo a. C. i Liguri erano ancora prevalenti in tutta la Gallia meridionale e nel XIV e XIII una frazione di quel popolo era già stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma.
Lagneau, autore di una memoria speciale sui Liguri, propende a trovarne non solo nell'interno della Gallia sulla Loira o Ligeris, da cui crede abbiano derivato il nome, ma su tutta la costa, da Bayonne al mare del Nord, e perfino nelle isole Sorlinghe, e non mancano certamente nella Gallia antica nomi di luoghi analoghi ad altri della Liguria e della Spagna. Vi sono poi analogie innegabili in alcune caratteristiche fisiche e morali dei Siluri di Tacito, dei Gallesi e Gaeli di Scozia e d'Irlanda, dei Loegrini e dei Basso-Bretoni nell'antica Armorica, con la descrizione degli antichi Liguri.
Gli antichi accennano all'origine iberica dei Siluri ed alla possibile estensione delle genti iberiche fino alla Bretagna, il che troverebbe qualche argomento generico in appoggio nella somiglianza dei caratteri esteriori fisici di qualche frazione della popolazione di alcune regioni di quei paesi.
Alcuni archeologi e storici come Mullenhof, Camilo Jullian e D'Arbois designano curioso come nelle aree occupate dai predecessori Liguri e poi occupate dai Celti, come Britannia, Gallia e Spagna, i tratti celtici si siano dimostrati più persistenti.

Nel 367 a.C. - La Pace di Antalcida (un generale spartano), ristabilisce il controllo persiano sulle polis greche ioniche.

Moneta d'argento con l'effige di Filippo
II il Macedone.  La scoperta di miniere
di minerali di metalli preziosi, oro
e argento nel Pangeo, permise il riarmo
macedone. 
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Dal 359 a.C. - In Grecia inizia l'Egemonia Macedone - Filippo II di Macedonia, salito al trono nel 359 a.C. nel giro di vent'anni pose fine all'indipendenza della Grecia.
- Nel 338 a.C. con la vittoria di Cheronea assume il controllo delle città greche.
- Nel 336 a.C. venne assassinato.
Filippo aveva mutato le tecniche di combattimento adottate fino a quel tempo.         
Quest'individuo non solo non è un Greco, né è imparentato con i Greci, ma non è nemmeno un barbaro di una nazione degna di questo nome; no, egli è una pestilenza che viene dalla Macedonia, una regione dove non si può nemmeno comprare uno schiavo che valga qualcosa”: sono parole sprezzanti e volontariamente offensive della Prima Filippica di Demostene, l'ultimo grande oratore di Atene, e non è troppo difficile vedere attraverso il disprezzo che sembrano esprimere per il re macedone Filippo II la preoccupazione che vasti settori della classe dirigente ateniese nutrivano per l'ascesa tenace e apparentemente inarrestabile del nuovo protagonista della politica greca. Una delle ragioni della potenza di Filippo II era la riorganizzazione cui aveva sottoposto il proprio esercito, in particolare per quanto riguarda la fanteria, che da allora in poi si schierò secondo lo schema della cosiddetta "falange macedone": i fanti, infatti, vennero muniti di una lancia grande e pesante, la sarissa, lunga cinque metri e mezzo, che andava brandita con entrambe le mani (mentre il braccio sinistro portava un piccolo scudo). Le prime cinque file puntavano le lance in avanti, mentre a partire dalla sesta fila ogni soldato appoggiava la sua lancia sulla spalla di quello che lo precedeva: questa disposizione dava alla falange, dal punto di vista del nemico, l'aspetto di un micidiale porcospino, irto di punte, di cui era difficile fermare l'avanzata, soprattutto se lo scontro avveniva su un terreno pianeggiante.
Il principale limite dello schieramento a falange, infatti, stava nel fatto che esso era poco manovrabile, soprattutto su un terreno accidentato.
La falange "pesante" Macedone
E la prima abilità dei condottieri macedoni, dall'adozione della falange in poi, consistette nell'imporre battaglia su un terreno adatto al modo di combattere del proprio esercito.Per limitare le conseguenze della scarsa mobilità della falange Filippo introdusse anche un altro corpo scelto, che prendeva posizione sul fianco della falange schierata: gli ipaspisti (i portatori di scudo), armati con lo scudo argivo e la tradizionale lancia corta degli opliti greci. 

Nel 338 a.C. -  In Italia, romanizzazione dell’area dei Campi Flegrei. L’area dei Campi Flegrei fu la prima ad entrare nell’orbita romana;
- nel 338 a.C. Cuma si schierò al fianco di Roma e ottenne la civitas sine suffragio,
- nel 318 a.C. venne istituita la praefectura Capuam Cumas.
Cartina delle città greche dei Campi Flegrei da Cuma a Napoli
nel 338 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla
La città in virtù di questa alleanza mantenne una sua indipendenza e nei secoli IV e III a.C. definì architettonicamente lo spazio pubblico con la realizzazione del foro, una piazza di 50×120 m. fiancheggiata sui lati lunghi da portici a due piani con fregio d’armi (risalenti alla fine del II sec.), dietro si aprivano delle tabernae. Al centro del lato occidentale del foro rimangono i resti del colossale tempio di Giove di tipo italico, su alto podio con una cella a tre navate e un pronao profondo. Sul fondo della cella è visibile un basamento su cui dovevano essere alloggiate le statue della triade capitolina, quando il tempio fu trasformato in Capitolium nel I sec. a.C.
La realtà economica di questo periodo, nella penisola italica, vede una fiorente ricchezza. 

Nel 335 a.C. - Nel Liceo di Atene, Aristotele fonda la Scuola del Peripato.
Aristotele
Aristotele nacque a Stagira (l'attuale Stavro) nel 384 o 383 a.C. da Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta II, ed entrò nella scuola di Platone, l'Accademia, a diciassette anni. Vi rimase sino al 348/47, cioè per 20 anni. La sua formazione spirituale si compì dunque interamente sotto l'influenza dell'insegnamento e della personalità di Platone. Alla sua morte Aristotele lasciò l'Accademia e si recò ad Asso, dove con altri due scolari di Platone, Erasto e Corisco, che già si trovavano là sotto la protezione del tiranno di Atarneo, Ermia, ricostituì una piccola comunità platonica, in cui probabilmente tenne per la prima volta un insegnamento autonomo. Lì Aristotele sposò Pizia, sorella (o nipote) di Ermia e dopo la morte di questi, nel 345/44, si trasferì a Mitilene. Nel 343/42 fu chiamato da Filippo re di Macedonia a Pella come precettore del figlio Alessandro, decisione forse determinata dall'amicizia di Aristotele con Ermia, alleato di Filippo e dai precedenti rapporti di suo padre con la corte macedone. Aristotele poté così formare lo spirito del grande conquistatore, al quale comunicò la sua convinzione della superiorità della cultura greca e della sua capacità di dominare il mondo, se si fosse congiunta con una forte unità politica.
Schema della visione della Fisica
di Aristotele
Quando nel 340 a.C. Alessandro diviene reggente del regno di Macedonia, cominciando anche ad avvicinarsi alla cultura orientale, il suo maestro Aristotele, che è intanto rimasto vedovo e convive con la giovane Erpillide da cui ha avuto il figlio Nicomaco, intorno al 335 a.C. si trasferisce ad Atene, dove in un pubblico ginnasio, detto Liceo perché sacro ad Apollo Licio, fonda una sua famosissima e celebrata scuola, chiamata Peripato, "passeggiata", dall'uso istituito dallo stagirita Aristotele di insegnare passeggiando nel giardino che la circonda. Probabilmente non è Aristotele ad acquistare la scuola; egli l'affitta perché per la città di Atene egli era uno straniero e non aveva diritto di proprietà. La scuola viene inoltre finanziata dallo stesso Alessandro. Aristotele promuove attività di ricerca nella città di Atene soprattutto per quanto riguarda materie scientifiche quali zoologia, botanica, astronomia. Aristotele vi teneva corsi regolari e vi tenevano corsi anche gli scolari più anziani, Teofrasto ed Eudemo. Nel 323 la morte di Alessandro provocò ad Atene l'insurrezione del partito antimacedone che mise Aristotele sotto accusa per empietà. Egli fuggì allora a Calcide nell'Eubea, patria di sua madre. Nel 322/21 una malattia di stomaco pose fine ai suoi giorni. Il corpus delle opere aristoteliche ha avuto un destino singolare: le opere esoteriche o acroamatiche, composte per la scuola, furono messe in salvo e nascoste dal suo erede Neleo nella Troade.
Alessandro Magno
Istanbul, Museo Archeologico
Ritrovate nel I sec. a. C. e riportate ad Atene, furono trasferite a Roma da Silla; qui l'erudito Andronico di Rodi le sistemò nell'ordine che è invalso fino ad oggi. Le opere essoteriche, invece, destinate alla pubblicazione, sono andate perdute e ci sono note solo attraverso testimonianze e citazioni di altri autori. Il campo dello scibile da lui affrontato lo rende un vero caposaldo nella storia della scienza.
Nella Fisica, aveva elaborato alcune teorie secondo cui vi sono 4 elementi fondamentali, e tutti i corpi subiscono l'attrazione dell'elemento a cui sono più affini, per cui le materia tende a cadere in basso poichè nel suo schema è all'altezza dell'orizzonte, l'acqua tende ad andare in profondità perchè nello schema è l'elemento più basso, per il motivo opposto la fiamma va vero l'alto ecc. Quando, in epoca sucessiva, le opere di Aristotele vennero trascritte per essere tramandate, vennero catalogate secondo gli argomenti trattati: e fu così che nacque la "metafisica", "oltre la fisica", e cioè gli argomenti che non potevano ritenersi attinenti ne alla fisica ne ad altre discipline classificabili.

Cartina geografica dell'impero di Alessandro Magno, il macedone
con i paesi suoi alleati, il percorso delle conquiste e i luoghi delle
maggiori battaglie.  Clicca sull'immagine per ingrandirla

Cartina geografica dell'Egitto e delle sue materie
prime nel 300 a.C., nel suo periodo ellenistico.
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Dal 334 a.C. - Inizio delle conquiste di Alessandro Magno, figlio di Filippo II di Macedonia. Alessandro (356 - 323 a.C.) dal 334 al 323 a.C. estese le sue conquiste fino ai confini dell'India.
Si erse a campione dell'ellenismo contro quelli che venivano considerati barbari dai Greci. Nonostante ciò, come richiesto dalla mentalità orientale sull'origine divina dei monarchi, elevò la sua figura reale fino a farsi proclamare figlio di Dio nel santuario di Ammone in Egitto (malgrado la disapprovazione dei suoi soldati). Morì a 33 anni a Babilonia di una malattia misteriosa.

Dal 312 a.C. - A Roma inizia la costruzione delle strade e degli acquedotti: la prima strada è la Via Appia. La costruzione delle strade inizialmente era stata dettata dalla necessità di spostare rapidamente le truppe in qualsiasi regione conquistata, ed infatti le prime strade furono costruite proprio dai legionari. Anche se in principio avevano una funzione militare permisero un notevolissimo sviluppo al commercio dell'Urbe favorendo lo spostamento di merci e mercanti, oltre che della gente comune e dei messaggeri. In poco tempo le prime vie Consolari come: l'Appia, l'Aemilia, la Salaria, la Postumia ed altre, vennero prolungate, fino a formare un complesso sistema che permetteva di raggiungere qualsiasi punto dell'Impero in poco tempo; si calcola che furono costruite più di 29 strade che percorrevano oltre 120.000 Km (due volte il giro della Terra!). Le strade romane avevano il compito fondamentale di mettere in comunicazione Roma con il resto dello Stato nel modo più rapido effettuabile. Per questo venivano tracciate il più rettilinee possibile per evitare allungamenti, anche a costo di lasciare isolati i centri più piccoli, i quali venivano comunque collegati con vie secondarie. La necessità di superare ostacoli naturali come specchi d'acqua o colline per dare continuità al tracciato venne compiuta  con la costruzioni di mirabili ponti, viadotti e gallerie in parte tuttora praticabili. Ricordiamo tra tutti il ponte più lungo dell'antichità costruito sul Danubio per volere di Traiano con una lunghezza di oltre 2,5 km!
Questi sono solo alcuni dei segni più imponenti che questa civiltà ci ha lasciato, e che tra l'altro furono per secoli studiati per la loro perfezione: il Medioevo incapace di imitare le strade e i ponti romani li chiamò per questo "sentieri dei giganti" o "strade del diavolo".
La Via Sacra Romana
La parola miglio deriva dall'espressione latina milia passuum, "migliaia di passi" (singolare: mille passus "mille passi"), che nell'Antica Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri). Occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno stesso piede durante il cammino, quindi il doppio rispetto all'accezione moderna.
Ad ogni miglio, veniva posto ai bordi della strada una pietra cilindrica alta anche 3 o più metri, sulla quale erano incise le miglia percorse dalla città precedente, e quelli alla prossima, oltre che alla distanza da Roma; erano inoltre incisi il nomi di coloro che la fecero costruire. Al centro dell'Urbe, vicino al Foro, l'Imperatore Ottaviano Augusto fece collocare accanto ai Rostri il Miliarium Aureus ossia una pietra miliare dorata con le distanze di tutte le principali città dell'Impero; inoltre non lontano c'era anche una grande mappa bronzea dell'Impero detta Forma Imperii, accanto a quella di Roma detta Forma Urbi. La velocità di percorrenza giornaliera media delle strade era di  30 Km orari in carro, 7-8 Km/h a piedi, ed 80 Km giornalieri al massimo per i messaggeri imperiali del cursus publicus ossia i corrieri a staffetta per i funzionari di Governo.
Le Vie e strade Romane in Italia.
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Le principali strade in Italia furono:
I. Via Appia: fu costruita nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio; essendo la più antica delle vie Consolari è chiamata regina viarum, cioè la regina delle strade. Inizialmente fu tracciata fino a Capua, grande centro della Campania, ma fu poi prolungata fino a Beneventum, Venosa, Tarantum e Brundisium ove c'era un importantissimo porto.
Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare! Tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
II. Via Aemilia: altro non era che il proseguimento della via Flaminia verso Nord-Ovest. Essa congiungeva Ariminum con Placentia, toccando Caesena, Forum Livi, Bononia, Mutina, Regium Lepidum e Parma.
III. Via Capua-Rhegium: si staccava dalla via Appia a Capua , proseguiva fino a Rhegium, passando per Consentia e Vibo Valentia.
IV. Via Aurelia: strada costiera che andava a Nord: collegava l'Urbe con Vada Sabatia (Vado Ligure), attraverso Pisae, Luna e Genua. Venne poi edificata la Via Julia Augusta che proseguiva per le Gallie attraversando il sito dei Balzi Rossi, nei pressi dell'attuale confine sulla costa Ligure fra Italia e Francia.
V. Via Domitiana: si separava dalla Via Appia a Sinuessa (Mondragone) e giungeva fino a  Neapolis.
VI. Via Popilia-Annia: altro proseguimento della via Flaminia, verso Nord-Est: partiva da Ariminum passando per Rabenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum, Aquileia, Tergeste (Trieste).
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua spercorrendo passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VIII. Via Flaminia: univa Roma con Ariminium (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisuarum.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per  Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa  Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
XI. Via Valeria: collegava l'Urbe Ostia Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum (Chieti).
XII. Via Cassia: congingeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XIII. Via Clodia: collegava  Roma a Saturnia.
Gli strati della costruzione
della strada romana.
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Nonostante le strade fossero ben lastricate, comunque in carro non era possibile andare troppo veloci, anche perché spesso erano tirati dai buoi, si preferivano se possibile i viaggi per mare, che si rivelavano più rapidi ma anche più pericolosi a causa delle frequenti tempeste. Le strade in epoca imperiale vennero sviluppate soprattutto per garantire un efficiente servizio postale e un rapido spostamento di messaggeri. Per facilitare ciò a intervalli regolari sorgevano stazioni per il cambio dei cavalli (mutationes) e locande per le soste notturne (mansiones), che erano attive per tutti anche per i Cittadini i quali all'interno trovavano dipinte sulle pareti delle vere e proprie guide stradali, chiamate intineraria picta, con segnalati i punti di sosta tra un itinerario e l'altro, le città, le distanze e tutte le strade importanti. Di queste mappe non sono rimaste tracce, tuttavia esiste una copia di epoca medioevale di eccezionale importanza, chiamata Tabula Peutingeriana, che ci da un'idea di come fossero strutturate, e quali nozioni geografiche avevano i Romani. Questa mappa lunga sei metri e alta trenta centimetri rappresenta tutto il mondo conosciuto allora dai Romani dalle colonne d'Ercole fino all'estremo Oriente.
Particolare con Roma della Tabula Peutingeriana.
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E' da notare, che nelle mappe antiche l'Oriente è posto verso l'alto, infatti nella foto della Tabula qui a lato (fare clic sopra per ingrandire) il tratto di terra orizzontale è l'Italia, e in alto c'è il Mare Adriatico, sotto il Mare Tirreno, si notano inoltre Roma seduta sul trono, e Ostia. Secondo il Diritto romano, il transito sulle strade dell'Impero era libero, ma la manutenzione del manto stradale spettava agli abitanti della Provincia  attraversata dalla strada, tuttavia con la riforma del governo iniziata dall'Imperatore Ottaviano Augusto la gestione fu affidata al Curator Viarum il quale dava l'ordine, o la concessione per la ristrutturazione o la costruzione della strada. Facendo una piccola osservazione si può ben notare come tutte le autostrade attuali in Europa seguano il percorso delle strade romane, conservando talvolta addirittura il nome!
Le Vie e strade Romane nell'Impero Romano.
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L'attuale termine strada deriva da viae strata cioè via lastricata. Ogni strada romana, aveva una struttura ben precisa e si sviluppava in modo più o meno rettilineo. Originariamente le dimensioni delle strade erano sancite dalle XII Tavole: per esempio la larghezza media andava dai 4 ai 6 metri, potevano avere due marciapiedi (margines) laterali di 2/3 metri di larghezza circa o anche più. Avevano uno spessore che andava dai 90 ai 120 cm, ed erano formate da una massicciata di tre strati di pietre sempre più piccole, legate con malta (ciò per permettere una maggior resistenza e durata nel tempo), e dal piano stradale lastricato, costituito da uno strato di blocchi di pietra spianati e accostati. La costruzione iniziava con il scavare un "letto" tra due solchi, i quali ne delimitavano la larghezza, nel quale sarebbero stati posati i vari strati di pietre. Lo strato più basso, era composto da pietre molto grandi come sassi ed era detto statumen, il secondo chiamato rudus era formato da ciottoli di medie dimensioni, il terzo da ghiaia mista ad argilla detto nucleus, ed il quarto era il vero e proprio manto stradale chiamato pavimentum: esso era composto da lastre grosse e piatte adagiate in orizzontale, ma con una forma lievemente convessa per facilitare lo scolo delle acque piovane, verso le canalette di scolo, sempre presenti nelle vie cittadine. Se nelle strade dell'Impero regnava l'ordine quasi assoluto, non si poteva dire lo stesso dell'Urbe, dove al contrario le strade erano tutt'altro che ordinate e rettilinee. Questo è facilmente spiegabile dal fatto che Roma è nata e si è estesa senza dei piani urbanistici; questi infatti verranno ideati appena alla fine della Repubblica per opera di Giulio Cesare,  Ottaviano Augusto ed altri Imperatori. Quindi fatta eccezione per alcune vie principali, che sono rettilinee poiché penetrazioni urbane delle vie Consolari, molte altre strade sono strette e intricate e alcune addirittura senza marciapiedi. Tuttavia bisogna dire che i marciapiedi a Roma non erano necessari visto che per un decreto di Giulio Cesare, i carri (fatte alcune eccezioni) non potevano transitare in città di giorno ma solo la sera e la notte. L'Urbe era inoltre una città caotica e rumorosa sopratutto nelle zone centrali, dove c'erano i  mercati, i Fori e gli edifici pubblici più importanti.
Ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia,
 che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes.
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Tra le opere più grandi e vistose lasciateci dai Romani, sicuramente ricordiamo gli imponenti acquedotti. Gli acquedotti vengono ideati a Roma nel IV sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica dell'Urbe, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente. Roma si stava trasformando nella più grande metropoli di tutta l'Antichità e non solo, quindi si decise di costruire un' acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l'acqua fresca in città, il primo fu l'Aqua Appia costruito nel 312 a.C. per volere dell'omonimo Console Appio Claudio, lo stesso che diede il nome alla celeberrima via. Con il passare degli anni ne vennero costruiti altri di maggior portata. In totale c'èrano ventiquattro acquedotti, che trasportavano ogni giorno nell'Urbe oltre 1 milione di metri cubi d'acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture.
Se oggi possediamo molte informazioni sugli acquedotti e l'edilizia idraulica lo dobbiamo all'opera del Curator Aquarum Sesto Giulio Frontino, contemporaneo dell'Imperatore Nerva, il quale scrisse un libro, il De aqueductu Urbis Romae (letteralmente Sugli acquedotti della Città di Roma),  nel quale spiega i metodi di costruzione, i materiali edili, ma anche nomi e percorsi delle condutture idriche, l'ubicazione delle sorgenti e molto altro. Dalla prosa ricca di tecnicismi di Frontino traspare la consapevolezza e l'orgoglio che porta lo scrittore, cives romanus, a compiacersi della mole degli acquedotti, sostenuti per chilometri da imponenti arcate, e a sorridere, con un certo disprezzo, delle piramidi egiziane ed ai templi greci, opere famose ma inutili. Dietro la costruzione di un acquedotto stanno tutta una serie di problematiche, che gli ingegneri Romani hanno saputo perfettamente risolvere. Per esempio la forza motrice dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore", e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto e mantenerla per tuto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca e periodi di piena. 
Sezione di acquedotto Romano
soprelevato.
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Una volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che l'aqueductus avrebbe compiuto per arrivare in città, per fare ciò si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando coline e avvallamenti, pianure e corsi d'acqua. Per questo lavoro i tecnici adoperavano uno strumento di legno simile all'attuale livella, ma di dimensioni assai più grandi: il coròbate. Questo poteva dirsi in esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l'acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. guardando attraverso il coròbate i tipografi potevano tracciare un'immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso dell'acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri, le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal modo l'acqua defluiva senza problemi fino alla "foce artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa cisterna. 
Il percorso dell'acquedotto era per la maggior parte interrato o talvolta scavato sotto colline e montagne; in questo caso la condotta era formata solo da una struttura di laterizio parallelepipeidale impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure  ed era quindi necessario costruire una struttura di sostegno (aquae pensiles). Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes. La realizzazione iniziava con l'edificazione delle fondamenta dei pilastri: se passavano sulla terra si scavava una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato con la pece tutto intorno all'area della costruzione di ogni singolo pilastro: in tal modo si poteva asportare prima l'acqua, poi la fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva all'edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli stessi pilastri, all'ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e propria condotta dell'acquedotto. Una città come Roma con il suo milione e mezzo di abitanti doveva essere ben rifornita di acqua, anche perché questa non serviva solo direttamente ai suoi Cittadini ma anche ai complessi termali, i quali sembra consumassero molta acqua. Roma si avvaleva di undici acquedotti costruiti in varie epoche a partire dal II sec a.C. e che rimasero sempre tutti in funzione, e che nel complesso portavano nell'Urbe oltre un milione di metri cubi di acqua al giorno.
I. Aqua Appia - Fu il primo acquedotto di Roma, edificato nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio, lo stesso che fece costruire la Via Appia. Le sorgenti sono situate sulla via Collatina ed è lungo ben 16 Km, anche se il suo percorso è quasi del tutto sotterraneo, e giungeva fino al foro boario.
II. Aqua Ania o Anio Vetus - Lungo oltre 63 km, prende il suo nome dalla valle dell'Aniene presso Tivoli, le sue acque giungevano fino alle Terme di Diocleziano, mentre una ramificazione secondaria giungeva erogava l'acqua necessaria alle terme di Caracalla.
III. Acqua Marcia - Il nome deriva dal Pretore M. R. Marcius, e fu edificato nel 114 a.C. La sorgente era situata presso Marano Equo
IV. Acqua Tepula - Costruito nel 126 a.C. prendeva le acque dalla Valle Preziosa scorrendo esclusivamente in condotte sotterranee. Il suo nome deriva dl fatto che la temperatura dell'acqua rimaneva sempre sui 18 gradi circa.
V. Acqua Iiulia - Edificato nel 33 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, convogliava le acque dalle sorgenti nelle vicinanze di Grottaferrata.
VI. Acqua Vergine - Fu costruito sempre da Agrippa verso il 19 a.C. convogliando le acque ubicate presso la tenuta della Rustica. E' tuttora perfettamente funzionate.
Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
VII. Aqua Augusta - Costruito per volere dell'Imperatore Augusto nel 2 d.C., serviva a portare l'acqua a Trastevere ove si tenevano le naumachie (o battaglie navali) in un lago artificiale.
VIII. Aqua Claudia - Iniziato dall'Imperatore Claudio nel 38 d.C. ma terminato da Caligola è uno dei più imponenti. Le sue sorgenti erano ubicate presso la Valle dell'Aniene, e portava le sue acque fino a Porta Maggiore ove una diramazione giungeva presso il Palazzo e riforniva l' area circostante al Colle Palatino.
IX. Aqua Ania Nova o Anio Novus - Costruito per volere di Caligola ma terminato dall'Imperatore Claudio nel 52 d.C. circa prendeva l'acqua dal Fiume Aniene, con la sua lunghezza di oltre 84 Km è l'aquedotto più grande del mondo.
X. Aqua Traiana - Voluto dall'Imperatore Traiano nel 109 d.C. circa convogliava le acque del lago Sabatino nella zona di Trastevere.
XI. Aqua S. Severa - Fu edificato dall'Imperatore Settimio Severo nel 226 d.C.
I Romani inventano tra le altre cose la calce, e una variante di essa detta idrica poiché resisteva all'acqua ed era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto per impermeabilizzare, è tuttora utilizzata.
Con questa invenzione rivoluzionarono le tecniche costruttive utilizzate fino a quel momento, che prevedevano l'utilizzo di blocchi di pietra sovrapposti a incastro, per utilizzare invece mattoni di terracotta e calce,a cui era mischiata la pozzolana, una miscela vulcanica che conferiva estrema durezza e resistenza al calcestruzzo così ottenuto e con la tecnica degli archi con poco materiale potevano sostenere grandi pesi e giungere a grandi altezze. In quei tempi le case di Roma avevano diversi piani, generalmente così non era per le altre città. 

Nel 306 a.C. - Nel Liceo di Atene, Epicuro fonda la sua scuola filosofica, il Giardino.
Epicuro
Si vide sorgere in Atene, oltre all' Accademia e al Liceo, un'altra scuola filosofica, il Giardino. Fondatore di essa fu Epicuro. Epicuro (in greco: Ἐπίκουρος, Epìkouros) (Samo, 341 a.C. – Atene, 271 a.C.) è stato un filosofo greco antico, discepolo di Nausifane e fondatore di una delle maggiori scuole filosofiche dell'età ellenistica e romana, l'epicureismo, che si diffuse dal IV secolo a.C. fino al II secolo d.C., quando, avversato dai Padri della Chiesa, subì un rapido declino, per essere poi rivalutato secoli dopo dall'Umanesimo del Rinascimento e dall'Illuminismo. Nato sull'isola di Samo, figlio di un maestro di scuola e di una maga, fu chiamato Epicuro (che significa "soccorritore") in onore di Apollo (questo era uno degli epiteti del dio). Frequentò la scuola di Pamfilo seguace del pensiero platonico, e successivamente quella del democriteo Nausifane a Teo, località sulle coste dell'Asia Minore. All'età di 32 anni fondò la sua scuola prima a Mitilene e a Lampsaco ed infine ad Atene nel 306. La scuola era dotata di un giardino dove i discepoli, tra i quali anche donne, come la famosa etera Leonzia e persino schiavi, seguivano le lezioni del maestro. Sebbene fosse assertore della non partecipazione alla vita sociale e politica sostenne il governo macedone.
La filosofia della scuola del "giardino" era in polemica con le dottrine socratiche e platoniche, con l'aristotelismo ma anche con le scuole minori come i cinici, i megarici, i cirenaici e con lo stoicismo, l'altra grande scuola ellenistica, che stava iniziando a diffondersi proprio in quel periodo. Epicuro morì ad Atene di calcoli renali, all'età di 70 anni circa. Per Epicuro la filosofia ha in primo luogo una funzione terapeutica : "Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche sofferenza umana", egli diceva . Una delle metafore da lui preferite per indicare l'obiettivo della vita filosofica é la quiete del mare dopo la tempesta , ma questa situazione di quiete é minacciata e impedita dalle credenze infondate che sovente si generano in noi e procurano ansie e timori: l' uomo che vive con animo sereno é paragonato a coloro che, al sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta, l' altrui pericolo. La filosofia deve dunque liberarci da queste credenze e condurci in un porto sicuro senza turbamenti. Di Epicuro ci restano tre epistole dottrinali complete riportate da Diogene Laerzio, due raccolte di aforismi, e alcuni frammenti.
“Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per averla.” scriveva in una lettera. Epicuro riprende nella fisica la teoria atomistica di Democrito e Leucippo. Quest'ultimo, secondo le affermazioni di Epicuro riportate da Diogene Laerzio, non sarebbe mai esistito, ma viene clamorosamente smentito dai suoi stessi allievi in ambito campano. Nei Papiri Ercolanensi infatti (Vol. Herc. coll. alt. VIII 58-62 fr. 1), si parla di Leucippo e gli si attribuisce la Grande cosmologia negandola a Democrito, che se ne sarebbe presa arbitrariamente la paternità. La novità introdotta da Epicuro rispetto a Leucippo sta però nel fatto che egli non considera più la forma degli atomi ma il loro peso. Questi atomi, infiniti di numero, eternamente si muovono in un vuoto a sua volta infinito. Epicuro inoltre introduce nella sua teoria il fenomeno della deviazione (parenklisis, declinazione, inclinazione) casuale che interviene nella caduta in verticale (Lettera ad Erodoto, 43) degli atomi determinandone così collisioni in base alle quali gli atomi si aggregano originando i corpi estesi. Mentre Democrito vedeva il moto degli atomi come vorticoso, per Epicuro esso si verifica per il peso degli atomi verticalmente, una sorta di pioggia di atomi sulla quale può intervenire una deviazione che interrompe il fenomeno naturale che si stava formando dando luogo ad un altro diverso effetto. Nella causalità meccanica e deterministica della natura Epicuro salva così l'elemento della casualità nella formazione degli eventi naturali. Nell'etica Epicuro riprende concettualmente l'edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il piacere è dinamico (ricerca del piacere) per Epicuro è statico (eliminazione del dolore), assicurando così la salute dell'anima. Un'anima che: "è una sostanza corporea composta di sottili particelle" cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni. Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:
- Gli dei non vogliono il male ma non possono evitarlo (gli dei risulterebbero buoni ma impotenti, non è possibile).
- Gli dei possono evitare il male ma non vogliono (gli dei risulterebbero cattivi, non è possibile).
- Gli dei non possono e non vogliono evitare il male (gli dei sarebbero cattivi e impotenti, non è possibile).
- Gli dei possono e vogliono; ma poiché il male esiste allora gli dei esistono ma non si interessano dell'uomo.
Questa è la conclusione che Epicuro considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione.
Tali considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali e naturali (necessari e non necessari). È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dèi si disinteressino dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena. Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta. Propone quindi un "quadrifarmaco", capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:
- Paura degli dei e della vita dopo la morte: Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.
- Paura della morte: Quando noi ci siamo ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più
- Mancanza del piacere: Esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare
- Dolore fisico: Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è la filosofia e la saggezza. Il pensiero scientifico di Epicuro presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno, la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo Galilei. Come prima cosa nella Lettera ad Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici". Egli chiama questo metodo di ricerca, preliminare alla ricerca stessa, canonica, ovvero studio del canone. Il concetto di modello è effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non è la realtà: cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in accordo con i dati sperimentali. Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle: "non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base a ciò che l'esperienza sensibile richiede": la base della scienza sperimentale. 

Dal 301 a.C. - Inizia l'Età ellenistica, il periodo che va dalla morte di Alessandro Magno fino alla riduzione della Grecia a provincia romana, nel 146 a.C. Trionfo di cultura e civiltà greche. Si hanno tre grandi dinastie fondate dai generali di Alessandro. I Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Siria e Mesopotamia e gli Antigonidi in Macedonia. Le aristocrazie urbane utilizzavano il greco come lingua. Fondate nuove città: Pergamo in Asia Minore, Alessandria in Egitto, Antiochia in Siria. Fioritura culturale. Scienziati: Euclide, Archimede, Apollonio di Perga, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Erone. Filosofi: Epicuro, Zenone. Poeti: Callimaco, Apollonio Rodio, Teocrito.

Nel 300 a.C. - Ad Atene, Zenone di Cizio fonda la sua Scuola Stoica.
Zenone di Cizio
Quella dello stoicismo è una corrente filosofica e spirituale fondata intorno al 300 a.C. ad Atene da Zenone di Cizio (335 - 263 a.C.), con un forte orientamento etico. Lo stoicismo prende il nome dalla Stoà Pecile: 
la Stoà Pecile (in greco ἡ ποικίλη στοά) o Portico dipinto, originariamente chiamata «Portico di Peisianatte», fu eretta nella prima metà del V secolo a.C. nell'agorà di Atene, e Zenone di Cizio era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli sotto tale portico dipinto.
Lo stoicismo propone un percorso individuale da cui scaturisce la capacità del saggio di disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive gli ha impresso. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli altri uomini e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata. La fase originaria di tale scuola di pensiero è detta Stoicismo antico. Lo stoicismo fu abbracciato da numerosi filosofi e uomini di stato, sia greci che romani, fondendosi presso quest'ultimi con le tradizionali virtù romane di dignità e portamento. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana la resero una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio, autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che dall'aristotelismo e dall'epicureismo.
Infine, abbiamo il cosiddetto Stoicismo nuovo o romano, che abbandona la tendenza eclettica cercando di tornare alle origini.
Il seguente schema mostra lo sviluppo cronologico delle varie fasi dello stoicismo e i personaggi più rappresentativi di ognuna di esse:
Antico (III a.C.-II a.C.):
-Zenone di Cizio 
-Cleante
-Crisippo
Medio (II secolo-I a.C.):
-Panezio
-Posidonio
-Cicerone (parzialmente)
Nuovo o romano (I d.C.-III d.C.):
-Seneca
-Epitteto
-Marco Aurelio
Gli stoici dividevano la filosofia in tre discipline: la logica, che si occupa del procedimento del conoscere; la fisica, che si occupa dell'oggetto del conoscere; l'etica, che si occupa della condotta conforme alla natura razionale dell'oggetto. Essi portavano un esempio: la logica è il recinto che delimita il terreno, la fisica l'albero e l'etica è il frutto.
Sempre nel 300 a.C. la scuola matematica di Alessandria, in Egitto, che ha in Euclide il suo massimo esponente, studia la leva, il sifone, la vite e la carrucola. Euclide visse all'incirca dal 325 al 265 in Alessandria. Il suo capolavoro sono i tredici libri degli Elementi, il culmine della geometria classica, una delle opere più studiate della storia del pensiero. Ne sono state stampate più di 1000 edizioni. La quasi totalità della geometria che ancora oggi viene appresa nelle scuole superiori di tutto il mondo è di origine euclidea.
Negli Elementi la geometria della sfera è poco trattata. L'opera propriamente astronomica lasciataci da Euclide ha per titolo Fenomeni. In essa, tramite diciotto teoremi, sono trattati gli aspetti fondamentali dell'astronomia.

Nel 280 a.C. - L'alessandrino Aristarco di Samo elabora l'ipotesi di un sistema solare eliocentrico. 
Secondo Vitruvio, Aristarco fu l’inventore di un tipo di orologio solare, la scafa (la figura illustra l'uso che ne fece Eratostene per misurare l'altezza meridiana del Sole ad Alessandria - si veda il paragrafo dedicato ad Eratostene). A lui è riconosciuto il merito di essere stato il primo aperto sostenitore del moto della Terra sul suo asse e del moto della stessa attorno al Sole. A lui cioè è dovuta la prima formulazione dell’ipotesi eliocentrica. Altro motivo di enorme popolarità di cui gode Aristarco (presso i moderni) è che una sua opera Delle dimensioni e distanze di Sole e Luna sia giunta fino a noi. La migliore testimonianza dell’attribuzione ad Aristarco della ipotesi eliocentrica ci viene dall ‘ Arenario di Archimede, che visse in epoca abbastanza prossima ad Aristarco. Archimede dice chiaramente nell’Arenario che Aristarco riteneva che la Terra si muoveva intorno al Sole in un cerchio e che la ragione per la quale tale moto non si manifestava con una parallasse annua delle stelle fisse era dovuto al fatto che queste si trovavano a distanze enormemente maggiori del diametro dell’orbita terrestre. Purtroppo queste idee causarono ad Aristarco non poca avversione tra i contemporanei. Si dice (Plutarco) che il filosofo stoico Cleante di Asso abbia auspicato che Aristarco venisse condannato per empietà.

Carta geografica della Gallia Cisalpina.
Popolazioni Liguri, Etrusche, Celtoliguri
(Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord
italico attorno al 300 a.C.
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Nel 272 a.C. - Roma completa la conquista dell'Italia centrale e meridionale, lasciando il nord a Liguri, Celti e Veneti: la Gallia Cisalpina.
I Romani fissano i confini settentrionali nei fiumi Magra e Rubicone, dopo anni di gerre contro Volsci, Equi, Sanniti ecc.
Va detto che non è una conquista da esercito invasore.
La politica romana del periodo repubblicano è stata quella dell'integrazione.
Le colonie degli italici e dei greci (i Socii, "alleati") avevano dei patti con Roma: in cambio dell'autonomia locale, fornivano contingenti militari a Roma.
Cartina della penisola italica nel 272 a.C., con l'estensione
dei territori della Repubblica di Roma in rosso, e il limite
settentrionale fissato dai fiumi Magra e Rubicone.
In blu sono segnalati i territori controllati da Cartagine.
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Si verificava così che nelle legioni romane, gli ausiliari (perlopiù italici, poichè gli alleati greci fornivano navi e marinai) erano in maggior numero che i  romani.
Inoltre la frequentazine delle legioni imponeve la conoscenza del latino, anche scritto (alcuni ordini erano trasmessi per iscritto).
Addirittura negli accampamenti fortificati delle legioni, il console, che era il comandante supremo, era vicino agli alloggi degli alleati, e quindi protetto dalle eventuali trame o tradimenti che i romani avrebbero potuto intentare.
Nei territori di confine i romani fondavano colonie che presidiavano il territorio, conferendo agli abitanti la cittadinanza romana.
Le colonie latine formate da cittadini romani invece, perdevano la cittadinanza romana, per assumere lo status di alleati.

Nel 264 a.C. - Inizia la prima guerra punica fra Roma e Cartagine: si concluderà con la vittoria di Roma nel 241 a.C. e con il suo controllo sulla Sicilia.

Cartina della prima e seconda guerra punica con eventi, percorsi di
Annibale e di Scipione nella seconda guerra punica e le battaglie.
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Nel 240 a.C. - Eratostene, che nacque a Cirene, la Bengasi dell’odierna Libia, nel 276 e visse fino al 194 a.C., dopo essere stato tutore del figlio del re d’Egitto, venne nominato a dirigere la Biblioteca di Alessandria, che veniva chiamata Mouseion, essendo appunto il tempio delle muse. I commentatori moderni hanno espresso il loro stupore per il fatto che il suo ingegno sembra non aver goduto presso i contemporanei della fama che oggi invece gli viene riconosciuta (uno dei suoi soprannomi era Beta, e un altro sembra sia stato Pentathlos, con riferimento a quegli atleti che si distinguono in diverse specialità, senza primeggiare in una particolare). 

Nel 220 a.C. - Archimede scopre le leggi di galleggiamento dei corpi immersi nell'acqua.
Archimede
Archimede, nato a Siracusa intorno al 290 a.C. e morto nella stessa città in seguito al saccheggio della stessa nel 212 a.C. da parte dell’esercito romano, fu autore anche di un’opera astronomica, oggi perduta, sulla costruzione della sfera, nella quale erano dati i principi per la costruzione delle sfere armillari che venivano utilizzate sia come strumenti didattici per l’insegnamento dell’astronomia, che come veri e propri strumenti per osservazioni astronomiche (misurazione di coordinate stellari, notamente le longitudini e le latitudini). Sappiamo ciò da Cicerone, che nel secolo I a.C. scrisse di due "sfere", costruite da Archimede, che erano state portate a Roma dal console Marcello come parte del bottino in seguito alla conquista della città di Siracusa, nel 212 a.C. Cicerone dice che una delle sfere era solida e portava dipinte le stelle. Essa venne posta nel tempio della Virtù. Tali sfere solide erano sicuramente precedenti il tempo di Archimede di alcuni secoli. Cicerone dice (non si sa su quali basi) che alcune erano state costruite da Talete ed Eudosso. La seconda sfera se la tenne Marcello, quale bottino personale. Si trattava di una struttura molto più complessa, un modello meccanico di planetario, che mostrava i moti di Sole, Luna, pianeti, così come venivano visti dalla Terra. Cicerone scrive che Archimede doveva essere uomo di grande ingegno per aver prodotto un'opera simile. Altri scrittori classici confermano questa testimonianza di Cicerone.
In quei tempi visse anche Apollonio di Perga, dal 262 al 190 a.C. circa. Era noto nell’antichità come “il grande geometra”. Ebbe una grande influenza sullo sviluppo della matematica, specialmente per la sua opera più famosa, "Le coniche", in cui introdusse termini matematici quali ellisse, parabola, iperbole, che continuano ad essere usati. Degli otto libri di cui era costituita l’opera, i primi quattro dell’edizione greca sono giunti fino a noi (naturalmente attraverso copie), mentre di una traduzione araba ci sono pervenuti i primi sette. Si ritiene generalmente che la maggior parte delle nozioni contenute nei primi quattro libri fosse nota ad alcuni predecessori di Apollonio, tra cui Euclide. I contributi originali di Apollonio si hanno nei rimanenti libri. Pappo dà alcune indicazioni sui contenuti di altre sei opere di Apollonio, sempre di argomenti matematici e geometrici. Ma ad Apollonio è attribuito il merito di avere fatto conseguire notevoli progressi all’astronomia matematica. Tolomeo dice nell’Almagesto che Apollonio introdusse le costruzioni geometriche degli epicicli e degli eccentri per spiegare le anomalie dei moti planetari. Secondo la terminologia introdotta dai matematici greci, si usavano ile parole anomalia o anche inegualità per indicare qualunque irregolarità nei moti dei corpi celesti, rispetto al consacrato moto angolare uniforme e circolare. Abbiamo visto che la scoperta delll’anomalia solare risale talmente nel tempo che è in pratica assurdo parlare di una sua scoperta. E‘ difficile pensare che uomini della levatura di Talete o di Anassimandro non abbiano meditato su di essa. Quanto ai Pitagorici, non ci sarebbe da meravigliarsi se, inorriditi, l’abbiano semplicemente rimossa. Quando l’evidenza delle osservazioni mostrò inequivocabilmente che anche per i
 pianeti si aveva un’anomalia, venne d’uso attribuirle il nome di anomalia zodiacale (velocità angolari diverse manifestate da Sole e pianeti in diverse parti  dello zodiaco).
Constatando che i pianeti manifestavano una anomalia tutta loro particolare (le retrogradazioni), a quest'altra irregolarità si attribuì il termine di seconda anomalia (e di conseguenza venne chiamata talvolta prima anomalia l’anomalia zodiacale).
Carta geografica del III sec. a.C. con le diversificazioni, in Europa e Anatolia,
delle genti Celtiche e della loro fusione con genti già stanziate in quei territori:
Celtiberi, CeltoLiguri o CeltoLigi. Clicca sull'immagine per ingrandirla

Dal 225 a.C. - Con gli scontri di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.) il sogno della grande Gallia Cisalpina unita nel dominio celtico, terminò definitivamente.
A Talamone, una coalizione di Celti Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Nel Senato Romano vi erano Celti provenienti dall'ager Gallicus a dimostrazione della rappresentanza di tutte le tribù del territorio di Roma, cosa di cui i romani andavano fieri, e non tutti i Celti combattevano contro i romani, alcuni erano loro alleati, poiché molti guerrieri Celti si mettevano al servizio di chi offriva loro denaro. 
Il destino dei Galli cisalpini si decise però, allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all'impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con la battaglia di Canne.
Carta geografica con Telamon (Talamone) e la penetrazione
delle popolazioni Celtoliguri e Celtiche nel territorio italico,
fino a Roma a al Gagano, nel III sec. a.C.
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Già dal 243 i Celti della Pianura Padana avevano cercato, forse per una sorte di premonizione, l'appoggio dei fratelli d'oltralpe nel tentativo di opporsi in modo solidale alla minaccia espansionistica romana. Le soliti liti e faide interne impedirono che l'alleanza, che forse avrebbe cambiato l'assetto futuro della storia, si realizzasse…
Fu con gli scontri di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.) che il sogno  della grande Gallia Cisalpina unita, terminò definitivamente.
A Talamone, una coalizione di Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Finiva così un'epoca che aveva visto fronteggiarsi fieramente per duecento anni le due differenti etnie.
Piegati i Celti del nord della Gallia Cisalpina, i romani si dedicarono alla disfatta ed all'annientamento di quella che era considerata la più potente fra le nazioni celtiche stanziate al disotto del fiume Po, i Boi. Prima di allora tutta la Valle e pianura Padana, erano considerate dagli stessi romani "Gallia", il resto del territorio era "Italia". 

Cartina della seconda guerra punica con le date e gli itinerari di
Annibale e Asdrubale e le principali battaglie.
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Nel 218 a.C. - Seconda guerra punica fra Roma e Cartagine, con l'invasione dell'Italia da parte di Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, comandante supremo dell'esercito cartaginese.
Annibale Barca
(Barca in  cartaginese
significava  Folgore)
Annibale, della famiglia Barca (Barca in cartaginese significa "folgore"), che valicò con esercito ed elefanti le Alpi occidentali per cogliere Roma alle spalle. Il conflitto si concluderà dopo molti anni con la vittoria di Scipione a Zama, nel 201 a.C. Si dirà poi che Annibale ha vinto tutte le battaglie ma ha perso la guerra.
Probabilmente gli elefanti morirono quasi tutti nell'attraversamento delle Alpi.
Annibale Barca (Cartagine, 247 a.C. – Libyssa, 183 a.C.) condottiero e politico cartaginese, marciando dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese in Italia, dove sconfisse le legioni romane in quattro battaglie principali:
- battaglia del Ticino (218 a.C.),  
- battaglia della Trebbia (218 a.C.),  
- battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.),
- battaglia di Canne (216 a.C.) e in altri scontri minori.
Dopo la battaglia di Canne i Romani rifiutarono lo scontro diretto e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. La Seconda guerra punica terminò con l'attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 204 a.C. dove fu definitivamente sconfitto nella Battaglia di Zama, nel 202 a.C.
Dopo la fine della guerra, Annibale guidò Cartagine per parecchi anni cercando di ripararne le devastazioni, fino a quando i Romani non lo forzarono all'esilio nel 195 a.C. Annibale si rifugiò quindi dal re seleucide Antioco III in Siria dove continuò a propugnare guerre contro Roma. Nel 189 a.C. Antioco III fu sconfitto dai Romani e Annibale dovette ricominciare la fuga, questa volta presso il re Prusia I in Bitinia. Quando i Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale preferì suicidarsi; era il 182 a.C.
Annibale è considerato uno dei più grandi generali della storia. Polibio, suo contemporaneo, lo paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano; altri lo hanno accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.
Il dato è che Annibale, disponendo di pochi uomini rispetto ai romani e alleati, contava probabilmente sulla sollevazione di numerosi alleati di Roma contro Roma stessa.
Infatti i Celti si allearono a lui, e così fece Capua, che fu poi punita con la distruzione. Invece, anche popolazioni da poco romanizzate, che potevano covare rancori, come i Sanniti, tennero fede all'alleanza: l'integrazione aveva dati quindi ai romani buoni frutti, e probabilmente vantaggi agli alleati.

Nel 206 a.C. -  Roma conquista l'Hispania (l'attuale Spagna).

Cartina con i territori soggetti alla Repubblica di Roma nel 201 a.C. e le
conquiste fatte fino al 146 a.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla

Nel 201 a.C. - Con la vittoria di Scipione, detto poi l'Africano, a Zama, termina con la vittoria di Roma la seconda Guerra Punica.

Antica bireme Romana con rostro

Nel 200 a.C. -  Dalla Siria giunge nel mondo romano la tecnica della soffiatura del vetro. A Pergamo, nella penisola anatolica, l'attuale Turchia, inizia la fabbricazione della pergamena. 

Nel 187 a.C. - Il console Emilio Lepido fa costruire l’antica Via Emilia, che unisce la colonia di Placentia (Piacenza) ad Ariminum (Rimini), e darà il nome alla regione. 

Nel 168 a.C. -  Con la vittoria di Paolo Emilio a Pidna, Roma conquista la Macedonia. Dopo la morte di Alessandro, nelle vicende politiche greche non si hanno altro che guerre tra città. Durante la sua ascesa, la Roma repubblicana dovette impegnarsi in ben tre guerre contro la Macedonia. L'esercito macedone, sotto la guida del re Perseo, subì la sconfitta definitiva nella battaglia di Pidna per opera del console Lucio Emilio Paolo nel 168 a.C., e nel 146 a.C. la Macedonia divenne povincia romana. Nello stesso anno, con la distruzione di Corinto, anche la Grecia venne inclusa nella provincia di Macedonia. Malgrado un regime particolarmente liberale accordato alla Grecia, molte città greche sostennero Mitridate VI, re del Ponto, nella sua campagna contro Roma. Ma il generale romano Lucio Cornelio Silla costrinse Mitridate a fuggire e domò severamente la rivolta greca. L'imperatore Augusto fece della Grecia provincia senatoria, dandole il nome di Acaia. L'imperatore Adriano intraprese una imponente attività edilizia di ricostrzione di Atene e di altre città greche. Dall'anno 212, l'imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell'Ellade, come a tutti gli altri provinciali, la cittadinanza romana.

Carta di Macedonia, Grecia e Ionia nel II secolo a.C. con i vari regni e regioni.
 durente le guerre nell'Egeo.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 149 a.C. - Inizia la terza guerra punica che si concluderà tre anni dopo con la vittoria di Roma e la distruzione di Cartagine.

Carta con i nomi delle isole greche
delle Cicladi, con l'isola di Delo, che
era sacra poichè ritenuta il luogo
di nascita di Apollo. Clicca
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Nel 146 a.C. - I Romani conquistano e saccheggiano Corinto, e la Grecia diventa provincia di Roma. 
Con la conquista romana della Grecia, si afferma un fiorente mercato di schiavi a Delo, già sede della lega Delio-Attica stipulata nel 478 a.C, poichè Roma la elegge porto franco a discapito di Rodi, ex alleata punita da Roma per non averla sostenuta nel conflitto con la Macedonia. Questo mercato è di rilievo mediterraneo, tanto che mediamente si vendono 10.000 schiavi al giorno, ottenuti perlopiù con incursioni piratesche. Gli italici e i romani hanno una posizione preponderante fra gli acquirenti di schiavi, e procurano così la manodopera per la coltivazione nei terreni in Italia. Avviene così che mentre in Italia gli italici, alleati di Roma, non hanno i diritti della cittadinanza romana ma i doveri dei "soci", con  fornitura di contingenti militari a Roma senza godere dei proventi delle conquiste. All'estero sono considerati romani: vestono la toga, parlano latino, e anche questo favorisce quell'"autoromanizzazione" che, svilita dalla mancata concessione della cittadinanza romana, sfocerà nelle Guerre Sociali.

Nel 140 a.C. -  Il greco Ipparco determina con una certa precisione la distanza fra Terra e Sole. Ad Ipparco ci si riferisce generalmente con l’appellativo di Nicea, perché si ritiene che abbia avuto i natali in quella località della odierna Turchia, prossima al Mar di Marmara, nella regione allora chiamata Bitinia, intorno al 190 a.C. La solidità della fama di cui godette nell’antichità è testimoniata da monete coniate sotto i regni di diversi imperatori romani. Queste monete portano sul diritto l’immagine di imperatori romani, quali Alessandro Severo (222 - 235 d.C.) e sul rovescio quella di un uomo che regge un globo e la scritta “Ipparco di Nicea”. Anche della sua vita si hanno pochissime notizie. Sembrano sicure quelle riferentesi a sue osservazioni astronomiche eseguite in Bitinia, nell’isola di Rodi e ad Alessandria. Soltanto una delle sue opere ci è giunta: il Commentario su Arato ed Eudosso, che non è certamente tra le sue più importanti.
E' in questi anni che in Grecia si costruisce il "meccanismo di Antikythera".
Grecia e isole greche con l'ubicazione di Antikythera.
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Antikythera è il nome di una piccola isola greca del Mar Ionio. Antikythera, Ante Kythera, l’isola di fronte a Kythera, oggi conta soltanto 44 abitanti su una superficie di 20 km2. Ben pochi conoscerebbero il suo nome se non fosse collegato al luogo in cui, cent’anni fa, venne ritrovato il più antico calcolatore della storia dell’uomo. Furono alcuni pescatori di spugne a ritrovare il relitto di un antico veliero che trasportava un carico di oggetti preziosi, statue, vasi di pregevole fattura e monete d’argento. Cercavano riparo sull’isola, sorpresi in mare da una violenta tempesta. La nave proveniva da Pergamo, la città sulla costa dell’Asia Minore, ed era diretta a Roma che in quel periodo ammirava l’arte, la filosofia e la tecnologia dei greci.
A bordo della nave venne ricuperato un misterioso oggetto in bronzo, difficile da decifrare per le incrostazioni che lo ricoprivano: la Macchina di Antikythera. 
La Macchina di Antikythera
Accurate analisi del reperto ne fecero risalire, con certezza, la costruzione al 150 – 100 a. C. Sotto le incrostazioni vennero scoperti complicati ingranaggi e grazie a diversi frammenti dell’oggetto fu possibile tentarne una ricostruzione. Era costituito da una trentina di ruote dentate in bronzo e riportava in superficie circa 2.000 caratteri, con le indicazioni relative al funzionamento del meccanismo. Oggi è conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene.
Diverse, accurate indagini hanno permesso di chiarire le funzioni del meccanismo che veniva usato nell’Antica Grecia per svolgere complicati calcoli astronomici. Serviva per calcolare il movimento del Sole, della Luna nello Zodiaco e probabilmente anche i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre a calcolare le date delle future eclissi di Sole e di Luna. Gli scienziati ritengono che questo meccanismo abbia per la storia della tecnologia la stessa importanza che l’Acropoli ha per la storia dell’architettura. La tecnica usata per la sua costruzione è simile a quella che sarà usata soltanto mille anni più tardi, nell’Europa medioevale, per la costruzione degli orologi astronomici.
Uno degli studi più approfonditi venne svolto dallo storico della scienza inglese Derek de Solla Price, che nel 1951 iniziò ad analizzare la macchina. Dopo vent’anni di ricerca Price riuscì a scoprire, almeno in parte, il funzionamento originario. Tutto il meccanismo era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità ed era costruito attorno ad un asse centrale. Quando questo asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle probabili lancette a diverse velocità, intorno ad una serie di quadranti. I frammenti mancanti impedirono a Price di comprendere il completo funzionamento del meccanismo. Di grande importanza è stata comunque la sua scoperta di un rapporto 254 a 19 fra le ruote. Questo lo portò a collegare il meccanismo con il moto della Luna rispetto al Sole: infatti, la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. Price propose anche un primo modello della macchina che poi donò al Museo archeologico nazionale di Atene, dov’è attualmente esposta.
Negli ultimi anni un gruppo multidisciplinare di ricercatori britannici, greci e statunitensi, l’Antikythera Mechanism Research Project, ha potuto approfondire ulteriormente l’analisi del meccanismo, grazie a nuovi frammenti ritrovati alcuni anni fa, usando tecnologie molto più moderne di quelle su cui poteva contare Price, dalla tomografia computerizzata alla rielaborazione digitale, ad alta risoluzione, della superficie.
Modello del meccanismo di Antikythera
Ora, alla fine del 2008, è arrivata la notizia della ricostruzione completa dell’antico apparecchio, curata da Michael Wright, un ingegnere del Museo delle Scienze di Londra. E’ una copia esatta del’originale, con le stesse dimensioni e gli stessi materiali. Il nuovo modello è contenuto in una scatola di legno poco più piccola di una scatola da scarpe. Di fronte ci sono due quadranti sovrapposti che riportano lo zodiaco e i giorni dell’anno.
Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi.
La Macchina di Antikythera conferma l’alto livello tecnologico raggiunto dalla Grecia nel secondo secolo a. C. E non c’è bisogno di scomodare gli extraterrestri per spiegare la presenza, in quel periodo, di una macchina così raffinata. Non ci sono misteri da chiarire. Si tratta soltanto di una prova ulteriore dei danni irreparabili provocati da chi, nei secoli più oscuri della nostra storia, tentò di cancellare il pensiero greco, distruggendone le più preziose testimonianze.

Il Regno di Pergamo nel 133 a.C.
Nel 133 a.C. - Roma riceve in eredità da Attalo il Regno di Pergamo, in Asia Minore.

Dal 113 a.C. - I Celti Ambrones con i Cimbri e Teutoni, tentano l'invasione della penisola italica.
La tribù degli Ambroni (o Ambrones) apparve brevemente nelle fonti romane realtive al II secolo a.C. La loro posizione all'inizio della loro breve storia fu la costa dell'Europa settentrionale, a nord del Rhinemouth, nelle Isole Frisone. La regione è oggi occupata dai resti dello Zuider Zee e del Jutland, che essi condivisero con i propri vicini: Cimbri e Teutoni.
Non si è sicuri sulla loro provenienza. I Teutoni erano probabilmente Germani, ma esiste qualche prova che dimostrerebbe che Ambroni e Cimbri avevano radici miste. In seguito, durante il breve e sanguinario attraversamento dell'Europa, i Cimbri vennero guidati da Boiorix, un nome celtico che significa "Re dei Boi". Il prefisso Amb è usuale in molti nomi tribali celtici (per visualizzare notizie sull'Ambra, clicca  QUI ). Gli Ambroni seguirono i costumi celtici urlando il nome della propria tribù durante le entrate in battaglia. I romani li consideravano Germani, non Celti, e si allearono con i Celti combattendo contro di loro. Queste circostanze suggeriscono la presenza di un'etnia mista, probabilmente in origine celtica ma assimilata dai Germani. Non solo provenivano da una regione settentrionale recentemente germanizzata, ma in questo periodo le tribù germaniche vennero pesantemente influenzate dalla cultura celtica.
I tre vicini iniziarono entrarono nella storia romana sotto forma di alleanza determinata ad emigrare nelle terre meridionali. Forse gli Ambroni vennero guidati dalle recenti alluvioni dello Zuider Zee, non ancora inondato. In tutto si parla di circa 300.000 uomini, dei quali 30.000 erano Ambroni. La migrazione si trasformò ben presto in razzie. Mentre puntavano verso la Boemia, vennero bloccati dai Boi, che in quel periodo abitavano le terre che ancora oggi portano il loro nome. 
Carta geografica dell'invasione di Cimbri, Teutoni
e Ambroni, con relative battaglie, nel II sec. a.C.
Il punto di divisione rappresenta la base stabilita in Gallia. I Cimbri proseguirono verso Vercellae, mentre Teutoni ed Ambroni finirono a Sextiae . Girando attorno ai Boi, i tre alleati entrarono in Serbia ed in Bosnia oltrepassando il Sava e la Morava, ma ben presto lasciarono questo terreno montuoso per i verdi pascoli della Gallia, seguendo un tragitto che passava a nord delle Alpi e dei pericolosi Romani. I Romani tentarono di mettersi sulla loro strada subendo pesanti perdite, a causa della rivalità tra i consoli al comando; un esercito venne sconfitto sotto Gneo Papirio Carbone (da Perseus, Carbo No. 4) nel 113 a.C. a Noreia in Stiria (Aostria), un altro guidato da Marco Giunio Silano Torquato (Marcus Junius Silanus Torquatus) (da Perseus, Silanus, Junius No.17) in Gallia nel 109 a.C., un terzo guidato da Gaio Cassio Longino nel 107 a.C., ed il quarto da Quinto Servilio Cepione e Gneo Mallio Massimo nel 105 a.C. (Battaglia di Arausio).
I tre alleati tennero una base in Gallia dividendosi poi in due fronti. Gli Ambroni ed i Teutoni transitarono in Liguria (est di Marsiglia), mentre i Cimbri entrarono in Italia passando più a nord. A questo punto i Romani decisero di nominare di nuovo console Gaio Mario, illegalmente, visto che aveva già ricoperto il ruolo diverse volte, mentre la legge prescriveva la carica per un solo anno.
Carta geografica delle Popolazioni  Liguri, Etrusche,
 Celtoliguri (i Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord italico.
intorno al 300 a.C.  Clicca l'immagine per ingrandirla
Mario marciò in Liguria stabilendo un campo sul percorso del nemico. I Teutoni assaltarono il campo venendo respinti. Decisero di proseguire aggirando il campo. Mario li seguì accampandosi vicino a quella che sarebbe passata alla storia col nome di battaglia di Aquae Sextiae, ai piedi delle Alpi (l'attuale Aix en Provence). L'anno era il 102 a.C. La battaglia iniziò come incontro casuale, ma i Romani la trasformarono in schiacciante vittoria. Quando gli Ambroni attaccarono i Romani questi stavano attingendo l'acqua da un vicino fiume. I Liguri erano alleati dei Romani, e accorsero per aiutarli ricacciando gli Ambroni dietro al fiume. I Romani compattarono i ranghi rigettando gli Ambroni che tentavano di nuovo di oltrepassare il fiume. Gli Ambroni persero buona parte delle loro forze. Due giorni dopo Mario respinse un attacco al campo e strinse le forze nemiche tra il proprio esercito ed un'imboscata di 3.000 uomini alle spalle. Mario fece 100.000 prigionieri, praticamente annientando gli Ambroni. Il campo presente in Gallia sopravvisse alla disfatta. Fondendosi con i Celti locali, diedero vita ad una nuova tribù, gli Aduatuci. Fu la fine degli Ambroni. Questa storia si può trovare nell'opera Vite Parallele di Plutarco, per la precisione nella vita di Gaio Mario scritta nell'80. Plutarco, nella vita di Mario (10, 5-6), scrive che gli Ambroni cominciarono a gridare "Ambrones!" all'inizio della battaglia; i Liguri, che fiancheggiavano i Romani, sentendo l'urlo e riconoscendo il nome che anch'essi usavano per i loro discendenti (οὕτως κατὰ ὀνομάζουσι Λίγυες), risposero con lo stesso grido "Ambrones!". Quindi Plutarco riferisce che i Liguri davano a se stessi il nome di Ambrones, lo stesso di una delle tribù celtiche alleate con Cimbri e Teutoni. Per visualizzare notizie sui Celti, clicca QUI

Nel 100 a.C. - Posidonio di Rodi (135 - 50 a.C. circa) venne nominato capo della scuola filosofica Stoica di Rodi. Posidonio fu un grande filosofo, rappresentante della Scuola Stoica. Talvolta viene denominato Posidonio di Apamea, dal nome della località della Siria in cui nacque. All'inizio della sua attività di studio, compì numerosi viaggi nel Mediterraneo, dedicandosi a studi di astronomia, geografia e geologia. Ricoprì incarichi pubblici, uno dei quali lo portò come ambasciatore di Rodi a Roma, dove ebbe modo di intrattenersi, fra gli altri, con Cicerone, che era stato suo allievo a Rodi. Tra le altre personalità romane che gli accordarono la loro ammirazione e l'amicizia ricordiamo il generale Caio Mario, che fu console sette volte, e Pompeo il Grande, triunviro con Cesare e Crasso.
Posidonio di Rodi
Nessuno dei suoi scritti ci è pervenuto. Si conoscono frammenti delle sue opere solo attraverso citazioni di contemporanei o di successori. Cicerone dà notizia di una “sfera” costruita da Posidonio che doveva essere del tipo delle due costruite un secolo prima da Archimede. E’ probabile che queste sfere avessero una funzione unicamente didattica.
Cleomede dedica una uona parte del suo libro per descrivere il calcolo che Posidonio fece della circonferenza terrestre. Basandosi sul fatto che la stella Canopo si rendeva appena visibile a Rodi, alla culminazione meridiana, mentre ad Alessandria raggiungeva un’altezza meridiana di 1/48 di circonferenza (7º 30'). Stimando in 5000 stadi la distanza tra Rodi ed Alessandria, Posidonio concluse che la circonferenza terrestre doveva essere di 48 x 5000 = 240.000 stadi. Pur ammettendo che questo risultato sia abbastanza accurato, vale la pena osservare che era affetto da almeno tre errori. Anzitutto le due località erano piuttosto scostate in longitudine. Poi l'altezza effettiva di Canopo era di 5º 15' e infine la distanza effettiva tra Rodi ed Alessandria era minore. Posidonio eseguì anche misure e calcoli su distanze e dimensioni di Luna e Sole, ottenendo invero risultati piuttosto imprecisi. Scrisse anche di meteorologia e storia.

Testa laureata a sinistra, personificazione dell'Italia; 
legenda latina ITALIA, in alfabeto latino.
Si tratta della prima documentazione epigrafica del
nome Italia. A destra, giovane inginocchiato a uno 
stendardo, tiene un maiale al quale otto soldati
(4 per lato) puntano le loro spade; "P" in esergo.
Nel 91 a.C. - Inizio delle Guerre Sociali fra Roma e i popoli Italici. Appare conclamato per la prima volta il nome Italia. Già i Greci chiamavano la penisola "Italia", che nel loro linguaggio significava "curva convessa", dalla linea della costa per chi arrivava per mare da est; durante le guerre sociali gli italici, alleati in una Lega, fondarono due nuove città di cui una, considerata la capitale della Lega stessa, prese il nome di Italia, Vitelia in osco. Al tempo dei Gracchi a Roma si avanzarono proposte d'estensione dei diritti di cittadinanza anche ad altri popoli italici fino ad allora federati, ma senza successo. La situazione si avviava al punto di rottura quando, nel 95 a.C., Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola proposero una legge che istituiva un tribunale giudicante a chi si fosse abusivamente inserito tra i cives romani (Lex Licinia Mucia). Legge, questa, che accrebbe il malcontento dei ceti elevati italici, che miravano alla partecipazione diretta alla gestione politica. Marco Livio Druso, si schierò per la causa italica avanzando proposte di legge a favore dell'estensione della cittadinanza, ma la proposta non piacque né ai senatori né ai cavalieri. Il più accannito rivale di Druso fu il console Lucio Marcio Filippo, che dichiarò illegale la procedura seguita per le leggi di Druso, cosicché queste non vennero nemmeno votate. Nel novembre del 91 a.C. seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra sociale.
Testa laureata dell'Italia a sinistra; legenda osca retrograda 
UILETIV (Víteliú, Italia). Soldato elmato stante, di fronte; 
tiene una lancia puntata in terra; piede destro su uno
stendardo; alla sua sinistra toro in terra, 
lettera osca "A" in esergo.
Dopo l'uccisione di Livio Druso gli italici - esclusi gli Etruschi e gli Umbri - si ribellarono a Roma, capeggiati dal sannita Papio Mutilo. La rivolta scoppiò ad Ascoli, nel Piceno, dove un pretore e tutti i Romani residenti in città furono massacrati. Si organizzarono in una libera Lega con un proprio esercito, e stabilirono, dapprima a Corfinium (oggi Corfinio) poi ad Isernia la loro capitale, dove crearono la sede del senato comune e mutarono il loro nome da Lega Sociale a Lega Italica. Coniarono persino una propria moneta che recava la scritta Italia, nella quale era raffigurato un toro che abbatteva la lupa romana. Benché Gaio Mario e Gneo Pompeo Strabone riportassero alcune vittorie sui ribelli, nel 90 a.C. il console Lucio Giulio Cesare decise di promulgare la Lex Iulia, con la quale si concedeva la cittadinanza agli italici che non si erano ribellati e a quelli che avrebbero deposto le armi. Seguì nel 89 a.C. la Lex Plautia Papiria che concedeva il diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici a sud del Po. Il risultato fu di dividere i rivoltosi: gran parte deposero le armi, mentre altri continuarono a resistere. Roma spese ancora due anni per sconfiggere le città in armi grazie all'intervento di Silla e di Strabone. Tuttavia, lo scopo che gli Italici si erano proposti era stato raggiunto: essi potevano divenire a pieno titolo cittadini romani. Con la concessione della cittadinanza, l'Italia peninsulare divenne ager romanus. Il territorio venne riorganizzato col sistema dei municipia e nelle comunità italiche venne avviato un grande processo di urbanizzazione che si sviluppò lungo tutto il I secolo a.C., poiché l'esercizio dei diritti civici richiedeva specifiche strutture urbane (foro, tempio alla triade capitolina, luogo di riunione per il senato locale). Tuttavia la cittadinanza romana e il diritto a votare erano limitate, come sempre nel mondo antico, dall'obbligo della presenza fisica nel giorno di voto. E per la gente di città lontane, in particolare per le classi meno abbienti, non era certo facile recarsi a Roma per votare nelle assemblee popolari. Così talvolta i candidati pagavano parte delle spese del viaggio per permettere ai loro sostenitori di partecipare al voto. Di fatto, comunque, a beneficiare della cittadinanza furono soprattutto le "borghesie" italiche, che conquistarono anche la possibilità di accedere alle magistrature.

Bronzetto che raffigura un Guerriero Sannita
Nell'89 a.C. - Dopo le Guerre Sociali con gli italici, che ha rischiato di perdere, Roma concede la cittadinanza romana alle popolazioni italiche. Il console Mario, contrariamente alle prescrizioni della legge, riceve il mandato più volte. 

Nell'88 a.C. - Inizia la Guerra Civile Romana.
- L'82 a.C. vide il conflitto tra la fazione degli ottimati, guidata da Silla, e quella dei populares, o mariani perché seguaci del sette volte console Gaio Mario morto nell'86 a.C., guidata dai consoli Gaio Mario il Giovane e Gneo Papirio Carbone.
Da diverso tempo la repubblica romana era percorsa da un conflitto politico tra due fazioni, quella dei populares, guidata dall'uomo nuovo Gaio Mario (almeno fino alla sua morte avvenuta nell'86 a.C.), e quella degli ottimati, guidata dal nobile Lucio Cornelio Silla, che si combattevano, con alterne fortune, per il predominio politico sull'Urbe.
- 88 a.C. - 87 a.C.: la lotta per il potere presto si era spostata dal piano politico a quello militare, così avvenne che, grazie all'appoggio delle legioni a lui fedeli, Silla scacciò i mariani dall'Urbe ed ottenne il comando per la guerra a Mitridate, e fu sempre grazie alla forza delle armi che, con Silla impegnato in Asia Minore, i populares e Gaio Mario poterono rientrare in città e controllarla, almeno fino al ritorno di Silla.
- 86 a.C.: sappiamo infatti che mentre Silla combatteva in Grecia, ottenendo numerosi ed importanti successi, prima ad Atene nel marzo di quest'anno, poi al Pireo, a Cheronea, dove secondo Tito Livio caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto, ed infine ad Orcomeno, a Roma Silla era dichiarato nemico pubblico da Gaio Mario e Cinna. Le sue abitazioni cittadine e di campagna furono distrutte ed i suoi amici messi a morte. Contemporaneamente il Senato deliberava di inviare in Grecia il nuovo console, Lucio Valerio Flacco, collega di Lucio Cornelio Cinna, con due legioni per succedere nel comando a Silla.
Cartina dei luoghi delle battaglie nella Guerra Civile di Roma,
dall'88 all'82 a.C. -  Clicca sull'immagine per ingrandirla.
- 85 a.C.: Silla, conclusa prima del tempo quella che sarebbe stata ricordata come la prima guerra mitridatica con il Trattato di Dardano nell'85 a.C., decise allora di tornare in Italia per contrastare le manovre del partito avverso, che lo aveva addirittura dichiarato nemico della patria. I più attivi nel campo dei populares erano i consoli Lucio Cornelio Cinna e Gneo Papirio Carbone, consoli per l'85 a.C. e l'84 a.C., che a cavallo tra i due consolati tentarono di organizzare ad Ancona un esercito per contrastare quello di Silla, una volta che fosse terminata la campagna in Asia. L'impresa non ebbe seguito perché nell'84 a.C. l'esercito, forse perché scontento delle dure condizioni di vita imposte dai due consoli, si ribellò ed uccise Cinna, mentre Carbone fuggiva. Molti per sottrarsi alla tirannide dei due consoli avevano abbandonato Roma, e si erano rifugiati nell'accampamento di Silla, come in un porto di salvezza. Così in breve tempo venne a crearsi, attorno allo stesso, una parvenza di Senato. Anche la moglie, Cecilia Metella Dalmatica, riuscì a stento a fuggire con i figli e raggiunse il marito in Grecia, portando la notizia che i suoi oppositori avevano bruciato la casa in città e le ville in campagna, pregandolo quindi di far ritorno in Italia in aiuto dei suoi sostenitori.
- 84 a.C.: conclusa la pace a Dardano in Asia con Mitridate VI, ed obbligato quest'ultimo a ritirarsi dalle province romane asiatiche, Silla trascorse i successivi due anni in Grecia per riorganizzare le forze, prima di rientrare in Italia. Egli, infatti, una volta conclusa la pace, salpò da Efeso nel corso dell'inverno dell'85-84 a.C. e si trasferì al Pireo e poi ad Atene dove fu iniziato ai misteri.[18] Verso la fine dell'anno attraversò la Tessaglia e la Macedonia e fece i preparativi per il suo rientro in Italia da Durazzo, con una flotta di 1.200 navi.
- 83 a.C.: per quest'anno furono eletti consoli Lucio Cornelio Scipione Asiatico e Gaio Norbano che, mentre Silla sbarcava a Brindisi dove si acquartierava con i suoi veterani e riprendeva i contatti con gli esponenti della propria fazione, tentavano di organizzare un esercito per contrastare la marcia di Silla verso Roma. Silla era infatti sbarcato a Taranto con 30.000 armati in quella primavera, e secondo Plutarco, vi erano ad attenderlo 15 generali nemici e 450 coorte. E mentre si preparava a marciare contro Roma al comando delle sue legioni, ricevette rinforzi dal giovane Pompeo, che si unì al futuro dittatore con un buon numero di soldati a lui fedeli, provenienti per lo più dalla regione del Piceno, e da Quinto Cecilio Metello Pio, campione degli ottimati durante i 4 anni di consolato di Cinna. I due consoli in carica nell'83 decisero di contrastare il passo di Silla in Campania; Scipione organizzò il suo campo nei pressi di Teano, mentre Norbano fece campo nei dintorni di Capua. Silla attaccò per primo l'esercito sotto il comando di Norbano che, perso lo scontro ed oltre 7.000 uomini, si rifugiò all'interno delle mura di Capua. A quel puntò Silla marciò verso Teano offrendo a Scipione una tregua, prontamente accettata dal Console, che in questo modo pensava di guadagnar tempo per coordinarsi con il collega e con Sertorio. Ma quando Scipione pensò di poter rompere la tregua con Silla il suo esercito, che aveva fraternizzarono con l'esercito di Silla, gli si rivoltò contro passando al campo avverso senza colpo ferire. Scipione, fatto liberare da Silla, andò in esilio a Marsiglia, dove morì. L'83 a.C. terminò con gli uomini di Silla acquartierati in Campania e i populares a Roma che tentavano di organizzarsi per contrastare il passo al nemico.
- Nell'82 a.C. furono eletti consoli Gneo Papirio Carbone e il ventiduenne Gaio Mario il Giovane, a cui fu affidata la difesa della città; quasi immediatamente inviarono Sertorio, forse l'unico esponente tra i populares con l'adeguata esperienza militare necessaria per contrastare Silla, nella Spagna Citeriore. I primi scontri, entrambi favorevoli agli ottimati, si ebbero nelle marche presso il fiume Esino, dove le truppe di Pompeo e di Metello ebbero la meglio su quelle condotte da Carbone, e nella pianura di Sacriporto, antistante Preneste, dove le truppe di Silla ebbero la meglio su quelle guidate da Mario il Giovane. I due comandanti mariani, invece di riunire le proprie forze, decisero di resistere alla fazione avversa ognuno dei due trovando rifugio in una diversa città; Gaio Mario il Giovane a Preneste nel Lazio, e Carbone a Chiusi in Etruria. Anche questa volta Silla si trovò nella condizione di poter attaccare separatamente i due nemici.
Silla lasciò il proprio luogotenente Ofella a sostenere l'assedio di Preneste e, dopo aver normalizzato la situazione nella capitale, si diresse a nord per dar battaglia a Carbone. La battaglia sotto le mura di Chiusi fu particolarmente cruenta, e si risolse con un sostanziale nulla di fatto. Per contro Pompeo frustò il tentativo di Carbone di inviare rinforzi al collega Mario rinchiuso a Preneste, intercettando e sconfiggendo i rinforzi che Carbone gli aveva mandato nei pressi di Spoleto. In questo frangente, un esercito di 7.000 lucani e sanniti stava risalendo verso il nord, guidati da P. Telesino, M. Lamponio e Gutta, per portare soccorso a Mario. Silla, per impedire questa manovra, abbandonò l'assedio di Chiusi dirigendosi immediatamente verso sud con i propri uomini e sbarrare così il passo a questo nuovo esercito. Carbone ne approfittò per uscire da Chiusi e si diresse verso Faenza, per portare battaglia a Metello che reputava il più debole nel campo avverso; l'esito non fu quello sperato e Carbone subì una cocente sconfitta che gli costò anche la perdita di Chiusi, lasciata sguarnita e alla mercé di Pompeo. 
Scudo Celtico in bronzo del I sec.
a.C. ritrovato nel Tamigi
a Battersea, Inghilterra
Lo scontro decisivo tra gli eserciti delle due fazioni, la battaglia di Porta Collina, si svolse il 1 novembre dell'82 a.C., sotto le mura di Roma, dove l'esercito guidato lucano-sannita aveva puntato, modificando l'intenzione iniziale di portare soccorso a Preneste, non appena avuta notizia della manovra di Silla, che di fatto aveva lasciato sguarnita Roma. Silla riuscì ad arrivare in tempo sul luogo della battaglia, solo per lo straordinario sforzo delle sue poche truppe lasciate a difesa di Roma, che resistettero tutto il giorno fino all'arrivo del proprio comandante. Anche dopo l'arrivo dei rinforzi l'esito della battaglia rimase a lungo in bilico, risolvendosi alla fine a favore del campo degli ottimati. Persa la battaglia di Porta Collina, che segnò la definitiva sconfitta dei mariani, Preneste si arrese a Silla e Mario il Giovane, frustrato nel suo tentativo di fuggire attraverso dei sotterranei, preferì uccidersi piuttosto che cadere nelle mani del nemico. Carbone invece prima riparò in Africa poi sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo trasse in catene nella prigione di Marsala, dove quello stesso anno fu giustiziato. Sconfitti i nemici mariani, Silla iniziò le proscrizioni di tutti gli avversari politici; assunse il titolo di dittatore a vita, e cercò con una serie di riforme di ristabilire il regime oligarchico. Una vittima delle sue proscrizioni con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario Gratidiano che, racconta suo cognato Catilina, fosse stato torturato e smembrato in un modo che evoca il sacrificio umano.
Silla, entrando in Roma con le legioni in armi, segna un precedente che porterà alla fine della repubblica. Per quanto poi emani una legge che proibisce tale gesto, dopo un quarantennio sarà Caio Giulio Cesare a finire definitivamente la repubblica varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con le legioni in armi.

Calderone celtico in argento dell'inizio del I sec. a.C.
ritrovato a Gandestrup, in Danimarca

Nell'82 a.C. - La Gallia Cisalpina, l'attuale nord dell'Italia, è dichiarata provincia romana.

Cartina  dell'Europa prima della conquista della Gallia: nel 58 a.C.
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Nel 58 a.C. - Gaio (o Caio) Giulio Cesare inizia la conquista della Gallia.

Cartina  delle Gallie nel 44 a.C., dopo la conquista di Caio Giulio Cesare
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Nel 50 a.C. - I Romani perfezionano i mulini ad acqua e le tecniche degli acquedotti.

Fori Imperiali di Roma - Caio Giulio Cesare
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Nel 49 a.C. - Caio Giulio Cesare sfida la repubblica di Roma varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con le legioni in armi. Guerra fra Gneo Pompeo, che ha il mandato dal Senato, e Gaio Giulio Cesare.

Nel 46 a.C. - Gaio Giulio Cesare riforma il calendario

Nel 45 a.C. - Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita.

Nel 44 a.C. - Nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo, Gaio Giulio Cesare viene ucciso da decine di pugnalate infertegli da vari congiurati, fra cui Bruto e Cassio.

Roma - Resti dei Fori Imperiali
  
Nel 29 a.C. - Virgilio inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia)

Cartina di Roma antica con i nomi dei 7 colli fino alle mura serviane del VI
sec. a.C., e l'espansione della Roma Repubblicana e Imperiale fino alle
mura aureliane del  III sec. d.C.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 27 a.C. - Il 16 gennaio, dopo varie battaglie contro i congiurati assassini del padre adottivo Giulio Cesare e poi contro quello che era stato il luogotenente di Cesare, Marco Antonio, Ottaviano ottiene dal Senato il titolo di Augusto (dal verbo "augere", "ingrandire") e tutti i poteri, diventando il primo imperatore di Roma. Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascierà edificata di marmi.
Il Pantheon visto dall'alto.
Nello stesso anno inizia la costruzione del Pantheon, il tempio di tutti gli dei, che sorge in piazza della rotonda vicino piazza Minerva. Così chiamato perché era un tempio dedicato a più divinità. Concepito come Augusteum, ossia come luogo sacro dedicato al divinizzato imperatore Augusto, poi come Tempio di tutte le divinità protettrici della sua stirpe, fu fatto costruire dal genero dello stesso Augusto, il console Agrippa nel 27 a.C. Danneggiato nell’incendio di Roma dell’80 d.C., fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. Nel 609 il tempio fu donato dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu trasformato in chiesa, dedicata a Santa Maria dei Martiri, cosa che favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Dopo il 1870, demoliti i due campaniletti laterali, le cosiddette “orecchie d’asino”, fatti realizzare da Urbano VIII al Bernini, il Pantheon venne trasformato nel sacrario dei re d’Italia, le cui tombe si affiancarono alla già esistente Tomba di Raffaello. Quasi tutto quello che vi si può ammirare risale ad epoca romana, persino la cupola alta 43,4 metri e la massiccia porta di bronzo. La cupola, la più grande mai realizzata in muratura, è costruita in un conglomerato particolarmente leggero formato da malta e da scaglie di travertino, sostituite man mano che si sale, da lapilli e pietra pomice.
Il Pantheon all'interno.
Il porticato è decorato all'interno da pregiati marmi policromi e presenta nella facciata 16 colonne monolitiche, alte ben 14 metri, di granito grigio e rosa dotate di capitelli corinzi in marmo e coronato da un frontone con timpano, originariamente decorato da un fregio di bronzo.
Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni. L'unica apertura è al centro della cupola e crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte ed inoltre vi sono le tombe dei reali d'Italia, di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari e, in special modo, il sepolcro di Raffaello ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso, realizzata da Lorenzetto nel 1520 su commissione dello stesso Raffaello.
Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto in arancione-ocra,
Tiberio, Claudio,Vespasiano e Domiziano fino a Traiano, che nel 117 d.C.
lo portò alla sua massima estensione.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Ottaviano Augusto nell'"Ara Pacis"
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Nel 6 d.C. - Nell'ambito di una riorganizzazione amministrativa dell'Impero Romano, Ottaviano Augusto unifica i territori della penisola italica, assorbendo la Provincia della Gallia Cisalpina, sotto l'amministrazione diretta di Roma, e suddivide l'Italia, isole escluse, in 11 Regio (Regioni) l'Italia.

Cartina delle 11 Regioni istituite da Ottaviano Augusto
nel 6 d.C.:  I Lazio e Campania, II Puglia e Calabria,
III Lucania e Bruzi, IV Sannio,  V Piceno,
VI Umbria, VII Etruria, VIII Emilia, IX Liguria,
X Veneto e Istria, XI Transpadania.
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Nel 14 d.C. - Tiberio subentra ad Ottaviano Augusto.

Nel 30 -  A Gerusalemme viene crocifisso Gesù di Nazareth. 

Nel 43 - I Romani invadono l'isola Britannica.

Nel 63 -  A Roma, prime persecuzioni contro i cristiani. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà. E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus", la cui festività era il 25 dicembre. E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana. La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi.

Nel 70 -  Dopo varie rivolte in Palestina, Tito distrugge il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Inizia la diaspora del popolo Ebraico. 

Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima, dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate da alcune circostanze associate alla sua attività scientifica. Si è arrivati al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Tralasciamo altre considerazioni più o meno ipotetiche sulla vita di Tolomeo e passiamo subito a trattare della sua opera fondamentale, l'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro al-majisti, e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino a più di un secolo dopo la pubblicazione (1543) del De Revolutionibus di Copernico. Si compone di tredici libri. Con essa Tolomeo si proponeva, secondo le sue stesse parole, sia utilizzando le conoscenze che gli erano state trasmesse dai suoi grandi predecessori, sia apportandovi i propri contributi, di fornire un compendio di nozioni astronomiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni. In definitiva, si trattava, a partire dai modelli matematici degli epicicli e degli eccentri, di produrre, quale risultato finale, una procedura matematica predittiva delle posizioni di ciascun pianeta.
"La scuola di Atene"- Raffaello Sanzio. In quest'opera Raffaello rappresenta
 i grandi filosofi del passato: Platone e Aristotele al centro, Diogene di Sinope
 sui gradini ai loro piedi. Nel gruppo alla destra di Platone, Socrate che parla con
alcuni giovani, di cui quello con l'elmo è Alessandro Magno. Epicuro, in basso
a sinistra consulta un testo retto da un putto. Alla sua destra, Averroè con il
turbante che osserva Pitagora, inginocchiato mentre legge e dietro di lui l'unica
donna, Ipazia di Alessandria. Dalla parte opposta, di spalle con veste gialla,
Claudio Tolomeo che regge il globo terracqueo e alla sua destra,
Raffaello stesso.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

A questo punto è importante fare alcune considerazioni sulla genesi del pensiero che ha portato alla nostra civiltà.
Fra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, gli iniziati, insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti la democrazia anche come concetto di condivisione di valori. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliavano l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità furono tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra l’ipotenusa di un triangolo rettangolo e uno dei due cateti dello stesso, che conduce a un valore (radice di 2) che non rientrava nella concezione di numero, e cioè rapporto di due interi, dei pitagorici; quindi, chi avrebbe svelato il caso che a poteva mettere in discussione la visione pitagorica, doveva essere messo a morte.
Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze e fu proprio Platone a proporre un modello comprensibile e perfetto del movimento degli astri con la nozione di sfere cristalline, quindi solide, concentriche, e coè una dentro l'altra, che trasportavano nei loro movimenti attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultimo la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto. Riteneva che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° della circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° della loro uniformità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici.
Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità che venivano riscontrate nei moti planetari, e quindi anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, gli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "L’autore di queste note non è assolutamente in grado di apportare alcunché di nuovo a quanto è stato detto finora su Tolomeo. Per quanto riguarda questo sentimento di avversione, suggerisce di cercarne i motivi anche nella possibilità che la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX abbia individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistus,
dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo»,
con i simboli del Mercurio greco.
Ma si potrebbe anche pensare che la riservatezza 
degli insegnamenti, propedeutici ad una eventuale illuminazione, impartiti agli adepti, o iniziati,  sia da attribuire ad una visione ermetica dei saperi da parte degli insegnanti, visto l'esoterimo in cui sono avvolti tali saperi. A Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistos, secondo la tradizione identificabile con la divinità egiziana Thot, colui che inventò la scrittura, è attribuita la Tavola Smeraldina:
"È vero senza errore e menzogna, è certo e verissimo.
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (di una cosa sola).
Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento.
Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice.
Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui.
La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra.
Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura.
Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori.
Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità.
Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido.
Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui.
Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo.
Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo."                
Ermete Trismegisto
E' fondamentale rendersi conto che per gli antichi lo scritto era sacro.
Secondo i principi dell’Ermetismo, tutte le cose derivano da una Causa Prima o Unica Virtù, che si differenzia in miriadi di forme, che rappresentano la manifestazione, nell’Universo visibile, della capacità plastica di una materia eterea, primordiale, eterna, dalla quale scaturiscono gli elementi e che gli antichi iniziati appellarono Etere, sostanza astrale o Quintessenza. Tutto nell’Universo può essere ricondotto all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili, non vi è che un Unico Principio, in grado di differenziarsi all’infinito e di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza e potenzialità. Nelle migliaia di mondi che animano lo spazio infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, che e’ legge unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una Forza Unica e intelligente, eternamente in azione in quanto al di là di ogni umano concetto di relativo e temporale. La strada che porta alla comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione del molteplice nell’unità sintetica dell’Unica Virtù.
Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati.
Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione.
Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano: 
- che nella materia tutti i metalli possono convertirsi in altri ed in particolare in oro e in argento;
- che negli uomini i tipi imperfetti possono raggiungere la perfezione;
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
E poiché, come ho detto, l’Universo è Uno (Materia e Spirito), deriva che la legge trasmutatoria alchemica dal meno perfetto al più perfetto deve potersi applicare sia in alto che in basso, sia nel campo spirituale che materiale, sia nella chimica dei fenomeni terrestri che nell’iperchimica delle trasmutazioni animiche. Di qui i due triangoli intrecciati del Sigillo di Salomone, che nasconde, in un simbolo apparentemente semplice, un arcano divino di valore universale. Esiste dunque nell’essere umano un’essenza sconosciuta, capace di penetrare tutte le cose, di trasformarsi plasticamente in ogni corpo, espandendosi all’infinito o contraendosi sino all’infinitesimo dell’atomo. Un nucleo originario di sostanza eterea allo stato radiante, vibrante, intelligente, eterna, fondamento dell’essere umano, che gli antichi ermetisti definirono Unica Virtù o Causa Prima (vedi: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto), perché da essa tutte le cose discendono e per essa tutti i prodigi si compiono. Nel Macrocosmo (o Universo) essi la identificarono col Sole, simbolo del Dio misterioso e inconoscibile, forza maschia, attiva e generante, che gli antichi egizi venerarono come Amùn e che inonda la terra coi suoi raggi benefici, animando gli esseri viventi nei tre regni della Natura. Nel corpo umano (o Microcosmo), immagine dell’Universo, la chiamarono Intelligenza Divina incarnata o Corpo Solare, che sul piano della materia tangibile si manifesta nel corpo fisico o saturniano, di cui l’aura magnetica, dai colori cangianti, riflette lo stato nelle più sottili e impercettibili emanazioni. Nel cervello l’irradiazione solare genera il Corpo Mercuriale, primo fecondo adattamento della pura intelligenza allo stato di essere incarnato, vero spirito della materia, che attraverso la pura astrazione delle percezioni sensibili costituisce l’essenza di ogni virtù. Nel sistema nervoso neuro-vegetativo dà vita al Corpo Lunare, plastico, etereo, sensibilissimo, serbatoio immenso di immagini, ricordi, sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio personale e della memoria storica e istintiva, che i centri vorticosi dei chakra connettono all’Anima del Mondo. Dal Corpo Solare il processo creativo procede inarrestabile dal semplice al complesso, dall’infinitamente piccolo alla materia organizzata, attraverso una serie infinita di trasformazioni, che rappresentano la manifestazione di un’unica legge evolutiva. Mentre al contrario nelle degradazioni della sostanza organica nei suoi componenti elementari, per effetto delle fermentazioni naturali o indotte, e’ riassunto il processo dissolutivo delle forme visibili, che prelude al ciclico rinnovarsi di ogni cosa in Natura. Ma sia nelle forme degradative, che nei processi di sintesi organica; nell’uomo nel pieno vigore della sua forza giovanile, come nella lenta e inesorabile trasformazione senile; in ogni processo naturale, sia nelle reazioni chimiche che nelle modificazioni biologiche, non agisce che un’unica forza, che opera in tutti i corpi modificandoli e determinandone il destino.
Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all’ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all’applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascenso psichico, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale. L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non e’ innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo.
Concludiamo con le parole di Paracelso, medico e alchimista del XVI secolo:
"La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete".
L'ermetismo, con i suoi insegnamenti esoterici, giungerà fino ai nosti giorni, rilanciato nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicato da Paracelso, da cui deriverà l'omeopatìa e studiato da tanti altri: Isaac Newton stesso fu un accanito studioso, di nascosto, di alchimia: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici.
Mitra
Negli anni contemporanei alla nascita dei culti di Cristo, molti culti hanno tratti simili al cristianesimo stesso: il Mitraismo, che vede nel 25 dicembre il giorno di nascita di Mitra, figlio di vergine, che nell'uccisione del toro compie un sacrificio che verrà ricordato in celebrazioni che prevedono pasti comuni; l'adorazione del Sol Invictus che incarna nelle divinità solare la visione neoplatonica della luce come espressione divina; Simon mago, figlio di vergine, nato il 25 dicembre e che ha 
grandi poteri taumaturgici che esprime facendo miracoli. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale.
Sol Invictus
Il cristianesimo non individua più le forze della natura nella divinità, e soprattutto la divinità non è più l'emanazione di un sentirsi parte della collettività (nell'antichità ogni gruppo o città aveva una propria divinità), ma è una via individuale verso una divinità individualistica.Questa tensione, frutto di una presa di coscienza egoica, verso una salvezza dalla morte, ridisegna la visione dell'oltretomba degli antichi, che accettava una mancanza di certezze, che razionalmente non si possono dimostrare. Quest'ansia di salvezza in una vita beata ed eterna dopo la morte, ha scatenato il desiderio di martirio, molto evidente nel Donatismo, di cui scriveremo più avanti. E quindi la società cristiana dei primi tempi, pur essendo ordinata e compatta, è un organismo senza quell'unicità e uniformitàdi spiegazioni teologiche che stanno tanto a cuore a Paolo di Tarso, proteso a creare un'unico contenitore del cristianesimo con un'unica ortodossia e si dovrà attendere Costantino I che con il concilio di Nicea poserà la prima pietra dell'edificio della chiesa cristiana.

Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteve impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nei secoli sucessivi si sctenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia che provocherà la distruzione delle immagini sacre.

I cristogrammi sono combinazioni di lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati sin dall'inizio come monogrammi.
I principali cristogrammi sono:
- il Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei giudei. 
Moneta di Magnenzio (350-353) recante
al rovescio il crismon Chi Rho.
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch” nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre lettere e simboli sono spesso aggiunti. 
- ΙΧΘΥΣ (che letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore”. Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce
- ICXC è un acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ -si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata che ricorda la lettera latina C). Compare molto spesso sulle icone ortodosse, dove il monogramma può essere diviso: "IC" nella parte sinistra dell'immagine e "XC" nella parte destra. Il tratto orizzontale solitamente sovrascritto alle lettere è un segno paleografico per indicare un'abbreviazione. 
- il trigramma di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C” e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma. Il trigramma era inizialmente una abbreviazione greca, poi venne interpretato come un acrostico latino e spesso arricchito di altri particolari grafici (la croce e il sole) e utilizzato come monogramma. Esso è caratteristico dei cristiani occidentali. 

Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.

Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto, Tiberio, Claudio,
Vespasiano e Domiziano fino a Traiano, che nel 117 d.C. lo portò
alla sua massima estensione.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 122 - In Britannia viene eretto il Vallo di Adriano per contenere gli assalti dei Celti (Pitti). 

Nel 135 - Rivolta di Zeloti a Gerusalemme durante l'impero di Adriano (117 - 138). E' l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico dalla Palestina.

Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.

Nel 166 - Con Marco Aurelio imperatore (161 - 180), si diffonde dal confine persiano, dove si combatte contro i Parti, un'epidemia di peste.

Nel 212 - Caracalla (imperatore dal 211 al 217) concede la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell'impero Romano.

Nel 242 - Inizia la predicazione di Mani, fondatore del Manicheismo, che sarà crocifisso nel 276.
Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus.
In campo etico il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.

Nel 257 - I Goti, una popolazione Germanica, strappano la Dacia (parte dell'attuale Romania) all'impero Romano.

Nel 267 - 268 - I Goti saccheggiano Atene, Argo, Corinto e Sparta

Cartina dell'Impero Romano quando erano imperatori Vespasiano e suo figlio
  Gallieno, nel 260. Il Regno di Palmira e l'Impero delle Gallie effettuarono
una secessione che fu poi risolta da Vespasiano nel periodo 270-275.
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Nel 293 - Diocleziano, imperatore dal 284 al 305, con la Tetrarchìa riorganizza l'Impero Romano suddividendolo in quattro aree rette da due Augusti e due Cesari che risiedevano in città di competenza ai loro territori. L'estensione dell'impero e la lunghezza dei confini rendeva inefficace un controllo centrale da Roma; inoltre scarseggiavano le milizie per garantire la sicurezza del "limes", il confine, e si passò quindi ad utilizzare sempre più mercenari proprio da quelle popolazioni, perlopiù Germaniche, che periodicamente effettuavano incursioni nell'impero. Col tempo si assisterà a lotte fra i tetrarchi e fa i loro sucessori per dominare su tutto l'impero, fino alla supremazia di Costantino, poi detto il Grande.

Cartina dell'Impero Romano ripartito in 4 aree dall' imperatore Diocleziano:
  la Tetrarchia, retta da 2 Augusti e 2 Cesari, e le maggiori città dell'impero.
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Nel 303 - Eusebio di Cesarea scrive la sua Storia Universale dotata di tavole cronologiche. 
Nello stesso anno inizia (terminerà nel 311)  la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, ultima e una delle più cruente che  Roma abbia subito e che fra l'altro renderà impossibile l'elezione del nuovo vescovo per 4 anni. 

Cartina dell'Impero Romano dal 293 al 305, ripartito in 4 aree dall' imperatore
  Diocleziano: la Tetrarchia, retta da 2 Augusti, Massimiano in occidente e
Diocleziano in oriente, e 2 Cesari, Costanzo Cloro in occidente e Galerio
in oriente. Sono indicate le maggiori città e le diocesi dell'impero.
Le diocesi erano raggruppamenti di province individuate
come aree fiscali per la tassazione.
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Sculture raffiguranti i 4 Tetrarchi, trafugate dai
  Veneziani a Costantinopoli nel saccheggio del
1204, durante la IV crociata, e ora a Venezia.
 I canoni dell'arte antica stanno mutando in
quella che sarà la rappresentazione medievale.
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Monete del 309 con l'imperatore Costantino e il "Sol Invictus".
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Nel 310 - Nella parte occidentale dell'impero, quella di sua competenza, Costantino riforma radicalmente l'economia interoducendo il solidus in oro (da cui l'italiano soldo), dopo anni di grande inflazione e svalutazione della moneta, che ormai valeva più dei metalli, fra l'altro non nobili, in cui era coniata.

Costantino I introduce verso il 310 nelle zecche occidentali 
sotto il suo controllo, una nuova moneta in oro, il solidus 
aureus, battuto ad 1/72 di libra (= gr 4,54 ca.).
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Nel 311 - Editto di tolleranza di Galerio. Inizia lo scisma  Donatista destinato a durare più di un secolo (Milziade scomunicherà Donato due anni dopo), che darà motivo all'Imperatore di indire  il primo Concilio di ampio respiro in Occidente (quello di Arles ).
La testa dell'imperatore Costantino, dai resti
della colossale statua conservati a Roma
nei musei Capitolini. Anche in questo caso i
canoni dell'arte antica stanno mutando in
quella che sarà la rappresentazione medievale.
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Nel 313 - Dopo la vittoria di Costantino su Massenzio a Ponte Milvio, gli imperatori Costantino e Licinio emanano l'editto di Milano, con il quale concedono ai cristiani libertà di culto. Costantino è Imperatore e Pontifex Maximus (titolo  cui non rinunciò mai e di cui in seguito si approprieranno i Papi). L'Editto di Milano garantisce ampia libertà alle diverse religioni dell'Impero. L'Editto viene difatti a rappresentare nella Chiesa un confine epocale tra l'era della semplicità e della spiritualità evangelica del periodo delle catacombe e quella della graduale acquisizione, almeno da parte della gerarchia, di interessi terreni, materiali e politici, a scapito della  funzione spirituale. Lo Stato  pone termine alle persecuzioni ma  nello stesso tempo tenta di controllare (e spesso vi riesce) la gerarchia sia della Chiesa che delle religioni pagane. Dal 313 il vescovo di Alessandria usa per sé stesso il termine "Papa". Tale titolo, che i vescovi di Roma cominceranno ad usare intorno al 400, sarà per lungo tempo proprio di diversi vescovi e anche di semplici presbiteri.

Nel 320 - L'imperatore Costantino, dove già sorgeva Bisanzio, fonda Costantinopoli nuova Roma. 

Nel 321 - L'imperatore Costantino, in qualità di Pontefice Massimo, decreta la Domenica giorno festivo. 

Monete del 327 con l'imperatore Costantino e il monogramma di Cristo.
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Con l'affermarsi del cristianesimo, gli antichi culti magici e delle religioni tradizionali verranno sempre più officiati di nascosto, al di fuori delle città, nei boschi e nei "pagus", o arroccamenti naturali rupestri. Da qui i termini pagani e paganesimo.

Nel 325 - L'imperatore Costantino indice il Concilio di Nicea, dove il cristianesimo adotterà alcuni testi sacri Ebraici (dove la Torà diventa Genesi) come propria tradizione, e alcuni Vangeli come liturgia.
Il passaggio interessante è che si stabilisce quali sono i "Libri ispirati da Dio". Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa,  che non è più il nome della comunità cristiana, ma un vertice che da una parte gestisce potere psicologico, politico, economico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che minacciò perfino l'apostolo Pietro se non si fosse adeguato ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'Ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, il Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana Cattolica, e cioè Universale. Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo al controllo del clero, marchiando come eresie quei rivoli che non si possono padroneggiare: Arianesimo di Ario, Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo, ecc., tutte forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale.  Il I Concilio di Nicea (che è voluto da Costantino) stabilisce che il Figlio è consustanziale (homousios) e coeterno al Padre e condanna l’Arianesimo che sosteneva che il Figlio era di sostanza simile a Dio (homoiusios) ma non divina fino a quando non si era incarnato in Gesù e che  era stato creato da Dio e quindi vi era stato un tempo in cui non esisteva. Tra questa e la formulazione cristologica "ortodossa " vi erano comunque diverse stadi dottrinali di passaggio che non ne rendono facile un completo inquadramento. Avvenne la formulazione del Credo come preghiera della fede ortodossa. (Geù vero Dio e vero Uomo, per contobattere i monofisisti).  Il concilio  adottò tra l'altro la ripartizione civile dell'Impero come modello per l'organizzazione giurisdizionale della Chiesa; Roma, Alessandria e Antiochia vengono riconosciuti (ma già lo erano di fatto) Patriarcati (termine peraltro più tardivo).

Cartina dell'Impero Romano e dei Patriarcati cristiani dal 325 in poi.
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Il capolavoro di Costantino I il Grande, poi fatto Santo, era dunque compiuto: l'Imperatore Romano aveva fondato una Chiesa Romana, in cui si sarebbero trasferiti i poteri Romani.
Le dottrine cristologiche dei primi secoli sono insegnamenti teologici e movimenti dei primi secoli dell'era cristiana. Una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, alcune di queste dottrine vennero giudicate eterodosse e considerati eresie dalla maggior parte delle Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Tali discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo stato il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico.
Queste dottrine riguardano la definizione della natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano, tutti punti di un complesso di dottrine che più tardi verranno definite cristologia. I movimenti che sostenevano queste dottrine diedero spesso luogo a organizzazioni ecclesiastiche che, non coincidendo con quelle della maggioranza istituzionalizzata, sono state definite come "chiese scismatiche".
Ecco alcune linee di pensiero che sono state avversate dalla chiesa:
L'Arianesimo è il movimento teologico più rilevante del IV secolo: secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. Ario considera veramente trascendente e "increato" soltanto il Padre, che sarebbe l'unico e vero Dio: quindi Gesù non può essere considerato realmente Dio, anche se - in quanto suo figlio - partecipa alla grazia divina; secondo Ario anche il Verbo (o "Logos") non è vero Dio.
Agostino d'Ippona combatté aspramente questa dottrina, condannandola e confutandola in alcune sue opere, tra le quali il "Contra sermonem Arianorum" ed il "Contra Maximinum haereticum episcopum Arianorum".
Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra.
Questa dottrina, combattuta aspramente dai Papi e da Sant'Agostino, assunse anche una dimensione rivoluzionaria con rivendicazioni sociali, come la cancellazione dei debiti, il terrorismo nei confronti dei padroni terrieri, ecc. Nacque anche una Chiesa scismatica africana composta per lo più da fanatici che come i primi cristiani desideravano e cercavano il martirio. Addirittura, nell'ansia spasmodica del martirio, i Donatisti arrivarono ad organizzare dei grandi suicidi in massa: buttandosi dai burroni o facendosi bruciare vivi sui roghi. Nel 411, l'imperatore Onorio li dichiarò fuorilegge. Poi, le invasioni dell'Africa cristiana da parte dei Vandali (nel 429) prima e degli Arabi musulmani poi dopo sommersero questa Chiesa.
Le opere agostiniane di condanna e di confutazione del Donatismo sono numerose: "Contra Cresconium grammaticum Donatistam", "Contra Gaudentium Donatistarum episcopum", "De baptismo contra Donatistas", "Epistola ad Catholicos contra Donatistas", "Psalmus contra partem Donati", "Post collationem ad Donatistas".
Lo Gnosticismo è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis (γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale del movimento basata sull'etimologia della parola può essere: "dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia mediante la Fede (Efesini 2,8)[1], per lo gnosticismo invece la salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli gnostici erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro che, per qualsiasi ragione, non sapevano.
Una definizione più completa di gnosticismo potrebbe essere: "nome collettivo indicante un gran numero di sette panteistico - idealistiche fortemente diverse tra loro che sorsero da poco prima dell'Era cristiana al V secolo e che, prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle principali religioni contemporanee, specialmente del cristianesimo, sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno, sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni Salvatori inviati da Dio." Per quanto insoddisfacente possa sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità, e la confusione dei sistemi gnostici permette difficilmente di formularne un'altra. Tratto comune per molte correnti gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero dio inconoscibile (Primo Eone) e il malvagio Dio minore Yahweh (anche noto come Yaldabaoth, Samael e Demiurgo), di cui gli gnostici disprezzavano pertanto le leggi e l'universo materiale da lui creato per imprigionare le anime degli uomini. Le origini dello gnosticismo sono state per lungo tempo oggetto di controversia e sono tuttora un interessante soggetto di ricerca. Più queste origini vengono studiate, più sembra che le sue radici affondino in epoca precristiana. Mentre in precedenza lo gnosticismo veniva considerato soprattutto una delle eresie del Cristianesimo, ora sembra, in modo inequivocabile, che le prime tracce di sistemi gnostici possono essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882), Kessler fece notare il collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande. Sette anni più tardi F.W. Brandt pubblicò il suo "Mandäische Religion" in cui descriveva la religione mandea. In tale opera l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di gnosticismo da essere prova che lo gnosticismo è esistito indipendentemente, ed anteriormente al Cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e, specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano è dimostrato dal fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche, astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah, filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei primi secoli), ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono solamente per illustrare la loro grande idea del male insito nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Questo pessimismo assoluto, questo piangere l'esistenza dell'intero universo come una corruzione ed una calamità, con una delirante insistente preghiera di essere liberati dal corpo tramite la morte e la speranza che potremmo attraverso delle parole magiche, se solo le conoscessimo, sopprimere gli effetti del corso di questa "maledetta" esistenza, sono il fondamento di ogni pensiero gnostico. Quando Ciro il Grande entrò a Babilonia nel 539 a.C., si incontrarono due grandi scuole di pensiero e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea da cui deriva il Mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo mondo si sviluppò proprio tra i Caldei. La grandezza dei Sette (la Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro Hebdomad, simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità, ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui forza quasi irresistibile contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoad, doveva combattere contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso cominciò ad essere concepita come una lotta con poteri avversi, e divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni, gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto. Considerando le forti, ben organizzate, ed estremamente colte colonie ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva proprio dalle speranze Messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Quando lo gnosticismo entrò in contatto con il Cristianesimo, il che dovrebbe essere accaduto quasi immediatamente, esso si gettò con una strana rapidità sulle forme di pensiero cristiane, prese in prestito la sua terminologia, riconobbe Gesù come Salvatore del mondo, simulò i suoi sacramenti, pretese di essere una rivelazione esoterica di Cristo e dei Suoi Apostoli, sommerse il mondo con Vangeli apocrifi, Atti ed Apocalissi, per provare le sue tesi. Man mano che il Cristianesimo si sviluppava, lo gnosticismo cercava di spacciarsi per l'unica vera forma di Cristianesimo, non idoneo per la volgare folla, ma sviluppato per i dotati e gli eletti. Per tale motivo i primi Padri dedicarono tutte le loro energie a combatterlo. Sebbene lo spirito dello gnosticismo è del tutto alieno rispetto a quello del Cristianesimo, sembrava a coloro che lo guardavano superficialmente solo una modifica o addirittura un raffinamento di quello cristiano. La gnosi ebbe come centri di maggiore fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto, Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al 1945, anno in cui furono scoperte nei pressi del villaggio di al-Qasr 44 opere gnostiche. Una delle conclusioni che si ricavano da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine «gnostico», è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le persone che lo proclamano con una certa autorità. Le idee gnostiche continuarono a riaffiorare a intervalli regolari, come dimostra l'apparizione di movimenti quali i Catari, i Bogomili e i Pauliciani. Non si rilevano continuità tra lo gnosticismo e l'eresia catara medievale, sebbene ci siano notevoli affinità. Allo stesso modo i gruppi neo-gnostici del XIX secolo non possono vantare alcuna continuità con lo gnosticismo delle origini, tanto che spesso modificano, più o meno consapevolmente, le dottrine originarie. Ma esiste anche una setta di gnostici, che, isolandosi geograficamente, è giunta fino a noi in forma molto pura: i Mandei dell'Iraq meridionale. Infine da segnalare come lo gnosticismo, seppure permeato apparentemente di ideologie di numerose religioni, assomigli come concezioni di base ai Veda dell'antica India. Il parallelo più evidente sta nel nome, infatti la parola "Veda" sta per "Conoscenza", proprio come la parola "gnosi". Le cosiddette "parole magiche", all'interno della cultura vedica, descritta dai profani come "induismo", sono rappresentati da mantra espressi in lingua sanscrita, una lingua particolarmente profonda e dal forte potere vibrazionale. La cultura vedica ha origine migliaia di anni fa e la sua prima comparsa nella storia avviene quando i popoli Arii occuparono parte dell'India, trasmettendogli queste culture indoeuropee. Tale cultura considera anch'essa il corpo come una prigione di cui liberarsi per spezzare il ciclo del Samsara (ciclo nascite e morti) e raggiungere il Moksha (ascensione al piano trascendentale) attraverso la realizzazione spirituale. Tale raggiungimento è possibile tramite regole di buon comportamento, chiamate principi regolatori (descritti molto bene dall'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna, e l'utilizzo di numerose pratiche tra cui anche particolari mantra, capaci, sempre secondo la cultura vedica, di ripulire il corpo grossolano (corpo fisico) e quello sottile (mente e intelligenza) attraverso la recitazione e l'ascolto di vibrazioni vocali particolari. Tutte queste pratiche devozionali sono volte a pregare l'Unico Dio affinché li liberi dalla miserevole condizione di esseri incarnati nella materia. Tramite questa analisi è interessante vedere come nella storia si siano susseguite, a intervalli, numerose tradizioni che avevano questo tipo di concezione di cui l'esempio più eclatante è forse quello dei Catari, anche loro influenzati pesantemente dallo gnosticismo. Nel 1208 contro di loro, definiti dai cattolici come "buoni cristiani" ma definiti dalla Chiesa cattolica come eretici, fu indetta da Innocenzo III la crociata contro gli albigesi, scontro che assunse i contorni dell'olocausto che terminò solo nel 1244, con la caduta della roccaforte catara di Montsegur. Benché la rilevanza del pensiero gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri. Già nel Medioevo, comunità come quelle dei manichei, degli albigesi, e dei bogomili, abbracciarono le concezioni dualistiche sviluppate dallo gnosticismo, così come nel caso dei Mandei, una comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e Iran, i caratteri gnostici sono molto evidenti.
Più tardi ripresero il modello gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a Ermes Trismegisto.
In epoca contemporanea, a fianco di movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo con la mancanza di significato dell'esistenza terrena. Occorre precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con movimenti di pensiero, ortodossi ed eterodossi (secondo la Chiesa ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano dichiaratamente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni di pensiero. Carl Gustav Jung studiò a lungo il pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche in opere letterarie contemporanee.
Il Manicheismo è la religione fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi, indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana. Altre caratteristiche rilevanti sono:
- originale e coerente universalismo
- pacifismo e vita povera e missionaria dei suoi adepti
- scrittura e arte del libro fondamentali per il patrimonio delle Sacre Scritture redatte da Mani stesso
- Sigillo dei Profeti: la rivelazione di Mani vista come conclusione delle profezie redentrici (non legislative come Mosè) da Adamo a Noè e soprattutto Zoroastro, Buddha e Gesù
- doppia morale: rigida e inflessibile quella dei religiosi, più tollerante quella dei laici. Il Manicheismo fonde in modo originale elementi cristiani di derivazione giudaico-cristiana (Elcasaiti) e gnostica in particolare di Bardesane e di Marcione assieme ad una riformulazione del dualismo zoroastriano ed elementi della morale e dell'organizzazione buddisti. Essa si diffuse molto rapidamente nell'Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi seguaci, si diffuse sia in occidente nell'Impero Romano a cominciare dalla Siria e l'Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi in tutto l'Impero che ad Oriente nelle regioni dell'Asia centrale popolate da tribù turche, fino all'India, alla Cina e la Siberia. Trovò raramente supporto e tolleranza dai governi e fu frequentemente e duramente perseguitato in ogni dove dai governi e dalle altre religioni. In Occidente scomparve verso il V secolo, nel Medio oriente verso il X secolo, mentre sopravvisse più a lungo in Estremo Oriente (XIV secolo) anche per la capacità di adattarsi e di mascherarsi alle credenze locali. In occidente le leggi contro i Manichei furono utilizzate per secoli per combattere eresie cristiane basate su un dualismo di origine gnostica (Manichei medievali).
Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus absconditus.
In campo etico il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli "imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico, scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.
Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente ben organizzata con un clero ("i perfetti") accuratamente preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi Manichei medievali).
La sua dottrina si basava sulla contrapposizione, di cui parla anche l'apostolo Paolo nei suoi insegnamenti, fra Antico Testamento e Nuovo Testamento: al "dio giusto" della Bibbia ed in particolare della Genesi (o Torà) si contrappone il "dio buono" (il "dio sconosciuto") che ha inviato suo figlio Gesù per la salvezza di tutti. Marcione da alla sua Chiesa una impostazione evangelica (valgono solo i testi sacri e non la tradizione) e lontana dalla tradizione giudaica. 

Nel 330 - Costantinopoli nuova Roma è la capitale dell'Impero Romano, e il suo vescovo inizia a pretendere prerogative primaziali. Costantino, adoratore del "Sole Invincibile", si convertirà al cristianesimo solo sul letto di morte, per potere perpetrare tutti quelli che dai cristiani sono visti come "peccati": l'omicidio del co-imperatore Licinio, della moglie e del figlio ecc., ma verrà considerato dai cristiani il tredicesimo apostolo. La sua grande opera sarà quella di trasferire nella religione cristiana la continuità dell'impero romano: i vescovi, capi delle comunità cristiane, inizialmente non pagano tasse all'impero, per poi incassare le decime, il 10% sui redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di giudicare nei processi  di diritto ordinario.

Dal 337 al 350 - L’ Impero Romano viene nuovamente  diviso.

Nel 343 - Un concilio a Sardica riafferma la dottrina formulata a Nicea e dichiara  che i vescovi avevano il diritto di appello al papa come autorità più alta nella Chiesa.

Nel 344 - Nasce Giovanni Crisostomo, o Giovanni d'Antiochia (Antiochia, 344/354 – Comana Pontica, 14 settembre 407), è stato un arcivescovo cattolico, santo e teologo bizantino, il secondo Patriarca di Costantinopoli, commemorato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, venerato dalla Chiesa copta; è uno dei 33 Dottori della Chiesa. La sua eloquenza è all'origine del suo epiteto Crisostomo (in greco antico χρυσόστομος / khrysóstomos, letteralmente «Bocca d'oro»). Il suo zelo e il suo rigore furono causa di forti opposizioni alla sua persona. Scrisse delle omelie antigiudaiche utilizzate nei secoli come pretesto per le discriminazioni e persecuzioni contro gli ebrei. Dovette subire un esilio e durante un trasferimento morì.

Nel 350 - I Goti si convertono al cristianesimo Ariano. Ulfila traduce il Nuovo Testamento in lingua gota.

Nel 363 - L'imperatore Giuliano, ricordato come l'apostata poichè da filosofo che era, aveva rinnegato il cristianesimo (era stato batezzato), inizia la campagna contro la Persia, in cui troverà la morte.

Carta della campagna del 363 in Persia, di Giuliano l'apostata.
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Nel 366 - Dopo furiosi scontri costati 137 morti fra due fazioni cristiane, Damaso I è l'unico vescovo (papa) di Roma. 
Damaso I ([[Roma o Guimarães]], 305 ca. – Roma, 11 dicembre 384) fu il 37º papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 1º ottobre 366 alla sua morte. Figlio dell'iberico Antonio (prete aggregato alla chiesa di San Lorenzo) e di una certa Laurentia, si è ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma ricerche storiche più recenti sembrano indicare che egli possa essere nato a Roma; di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa di San Lorenzo martire. Morto papa Liberio il 24 settembre 366, il clero romano si divise in due fazioni: una, favorevole alla politica del defunto antipapa Felice II, del tutto contraria ad ogni accordo con i sostenitori delle teorie ariane (nonostante Felice II fosse ariano), e l'altra, maggioritaria, più conciliante e favorevole ad accordi e compromessi.
In due distinte e contemporanee elezioni, i primi, riuniti nella basilica di Santa Maria in Trastevere, elessero e consacrarono frettolosamente papa il diacono Ursino, mentre i secondi, nella basilica di San Lorenzo in Lucina, scelsero Damaso, che fu consacrato nella basilica di San Giovanni in Laterano il 1º ottobre 366. Molti dettagli degli avvenimenti che seguirono a questa elezione vennero narrati nel Libellus Precum, una petizione all'autorità civile da parte di Faustino e Marcellino, due presbiteri della fazione di Ursino, e dallo storico pagano Ammiano Marcellino che così narrava:
« L'ardore di Damaso e Ursino per occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana. Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi, se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. »
Il prefetto di Roma, di cui parlava Ammiano Marcellino, era un tale Vivenzio Scisciano che attese che si concludessero i disordini per prendere posizione nella contesa: una volta accertata la vittoria del partito di Damaso, esiliò da Roma Ursino. Ma i suoi seguaci non vollero accettare la sconfitta e si rifugiarono nella basilica di Santa Maria Maggiore che i damasiani il 26 ottobre assalirono: si accese una vera e propria battaglia, con le conseguenze citate da Ammiano Marcellino. Riammesso l'anno seguente a Roma, Ursino cercò nuovamente di prendere il posto di Damaso, dando vita ad altri disordini e ricavandone un nuovo esilio per decreto dell'imperatore Valentiniano I. Dalla Gallia prima e da Milano successivamente, tramite un ebreo di nome Isacco, nel 370 fece accusare Damaso di gravi delitti. Fu celebrato un processo che nel 372 assolse il vescovo di Roma, e Ursino, per decreto del nuovo imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia. Questi contrasti si rifletterono non solo sulla reputazione di Damaso ma anche su quella della Chiesa romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana, videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori alle preoccupazioni pastorali. Damaso amava infatti il fasto e gli spettacoli. e non esitava a commissionare grandi opere. Sotto il suo pontificato la residenza papale assunse un aspetto principesco. In un periodo in cui le grandi famiglie di senatori e di benestanti coprivano di doni gli ecclesiastici, la Chiesa iniziò ad accumulare ricchezze e non pochi accusarono i sacerdoti di essere mossi solo da ragioni economiche. In tal senso, un decreto imperiale del 370 proibì agli ecclesiastici di far visita a vedove ed ereditiere per evitare che le inducessero a fare donazioni alla Chiesa. Nel 378, alla corte imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla quale fu scagionato prima dall'Imperatore Graziano e, poco dopo, da un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò i suoi accusatori. 

Nel 376 - I Visigoti, così chiamati i Goti occidentali, una popolazione Germanica, varcano il Danubio, confine dell'Impero Romano. 

Nel 380 - L'imperatore cattolico di origine spagnola Teodosio I, con l'editto del 380 eleva la propria religione a religione ufficiale dello Stato. Ad Alessandria, in Egitto, viene chiuso una prima volta il Serapeo, tempio della tradizione religiosa ellenistica, che contiene la biblioteca con la memoria del pensiero ellenistico. La popolazione decide di desistere dall'occupazione del tempio solo quando i messi imperiali leggono l'ordine dell'imperatore: per gli antichi, lo scritto è sacro, e maggiormente è sacro lo scritto dell'imperatore, rappresentante in terra dell'ordine divino. 

Nel 382 - Concilio di Roma in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per il cristianesimo e nonostante le accuse personali, grazie alla forte personalità Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o 370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374, quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di Costantinopoli (381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale, oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di Nicea del 325.
Damaso sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro l'arianesimo che laggiù era trionafante. Sulla questione dello scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio, Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede episcopale di Licopoli. Il pontefice sostenne, inoltre, l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo pontificato fu emanato il famoso Editto di Tessalonica di Teodosio I, (27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato. Oltre all’affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i Cristiani seguaci del vescovo di Roma “cattolici”, bollando tutti gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni.
Quando, nel 379, l'Illiria si staccò dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine dell'importante vicariato papale legato a quella sede.
Damaso invocò il "testo petrino" (Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre chiese. In contrapposizione con i decreti del Concilio di Costantinopoli I, il Concilio di Roma (382) decretò che la chiesa romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione del Concilio romano fu quella secondo cui la chiesa romana era stata fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale successiva: Da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale, specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san Girolamo, provocando (29 luglio 370) un editto dell'imperatore Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa impose che la legge fosse strettamente osservata. Damaso morì l'11 dicembre 384.

Nel 393 - Con la strage di Tessalonica perpetrata da Teodosio I, finiscono le Olimpiadi
Dopo che il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell'Impero Romano, i Giochi Olimpici vennero visti come una festa "pagana", e il loro prestigio diminuiva in modo inversamente proporzionale alla corruzione degli atleti, con gare sempre più falsate. Si erano verificati in Tessalonica dei disordini, nel corso dei quali un alto ufficiale della provincia aveva perduto la vita. L'imperatore Teodosio I ordinò una severa rappresaglia, che costò la vita ad alcune migliaia di cittadini evidentemente innocenti. Poi, persuaso dal vescovo di Milano Ambrogio, inorridito per la strage, vietò i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata più di 1000 anni. 

Nel 390 - Ambrogio, vescovo di Milano, impone a Teodosio di sottoporsi ad un rito espiatorio. Nella seconda metà del IV secolo, la corte dell'imperatore d'Occidente risiedeva abitualmente in Milano, sede episcopale di sant'Ambrogio, sicchè il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare e spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato a sant'Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ebbe partita vinta e si tenne la basilica. Un'altra vittoria, ancor più clamorosa, sant'Ambrogio la riportò nel 390, essendo imperatore Teodosio I, che, da buon cattolico, aveva elevato la propria religione a religione ufficiale dello Stato con l'editto del 380. Ora, si erano verificati in Tessalonica dei disordini, nel corso dei quali un alto ufficiale della provincia aveva perduto la vita. L'imperatore ordinò una severa rappresaglia, che costò la vita ad alcune migliaia di cittadini evidentemente innocenti. E quantunque non si trattasse di un caso isolato negli annali dell'impero, il fatto commosse profondamente l'opinione pubblica. Il vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità, e movendo dal principio che «anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», impose a Teodosio di espiare pubblicamente l'ingiusto massacro. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del presule, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e, deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Tutto ciò accadeva nel IV secolo: solo pochi decenni dacché la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità.

Cartina dell'Impero Romano nel 395, alla morte di Teodosio I,  diviso in 2:
l'Impero Romano d'Oriente con capitale Costantinopoli e l'Impero
 Romano d'Occidente, con capitale Roma, e dal 402 sarà Ravenna.
Sono indicate le varie città e regioni dell'impero e le varie popolazioni
al di fuori di esso.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 395 -  Per motivi squisitamente amministrativi, l'Impero Romano si divide fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola Anatolica e Greca; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto.
La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciato da invasioni di popolazioni Germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi in territori impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse.

Cartina dell'Impero Romano nel 395: i confini, la linea di demarcazione fra
Impero d'Oriente e d'Occidente, le regioni altamente cristianizzate,
le aree di diffusione del cristianesimo e le regioni non evangelizzate;
le sedi dei principali concili con le date, le strade dell'Impero,
le maggiori città  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 402 - Ravenna diventa la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Ormai Roma è troppo esposta alle scorrerie e viene quindi scelta Ravenna, con le paludi che ne ostacolano l'accesso e il porto alle spalle che garantice una via di fuga, come sede imperiale dell'occidente.

Europa dal IV al VI sec., con  i percorsi delle invasioni ed espansioni delle
popolazioni Germaniche dei Goti (Ostrogoti e Visigoti), Vandali, Alani e
Svevi, Iuti, Angli e Sassoni. Probabilmente tutte queste popolazioni sono
state spinte alle migrazioni dagli Unni, popolazione che si muoveva, su
 cavalli, dalle steppe NordAsiatiche. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 405 - Traduzione della Bibbia in Latino. (Vulgata)

Nel 406 - Inizia un'invasione di Vandali, popolazione Germanica.

Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero.

Nel 411 - Il primo Concilio di Cartagine che si svolse nel 411 ebbe come tema l'eresia donatista, dopo che nel 406 l'imperatore Onorio, attraverso l'Editto di Unione, aveva assimilato i donatisti agli eretici e dato le loro proprietà ai cattolici. Il vescovo donatista Primiano, non volendosi dare per vinto, si recò dall'Imperatore a Ravenna, chiedendo e ottenendo un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe pronunciato da arbitro il praefectus praetorio. L'imperatore nel 410 diede incarico al senatore Marcellino di organizzare i preparativi per la conferenza. Lo stesso Marcellino doveva esserne arbitro e giudice. Con lettera del primo giugno 411, Marcellino invitò alla conferenza i vescovi delle due confessioni, assicurando imparzialità di giudizio. Nel dibattito emersero entrambe le posizioni, quella cattolica e quella donatista, e Agostino, vescovo d'Ippona, ribatté con le sue argomentazioni, divenendo la figura chiave di tutto il concilio. Egli si soffermò, in particolare, sul rapporto ministro-sacramenti, affermando che chi ribattezza "pone la propria speranza in un uomo" e non in Cristo, vero auctor sacrament. Noi siamo stati salvati solo per i Suoi meriti e per Sua giustificazione. Inoltre i sacramenti dei donatisti, anche se sono validi, non sono però fruttuosi, a causa della loro posizione scismatica. Infatti mancano della grazia santificante dello Spirito Santo. Costui opera solo nella Chiesa unita e non agisce nelle comunità separate. A tarda sera Marcellino emanò il verdetto secondo cui i donatisti erano stati confutati. Questa decisione fu confermata da Onorio con editto del 30 gennaio 412. Agostino d'Ippona (latino: Aurelius Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28 agosto 430) è stato un filosofo, vescovo cattolico e teologo berbero. Padre, dottore e santo della Chiesa cattolica, è conosciuto semplicemente come sant'Agostino, detto anche Doctor Gratiae ("Dottore della Grazia"). Secondo Antonio Livi, filosofo, editore e saggista italiano di orientamento cattolico, è stato «il massimo pensatore cristiano del primo millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità in assoluto». Le Confessioni sono la sua opera più celebre. Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori. Agostino stesso narra che fu attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della fede; dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto delle contraddizioni nelle Sacre Scritture; e, soprattutto, dalla speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi. La mente indagatrice di Agostino era entusiasta per le scienze naturali ed i Manichei dichiaravano che la natura non aveva segreti per Fausto di Milevi, il loro dottore. Tuttavia, tale adesione non fu scevra da dubbi che l'attanagliavano: essendo torturato dal problema dell'origine del male, Agostino, nell'attesa di risolverlo, diede credito all'esistenza di un conflitto tra due principi. C'era, inoltre, un fascino molto potente nell'irresponsabilità morale che risultava da una dottrina che negava la libertà ed attribuiva la commissione di crimini ad un principio esterno. Nel 383, Fausto di Mileve, il celebre vescovo manicheo, giunse a Cartagine. Agostino gli fece visita e lo interrogò, ma scoprì nelle sue risposte solo volgare retorica, assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica. L'incantesimo si ruppe e, anche se Agostino non abbandonò immediatamente il gruppo, la sua mente iniziò a rifiutare le dottrine manichee. Nel 383 Agostino, all'età di 29 anni, cedette all'irresistibile attrazione che l'Italia aveva per lui; a causa della riluttanza della madre a separarsi da lui, dovette ricorrere ad un sotterfugio ed imbarcarsi con la copertura della notte. Non appena giunto a Roma, dove continuò a frequentare la comunità manichea, si ammalò gravemente. Quando guarì aprì una scuola di retorica ma, disgustato dai trucchi dei suoi alunni, che lo defraudavano spudoratamente delle loro tasse d'istruzione, fece domanda per un posto vacante come professore a Milano. Il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco l'aiutò ad ottenere il posto con l'intento di contrastare la fama del vescovo Ambrogio. Dopo aver fatto visita al vescovo, però, si sentì attratto dai suoi discorsi e iniziò a seguire regolarmente le sue predicazioni. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può prescindere dal suo vissuto esistenziale: egli cercò sempre di conciliare l'atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita pratica e attiva. Poiché visse spesso drammaticamente il conflitto tra i due estremi, il suo pensiero consistette nel tentativo grandioso di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, tra luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire l'influsso dapprima dello stoicismo e poi soprattutto del neoplatonismo, i quali viceversa riconducevano il dualismo in unità, così che oggi gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Ciò significa che Agostino recepì il pensiero di Platone filtrato attraverso quello di Plotino. Rispetto a questi ultimi tuttavia egli introdusse alcuni concetti nuovi marcatamente religiosi e attinenti in particolare alla fede cristiana: sostituì ad esempio la teoria della reminiscenza delle Idee con quella dell'illuminazione divina; o ancora, concepì la creazione dell'universo non semplicemente come un processo necessario tramite il quale Dio (plotinianamente) si manifesta e produce se stesso, ma come un libero atto d'amore, tale cioè che si sarebbe anche potuto non realizzare. E soprattutto, il Dio di Agostino non è quello impersonale di Plotino, ma è un Dio vivente che si è fatto uomo. All'amore ascensivo proprio dell'eros greco, egli avvertì così l'esigenza di affiancare l'amore discensivo di Dio per le sue creature, proprio dell'agape cristiano. Secondo Agostino di conseguenza, anche il mondo e gli enti corporei, essendo frutti dell'amore divino, hanno un loro valore e significato, mentre i platonici tendevano invece a svalutarli. Questo tentativo di collocare la storia e l'esistenza terrena entro una prospettiva celeste, dove anche il male trovi in qualche modo spiegazione, rimase sempre al centro delle sue preoccupazioni filosofiche.
Nonostante le sottigliezze delle interpretazioni plotiniane di Platone nelle esposizioni di Agostino, nei concili di Cartagine fu emanata la proibizione per tutti, vescovi inclusi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Pitagora, Tolomeo ecc.

Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), e che fu bruciata, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia studiò e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo con Pietro il Lettore a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!"

In questo racconto è ricostruita la figura e la fine di Ipazia.
L'immagine è la "Scuola di Atene" di Raffaello in cui è rappresentata Ipazia.

Da questo momento nell'Impero Romano non c'è più libertà di culto e di pensiero al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i sucessivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno tutte le altre chiese.

Nel 428 - Il monaco Nestorio diventa patriarca di Costantinopoli fino al 431 ed è l'ideatore del Nestorianesimo, una concezione, che sosteneva le seguenti posizioni dottrinali:
- Cristo è formato da due nature perfettamente distinte, due persone congiunte l'una con l'altra tramite un'unione puramente morale;
- Maria può essere chiamata soltanto "madre di Cristo" e non "madre di Dio";
- Non è possibile che il Verbo divino possa essersi effettivamente incarnato e possa essere morto sulla Croce. Nestorio (Germanicia, 381 – El Kargha,  451) è stato un vescovo siriano, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431. Durante le dispute cristologiche del V secolo, i suoi avversari gli attribuirono erroneamente la dottrina che da lui prese nome di Nestorianesimo, ossia un "difisismo (dal greco antico δύς, dys, due, e φύσις, physis, natura) estremo", alle due nature, divina e umana, di Cristo corrisponderebbero anche due persone; condannata come eretica dal Concilio di Efeso nel 431 anche se Nestorio mai la sostenne. I nestoriani si rifugiarono in Persia, fondando la Chiesa nestoriana, e svolsero una grande attività missionaria in India ed in Cina finché su di loro non si abbatterono le persecuzioni dei principi mongoli musulmani, che ridussero i nestoriani a poche migliaia di fedeli. Nel Novecento, la scoperta di un suo scritto, il Liber Heraclidis (Libro di Eraclide), e nuovi studi intrapresi sul conflitto che lo oppose al vescovo Cirillo d'Alessandria, hanno riconosciuto che la condanna di Nestorio fu ingiusta e che la sua teoria cristologica è conforme alla dottrina ortodossa stabilita nel successivo Concilio di Calcedonia del 451, per la quale nell'unica persona di Cristo sussistono due nature. Questi tentativi di riabilitazione sono sorprendenti, perché Nestorio è stato condannato sia dal Concilio di Efeso del 431 d.C., sia dal II Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. La sua memoria liturgica è celebrata il 25 ottobre dalla Chiesa assira d'Oriente. 

Nel 431 - Concilio di Efeso. Il concilio di Efeso fu il terzo concilio ecumenico che si tenne nel 431 a Efeso, in Asia Minore, sotto il regno dell'imperatore d'Oriente Teodosio II (408-450); vi parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò principalmente del nestorianesimo. L'unità della Chiesa era minacciata da un aspro dibattito che riguardava la persona e la divinità di Gesù Cristo. Si confrontavano due scuole: quella antiochena, capeggiata da Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) e quella alessandrina, che vedeva alla testa il principale oppositore delle tesi di Nestorio, Cirillo di Alessandria. Connessa alla disputa su Gesù Cristo, vi era quella legata all'appellativo Theotokos relativo alla Madonna: i nestoriani affermavano infatti che Maria era solamente Christokos, Madre di Gesù-persona e non Madre di Dio.
Furono invitati tutti i metropoliti risiedenti all'interno dei confini dell'impero romano; fra gli altri, anche papa Celestino I (422-432), che inviò come suoi legati due vescovi e il presbitero Filippo, e Agostino d'Ippona. Quest'ultimo però in realtà non partecipò perché morì prima dell'inizio del concilio.
A causa delle difficoltà del viaggio, i legati romani arrivarono a dibattito già avviato. Ma anche il patriarca Giovanni di Antiochia e i vescovi siriani, cioè i maggiori sostenitori delle tesi di Nestorio, arrivarono in ritardo. Il Concilio si aprì dunque senza di loro. 
" Vi si sarebbero dovute confrontare e discutere le due tesi in contrapposizione, di Nestorio e di Cirillo, in realtà non ci fu nessuna discussione e non furono rispettate le più elementari garanzie di equità e collegialità. Cirillo presiedette e pilotò il Concilio con grande abilità e non senza intimidazioni e corruzioni. Alle porte della chiesa grande, intitolata a Maria, dove si svolgevano i lavori conciliari, e nella città stazionavano i parabalani, i quali ufficialmente erano infermieri al servizio dei poveri negli ospizi ecclesiastici, ma di fatto costituivano la guardia del vescovo alessandrino ed esercitavano una minaccia costante contro i suoi oppositori. Estromesso il legato imperiale e constatato che Nestorio si rifiutava di presentarsi, il giorno successivo all'apertura, il 22 giugno del 431, Cirillo lesse le proprie tesi e chiamò i vescovi, per appello nominale, a dichiararle consone al Credo di Nicea; lesse le lettere sinodali concordate con Celestino per mostrare che Roma ed Alessandria erano solidali nell'azione contro Nestorio; di quest'ultimo fu letta la seconda e più polemica tra le risposte a Cirillo e alcuni estratti. Alla fine della giornata Nestorio fu condannato e deposto, con un atto sottoscritto da 197 vescovi, per "aver profferito blasfemia contro il Signor nostro Gesù Cristo". Il giorno dopo gli fu recapitata una notifica nella quale veniva apostrofato "nuovo Giuda"."(Salvatore Pricoco. Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7. ISBN 978-88-420-6558-6)
Al Concilio si confrontarono essenzialmente due posizioni: quella ortodossa (condivisa dalla maggioranza) e quella nestoriana. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". La problematica che impegnò i partecipanti era la comprensione dell'unità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Più precisamente si trattava di scegliere tra due distinte interpretazioni di scuola: quella "unitaria" (alessandrina di Cirillo), e quella "divisiva" (antiochena di Nestorio). Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio"[1]. Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. Nella prima giornata, il 22 giugno 431, a causa dell'assenza di una delle due parti, mancò il contraddittorio, per cui le tesi di Cirillo vennero approvate all'unanimità. Il Concilio fece propria la tesi contenuta nella Seconda lettera di Cirillo a Nestorio, in cui il patriarca alessandrino affermava che Maria è “genitrice di Dio”, Theotokos, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. Accogliendo la dottrina di Cirillo, il Concilio condannò gli insegnamenti del nestorianesimo e stabilì che Gesù è una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. L'unione di due nature in Cristo si è compiuta in modo perfetto nel seno di Maria, con la precisazione che la divinità del Verbo non ha avuto inizio nel corpo di Maria, ma ha preso da Lei quella natura umana completa che in Lei ha unita a sé. Il concilio dichiarò inoltre come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio condannò inoltre il pelagianismo. La reazione dei nestoriani fu immediata. Quattro giorni dopo il patriarca di Antiochia, Giovanni, convocò una riunione di vescovi siriani per affermare l'irregolarità delle decisioni del concilio deponendo Cirillo e il suo alleato Memnone vescovo di Efeso, i quali risposero scomunicando Giovanni di Antiochia e gli altri vescovi suoi seguaci. Tutto ciò generò confusione e sommosse popolari con la partecipazione di gruppi di monaci e l'intervento di funzionari imperiali spesso corrotti dai contendenti . Solo nel mese di ottobre la questione venne chiarita quando Teodosio chiuse il concilio approvando la deposizione di Nestorio, Cirillo e Memnone. Ma mentre Nestorio era già stato sostituito, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò ugualmente a guidare la sua diocesi fino alla morte. La disputa dottrinale tra le parti fu invece superata solo nel 433 quando, grazie all'intervento del vescovo Acacio di Berea e dell'eremita Simeone lo Stilita, Giovanni di Antiochia e Cirillo di Alessandria raggiunsero un accordo detto della Formula di unione. Giovanni accettò l'attribuzione alla Vergine del titolo di theotòkos, Cirillo riunciò agli anatemi contro Nestorio.
 
Nel 451 - Concilio di Calcedonia. Il concilio di Calcedonia è il quarto concilio ecumenico della storia del cristianesimo ed ebbe luogo nella città omonima nel 451. Venne convocato dall'imperatore romano d'Oriente Marciano (450-457) e da sua moglie, l'imperatrice Pulcheria. Le sedute cominciarono l'8 ottobre 451 e contarono fra i cinquecento e i seicento vescovi. In continuità con i concili precedenti, vennero trattati argomenti cristologici. Inoltre, in chiara opposizione con il secondo concilio di Efeso del 449, vi fu condannato il monofisismo di Eutiche e di Dioscoro. Tuttavia papa Leone rifiutò di accettare il ventottesimo canone del concilio, che sanciva la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica di Roma in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede dell'Impero, la nuova Roma. Pulcheria era molto devota ma le stava altrettanto a cuore la preservazione dell'unità dell'impero, già messa sufficientemente a dura prova dai popoli barbari; basti pensare che la minaccia di Attila venne sventata da Ezio ai Campi Catalaunici nell'anno del Concilio, il 451. L'anno dopo gli Unni invasero l'Italia. Certamente al successo del Concilio contribuirono le pressioni del cugino di Pulcheria, Valentiniano III (425-455), imperatore d'Occidente, il quale agì in accordo con papa Leone I. Quest'ultimo, nel 450, aveva inviato una missione, capeggiata dal vescovo di Como Abbondio, originario di Tessalonica: egli ottenne che Anatolio (Patriarca di Costantinopoli dal 449 al 458) accettasse una lettera che Leone aveva indirizzato nel 449 al suo predecessore Flaviano (martirizzato dai sostenitori del monofisismo di Eutiche). La lettera è tuttora ricordata col nome Tomus ad Flavianum. La prima conseguenza del concilio fu la separazione delle chiese orientali antiche 

Gli scismi nella cristianità dovuti ai concili di Efeso e Calcedonia.
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Nel 452 - Nell'ambito di una invasione in Europa, nella penisola italiana entrano gli Unni, popolazione che giunge dalle steppe asiatiche e che da anni spinge a ovest tutte le genti minacciate dalla loro ferocia. Secondo la tradizione, il loro re Attila (in realtà si pronuncia Attìla, ed è il titolo dato dagli Unni al loro sovrano), definito "Flagello di Dio", verrà miracolosamente fermato al Mincio, da una ambascieria di cui fa parte Leone I, il vescovo di Roma.

Nel 455 - I Vandali conquistano Roma.

Nel 476 - Odoacre, re degli Eruli, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'occidente.
Finisce così l'Impero Romano d'Occidente, e questa data viene considerata come la fine dell'Era Antica e l'inizio del Medioevo. Quando nel 476 l'impero d'Occidente cadde, per quello d'Oriente, con capitale Costantinopoli (l'antica Bisanzio greca), iniziò un periodo di fulgore, perpetuando l'esperienza politica romana.

Nel 482 - Pubblicazione dell'Henotikon. In ambito religioso l'imperatore Zenone è famoso per il suo Henotikon, l'«Atto di unione» promulgato nel 482 per mediare tra le opposte visioni dei calcedoniani e dei miafisiti sulla natura di Cristo. I primi riconoscevano in Cristo due nature (physis), i miafisiti solo una; il Concilio di Calcedonia del 451 aveva promulgato il credo calcedoniano e condannato la posizione miafisita, ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province orientali dell'impero, e il Patriarca di Alessandria, Pietro III Mongo, era miafisita. Sostenere i miafisiti era stato uno degli errori di Basilisco, in quanto il popolo di Costantinopoli era calcedoniano, ma Zenone aveva bisogno del sostegno delle province a maggioranza miafisita, Egitto, Siria, Palestina e Asia Minore. Anche il Patriarca di Costantinopoli, Acacio, era interessato a ridurre la distanza tra le posizioni delle due fazioni avverse. Per queste ragioni Zenone promulgò, nel 482, l'Henotikon, un documento elaborato con l'aiuto di Acacio e indirizzato alle due fazioni in Egitto. L'editto presentava il credo niceno-costantinopolitano come un simbolo, un'espressione di fede finale e unitaria. Tutti gli altri simboli erano esclusi: Eutiche e Nestorio erano chiaramente condannati con un anatema, mentre i dodici capitoli di Cirillo di Alessandria erano accettati. L'insegnamento di Calcedonia non era ripudiato esplicitamente, ma passato sotto silenzio; Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio [...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due nature. Il vescovo di Roma, Felice III, si rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio (484), dando inizio allo scisma acaciano, ricomposto solo nel 519. Nel 488 il Patriarca di Antiochia, Pietro II Fullo, si recò a Costantinopoli affinché gli fosse confermato il suo diritto sulla Chiesa di Cipro; Zenone convocò il vescovo di Cipro, Antemio, a discolparsi dalle accuse. Antemio affermò che, prima di partire, aveva avuto una visione in cui l'apostolo Barnaba gli aveva indicato la posizione della sua tomba. Nel sepolcro Antemio aveva trovato le reliquie dell'apostolo e una copia del Vangelo secondo Matteo scritto in ebraico da Barnaba stesso. Zenone ricevette le reliquie e il manoscritto, e in cambio proclamò l'autonomia della Chiesa di Cipro. Nel 489 Zenone chiuse la scuola persiana di Edessa, dietro richiesta del vescovo Ciro II, poiché diffondeva insegnamenti nestoriani, e costruì una chiesa al suo posto. La scuola fu spostata nella sua sede originaria, a Nisibis, tornando ad essere la Scuola di Nisibis e causando una nuova ondata di immigrazione nestoriana in Persia. 

Nel 486 - Clodoveo,  re dei Franchi, una popolazione Germanica che si è insediata nel nord della Francia, da inizio alla dinastia dei Merovingi (da Meroveo, nome del padre e del nonno di Clovis-Clodoveo). 

La Corona del Regno d'Italia: la corona ferrea.
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Peso in bronzo col nome di Teoderico il Grande, 
re degli Ostrogoti e sovrano d'Italia. Teodorico
 servì sotto Zenone, combattendo contro il suo 
avversario Teodorico Strabone (476–481), poi 
assediando la fortezza di Papurio e catturando 
e uccidendo il fratello di Illo, Trocundo (484).
Nel 493 -Teoderico (chiamato oggi Teodorico), re degli Ostrogoti, prende il potere dell'Italia diventando Re d'Italia, fissando la capitale a Ravenna. Teodorico, della dinastia degli Amali, famiglia regnante Ostrogota, è cresciuto a Costantinopoli in qualità di ostaggio dell'imperatore Zenone, che lo ha poi adottato. E' cristiano di osservanza Ariana, come d'altra parte la dinastia imperiale dei Costanzi, ed è l'imperatore che gli affida l'incarico di recuperare l'Italia con la Sicilia agli invasori barbarici. Fondamentalmente, il tessuto sociale nei territori "barbarizzati" dell'impero, è una miscela fra organizzazione civile da parte della società romana e potere militare ai popoli migranti. L'imperatore d'occidente non c'è più, gli invasori non distruggono l'organizzazione sociale e, se vogliono godere dei proventi dell'economia, perlopiù agricola, devono affidarsi alla burocrazia esistente. Non possiamo quindi parlare di Regno degli Ostrogoti, ma di Regno Ostrogotico, o Visigotico ecc. I Vandali invece hanno un atteggiamento tirannico, e verranno poi spazzati via da Belisario, generale di Giustiniano, poichè la popolazione romana gli rimarrà ostile.
L'imperatore romano invia le insegne imperiali ai nuovi Re dei territori dell'impero, come consoli regnanti.

Cartina dell'Europa nel 493 con i regni germano-barbarici succeduti
all'Impero Romano d'Occidente: il seme dell'odierna Europa.
Inoltre Slavi, Unni, Gepidi, Turingi, Alemanni, Longobardi, Iuti,
Frisoni, Celti con i loro regni bretoni in Galles, Irlanda e Bretagna.
L'ostrogotoTeodorico, sconfiggendo Odoacre, re degli Eruli,
diventa viceré d'Italia. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Teoderico (Teodorico), primo Re d'Italia
Teoderico (il cui nome in norreno e islandese è Þiðrik af Bern, mentre in tedesco è Dietrich von Bern, dove Bern è il nome di Verona nel tedesco altomedioevale) nacque in Pannonia, fra le attuali Ungheria e Austria. Figlio del re ostrogoto Teodemiro e di una sua concubina, Erelieva, all'età di otto anni fu inviato come ostaggio, a garanzia della pace tra Bizantini ed Ostrogoti, presso la corte dell'imperatore Leone I, dove visse per dieci anni. Nella capitale dell'Impero romano d'Oriente venne educato e apprese il latino e il greco. Riscattato dal padre, si fece subito valere come comandante degli Ostrogoti in diverse battaglie, conquistandone ben presto la fiducia. Teodorico succede al trono degli Ostrogoti dopo la morte del padre (474) e prosegue la politica di alleanza con il vicino Impero, dal quale otteneva compensi per i servigi di protezione dei confini. L'imperatore bizantino, alleandosi con Teoderico, sperava che questi riuscisse a porre sotto il controllo ostrogoto le nuove popolazioni barbariche che spingevano ai confini dell'Impero, assicurando così a Bisanzio una zona di influenza che fungesse da cuscinetto tra l'Impero e le popolazioni barbariche. I successi di Teoderico portarono l'imperatore Zenone a riconoscere al re ostrogoto lo stato di federato romano e di eleggerlo a console nell'anno 484 (alcuni anni dopo gli fu anche eretta una statua equestre a Costantinopoli), ufficializzando in questo modo il predominio ostrogoto sull'area balcanica. La presenza di Teoderico stava diventando però sempre più ingombrante per Zenone e nel contempo Odoacre in Italia stava allargando la sua zona di influenza minacciando gli interessi di Bisanzio. Zenone pensò di risolvere i suoi problemi mettendo l'uno contro l'altro i due re barbari, per cui, con l'aiuto di Bisanzio, nel 488 Teoderico preparò la spedizione verso l'Italia, intrapresa nell'autunno dello stesso anno. Teoderico varcò le Alpi orientali nel 489 con al seguito un esercito di circa 100.000 Ostrogoti e condusse le sue genti in una serie di cruenti scontri contro gli Eruli, scontri che terminarono dopo cinque anni (493), quando Teoderico fece uccidere a tradimento il suo rivale Odoacre e tutta la sua corte durante un banchetto che avrebbe dovuto sancire la pace tra i due re. L'eliminazione di Odoacre, che pare volesse a sua volta insidiare la vita di Teoderico, segnò l'inizio del dominio degli Ostrogoti in Italia, dominio che rappresentò un lungo periodo di pace e stabilità. Teoderico seguì le linee guida già tracciate da Odoacre, lasciando ai Romani, che gli si dimostrarono fedeli, gli impieghi amministrativi e politici che già possedevano, riservando nel contempo esclusivamente ai Goti i compiti di sicurezza e difesa. Inoltre, per pacificare l'Italia, riscattò i cittadini romani fatti prigionieri da altri popoli barbari e procedette alla distribuzione delle terre. Tale liberalità e avvedutezza nella ripartizione dei terreni è da attribuire all'esiguo numero di Ostrogoti rimasti dopo aver varcato le Alpi. Anche in ambito religioso Teoderico, benché seguace del Cristianesimo ariano, non perseguitò la fede cattolica, seguendo anche in questo l'esempio di Odoacre. Il nuovo imperatore Giustino I, che ambiva ad un nuovo ruolo dell'Impero anche in relazione alle questioni religiose che agitavano il cristianesimo, dette inizio alla sua personale crociata contro l'arianesimo, visto come fede inconciliabile e soprattutto pericolosa per il crescente potere della Chiesa cattolica. Fedele a questa sua linea di ostilità nei confronti dell'eresia ariana, nel 524 decretò che i luoghi di culto ariani venissero consegnati alla Chiesa cattolica. Teodorico, convinto che ci fosse un'intesa segreta tra l'impero di Costantinopoli e gli abitanti romani d'Italia, reagì con violenza: fece uccidere alcuni dei suoi più preziosi collaboratori, tra cui Severino Boezio. In seguito Teodorico costrinse papa Giovanni I a recarsi a Costantinopoli per chiedere la revoca del decreto a Giustino I e per chiedere per giunta che gli ariani convertiti al cattolicesimo potessero riabbracciare la fede ariana. Il Papa ottenne la revoca dell'ordine, ma si rifiutò anche solo di chiedere all'imperatore il permesso per gli ariani convertiti al cattolicesimo di tornare all'arianesimo. Così, quando tornò a Roma, Giovanni I fu imprigionato e lasciato morire in carcere nel 526 da Teodorico. Teodorico, sconvolto dagli avvenimenti degli ultimi mesi e ormai vecchio, morì nello stesso 526 lasciando l'Italia, pacificata, al nipote Atalarico sotto la reggenza della figlia Amalasunta.
"Il re aveva raggiunto l'età senile e capiva che presto se ne sarebbe andato. Chiamò quindi i conti goti e i capi del suo popolo intorno a sé, designò Atalarico, figlio di sua figlia Amalasunta, suo successore e ordinò ai presenti, come sua ultima volontà, di aver cura del re, amare il senato e il popolo di Roma, e di mantenersi sempre favorevoli alla pace nei confronti dell'imperatore."  (Giordane)
Atalarico, il nipote ha appena 10 anni e Amalasunta prende la reggenza. Amalasunta ascolta il desiderio del padre: mantiene la relazione d'amicizia con l'imperatore, e prende provvedimenti contro la miseria della popolazione, ma questo non piace agli Ostrogoti che sono stanchi di essere trattati come Romani: avevano accettato l'imposizione della parità di diritti con i Romani da Teodorico, ma non sono disponibili ad accettare che una donna freni il loro potere di vincitori. Nasce un'opposizione ostrogota contro Amalasunta ed è come una guerra: da una parte la regina che vuole continuare a regnare come ha fatto il padre, dall'altro i capi ostrogoti che vogliono il potere per poterne disporre secondo i loro principi. Nel 534 muore Atalarico, appena diciottenne, Amalasunta non riesce più a dominare la situazione e la lotta contro di lei aumenta di intensità. Per tentare di salvare la situazione, associa al trono il cugino Teodato, amico dei capi ostrogoti. Ma l'opposizione ostrogota non si ferma per questo e lo stesso Teodato si pone contro Amalasunta, nel 535 la depone, la relega in un'isola sul lago di Bolsena, poi la fa strozzare.

Nel 496 - Conversione dei Franchi al cattolicesimo.

Nel 507 - Clodoveo batte a Vouillé i Visigoti e afferma il predominio Franco in Europa Occidentale.

Cartina dell'Europa nel 526 con i regni germano-barbarici succeduti
all'Impero Romano d'Occidente: il seme dell'odierna Europa.
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Nel 529 - Diffusione della regola monastica benedettina.

Nel 534 -  Promulgazione del Codex di Giustiniano che raccoglie leggi e giurisprudenza del Diritto Romano.

Nel 538 - Consacrazione della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli.
Teodora
 San Vitale - Ravenna
Giustiniano
 San Vitale - Ravenna
Ultimo Imperatore Romano propriamente detto, Giustiniano tentò la riunificazione dell'impero, e in gran parte vi riuscì. Si innamorò di Teodora, un'attrice non aristocratica, e per sposarla, trasformandola quindi in imperatrice, sfidò la morale di corte. Teodora salvò poi il loro regno: nell'ippodromo di Costantinopoli, dove si tenevano le gare di corsa con quadrighe di cavalli, i tifosi erano divisi per colori (azzurri, rossi, verdi e bianchi) in ragione della loro posizione teologica, fra monofisisti e difisisti. Il non interventismo dell'imperatore su tali dispute, oltre ad una pesante politica fiscale, scatenò la rivolta chiamata delle "Nike", "Vittoria", in cui i tifosi, nella presunta acclamazione dei propri pupilli, si sollevavano insieme contro Giustiniano. L'imperatore fuggì dall'ippodromo e, per salvarsi, si imbarcò mandando a chiamare Teodora perchè lo raggiungesse.
Costantinopoli - Santa Sofia con
l'aggiunta delle medine musulmane.
Lei gli mandò a dire che preferiva morire da imperatrice che vivere da suddita. Quindi Giustiniano si calmò, fece convocare la folla insorta all'ippodromo per patteggiare, poi fece chiudere i cancelli e li fece massacrare tutti. Si parla di 35.000 persone. A questo punto Teodora gli fece presente che se non avesse lasciato un ricordo ancora più significativo, sarebbe stato ricordato per l'eccidio nell'ippodromo. Nacque così Santa Sofìa, Sofìa come sapienza divina, un tempio più grandioso di quello di Salomone.

Santa Sofia - Immagine del X sec. che mostra a destra Costantino, che
porge Costantinopoli e a sinistra Giustiniano che porge Santa Sofia.
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Nel 543 - Nasce la principessa visigota Brunilde, regina dei Franchi.
Matrimonio di Sigeberto e Brunechilde
da un manoscritto del XV secolo
Brunechilde o Brunilde (Mérida, ca. 543 – Renève, autunno 613) fu una principessa visigota divenuta, in virtù del suo matrimonio col re dei Franchi di Austrasia, Sigeberto I, regina dei Franchi. Era la figlia secondogenita del re dei visigoti Atanagildo e di Gosvinta dei Balti (?-589), molto probabilmente, figlia del re Amalarico, ultimo sovrano della dinastia dei Balti. Era anche sorella di Galsuinda, regina dei Franchi di Neustria. Sigeberto I, re dei Franchi di Austrasia, considerato che i suoi fratelli avevano sposato delle donne non degne della regalità, inviò messaggeri, con molti doni, al re dei Visigoti, Atanagildo, per chiedere in moglie la sua secondogenita, Brunechilde, definita dal vescovo Gregorio di Tours (536 – 597), bella ma anche intelligente, istruita e di sani principi. Nel 566, Brunilde sposò Sigeberto I, il figlio quintogenito (Gregorio di Tours lo elenca come quarto figlio), del re dei Franchi Sali della dinastia merovingia, Clotario I e, sempre secondo Gregorio di Tours, della sua terza moglie, Ingonda, di cui non si conoscono gli ascendenti, portando con sé una ricca dote. Brunilde, subito dopo il matrimonio, sia per le prediche dei sacerdoti, che le conversazioni col marito, abbandonò l'Arianesimo si convertì al cattolicesimo e fu cresimata.Il re dei Franchi di Austrasia del nord-ovest, Chilperico I, nel quadro di una politica di amicizia con il confinante Regno dei Visigoti, invidioso del fratellastro, Sigeberto I, decise di unirsi in matrimonio alla sorella maggiore di Brunilde, Galsuinda, e chiese ad Atanagildo la sua mano, che non gli fu rifiutata. Galsuinda, sposatasi, nel corso del 567, si trovò inizialmente in un ambiente favorevole, in quanto il marito aveva ripudiato la prima moglie, Audovera ed aveva allontanato da sé la sua concubina favorita, Fredegonda. Ma, dopo il ritorno a corte di Fredegonda, Galsuinda si ritrovò in un ambiente ostile e una mattina fu trovata morta nel letto. Secondo Gregorio di Tours, forse istigato dall'amante, Chilperico I, nel 568, da un servo, fece strangolare Galsuinda, nel sonno. Brunechilde sollecitò il marito, Sigeberto, a vendicare la morte della sorella, muovendo guerra a Chilperico, nuovo re di Neustria e dopo una serie di battaglie vittoriose, Sigeberto (si alleò anche con gli Alemanni) ottenne come risarcimento, grazie anche alla mediazione del fratello, Gontrano, re di Borgogna, quei territori che Galsuinda aveva portato in dote al marito (tra cui le città di Limoges e Cahors). Più tardi, però, la guerra civile fra Sigeberto e Chilperico (573-575) riprese, e Brunechilde incitò il marito a condurla sino alla totale eliminazione dell'avversario. Nel 575, Sigeberto I occupò la Neustria e ne venne acclamato re. Subito dopo venne fatto assassinare da due sicari di Fredegonda[4]. Dopo la morte di Sigeberto, Brunechilde, che, secondo Paolo Diacono, era reggente del regno di Austrasia per conto del figlioletto Childeberto II, fu catturata da Chilperico e fu esiliata a Rouen. Nel 756, Meroveo, l'erede al trono di Neustria, fu inviato, al comando di un esercito, prima nella zona di Poitiers, poi a Tours ed infine a Rouen, dove si trovava Brunechilde; dopo il loro incontro, nella primavera del 756, Brunechilde, sempre a Rouen, sposò, Meroveo, il figlio secondogenito del re dei Franchi Sali del nord dell'Austrasia e poi di Neustria, della dinastia merovingia, Chilperico I e della sua prima moglie, Audovera che Gregorio di Tours menziona senza citare le sue ascendenze. Venuto a conoscenza del fatto Chilperico, disapprovando il figlio, si recò a Rouen per impedire le nozze, ma al suo arrivo il sacramento era già stato celebrato, per cui dovette partecipare al banchetto di nozze e dopo alcuni giorni tornò a Soissons con Meroveo. Meroveo cercò di ribellarsi, ma fu chiuso in convento da cui fuggì, cercando di ricongiungersi a Brunechilde, ma, Fredegonda, sentendo minacciato il suo potere, fece esiliare san Pretestato, colpevole di aver celebrato le nozze tra Brunechilde e Meroveo e di aver pubblicamente denunciato i crimini di Fredegonda, e spinse il marito ad inseguire Meroveo, che, con la morte, nel 577, si sottrasse alla cattura. L'aristocrazia di Austrasia, che, nel 576, aveva ottenuto che Brunilde fosse liberata e assumesse la reggenza per suo figlio Childeberto, ancora minorenne, pochi mesi dopo, forse sollecitata da Chilperico e Fredegonda, cominciò a chiedere di poter esercitare il potere per conto di Chidelberto II, arrivando a minacciarla e a combattere le truppe lealiste. Brunilde non si perse d'animo, resistette ai rivoltosi e strinse un patto con Gontrano, che, non avendo eredi, essendogli premorti tutti i figli, nel 577, a Pompierre, adottò suo nipote Childeberto II e, poi, col successivo trattato di Andelot, del 28 novembre 587, dispose che alla sua morte gli succedesse come re di Burgundia. In questo stesso periodo, riuscì a tenere a bada anche tutti i tentativi di Fredegonda di destabilizzare l'Austrasia, incluso il tentativo di elevare a re d'Aquitania, Gundovaldo (figlio illegittimo del re dei Franchi Sali del nord dell'Austrasia e della Guascogna, della dinastia merovingia, Clotario I e di una sua concubina di cui non si conoscono né il nome né gli ascendenti), che richiamato da Costantinopoli, fu riconosciuto re da tutti i duchi della zona; ma Austrasia e Burgundia reagirono intervenendo coi propri eserciti e dopo varie vicissitudini Gundovaldo fu assediato in un paesino di una valle dei Pirenei, Cominges, catturato e giustiziato. Alla morte di Gontrano (592), la Burgundia passò a Childeberto II, senza incontrare alcuna opposizione, e così i regni di Austrasia e Borgogna vennero unificati sotto la corona di Childeberto II. Ma presto (595) anche Chidelberto scomparve: il suo regno venne diviso tra i due figli, Teodeberto II (cui toccò l'Austrasia) e Teodorico II (che divenne re di Borgogna). Secondo il cronista Fredegario, essendo i nipoti entrambi minorenni, Brunechilde divenne reggente per entrambi i regni, risiedendo però in Austrasia, che dovette fronteggiare una minaccia di invasione degli Unni, che avevano invaso la Turingia e che, secondo Paolo Diacono, furono convinti a rientrare in Pannonia, dopo che era stato loro pagato un tributo in denaro. La sua politica, tesa a restaurare e rafforzare l'autorità monarchica, le causò l'ostilità della nobiltà, abituata a godere di una certa autonomia, e del clero austrasiano, che insorsero e anche Teodeberto II rifiutò la sua tutela, per cui Brunilde, nel 599, dovette abbandonare, in tutta fretta, l'Austrasia e rifugiarsi in Borgogna da Teodorico II. Secondo il cronista Fredegario, Brunilde fu trovata, nelle vicinze di Arcis in Champagne, che vagabondava da sola, e il tizio che la condusse alla corte di Burgundia fu ricompensato con l'arcivescovado di Auxerre. Clotario II che intanto era rimasto orfano di Fredegonda (nel 597, Brunilde aveva avuto la soddisfazione di veder morire Fredegonda, colei che fu la sua avversaria, per circa trent'anni) fu facilmente vinto presso Dormelles (600) dalle truppe di Teodeberto e Teodorico. Sotto la spinta della nonna, Teodorico nel 604 sbaragliò presso Etampes le truppe di Clotario, liberò Orléans assediata e occupò Parigi, ma non riuscì ad eliminare Clotario, in cui aiuto era giunto Teodeberto II con l'onerosa pace di Compiègne,che Clotario fu costretto ad accettare, salvando il suo esercito e rientrando in patria. A seguito di questo avvenimento Brunilde spinse Teodorico contro Teodeberto, definito figlio di un giardiniere e da quel giorno fra i due fratelli fu guerra aperta. Strumento nelle mani degli aristocratici austrasiani, nel 605 Teodeberto, alleatosi al re di Neustria, Clotario II (figlio di Chilperico I e di Fredegonda), nell'appoggiare la nobiltà burgunda contro Teodorico e Brunechilde, che tenuta sotto controllo la rivolta, iniziarono le ostilità contro Teodeberto II, che, dopo alterne vicende, nel 612, fu vinto e giustiziato. Teodorico II unì così i regni di Austrasia e Borgogna: avrebbe a quel punto potuto anche conquistare facilmente la Neustria, ma morì di dissenteria, improvvisamente nel 613, a Metz; il trono passò a suo figlio Sigeberto II, di dodici anni. Brunechilde assunse allora la reggenza in nome di Sigeberto II, ma i nobili e il clero di Austrasia ordirono una congiura guidata da Pipino di Landen e da Arnolfo di Metz (i capostipiti della dinastia dei Carolingi): l'ormai anziana regina, tradita e abbandonata da tutti, venne catturata, nei pressi del lago di Neuchatel, e consegnata a Clotario II (che si era impegnato a riconoscere grandi privilegi all'aristocrazia, l'ereditarietà di cariche come quella di Maggiordomo, l'esenzione dalle tasse per il clero e il diritto al papa di nominare i vescovi), che, nel frattempo aveva sconfitto Sigeberto II. Secondo Fredegario, dopo tre giorni di torture, Brunechilde venne legata alla coda di un cavallo per i capelli, per un braccio e per un piede. Il cavallo fu fatto correre finché Brunechilde ripetutamente colpita dagli zoccoli dei cavalli morì. Il suo corpo venne sepolto nella chiesa abbaziale di San Martino ad Autun, da lei fondata nel 602. Tra tutti i sovrani merovingi Brunechilde fu la sola che ebbe ottimi rapporti con il papa Gregorio Magno, che da Roma le inviò anche alcune reliquie di San Pietro e col quale collaborò per la buona riuscita della missione di sant'Agostino di Canterbury, per la conversione delle popolazioni anglosassoni della Britannia. Verso il 595, erano iniziati i contatti tra Brunilde e suo figlio Childeberto con Gregorio Magno, per il riconoscimento del vescovo di Arles, che poi continuarono per combattere la simonia. Verso il 596 Agostino ed i missionari che lo accompagnavano furono accolti nei regni controllati da Brunechilde con entusiasmo e furono coadiuvati, nella loro missione, tanto che papa Gregorio, nel 601, ringraziò, sia Brunechilde che il vescovo di Autun per l'aiuto dato ai missionari. Inoltre Brunechilde promosse il culto San Martino di Tours, mentre, per le critiche che San Colombano espresse nei suoi confronti, Brunechilde per due volte strappò Colombano da suo monastero, per perseguitarlo e incarcerarlo, sino a che Colombano, nel 610, dalla Burgundia si recò in Neustria dove trovò la protezione di Clotario II. Brunilde, pur essendo eccessivamente ambiziosa e avida di potere, fu un personaggio politico di prima grandezza, che riuscì ad imporre l'istituto monarchico contro le ambizioni della nobiltà e pur essendo in buoni rapporti col papato seppe tenere sotto controllo il clero disponendo a suo piacimento delle sedi vescovili.
Nel 545 - Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè l'imperatore era il capo della chiesa cristiana fondata da Costantino, emana l'Editto contro i "Tre Capitoli" che provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Con scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli, in greco trîa kephálaia) si indica una divisione all’interno della Chiesa avvenuta tra i secoli VI e VII, causata da un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, rifiutando le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553. L'imperatore bizantino Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui paesi dell'area mediterranea, cercò di ingraziarsi gli eretici monofisiti (numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora, alla corte di Costantinopoli). Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, vennero condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Pertanto, con un editto imperiale intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici
- la persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di Mopsuestia (morto intorno al 428), 
- gli scritti di Teodoreto di Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo, 
- una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre "capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana poiché negavano valore al termine Theotokos e sembravano eccessivi nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare, in maniera soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona. Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia, ed erano morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la Difesa dei Tre Capitoli esponendo in modo circostanziato i motivi della sua contrarietà. Giustiniano convocò anche un concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e conciliare c’erano i vescovi delle province ecclesiastiche di Milano, Ansano e di Aquileia, Macedonio. Il loro dissenso si acuì ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I (556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione, invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete non volle però obbedire alla richiesta del papa. Frattanto la Chiesa di Aquileia si era resa gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (568: patriarcato autonomo) per sottolineare la propria autonomia. Nello stesso anno 568 i Longobardi iniziarono l'invasione del Nord Italia. Il patriarca Paolino trasferì la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova), rimasta bizantina.
Dopo la sua morte e quella del patriarca Probino, il sinodo di Aquileia-Grado elesse nel 571 Elia, tricapitolino, a vescovo e patriarca. Nel 579, papa Pelagio II, concesse al patriarca Elia la metropolia sulla Venezia e sull'Istria, per avvicinare la composizione dello scisma. Lo stesso patriarca avviò, nel 580, la riedificazione della basilica patriarcale di Sant'Eufemia a Grado. Morto Elia, nel 586 venne eletto il patriarca Severo. Lo scisma aveva un grande seguito popolare; quando il patriarca Severo, successore di Elia, tradotto con forza a Ravenna dall'esarca bizantino Smaragdo e costretto a sottomettersi all'autorità del papa di Roma, rientrò a Grado trovò grande ostilità proprio nel popolo, che non volle riceverlo finché non avesse ritrattato l'abiura. Severo perciò radunò un sinodo a Marano Lagunare, nel 590, dove convocò i vescovi: Pietro II di Altino, Chiarissimo Elia di Concordia, Ingenuino di Sabiona nella Rezia Seconda, Agnello di Trento, Juniore di Verona, Oronzio di Vicenza, Rustico di Treviso, Fonteio di Feltre, Agnello di Asolo, Lorenzo di Belluno, Massenzio di Giulio Carnico, Andriano di Pola, Severo di Trieste, Giovanni di Parenzo, Patrizio di Emona (odierna Lubiana), Vindemio di Cissa (in Istria, città scomparsa nei pressi di Rovigno), Giovanni di Celeja (odierna Celje, in Slovenia). Al sinodo di Marano il patriarca Severo dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione tricapitolina in separazione da Roma. Nel 606, alla morte di Severo, il Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Ad Aquileia venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il sostegno dei Longobardi (duca del Friuli Gisulfo II); a Grado, alla cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano, cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo).  La Chiesa scismatica tricapitolina, come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica (anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno la condanna dei tre teologi antiocheni, tornò però presto in comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino (vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico, sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani, ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale, dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi Agilulfo e Teodolinda; Colombano riprese il simbolo del trifoglio, già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I, Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia" la loro comunione dottrinaria e gerarchica.
Cartina dell'Impero Romano d'Oriente, denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: in rosso l'Impero che Giustiniano eredita, in arancio
i territori che riconquista. Sono indicati i nomi delle popolazioni
 esterne all'Impero, oltre alle regioni e città dell'impero.
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Nel 552 - Durante il regno di Giustiniano (527-565), l'Impero Romano d'Oriente riconquisterà l'Italia, le coste del nord-Africa e parte della Spagna. Giustiniano rimedia così alla illegittimità del potere Ostrogoto sull'Italia e Dalmazia dalla deposizione di Amalasunta, gesto che ha sancito lo strappo degli Ostrogoti dall'impero, inoltre vuoti dinastici nell'area sudorientale del regno Visigotico impongono un ristabilimento della diretta gestione imperiale.

Cartina dell'Impero Romano d'Oriente, denominato poi Impero Bizantino,
dal 527 al 553: con la riunificazione dell'Impero di Giustiniano si avrà
l'unità territoriale della penisola Italiana con le isole. Sono indicati i nomi
delle popolazioni esterne all'Impero, oltre ai Vandali, sconfitti da Belisario,
 il valente generale di Giustiniano. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 553 - Concilio di Costantinopoli II. Giustiniano convocò questo concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto contro i Tre Capitoli e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553).Il concilio di Costantinopoli II del 553 condannò inoltre l'empia lettera che incolpava Cirillo di aver insegnato come Apollinare ed in maniera eretica, ed il Concilio Efesino di aver condannato Nestorio senza esame e che chiamava empi e contrari alla retta fede i dodici capitoli di Cirillo. (Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Scoenmetzer 437)

Cartina dell'Europa con il luogo di provenienza, la tappe della migrazione
 nell'antica Pannonia dei Longobardi e i loro insediamenti
in Italia.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 568 - I Langobardi, comunemente detti Longobardi, iniziano l'invasione dell'Italia. Romània (da cui Romagna) è il nome con cui i Longobardi indicavano i possedimenti dell'impero romano (d'oriente, detto poi bizantino) in Italia, in particolare la zona di Ravenna. Si disgrega quindi l'unità territoriale dell'impero parzialmente riunito da Giustiniano. Nella popolazione italiana è mal tollerata l'elevata imposizione fiscale imperiale, necessaria a ripagare le spese della riconquista. E' poi molto forte nel nord e nord-est lo scisma tricapitolino. Inoltre la principessa bavara Teodelinda (oggi chiamata Teodolinda), in qualità di regina Longobarda trasferirà nel dominio Longobardo del nord Italia la fede cattolica tricapitolina. Ormai le società barbarizzate occidentali stanno imboccando un percorso non comune all'oriente, mentre iniziano lunghe guerre fra l'impero e gli invasori.

Europa e Mediterraneo nel 600. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 590 - Inizia il pontificato di Gregorio Magno, durante il quale i Longobardi, divisi fra cristiani di fede ariana e pagani, si convertiranno al cattolicesimo. Il romano, di fatto e di cultura, Gregorio, si sente suddito dell'imperatore d'oriente, ma deve difendere e tutelare il territorio di Roma dall'invasione longobarda da solo, l'impero ha problemi di maggiore e più vicina entità con la Persia. Si erge comunque come tutore dell'integrità della cristianità occidentale nonostante lo scisma tricapitolino ed è proprio in questa fase che si intende per Europa l'insieme della cristianità nei territori barbarizzati dell'ex impero romano d'occidente.

Europa e Mediterraneo nel 600. Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Nel 591 - A Milano, Agilulfo è incoronato Re Longobardo d'Italia, grazie al matrimonio, nel 590, con Teodelinda. Teodolinda o Teodelinda (Ratisbona?, fl. 570 – Monza, 22 gennaio 627) fu regina dei Longobardi e regina d'Italia dal 589 al 616. Figlia del duca dei Bavari, Teodolinda era una principessa di stirpe regale, discendente per parte materna della casata longobarda maggior portatrice del "carisma" regale, i Letingi. Per suggellare l'alleanza tra Bavari e Longobardi venne data in sposa ad Autari, re dei Longobardi, asceso al trono dopo una fase di assenza di potere regio. Morto Autari, dopo solo un anno di nozze, Teodolinda si risposò con Agilulfo, duca di Torino, da cui ebbe un figlio, Adaloaldo, futuro re dei Longobardi e il primo ad essere battezzato nella fede cattolica. Teodolinda, infatti, essendo cattolica, anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli, rappresentò il primo stabile collegamento tra i Longobardi ariani e la Chiesa di Roma, grazie ai suoi rapporti amichevoli con papa Gregorio Magno.
Teodelinda (Teodolinda)
Donna bella e intelligente, fu molto amata dal suo popolo, che poté godere durante il suo regno e quello di Agilulfo di anni prosperi e fruttuosi. La regina fu una grande mecenate e fornì Monza - la città da lei resa capitale estiva del Regno longobardo - di una ricca basilica dedicata a san Giovanni Battista, di un palazzo reale e di numerosi oggetti d'arte, tra i quali molte reliquie. Fondò molti altri edifici religiosi nell'intera zona brianzola e favorì la predicazione di San Colombano.
Dopo la morte di Agilulfo fu reggente per il figlio Adaloaldo, ma quando questi venne deposto da una congiura di corte - dopo dieci anni di regno - la regina si ritirò a vita privata e poco dopo morì. Fu sepolta con tutti gli onori nella basilica di San Giovanni, ora Duomo di Monza, dove fu venerata dal popolo locale come una santa. La sua figura, divenuta mitica, fu amatissima e divenne il fulcro di numerose leggende e storie popolari. La sua fama raggiunse l'apice nel XV secolo quando gli Zavattari affrescarono nel Duomo di Monza una celebre serie di affreschi con le Storie della regina Teodolinda, il più ampio ciclo italiano del Gotico internazionale.
Teodolinda è inoltre venerata beata anche se la Chiesa non ne ha mai confermato il culto.
Cartina dell'Europa continentale nel 600
Teodolinda ebbe un notevole influsso sulle scelte politiche del marito. Cattolica (a differenza del marito e di gran parte del popolo longobardo, ariano e pagano), dopo un iniziale sostegno allo scisma tricapitolino (con ogni probabilità fino al 612 anno della morte del suo consigliere Secondo di Non) dialogò con la Chiesa di papa Gregorio Magno (590-604), con il quale intratteneva uno scambio epistolare. Tale scambio riguardò soprattutto la funzione di mediatrice che la regina esercitò per assicurare periodi di tregua nella guerra in corso fra longobardi e romani. Per il possibile influsso di Teodolinda, furono inoltre restituiti beni alla Chiesa, reinsediati vescovi e avviati sforzi per comporre lo Scisma tricapitolino che divideva il papa di Roma al patriarca di Aquileia. In quegli anni il monaco Secondo di Non, tricapitolino, fu primo consigliere alla corte. Il figlio di Agilulfo e Teodolinda ed erede al trono, Adaloaldo, fu battezzato con rito cattolico nel 603, mentre l'aperto incoraggiamento dato dalla coppia regale alla riforma monastica di san Colombano approdò, nel 614, alla fondazione del monastero di Bobbio.

L'Europa, un'idea derivata dall'Impero Romano, con la
Corona d'Italia.  Clicca sull'immagine per ingrandirla.

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