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| Europa sul dorso di Zeus, sottoforma di Toro |
IL MITO:
Europa era figlia di Agenore, re di Tiro, antica città fenicia. Zeus se ne innamorò, vedendola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia. Zeus allora inventò uno dei suoi molteplici travestimenti: ordinò a Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia.
Zeus quindi prese le sembianze di un candido toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi; Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all'isola di Creta.
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| Europa sul Toro in una rappresentazione del VII sec. a.C. ritrovata nel tempio greco Y di Selinunte, nella Magna Grecia, in Sicilia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Per visualizzare il post "Precessione degli Equinozi ed Era dell'Acquario", clicca QUI
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| Ricostruzione dell'Homo Heidelbergensis di Atapuerca. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Dal 600.000 a.C. - Homo Heidelbergensis è un ominide
estinto, vissuto fra 600.000 e 100.000 anni fa. Il nome è stato
attribuito a ritrovamenti umani fossili precedentemente chiamati Homo
sapiens arcaici, con particolare riferimento a quelli trovati presso
Heidelberg, nel Baden-Württemberg, Germania, sulle rive del fiume
Neckar. Resti di H. heidelbergensis sono stati trovati in Africa,
Europa ed Asia occidentale. Sia Homo antecessor che Homo
heidelbergensis discendono probabilmente da Homo ergaster,
morfologicamente molto simile e proveniente dall'Africa. Tuttavia
Homo heidelbergensis aveva una calotta cranica più allargata, con
una capacità cranica di circa 1100–1400 cm³, non lontana dal
valore di circa 1350 cm³ tipico per l'uomo moderno; questa
differenza, assieme al comportamento e all'utilizzo di strumenti più
avanzati, lo ha fatto assegnare ad una specie diversa. Questa specie
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| Ricostruzione dell'Homo Heidelbergensis. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Grimaldi - Falesia con grotte dei Balzi Rossi |
Dal 300.000 a.C. - Presso il porto di Nizza, a Terra Amata, sono state ritrovate le tracce
delle più antiche capanne costruite da cacciatori nomadi, circa 300.000
anni fa. La stratigrafia ha mostrato diversi periodi insediativi, con
resti di capanne ovali a focolare centrale, ciottoli scheggiati,
raschiatoi e animali catturati quali cinghiali, tartarughe, rinoceronti
di Merk, elefanti meridionali, uri, uccelli vari. Vicino a Loano sono
state trovate tracce dell'Uomo di Neandertal. Nelle grotte di Toirano
sono visibili segni di frequentazioni riconducibili alla fine del
Paleolitico Superiore. Nella grotta dei Balzi Rossi di Ventimiglia sono
apparsi resti che ricordano l'Uomo di Cro-Magnon. Le Grotte dei Balzi Rossi sono
situate in
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| Iscrizione rupestre ritrovata nei Balzi Rossi |
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| Cavallo (graffito dei Balzi Rossi) |
Dal 200.000 a.C. - Il periodo detto paleolitico medio, compreso tra i 200.000 e i 40.000 anni fa, vide l'ascesa e l'inizio del declino della specie Homo Neanderthalensis, comunemente detto uomo di Neandertal
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| Ricostruzione dell'Uomo di Neanderthal. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
o Neanderthal. Convissuto nell'ultimo periodo
della sua esistenza con l'Homo sapiens, la sua scomparsa in un tempo
relativamente breve è un enigma scientifico oggi attivamente
studiato.
Documentata fra 130.000 anni (per le forme arcaiche) e fra 30.000 (documentata dal punto di vista fossile) e 22.000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa, principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo Heidelbergensis. I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nell'agosto 1856 in una grotta di Feldhofer
nella valle di Neander in Germania, che prende il nome dalla traduzione in greco antico del cognome dell'organista e pastore
Joachim Neumann, a cui i suoi concittadini di Düsseldorf
intitolarono la piccola valle. Della scoperta venne poi dato annuncio
ufficiale solo il 4 febbraio 1857. Studi del 2010 suggeriscono, tra alcune
ipotesi probabili relative alla vicinanza genetica tra
neanderthalensis e sapiens, che ibridazioni fra i due possono avere
avuto luogo nel Vicino Oriente all'incirca tra 80.000 e 50.000 anni
fa, per la presenza nell'uomo contemporaneo di una percentuale tra 1
e il 4% di materiale genetico specificamente neandertaliano.Tali tracce genetiche sono presenti
negli euroasiatici e nei nativi americani ma non negli africani, e
ciò suggerisce, tra diverse ipotesi possibili, almeno quattro, che
l'ibridazione possa avere avuto luogo nei primi stadi della
migrazione della specie umana fuori dall'Africa, presumibilmente
quando venne a contatto con i Neandertal che vivevano nel Medio
Oriente, circa 80.000 anni or sono.
Il teschio era adornato con conchiglie marine e canini di
cervo forati, una volta fissati tra loro in una sorta di copricapo. Il
radio scomposto, una frattura ridotta, mostra che l'uomo era riuscito a
superare un trauma osseo. In ciascuna delle sepolture riportate alla
luce c'erano solo scheletri di maschi la cui altezza era di circa 180 o
190 centimetri, i più alti nella popolazione paleolitica europea.
L'uomo sepolto ha molte affinità genetiche con l'Uomo di Cro-Magnon,
uno dei tipi umani vissuto durante il Paleolitico Superiore i cui
tratti distintivi erano un viso corto con orbite rettangolari, la
grande robustezza dello scheletro e l'alta statura. La qualità delle
sepolture rinvenute sembrano mettere in luce l'importanza sociale dei
quegli individui. Due scheletri di bambini la cui età si aggirava sui 2
e 3 anni, vennero scoperti dentro la Grotta dei Fanciulli. Furono
deposti uno a fianco dell'altro; al livello dell'anca e del femore
c'erano molte conchiglie marine forate (Nassa Neritea) che sembravano
far parte di un ornamento funerario. La sepoltura più interessante è senz'altro la Tripla Sepoltura. I tre
individui sono stati sepolti nella stessa buca, uno al fianco
dell'altro, cosparsi di ocra rossa e accompagnati da un ricco addobbo
funebre. Due di loro erano individui giovani mentre il terzo era molto
più vecchio. Le stesse peculiarità anatomiche riscontrate sul lato
destro dell'osso frontale dei teschi, suggeriscono una relazione
genetica tra i tre individui. Il più vecchio era alto circa 190
centimetri e possedeva una struttura scheletrica di ragguardevole
robustezza. Gli ornamenti funerari consistevano di grosse lame di
pietra, collane, elementi decorativi composti da spine dorsali di
pesci, denti canini di cervo, pendenti di avorio decorato con linee
incavate e conchiglie forate (Nassa Neritea). Tra le varie scoperte,
l'ultima, più eccitante, fu il ritrovamento dei cosiddetti Negroidi di
Grimaldi. La tomba conteneva gli scheletri di un adolescente e di una
donna adulta con tratti somatici differenti da quelli degli individui
contenuti nelle altre sepolture. Il capo dell'adolescente era ornato da
un copricapo fatto di conchiglie marine (Nassa Neritea), mentre la
donna aveva le stesse conchiglie vicino al polso e gomito sinistro,
forse usate come braccialetto. La sepoltura dei due individui avvenne
sicuramente in momenti successivi e gli scarsi riguardi avuti nel
seppellire la donna suggeriscono un modello funerario atto a dare
importanza alla figura maschile, proprio come si è rinvenuto nelle
altre sepolture scoperte nell'area dei Balzi Rossi. Tutte le sepolture
possono essere datate al periodo chiamato Gravettiano o Epigravettiano,
un intervallo temporale tra 29.000 e 19.000 anni fa.
Documentata fra 130.000 anni (per le forme arcaiche) e fra 30.000 (documentata dal punto di vista fossile) e 22.000 (in assenza di fossili ma con discusse prove culturali) anni fa, principalmente in Europa e Asia, e limitatamente in Africa, questa specie si è presumibilmente evoluta dall'Homo Heidelbergensis. I resti che diedero il nome alla specie furono scoperti da Johann Fuhlrott nell'agosto 1856 in una grotta di Feldhofer
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| Ricostruzione dell'Uomo di Neanderthal Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Europa - Cartina con i siti di ritrovamento di reperti dell'Uomo di Neanderthal. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Dente da latte del più antico esemplare di Homo Sapiens europeo, di 45.000 anni fa, rinvenuto in Salento |
Da 45.000 a 43.000 anni fa - E' la datazione dei fossili venuti alla luce nel 1964 all’interno
della salentina grotta del cavallo, in Puglia, che appartenevano a soggetti di Homo sapiens, fino ad ora i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che
vissero in Europa: e sono italiani.
Lo studio di alcuni fossili ha
consentito di retrodatare l'arrivo dell'homo sapiens in Europa: tra
questi, i più antichi sono stati rinvenuti nella grotta del cavallo,
in Salento, negli anni '60.
L’homo sapiens più antico d’Europa
visse in Romania 35.000 anni fa, o almeno questo è quanto abbiamo
sempre saputo e ciò che gli scienziati credevano e sostenevano, fino
ad oggi. Recenti studi pubblicati da “Nature”, ad uno dei quali
ha collaborato anche l’Università di Pisa, infatti, hanno
sorprendentemente retrodatato l’arrivo dei nostri antenati in
Europa, sulla base delle analisi condotte su alcuni fossili ritrovati
decenni addietro in Italia e Gran Bretagna.
Da una parte c’era un frammento di
mascella superiore a cui erano attaccati tre denti, ritrovata nel
1927 nella Kent’s Cavern nel Devon in Gran Bretagna, ritenuta
appartenente fino a poco tempo fa ad un uomo di Neanderthal e che
studi più recenti ed approfonditi esami hanno attribuito, invece, ad
un esemplare di homo sapiens vissuto in un arco di tempo compreso tra
44 000 e 41 000 anni fa; la scoperta è stata effettuata dai
ricercatori dell’Università di Oxford.
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| L'Italia alla fine della glaciazione di Würm |
Dall’altra due denti da latte (di cui
un’immagine nella foto sopra), venuti alla luce nel 1964
all’interno della salentina grotta del cavallo, anch’essi
ritenuti di un Homo neanderthalensis: analisi condotte con l’ausilio di
modelli digitali in tre dimensioni hanno rivelato che anche questi
fossili appartenevano, in verità, a degli Homo sapiens e, grazie al
radiocarbonio, è stato possibile stabilirne la datazione: tra 45.000
e 43.000 anni addietro. Essi sono, dunque, fino ad ora, i resti dei
più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa e sono
tutti italiani. Alla ricerca hanno contribuito ben 13
enti internazionali, tra cui l’Università di Pisa; l’antropologo
dell’ateneo, Francesco Mallegni, ha fornito dettagli sui due
dentini, rinvenuti a due metri e mezzo di profondità: «Il primo dei
denti trovati spunta tra 15 ed i 18 mesi dalla nascita e, siccome è
senza usura, il bambino alla morte poteva avere 18 mesi; il secondo
spunta a due anni ed essendo usurato in questo caso il bambino alla
morte poteva avere dai 3 ai 4 anni o forse leggermente di più». Un
dente consumato perché, molto probabilmente, questo popolo di
cacciatori-raccoglitori che abitava le nostre terre, pur conoscendo
il fuoco, non cuoceva ancora i propri cibi.
Al tempo, le terre emerse occupavano
una superficie maggiore di quella attuale, il clima era fresco ed
asciutto e l’epoca era quella della glaciazione Würm: insomma, il
panorama dinanzi a questi giovanissimi italiani doveva essere molto
differente da quello che siamo abituati a vedere noi. Morti
presumibilmente per caso in quella grotta e non sepolti appositamente
lì, di essi sono sopravvissuti i denti perché ricoperti dalla
durezza dello smalto: accanto ad essi «strumenti ricavati da ossa o
conchiglie usate per ornamento», gli oggetti della vita quotidiana,
più di 40 000 anni fa.
Da 40.000 a 10.000 anni fa - E' il periodo denominato Paleolitico superiore, che terminerà prima
dell'avvento dell'agricoltura. Corrisponde a parte del Pleistocene
superiore comprendente parte del periodo glaciale di Würm. In questo periodo si diffonde in Europa
l'odierno Homo sapiens.
Tornando ai Balzi Rossi, solo l'uomo del Paleolitico Superiore (Homo Sapiens Sapiens) usò le grotte come sepolcri, lasciandovi le testimonianze più interessanti; durante gli scavi, gli archeologi scoprirono molte sepolture paleolitiche ed il cosiddetto "Uomo di Mentone". Quella particolare sepoltura conteneva un singolo scheletro poggiato sul lato sinistro con le mani vicino al volto e le gambe leggermente piegate. Ossa e terreno attorno allo scheletro mostravano un intenso colore rosso, causato dalla polvere di ocra con cui la sepoltura venne cosparsa.
Tornando ai Balzi Rossi, solo l'uomo del Paleolitico Superiore (Homo Sapiens Sapiens) usò le grotte come sepolcri, lasciandovi le testimonianze più interessanti; durante gli scavi, gli archeologi scoprirono molte sepolture paleolitiche ed il cosiddetto "Uomo di Mentone". Quella particolare sepoltura conteneva un singolo scheletro poggiato sul lato sinistro con le mani vicino al volto e le gambe leggermente piegate. Ossa e terreno attorno allo scheletro mostravano un intenso colore rosso, causato dalla polvere di ocra con cui la sepoltura venne cosparsa.
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| Ornamenti funebri rinvenuti ai Balzi Rossi |
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| Veneri dei Balzi Rossi, rappresentazioni del culto della Dea Madre. |
Le Veneri
dei Balzi Rossi sono piccole statue femminili prodotte durante l'era
del Paleolitico Superiore, distinguibili grazie ad una particolare
industria litica Gravettiana (tra 29.000 e 21.000 anni fa). Sono statue
di osso, pietra o avorio la cui altezza è circa di 10 centimetri.
Profili e forma presentano un'esagerato volume dei seni, ventre e
fianchi, mentre le altre parti del corpo e le gambe sono
sottodimensionate. Queste statuette ci permettono di avanzare alcune
ipotesi riguardo l'aspetto delle donne preistoriche: dovevano essere
molto simili alle donne Ottentotte, con rilevanti riserve di adipe al
livello dei glutei.
L'interesse per il
cielo, unico stabile riferimento, dovette essere enorme per gli
antichi. Noi oggi non possiamo capirlo perché sommersi da una
tecnologia e da oggetti che danno per scontato quasi tutto; ma
immaginiamo per un attimo di trovarci lontani da ogni rotta umana, in
luoghi privi di quelle comodità cui siamo avvezzi e perfino di un
orologio, avendo solo a disposizione un tempo illimitato e
continuo... Come riusciremmo a stabilire un
rapporto col fluire delle cose se non osservando lo spettacolo del
cielo stellato e il sorgere e tramontare degli astri?
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| Carta dell'Europa nel paleolitico con i siti di ritrovamento di Veneri, effigi della Dea Madre. Clicca sullìimmagine per ingrandirla |
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| Osso di Les Eyzies de Tayac |
Così
facevano i nostri antenati già 30.000 anni fa.
Così continuarono a fare per millenni, fino a 15.000 anni fa.
Così continuarono a fare per millenni, fino a 15.000 anni fa.
Nel paleolitico il computo del tempo
era scandito dalle fasi lunari, in particolar modo dai "pleniluni",
molto importanti per la luminosità dell'astro. Questo vistoso
mutamento dell'aspetto della Luna veniva già registrato intorno al
30.000 a.C. su un osso lavorato ritrovato nella regione di Les Eyzies
de Tayac, nel Perigord francese. Ci sono gli ossi, poi, decorati con
tacche trasversali, segni interpretati da alcuni archeologi come dei
"giochi aritmetici" ma che non hanno avuto a tutt'oggi una
chiara e definitiva spiegazione. Un'ipotesi assai accreditata vedrebbe
questi segni non come semplici decorazioni ma come particolari
"tacche per conteggi". Secondo Alexander Marshack, però,
un ricercatore associato del Peabody Museum dell'Università di
Harvard, si tratterebbe delle prime testimonianze di registrazioni
del mutamento dell'aspetto della Luna. Questa ipotesi, probabilmente
la più verosimile, pone in evidenza un probabile conteggio dei
giorni che compongono le lunazioni (mese sinodico). Questo,
probabilmente, perché tale periodo si prestava abbastanza bene a
scandire le uscite per la caccia o per altre attività confortate
dalla luce della luna piena. In età antica, poi, pare che fosse in
uso incidere su osso le prime osservazioni astronomiche.
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| Osso di Abri Lartet |
Si conservano ancora: un osso inciso da
tacche trasversali proveniente da Kulna, in Cecoslovacchia; un osso
inciso da piccole tacche trasversali disposte su una linea continua a
forma di "U", proveniente da Gontzi, in Ucraina; il già
menzionato osso istoriato da incisioni di forma circolare proveniente
da Abri Blanchard, regione di Les Eyzies de Tayac sita nel Perigord
francese.
Ma quello che ci pare di maggiore
interesse è un osso istoriato di tacche trasversali e da incisioni
di forma circolare proviene da Abri Lartet, ancora regione di Les
Eyzies de Tayac. Questo oggetto, appartenente al Periodo
Aurignaziano (30.000 a.C.), presenta serie di incisioni di 29 e 30
segni abbinate a cinque gruppi di tacche.
I segni circolari sembrerebbero, anche
in questo caso, avere la forma delle varie fasi lunari, riprodotte
con la medesima sequenza con cui appaiono nella realtà.
Secondo il Marshack il conteggio delle
lunazioni su questo oggetto venne fatto più volte e rappresenterebbe
i giorni contenuti in un mese sinodico.
Insomma, l'interesse dell'uomo per il
cielo è più antico di quanto si possa credere.
Si creò così una casta di
specialisti, scienziati-sacerdoti, che ebbe il compito di tramandare
agli altri le enormi conoscenze acquisite.
E da qui, poi, la cosa passò nelle
mani dei poeti, degli scrittori, dei filosofi (che furono
essenzialmente degli scienziati, privi di un metodo, ma che per primi
si posero delle domande sul perché dei fenomeni).![]() |
| Ricostruzione della Donna Cro-Magnon con bambino |
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| Ricostruzione dell'Uomo Cro-Magnon |
- faccia larga e bassa con cranio lungo
dalla fronte all'occipite (dolicocefalia e cameprosopia), spesso
denotata come disarmonica;
- orbite basse e rettangolari;
- naso prominente e spesso aquilino;
- grande capacità cranica (1.650 cm3).
È stato proposto che fosse
essenzialmente Rh negativo (come i Baschi odierni), ma questa ipotesi
non è provata. Dalle moderne indagini genetiche sembra
potersi affermare che i cromagnonoidi entrarono in Europa dall'Asia
centrale verso il 30.000 a.C., portando il particolare marcatore
genetico M173, derivato da M45, che pare fosse diffuso in popolazioni
asiatiche del paleolitico da cui sarebbero derivate anche alcune
popolazioni siberiane e amerinde (marcatore M242 e discendenti). I Cro-Magnon avevano una dieta di
carne, grano, carote, cipolle, rape ed altri alimenti; nel complesso,
una dieta molto bilanciata. Tra gli artefatti Cro-Magnon giunti fino
a noi vi sono capanne, pitture murali, incisioni; sembra inoltre che
fossero in grado di intrecciare vesti. Le capanne erano costruite in
roccia, argilla, ossa, rami e pelo di animali. I Cro-Magnon utilizzavano manganese e
ossido di ferro per le loro pitture rupestri, e potrebbero aver
creato, circa 15.000 anni fa, il primo calendario. I Cro-Magnon
devono essere entrati in contatto con gli uomini di Neanderthal e
sono spesso indicati come la causa dell'estinzione di questi ultimi;
in realtà, sembra che umani moderni dal punto di vista morfologico
abbiano convissuto con i Neanderthal per circa 60.000 anni nel
Levante, e per più di 10.000 anni in Francia.
Nella località di Oberkassel, presso
Bonn in Germania, sono stati ritrovati nel 1914 due scheletri in un
doppia sepoltura, datati al 10.000 a.C. - 15.000 a.C. e riferibili al
Maddaleniano. Si tratta di uno scheletro maschile e di uno femminile
assai diversi tra loro. Caratteristico appare specialmente il cranio
maschile molto capace (1.600 cc) leggermente dolicocefalo, con faccia
fortemente cameprosopa e orbite molto basse, in qualche modo
accentuando la disarmonia di Cro-Magnon.
Il cranio della donna è più alto e
più stretto e non è evidentemente cromagnonoide, ma ricorda invece
il tipo di Brünn. La statura è di 166 cm nell'uomo e 147 cm nella
donna. Fossili di uomini di Cro-Magnon sono stati ritrovati anche a Monaco, nel Bayern,
in Germania.
Il massimo della diffusione si ha
intorno al 20.000 a.C.
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| Grotta delle mani - Patagonia (Argentina), 10.000 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Tra le varianti di Cro-Magnon si
possono menzionare:
- le popolazioni di Mechta-Afalou in
Nord-Africa (Berberi),
- la popolazione maglemosiana
(proto-nordici della varietà dalo-falica) in Scandinavia,
- le popolazioni neolitiche delle culture
del Dneper-Donets e di Sredny-Stog (forse i proto-Indoeuropei) nella
Russia meridionale,
- i Guanci delle isole Canarie, ormai
estinti, probabilmente discendenti dei Berberi,
- i nativi americani Dakota in
Nordamerica.
Poiché la depigmentazione compare (o
compariva) con una certa frequenza in tutte le popolazioni menzionate
eccetto, per quanto è noto, i Dakota, è stato anche suggerito che
questa fosse una caratteristica piuttosto diffusa tra i Cro-Magnon.
Invece non è chiaro come i Cro-Magnon
abbiano contribuito alla genetica delle popolazioni odierne in Asia,
ma è stato rilevato che in Asia i portatori delle culture siberiane
Afanasevo e Tagar erano essenzialmente cromagnonoidi. ![]() |
| Europa - "Cavallo Cinese" delle Grotte di Lascaux. Clicca sull'immagine per ingrandirl |
Le Grotte di Lascaux sono un complesso
di caverne che si trova nella Francia sud-occidentale. Le grotte si
trovano vicino al villaggio di Montignac, nel dipartimento della
Dordogna. Nel 1979 le grotte di Lascaux sono state inserite
nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, con le altre
grotte che si trovano nella valle del fiume Vézère. Nelle grotte si trovano esempi di opere
di arte parietale risalenti al Paleolitico superiore: molte di queste
opere vengono fatte risalire ad una data compresa fra il 13.000 ed il
15.000 a.C. Il tema più comunemente rappresentato è quello di
grandi animali dell'epoca (fra i quali l'uro, oggi estinto), resi con
grande ricchezza di particolari.
Il complesso di caverne venne scoperto
il 12 settembre 1940 da quattro ragazzi francesi: Marcel Ravidat,
Jacques Marsal, Georges Agnel e Simon Coencas. Dopo la fine della
seconda guerra mondiale le caverne vennero aperte al turismo di
massa, ma nel 1955 l'anidride carbonica prodotta da 1.200 visitatori
al giorno aveva visibilmente danneggiato le pitture. Nel 1963 le
caverne vennero chiuse al pubblico e i dipinti vennero restaurati al
loro stato originale.
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| Europa - Insieme dipinti delle Grotte di Lascaux. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Dal 1998, infestazioni fungine hanno
invaso ampie parti del complesso e richiesto interventi straordinari
di manutenzione; dal 2008, a seguito del peggioramento della
situazione (con una nuova infestazione avviatasi nel 2007) e delle
difficoltà per rimuoverne le tracce, le grotte sono state
completamente chiuse al pubblico. È stato attivato un comitato
scientifico internazionale, finalizzato a studiare le migliori
modalità di tutela e ripristino ambientale del complesso.
Oggi i dipinti sono monitorati
regolarmente, per cercare di evitare il loro ulteriore
deterioramento.
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| Europa - Grotta Ruffignac, con anche i mammuth. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
la grande sala dei tori, il passaggio laterale, la lancia dell'uomo morto, la galleria dipinta, il diverticolo dei felini. Nel 1983 è stata aperta Lascaux II,
una replica della grande sala dei tori e della galleria dipinta,
situata a circa 200 metri dalle grotte originali; Lascaux II dal 2008
è divenuta la meta principale di visita, dopo la chiusura
cautelativa del complesso originale.
Ad alcuni chilometri da Montignac, nel
parco di Le Thot, sono esposte altre riproduzioni dei dipinti delle
grotte di Lascaux.
La grotta di Lascaux viene anche
chiamata la "Cappella Sistina del Paleolitico".
L'interesse per il
cielo, unico stabile riferimento, dovette essere enorme per gli
antichi. Noi oggi non possiamo capirlo perché sommersi da una
tecnologia e da oggetti che danno per scontato quasi tutto; ma
immaginiamo per un attimo di trovarci lontani da ogni rotta umana, in
luoghi privi di quelle comodità cui siamo avvezzi e perfino di un
orologio, avendo solo a disposizione un tempo illimitato e
continuo...
Come riusciremmo a stabilire un
rapporto col fluire delle cose se non osservando lo spettacolo del
cielo stellato e il sorgere e tramontare degli astri?
Così facevano i nostri antenati già 30.000 anni fa.
Così continuarono
a fare per millenni, fino a 15.000 anni fa.
Così facevano i nostri antenati già 30.000 anni fa.
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| Scena del pozzo - Grotte di Lascaux |
Interessante, a questo proposito, la
cosiddetta "scena del pozzo" di Lascaux. Qui, secondo
Michael Rappenglück (Facoltà di Matematica e di Scienze
Informatiche dell'Università "Ludwig-Maximilians", Monaco
di Baviera) l'immagine dello sciamano che affronta lo spirito del
bisonte è da porre in relazione ad alcune costellazioni che
passavano in meridiano alla mezzanotte del solstizio d'estate del
16.500 a.C..
Eratostene, che riunì nella sua geografia le principali notizie conosciute nel suo secolo (III a. C.), nell'accennare alle tre grandi penisole del Mediterraneo, dopo l'ellenica e l'italica nomina come terza la ligustica che diceva estendersi fino alle colonne d'Ercole, osservando anche che il mare ad occidente della Gallia fu chiamato ligustico per il fatto che le sponde meridionali della Gallia stessa furono anticamente occupate dai Liguri, indicati generalmente come i primi abitatori storici e popolo prevalente in quella regione prima dei Celti.
Chi abitasse l'Europa ai tempi dei megaliti, non lo sappiamo con certezza, possiamo solo fare delle supposizioni: secondo alcuni studiosi fu una civiltà proto-Ligure, non indoeuropea e già presente in Europa intorno a 10.000 anni fa, dai caratteri megalitici e una popolazione Ligure che, dai territori Atlantici, importa oro, argento, piombo, stagno e/o i minerali che contengono quest'ultimi (cassiterite) per poi produrre bronzo e commercializzare quindi tutti i loro manufatti metallici. Ecco un resoconto di queste ipotesi prodotta nel "V Simposio Internazionale di Preistoria Peninsulare. Tartessos 25 anni dopo", a Jerez de la Frontera nel 1995 di O. Arteaga , H.D. Schulz, A.M. Roos e in "Il problema del Lacus Licustinus. Ricerca geoarcheologica intorno le paludi del Basso Guadalquivir":
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| Carta geografica del Lago Ligur, nell'estuario del Guadalquivir, l'antico Tartesso. Fonte: www.aytoalmonte.es |
Da notare che il popolo basco è stato da lunghi decenni oggetto di numerosi studi, sia dal punto di vista etnico, linguistico e biologico, con l'intento di chiarire l'antica origine di questa popolazione, e dal punto di vita biologico è stata riscontrata la presenza, in una forte percentuale della popolazione (circa il 30% - 35%), del fattore Rh negativo. Gli studi condotti portano ad ipotizzare che l'origine del popolo basco sia da ricondurre alle antiche popolazioni umane che, autoctone, abitavano l'Europa durante il paleolitico e che, a seguito dell'ultima glaciazione, si sono insediate nell'attuale area dei Paesi Baschi.
"L'affermazione che la popolazioni primitive della penisola sia ligure, poggia su un brano di Esiodo del VII secolo a.C., chiamante ligues (ligure) tutta l'Europa occidentale. Eratostene la chiama Ligustica. Avieno, descrivendo l'attuale Andalusia, cita il lacus Ligustinus, e chiama la Galizia e il Portogallo Oestrimnios, nome identico a quello ligure per Bretagna.
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| Europa - Siti di rilievo per la presenza di costruzioni megalitiche databili dal 4800 a.C. al 1200 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Carta degl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso nel 700 a.C., segnalati in verde brillante. Si vede il Lago Ligustico Clicca sull'immagine per ingrandirla. Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos |
Per visualizzare il post "Liguri: Storia e Cultura", clicca QUI
cui, dalla mezzaluna fertile del vicino oriente, viene introtta in Europa l'agricoltura, (e per primi vennero coltivati grano, piselli e olivi) e l'allevamento di animali addomesticati (per prime pecore e capre).
Fu nel vicino Oriente che si svilupparono le prime grandi civiltà della nostra storia, e per prima quella dei Sumeri, che possedevano conoscenze matematiche, ingegneristiche e cosmiche tali da fare supporre a Zecharia Sitchin una loro origine extraterrestre. Il biblico Abramo, patriarca delle 3 religioni monoteiste e patriarcali, era sumero, originario della città di Ur. La civiltà poi, si diresse nel bacino del Mediterraneo, in cui la diffusione dell'agricoltura, dell'allevamento di animali e della ceramica è presente fin dal VII millennio a.C.
In questo periodo prende avvio un'Età del Rame.
Nel 6.000 a.C. - E' in corso la migrazione Indoeuropea verso l'Europa, verso Iran e Afganistan e verso i fiumi Indo e Gange, in India.
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| Cartina degli spostamenti e migrazioni degli Indoeuropei nel 3.500 - 2.500 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Le antiche città di Sumer. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Dal 5.000 a.C. - I Sumeri si stanziano in Mesopotamia.
I Sumeri (abitanti di Šumer, egiziano
Sangar, biblico Shinar, nativo ki-en-gir, da ki = terra, en = titolo
usualmente tradotto come Signore, gir = colto, civilizzato, quindi
"luogo dei signori civilizzati") sono la prima popolazione
sedentaria al mondo, dopo le civiltà della valle dell'Indo, che
possa essere considerata "civilizzata".
Erano rappresentati
da un'etnia della Mesopotamia meridionale (odierno Iraq
sud-orientale), autoctona o stanziatasi in quella regione dal tempo
in cui vi migrò (attorno al 4000 a.C.) fino all'ascesa di Babilonia
(attorno al 1500 a.C.).
I Sumeri rivestono grande importanza per l'Europa e per il mondo, poichè introdussero la scrittura.
La loro scrittura cuneiforme sembra aver
preceduto ogni altra forma di scrittura codificata e compare attorno
alla fine del IV millennio a.C.
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| Scrittura dei Sumeri e Sumerico cuneiforme Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il sistema di numerazione sumero era
sessagesimale cioè in base 60. Le tavolette del 3.000 a.C.
dimostrano che era presente un simbolo per l’1, uno per il 10, uno
per il 60, uno per il 600 e uno per il 3.600. Il sistema era
posizionale, dunque il numero si evinceva in base alla posizione dei
simboli stessi.
I Sumeri avevano grandi conoscenze astronomiche; per primi sovrapposero agli astri la valenza di divinità, scoprirono le affinità astrologiche e influenzarono la visione cosmogologico-religiosa delle successive civiltà del Mediterraneo e vicino Oriente.
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| Divinità dei Sumeri, sigillo cilindrico n.VA243 - Museo di Berlino Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Per accostarsi correttamente alla
mitologia sumera, occorre avere ben presente quale fosse la
concezione che i sumeri avevano della vita stessa. Si tratta di uno
dei più antichi popoli, il popolo che fissò per primo la sfera
delle idee morali e delle concezioni religiose, che per primo creò
delle leggi (il Codice di Ur-Nammu fu redatto quasi tre secoli prima
del Codice di Hammurabi), e soprattutto il popolo che per primo
inventò la scrittura, ovvero una serie di simboli scritti (o meglio
incisi) che avessero corrispondenza con le idee pronunciate, dando
così inizio a quella che chiamiamo storia e alla prima letteratura.
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| Divinità dei Sumeri, si noti la rappresentazione del sistema solare |
Il percorso che ci ha portato alla
quasi completa comprensione della cultura sumera è stato lungo e
tortuoso, spesso fuorviante, sicuramente complicato anche dalla
differenza concettuale tra la nostra scrittura a lettere e la loro
particolare scrittura, chiamata cuneiforme dalla forma appunto a
cuneo dei caratteri utilizzati. È opportuno precisare che,
concettualmente, la scrittura sumera è molto simile a quella cinese
o giapponese: un ideogramma, o un cuneo nel caso sumero, poteva
indicare non un solo oggetto, ma altri oggetti, idee o gesti
correlati allo stesso. Ad esempio, il simbolo designato per indicare
la parola "bocca", che ha una determinata pronuncia, poteva
essere utilizzato in altri contesti, e con pronunce diverse, per
indicare la sfera di concetti legati alla bocca: "parlare",
"dente", "parola" e via dicendo. Questo fece
cadere in errore i primi sumerologi, quando scoprirono le tavolette
che descrivevano l'Epopea di Gilgamesh, re di Uruk: la prima
traslitterazione del nome "Gilgamesh" fu infatti "Izdubar",
errore che in seguito venne notato e corretto. Questo non è che un
esempio delle difficoltà che gli studiosi incontrarono nel
catalogare e tradurre le tavole di Sumer.
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| Divinità solare con disco del Sole alato di Sumer |
Man mano che gli studi procedevano si
scopriva un mondo fatto di uomini, eroi e dei (gli Annunaki)
strettamente legati gli uni e gli altri ed alla natura stessa. Ai
giorni nostri ancora si discute se la mitologia sia un insieme di
semplici favole, oppure un tentativo di spiegare i fenomeni naturali,
oppure un insegnamento morale nato dalla coscienza collettiva di un
popolo; per quanto riguarda i sumeri, tutte queste congetture sono
probabilmente da ritenersi ugualmente valide.
La civiltà sumera si è sviluppata
intorno al 5.000 a.C., quando il mondo era giovane e l'uomo aveva
appena preso coscienza di sé e della propria collettività. Ci si
può basare sui fatti, senza dubbio, ma la sociologia e
l'antropologia ci vengono in aiuto nella comprensione di un popolo
ormai scomparso. E queste scienze, insieme alle ottime traduzioni dei
testi in nostro possesso, ci presentano un mondo in cui l'uomo non è
completamente padrone del proprio destino: ovverosia, lo è nel
momento in cui si rende consapevole del fatto che si trova sulla
Terra con il solo ed unico scopo di servire gli dei. Egli non è
ancora l'homo faber dei latini, e la morte è l'unica sorte che lo
aspetta: solo gli dei sono immortali, e questa è la legge
ineluttabile della vita.
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| Resti di castelliere ligure a Bric Camulà (Arenzano, GE) |
Dal 3.250 a.C. - Inizia la migrazione dall'India di quelli che noi chiamiamo Fenici e che erano gli stessi che abitavano sulle coste orientali dell’italia meridionale, che allora si chiamavano Yoni perchè portavano un bastone biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di una cultura matriarcale).
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| Venere dei Balzi Rossi, rappresentazione del culto della Dea Madre. |
Questi Hindi portarono con loro la scrittura che già da millenni usavano nella loro patria, l’India. Anche il colore delle proprie vesti, il rosso, era un simbolo matriarcale, il mestruo, da cui Fenici= rossi, mentre i patriarchi vincitori Hindi che rimasero nella loro terra adottarono il bianco, simbolo maschile derivante dal colore dello sperma, adottato dai Bramini.
Dal 3.000 a.C. - A Creta si sviluppa una cultura del bronzo.
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| Cartina dell'isola di Creta con foto dei vari siti e città. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Secondo un'accreditata teoria, tra il 3.000 e il 2.500 a.C., tre popolazioni indoeuropee:
i Kurgan della zona del Volga, nell'alto Mar Caspio,
i Transcaucasici del Caucaso e
i Nordpontini della zona del Mar Nero, tutte di origine indo-europea, si sarebbero mescolate e avrebbero proceduto ad una migrazione di massa che avrebbe coinvolto l'Anatolia (in cui sarebbero entrati in contatto con gli Ittiti), la Mesopotamia (in cui si sarebbero mescolati agli Arii), la Grecia Micenea e l'Europa centrale (contatto con la cultura di Unetice in Boemia).
La coda di questa migrazione orientale ebbe forti contatti con gli Sciti che, attorno all'800 a.C., si diffusero in Mesopotamia (dando luogo alla cultura caldea e in seguito a quella assira),
in Anatolia (in cui erano già presenti Frigi, Lidi e Pontini),
in Grecia,
in Italia (dove, dal 900 a.C., erano presenti gli Etruschi e, ancora prima, i Liguri e gli Italici ) ed
in Europa centrale.
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| Cartina degli spostamenti e migrazioni degli Indoeuropei dal 3.500 - 2.500 a.C |
Dagli Sciti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli.
Henry d'Arbois de Jubainville, grande studioso del XIX secolo della cultura celtica, ipotizzò che la «patria» degli indoeuropei, intorno al 2500 a.C., andasse ricercata nella zona a nord della Persia e dell'Afghanistan, nel bacino dell'Iaxarta e dell'Oxus (attualmente Amu-Daria, fiume che si getta nel mare di Aral) dove oggi sorgono le città di Samarcanda e Buchara, tra la catena dell'Indu-Kush, che separava tali popolazioni dalla valle dell'Indo, il Bolor che serviva loro da limite dalla parte dell'Asia centrale e gli Urali, al di là dei quali si estendeva l'Europa. Le investigazioni chiaroveggenti di Annie Besant e Charles W. Leadbeater contenute nel libro “L'Uomo. Donde viene e dove va” (F.lli Bocca Editori, Milano), propongono invece come patria degli indoeuropei, da loro chiamati già Celti, una zona compresa fra le montagne dell'Asia Centrale dove avrebbero sviluppato, durante un periodo di qualche millennio, delle caratteristiche fisiche, emotive e mentali, oltre che culturali, differenti e nuove rispetto alle popolazioni fino ad allora presenti sul continente euroasiatico. Per Besant e Leadbeater vi fu quindi una grande migrazione a più ondate, cominciata intorno al 10.000 a.C. e terminata circa nel 1200 a.C., che portò i Celti a stabilirsi in diverse zone del loro percorso, una delle quali è dove H. D'Arbois de Jubainville aveva identificato la patria degli indoeuropei, a nord dell'Iran, nel distretto di Erevan, prima di giungere in Europa, fra il 3500 e il 1200 a.C.
Secondo De Jubainville gli indoeuropei, che chiamavano se stessi Ariani (dalla parola sanscrita Arya, i «fedeli», i «devoti»), si divisero in due gruppi che iniziarono a spostarsi:
il primo verso Ovest per giungere e stabilirsi in Europa nei secoli successivi, mentre
il secondo verso Sud, per penetrare nel bacino del Gange e stanziarsi in India.
Il primo gruppo, suddiviso in numerose tribù, marciò verso l'Iran, per giungere poi in Anatolia, nella penisola balcanica e infine in Europa Centrale, dove sviluppò una civiltà fiorente unendosi alle genti neolitiche.
Gli indoeuropei lì giunti diedero un grande impulso all'agricoltura dei cereali ed ebbero il merito di diffondere in Europa l'uso dei metalli e del cavallo.
Le tribù antenate dei Celti occuparono quindi le regioni dell'alto e medio Danubio intorno al XV-XIV secolo a.C. e cominciarono poi a espandersi verso ovest e successivamente, come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree fluviali continuò la coltivazione dei cereali, anche se i villaggi cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno sviluppo maggiore della pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni sociali e religiose.
I Pelasgi, un popolo antichissimo, furono gli
antenati di tutti i popoli indoeuropei; un popolo che seppe
illuminare e insegnò la cultura all’Europa. Di loro si conosce
poco, o meglio dire quasi nulla.
Di questo popolo si sa che scriveva usando l’alfabeto Pelasgico, derivato da quello Fenicio, intorno al 1.000 a.C.
Diodoro Siculo ci informa che i poeti preomerici si esprimevano
proprio con quella lingua e, dalla stessa fonte, apprendiamo che
almeno nel 1.000 a.C. si usava quella stessa scrittura. Inoltre
Diodoro riferisce che furono i Pelasgi a portare per primi l’alfabeto
in Italia, nonchè nel resto dell’Europa, praticando opportuni
adattamenti e migliorie. Plinio il Vecchio conferma le
informazioni di Diodoro. Virgilio (Eneide, VIII, V. 62-63), scrive: “Si dice che i primi abitatori della
nostra Italia furono i Pelasgi”. Dagli autori dell’antichità
abbiamo appreso che prima dell’arrivo dei Greci, il territorio dove
si stabilirono si chiamava Pelasgia. Le varie fonti ci informano
inoltre, che i Greci impararono dai Pelasgi non solo l’arte della
lavorazione dei metalli, della costruzione delle mura, ma appresero,
perfezionandolo, il loro modo di scrivere e facendo proprie le loro
divinità. Varie popolazioni, ma in particolar modo quella pelasgica, hanno dato al
paese il loro nome. Pausania (Arcadia, Libro VIII, 1,4,6) scrive: “Gli Arcadi dicono che Pelago fu il
primo a nascere nella terra dell’Arcadia. Dato che Pelago divenne
re, il paese si chiamò Pelasgia in suo onore”. Pindaro (Carminia, Fragmenta Selecta,
I, 240) scrive: “Portando un bel dono, la Terra fece
nascere per primo l’essere umano nell’Arcadia, il Divino Pelasgo, molto prima della luna”. La citazione di Pindaro potrebbe
apparire valida solo come ispirazione poetica, forse perfino
mitologica, però malgrado ciò, scienziati posteriori hanno
dimostrato che la luna è un frammento staccato dal nostro globo. Omero menziona i Pelasgi fra gli
alleati dei Troiani, (Illiade, II, 840-843) e narra che Achille
pregava lo “ZEUS PELASGICO DI DODONA” (Iliade, XVI, 223). Omero
li menziona anche come “POPOLI di CRETA” , (Odissea, XIX, 177). Lo storico Eforo riferisce di un brano
di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in
Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri
diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato
tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a
loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro
insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e
sono in stretta relazione con i "Tirreni" (da cui disceserro gli Etruschi). La caratteristica struttura della
muratura della cittadella di Atene ha fatto si che tutte le
costruzioni in blocchi non squadrati e senza l'uso di malta abbiano
avuto il nome, di "muratura pelasgica" esattamente come
talvolta sono dette "mura ciclopiche", cioè costruite dai
Pelasgi: coloro che insegnarono ai greci i metodi delle
costruzioni, il modo di scrivere e la cultura.
Nermin Vlora Falaski, nel suo libro
"Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in
lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con
la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi
(discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi,
una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito
proporremo alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località
dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella
“Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la
parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in
albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per
dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima
città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona,
(nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri
raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si
accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un
bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad
un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione
particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi
floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente
scritta:
La voce verbale â o âsht (in Italiano
è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel
Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei
Toschi, si impiega la voce ësht.
Le varie fonti ci informano che i Greci
impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei
metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo,
il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per
esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA),
la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus
dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche
“Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori,
chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI
(LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”,
paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio.
Parole con la radice Lir la troviamo
con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri),
Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè),
Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad),
Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio,
esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante
i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente
attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come
gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di
questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese
di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto,
paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI
(nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI
(PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). Il nome Pelasgi si può riferire alla
parola Albanese PELLG (mare profondo), come in italiano “pelago”. In generale, le iscrizioni più antiche
si presentano formulate da destra a sinistra e continuando talvolta
da sinistra a destra, cioè in forma bustrofedica, e spesso senza
interruzione tra una parola e l’altra".
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| Europa - Nomi delle regioni e isole della Grecia, con le isole Cicladi al centro, in rosa. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Dal III millennio a.C. si avranno tre aree culturali, corrispondenti a tre diverse regioni: civiltà minoica nell'isola di Creta, civiltà cicladica nelle isole Cicladi, e in seguito civiltà elladica, o micenea in Grecia continentale e Peloponneso.
Dal 2.700 a.C. - A Creta inizia la costruzione dei grandi palazzi minoici.
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| Cnosso, a Creta. Resti del palazzo di Minosse |
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| Creta - Resti del palazzo di Minosse a Cnosso, con parziale ricostruzione |
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| Valle Lagorara (Maissana - SP) L'affioramento di diaspro |
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Valle Lagorara
(Maissana - SP) Il fronte di estrazione; le caratteristiche fratture concoidi prodotte dai colpi inferti con percussioni come in primo piano |
le cave di diaspro rosso di valle Lagorara, in Liguria, presso Maissana, dalle quali si ottenevano schegge che, opportunamente lavorate, diventavano taglienti punte di freccia.
Dal 2.500 a.C. - A Creta prospera la Civiltà Minoica, con grande diffusione nell'Egeo, nella Grecia continentale e Peloponneso e anche in altre parti dell'area mediterranea.
Prende il nome di civiltà minoica dal mitico re Minosse (che in realtà non è un nome proprio ma un termine per indicare il sovrano, come faraone per l'antico Egitto).
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| Ricostruzione virtuale del Palazzo di Minosse a Cnosso: il Labirinto |
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| Creta - Interno del palazzo di Minosse a Cnosso |
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| cnosso - Rappresentazione delle labris, le ascie bipenne |
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| Creta - Interno del palazzo di Minosse a Cnosso |
Il palazzo di Minosse, o meglio, dei Minossi di Creta, a Cnosso, disponeva di 1.300 camere disposte su quattro piani, collegate fra di loro da chilometri di corridoi.
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| Cnosso - Affresco del Toro, sacro ai cretesi |
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| Creta - Interno del palazzo di Minosse a Cnosso |
Protocittà: Cnosso, Festo, Mallia, caratterizzate da grandiosi palazzi. Creta arriva certamente ad esercitare il proprio influsso sul continente (la leggenda di Teseo e del Minotauro indica pesanti tributi imposti da Creta ad Atene).
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| Creta - Affresco dei danzatori sul toro nel palazzo di Minosse a Cnosso - Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Liguria - Tipici terrazzamenti liguri |
Dal 2.000 a.C. - La prima metà del II millennio a.C. in Europa è importante soprattutto per l'ampia diffusione dei metalli e per la loro lavorazione. La prima testimonianza di una presenza di lavoratori di metalli in territorio europeo viene dai Balcani orientali e l'influenza esercitata da questi fu notevole per tutta l'Europa centrale, specialmente per la sostituzione delle asce neolitiche realizzate in pietra o in corno con quelle in rame e in bronzo. Una delle strade attraverso le quali si diffuse la conoscenza delle asce di metallo fu forse quella che percorreva le steppe del Ponto, provenendo dal Caucaso. Oltre alla lavorazione dei metalli o alle asce da battaglia, gli allevatori pontici ed europei avevano altre caratteristiche in comune.
L'inumazione in tombe singole, spesso sotto un tumulo circolare, con il corpo accompagnato dalle armi e dalla mobilia posseduta in vita dal defunto, costituiva la forma di sepoltura maggiormente diffusa, mentre nel vasellame lo erano alcune forme particolari e diversi tipi di decorazioni. Queste popolazioni praticavano l'allevamento di suini e bovini, ma maggior interesse suscitano le tecniche di allevamento dei cavalli e il loro sfruttamento. Ossa di cavallo insieme a quelle di suini e bovini (tutti animali aventi forti valori simbolici legati all'Altromondo) sono state ritrovate frequentemente nelle tombe in tutta la zona culturale presa in esame.A quell'epoca le mandrie di tarpan, il piccolo cavallo eurasiatico, costituivano molto probabilmente un importante mezzo di trasporto e il loro valore come bestie da soma lascia pensare che non vennero utilizzate come carne da macello, a differenza di bovini e suini. Tuttavia si può supporre che i pastori del III e II millennio a.C. non utilizzarono il tarpan come mezzo di spostamento rapido, data la sua piccola taglia, e che questo antenato dei cavalli celtici venne considerato un animale da cavalcare solo in grazie a pasture migliori e allevamenti più selezionati.
L'ipotesi di una
grande invasione di popolazioni indoeuropee irrompenti in Europa
dalle steppe eurasiatiche all'inizio del II
millennio a.C. è basata sull'idea di
utilizzo del cavallo come mezzo di spostamento rapido per gruppi di
guerrieri armati di lance, spade, scudi, elmi e pugnali in metallo,
anche se diversi studiosi oggi preferiscono pensare a un'espansione
incruenta dovuta più alla diffusione di idee religiose, sociali e
soprattutto tecnologiche che a una immigrazione consistente.
La diffusione degli
indoeuropei in Europa portò quindi nuove caratteristiche culturali e
tecnologiche e determinò notevoli cambiamenti. Importante è
sottolineare il fatto che le antiche culture europee cominciarono da
questo momento ad abbandonare il matriarcato per accettare il
patriarcato portato dai nuovi venuti, riducendo i riti per il culto
della fertilità orientati verso la terra, per passare all'adorazione
degli dèi solari. Gli studiosi sono
ormai concordi nell'affermare che le tribù indoeuropee giunsero in
Europa in un arco di tempo ampio compreso fra il 3500 e il 1200 a.C.,
apportando rilevanti innovazioni tecnologiche e contribuendo alla
trasformazione profonda delle strutture sociali, culturali e
religiose delle popolazioni neolitiche. Intorno al XIII
secolo a.C., quando tutto il Mediterraneo
stava vivendo un periodo caratterizzato da catastrofi naturali quali
terremoti, siccità, maremoti e gelo, giunse l'ultima ondata di tribù
indoeuropee che completò l'opera di mutamento culturale destinato a
modificare per sempre il volto dell'Europa, con lo sviluppo del
fenomeno celtico.
Per visualizzare il post "Celti: Storia e Cultura", clicca QUI
Nel 2.000 a.C. - A Creta prosegue l'edificazione di grandi palazzi minoici.
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| Creta e la sua area di influenza nel mar Egeo. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
I Cretesi reagiranno facendo fiorire rapporti commerciali con il Mediterraneo orientale e fondando numerose colonie.
Intorno a 1600 a.C. seconda distruzione dovuta all'eruzione vulcanica dell'isola di Thera (odierna Santorini), e conseguente invasione dei micenei, gli Achei
Enigma: Platone ha derivato il mito della distruzione di Atlantide da Thera?
E l'impero di Creta, di cui faceva parte Thera, era quella che Platone chiama Atlantide?
Forse sì. Vedremo perchè nel 1628 a.C.
Nel Mar Mediterraneo orientale entra in uso la vela nella navigazione.
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| Antica imbarcazione Greca |
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| Antica imbarcazione Egizia |
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| Antica imbarcazione Fenicia con chimera |
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| Ricostruzione di come doveva essere il "cromlech" di Stonhenge |
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| Le isole Cicladi, in Grecia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
La Civiltà Cicladica raggiunge il massimo splendore intorno al 2.000 a.C. Viene edificato il santuario di Delo, dedicato ad Artemide, Quindi subisce l'influenza di Creta, che le imporrà il suo definitivo dominio.
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| Carta con Micene in Grecia, le isole Cicladi, Rodi e Creta con le sue proto-città. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Dal 2000 a.C. - Data che segna dell'Età del Bronzo in Europa, dopo Creta e dopo la civiltà proto-Ligure.
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| Località di rilievo per le civiltà dei metalli: civiltà del Rame dall' 8000 a.C., la civiltà del Bronzo dalla metà del II millennio a.C., civiltà del Ferro dal IX sec. a.C. |
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| Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori nell'antica Grecia, e da lì in Asia Minore e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C. |
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| La Y degli Ioni |
Interessante è l'intervento tratto da http://nosatispassion.altervista.org/tipografia/5466/i-fenici-inventano-lalfabeto/
"Quelli che noi chiamiamo fenici erano
gli stessi che abitavano sulle coste orientali dell’italia
meridionale, allora si chiamavano Yoni perchè portavano un bastone
biforcuto per simbolizzare i genitali femminili (erano portatori di
una cultura matriarcale). Quando proseguirono per il medio oriente li
chiamarono Pallis(palo,bastone,pastori),a causa del bastone, e dopo
che si insediarono nel territorio circostante le rive del giordano
denominarono quella terra “Pallis-tan (tan= terra),che signica
“Terra dei Pastori”, italianizzato Palestina. Alcuni fra questi
preferirono la vita nomade e si fusero con i popoli delle sabbie,
ara-bac, quelli che gli Egizi chiamarono poi Hixo s= capi pastori. Non
dirò cosa fecero dopo quando conquistarono l’Egitto ma, per
tornare sul tema dell’alfabeto, dirò quello che erano prima…da
dove venivano. Venivano dall’INDIA, dopo la scissione del grande
impero bianco, che gli Ari avevano sovrapposto al grande impero nero,
a causa del conflitto sulla causa prima del mondo, maschile o
femminile. Costoro erano i perdenti, cioè la feccia dell’India
protostorica. Erano i primi Hindi che si riversavano, a partire del
3250 a.c., in altre parti del mondo. Quelli che seguirono il principe
Hirsou che aveva perso la sua battaglia per l’affermazione
femminile, vennero chiamati Hirsity e poi Hittiti.Alcuni di questi si
stanziarono in Hirpinia (capito il senso) e malevento. Siccome lo
spazio sta per finire mi rimane poco per dire che questi Hindi
portarono con loro la scrittura che già da millenni usavano nella
loro patria, L’India.Anche il colore delle proprie vesti, il
rosso, era un simbolo matriarcale, il mestruo,da cui fenici = rossi,
mentre i patriarchi vincitori Hindi che rimasero nella loro terra
adottarono il bianco, simbolo maschile derivante dal colore dello
sperma, adottato dai Bramini."
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| Sardegna: Tomba dei Giganti. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Nuraghe sardo. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Monumenti rappresentativi della
Civiltà nuragica, i nuraghi furono costruiti nel II millennio a.C., a partire
dal 1.900 a.C.
Nello stesso periodo storico, sempre in
Sardegna, venivano edificate le misteriose "Tombe dei Giganti.
Dal 1.900 - 1.800 a.C. - Nella Civiltà Minoica entra in uso la scrittura "Lineare A".
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| Scrittura sillabica "Lineare A" |
Il fallimento nel determinare la lingua
trascritta con la Lineare A ha impedito lo stesso tipo di progresso
fatto con la Lineare B nella sua decifrazione.
Sembra che la Lineare A sia stata
utilizzata come sillabario completo intorno al 1900–1800 a.C.,
anche se svariati segni apparvero già in precedenza. È possibile
che la scrittura troiana rinvenuta da Heinrich Schliemann ed una
iscrizione rinvenuta nella zona centrale di Creta, così come alcuni
marchi su ceramica da Lahun, Egitto (12esima dinastia) provengano da
un periodo precedente, circa 2100–1900 a.C., il quale è il periodo
della costruzione dei primi palazzi.
I sistemi di scrittura adottati a
Creta e poi in Grecia prima dell'introduzione dell'alfabeto, vengono
distinti con le designazioni di scrittura lineare A (dal 1600 a.C. al
1400 a.C.) e scrittura lineare B (dal 1450 a.C. al 1200 a.C.). La A,
con 85 segni, è diffusa in tutta l'isola di Creta, mentre la B, con
88 segni, nell'isola è rinvenuta solo a Cnosso, ma si trova anche
nella Grecia continentale, a Pilo e a Micene. La lineare A
costituisce ancora notevoli problemi per la sua decifrazione, sembra
inoltre che dietro questa scrittura si celi una lingua non
indoeuropea. La lineare B, grazie all'opera di Michael Ventris, è
ormai facilmente decifrabile e serviva per trascrivere un dialetto
greco dalle caratteristiche molto arcaiche.
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| Carta tolemaica del III secolo della Scizia (Scythia e Serica) La Scizia è separata in due parti dai monti Imai (l'Himalaya) Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
L'inizio della migrazione degli Sciti
oltre il Caucaso, oltre al generale sommovimento delle popolazioni
nomadi ad est della Scizia, fu causato dalla cacciata verso ovest
delle tribù Hiung-nu (identificate con il popolo degli Unni) che
così mossero verso occidente mettendo in breve tempo in moto tutte
le tribù nomadi delle steppe.
Erodoto afferma che in origine gli
Sciti sarebbero stati scacciati dagli Issedoni, un popolo del
profondo nord. Gli Sciti avrebbero poi guadato il Volga e si
sarebbero insediati negli antichi territori dei Cimmeri, poi chiamati
Scizia, poiché erano braccati dai Massageti.
L'invasione del regno dei Cimmeri lacerò quest'ultimi: la popolazione voleva semplicemente fuggire mentre i sovrani non volevano cedere all'invasione scita. Approssimandosi l'arrivo degli Sciti, i sudditi abbandonarono le loro terre senza combattere e i re, rimasti soli, si divisero in due gruppi e combatterono tra loro sterminandosi a vicenda. I loro corpi vennero sepplliti lungo le rive del fiume Dnestr.
L'invasione del regno dei Cimmeri lacerò quest'ultimi: la popolazione voleva semplicemente fuggire mentre i sovrani non volevano cedere all'invasione scita. Approssimandosi l'arrivo degli Sciti, i sudditi abbandonarono le loro terre senza combattere e i re, rimasti soli, si divisero in due gruppi e combatterono tra loro sterminandosi a vicenda. I loro corpi vennero sepplliti lungo le rive del fiume Dnestr.
« Pare che i Cimmeri, in fuga dagli
Sciti, si siano rifugiati in Asia (la penisola anatolica, n.d.r.) e abbiano colonizzato la penisola
nella quale sorge attualmente la città greca di Sinope » (Erodoto, Storie, IV, 12, 2)
Gli Sciti (o Scythi) furono una
popolazione seminomade di origine iranica, mitologicamente nata o
dall'unione tra Eracle ed Echidna, o tra Zeus ed il fiume Boristene,
tra l'VIII ed il VII secolo a.C.
| Guerriero Scita, reperto in feltro. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Per i Greci, il popolo degli Sciti è
nato dall'unione di Echidna con Eracle che, essendo giunto in Scizia,
era stato costretto a giacere con il mostro affinché gli restituisse
i suoi cavalli che lei gli aveva sottratto. I discendenti della loro
unione furono sottoposti ad una particolare prova, come ordinato da
Eracle ad Echidna: dovevano essere in grado di tendere l'arco e
cingersi in vita la cintura così come faceva lui. Quelli che ne
fossero stati in grado, avrebbero potuto dimorare nella Scizia, gli
altri no. Solo il terzogenito, Scita, fu in grado di tendere l'arco
cingere la cintura come Eracle, e così fu il primo re della Scizia.
Altra tradizione riferita da Erodoto è un mito tramandato dagli stessi Sciti, che racconta di come il primo uomo nato in Scizia fu Targitao, figlio di Zeus e del fiume Boristene. Questi generò tre eredi: Lipossai, Arpossai e Colassai. Un giorno, dal cielo discesero tre oggetti d'oro: un'ascia bipenne (labris per gli antichi Cretesi), un aratro d'oro con giogo ed una coppa. Il primogenito, Lipossai, tentò di afferrare i doni divini, ma non appena vi provò, gli oggetti si fecero incandescenti.
Altra tradizione riferita da Erodoto è un mito tramandato dagli stessi Sciti, che racconta di come il primo uomo nato in Scizia fu Targitao, figlio di Zeus e del fiume Boristene. Questi generò tre eredi: Lipossai, Arpossai e Colassai. Un giorno, dal cielo discesero tre oggetti d'oro: un'ascia bipenne (labris per gli antichi Cretesi), un aratro d'oro con giogo ed una coppa. Il primogenito, Lipossai, tentò di afferrare i doni divini, ma non appena vi provò, gli oggetti si fecero incandescenti.
Dopo di lui, anche il secondogenito
Arpossai provò a fare suoi i regali, ma anche questa volta gli
oggetti divennero incandescenti e fu impossibile afferrarli.
Solo
l'ultimogenito, Colassai, riuscì ad appropriarsi dei tre manufatti
d'oro; per questo motivo, i fratelli maggiori gli cedettero la loro
parte di regno. Da Lipossai discese la tribù degli Aucati, da
Arpossai i Catiari e i Traspi, da Colassai i Paralati.
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| Carta della Scizia, con le popolazioni Scite in marrone, quelle assimilabili agli Sciti in verde e le popolazioni limitrofe in ocra. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Secondo Erodoto, il territorio della
Scizia è di forma quadrata, ed è delimitata a nord dai territori
degli Agatirsi, ad est dal Mare d'Azov e ad ovest dal Ponto Eusino.
La Tracia ne era una propaggine, mentre la Crimea non ne faceva
parte.
Erodoto descrive l'estensione della
Scizia partendo da Olbia, colonia di Mileto fondata sulla foce del
Bug Meridionale, affermando che, seguendo la costa, il territorio era
abitato da una popolazione culturalmente greco-scita, i Callippidi;
oltre di essi ve ne era un altro, gli Alizoni. Culturalmente
ascrivibili ai costumi Sciti, questi popoli erano sostanzialmente
sedentari, poiché coltivavano grano, cipolle, aglio, lenticchie e
miglio. Oltre gli Alizoni vi erano poi gli Sciti "aratori",
che coltivavano grano, non per il proprio sostentamento ma per
commerciarlo. Dopo il Dnepr, all'interno, vi erano gli "Aratori"
che i greci del luogo chiamavano Boristeniti, ma che di se stessi
dicevano di chiamarsi Olbiopoliti. A est degli Sciti agricoltori,
dopo il fiume Panticape, vi erano gli Sciti nomadi, che occupavano un
territorio del tutto brullo, esteso fino al fiume Gerro; oltre questo
fiume, vi erano i territori "reali", dimora degli Sciti più
valorosi che, a loro volta, ritenevano gli abitanti del resto della
Scizia loro schiavi; i territori reali arrivavano fino alla Crimea e,
verso oriente, fino al Mare d'Azov. Un breve tratto di questa regione
arrivava a lambire anche il fiume Don. Di là dal Don non si era più in
Scizia ma, oltrepassati i territori dei Budini, dei Tissageti e degli
Iurci, ad est, vi erano altre tribù scite che si eranodistaccate
dall'originario insieme degli Sciti reali.
Secondo Tamara Rice, gli Sciti
appartenevano al gruppo indoeuropeo di probabile ceppo iranico,
oppure ugro-altaico. Il Dragan ritiene che gli Sciti fossero un
popolo indo-iraniano.
Recenti analisi fisiche hanno
unanimemente scoperto che gli Sciti, anche quelli che vivevano nella
zona di Pazyryk, avevano caratteristiche fisiche spiccatamente
europee. Ulteriori conferme sono giunte dallo studio di antichi resti
di DNA. Uno studio del 2002 ha analizzato la genetica materna di
resti umani di un uomo e una donna risalenti al periodo Saka
provenienti dal Kazakhstan, presumibilmente marito e moglie. La
sequenza mitocondriale HV1 del maschio era simile alla sequenza
Anderson, che è la più diffusa tra le popolazioni europee.
Viceversa, quello femminile suggeriva origini asiatiche.
Nel 2004, è stata analizzata la
sequenza HV1 ottenuta dai resti di un maschio scita-siberiano
proveniente dall'Altaj, rivelando che l'individuo apparteneva alla
linea materna N1a. Il DNA mitocondriale estratto da altri due
scheletri della medesima zona ha mostrato come entrambi i soggetti
presentassero caratteristiche di origine euro-mongolide. Uno dei due
scheletri apparteneva alla linea materna F2a e l'altro alla linea D,
entrambe caratteristiche delle popolazioni eurasiatiche.
Uno studio del 2009 ha preso in
considerazione gli aplotipi e gli alfatipi di ventisei campioni di
antichi resti umani dell'area di Krasnoyarsk, in Siberia, risalenti
ad un periodo compreso tra la metà del II millennio a.C. e il IV
secolo a.C.. Pressoché tutti i soggetti appartengono all'aplogruppo
R1a1-M17. Gli autori dello studio ritengono che i dati mostrino come,
tra l'età del bronzo e l'età del ferro, la costellazione di
popolazioni variamente chiamate Sciti fosse geneticamente più vicina
ai popoli dell'Europa orientale che non dell'Asia centrale e
meridionale. ![]() |
Corona reale, Tillia Tepe, parte del
tesoro scita di Kul-Olba
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
|
Un ruolo preponderante, nella religione
degli Sciti, era svolto dall'oro, insediatosi nella cultura scita
dopo la lunga permanenza in Medio Oriente. Esso è ben testimoniato
da un mito fondativo scita riferito da Erodoto; grazie agli oggetti
aurei, infatti, Colassai divenne il re-sacerdote della Scizia. L'oro
veniva perciò considerato il tramite tra la dimensione umana e
quella divina, elemento fondativo della società scita. Sempre
secondo il mito originario scita, Colassai istituì tre regni per i
suoi figli e il più vasto fu conferito a colui che aveva l'onere di
custodire l'oro sacro. Anche per questo il re era considerato il
custode dell'oro sacro, in onore del quale annualmente venivano
celebrati particolari sacrifici propiziatori. Chi, durante tali
feste, custodiva l'oro sacro beneficiava di particolari privilegi in
quanto il compito era considerato piuttosto gravoso; infatti, gli
Sciti ritenevano che chi si fosse addormentato mentre custodiva l'oro
sacro sarebbe morto entro la fine dell'anno. Pertanto, chi doveva
custodirlo riceveva in dono una porzione di terreno pari a quanto
sarebbe riuscito a girarne a cavallo nell'arco di una giornata.
Secondo gli Sciti, l'oro veniva
custodito dai grifoni, che vivevano nel profondo nord.
Dagli Sciti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli.
Dagli Sciti i Proto-Celti mutuarono molte usanze, dall'uso delle tombe a tumulo, all'allevamento del cavallo, ritenuto sacro, dal rito di tagliare e conservare la testa del nemico a protezione della propria capanna, alla suddivisione in classi sociali, ove aristocratico era colui che possedeva più cavalli.
Dal 1.700 a.C. - Il 3 luglio 1908,
gli archeologi che stavano scavando nell'antico palazzo minoico di
Festo, a Creta, si imbatterono in uno degli oggetti più sorprendenti
nella storia della tecnologia: il disco di Festo.
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| Il disco di Festo. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il Disco di Festo è un manufatto in
terracotta ancora immerso nella leggenda e nel mistero.
Venne rinvenuto sotto un muro del palazzo di Festo da due archeologi, l'italiano Luigi Pernier e Federico Halbherr e l’attribuzione di una data con il metodo stratigrafico lo pone intorno al 1700 a.C.
Venne rinvenuto sotto un muro del palazzo di Festo da due archeologi, l'italiano Luigi Pernier e Federico Halbherr e l’attribuzione di una data con il metodo stratigrafico lo pone intorno al 1700 a.C.
A una prima occhiata non sembrava
niente di speciale: un disco piatto e non dipinto di terracotta del
diametro di una quindicina di centimetri. Ma a un esame più attento,
si vide che su entrambi i lati erano impressi i segni di una
scrittura, disposti lungo una linea a spirale che in cinque giri
convergeva verso il centro. Il disco sembrava progettato ed eseguito con
cura, in modo che la scritta iniziasse sul bordo e finisse
esattamente al centro, sfruttando tutto lo spazio disponibile. La prima particolarità che salta
all’occhio sono le dimensioni del disco: 16 cm di diametro per 16
mm di spessore. In secondo luogo appare interessante il modo in
cui il disco è stato decorato: si tratta di un motivo a spirale che
di conclude esattamente nel centro del disco, su entrambi i
lati.
All’interno della spirale vi sono riportati 241 simboli divisi in gruppi con delle “stanghette” che chiudono lo spazio di scrittura. Il basso numero di simboli unici, 45 ha fatto ipotizzare un sistema sillabico, resta il fatto che ad oggi, dopo numerosi tentativi, il disco è rimasto indecifrato. Un’ultima curiosità: i simboli non sono stati incisi, bensì “stampati” sulla creta fresca del disco.
All’interno della spirale vi sono riportati 241 simboli divisi in gruppi con delle “stanghette” che chiudono lo spazio di scrittura. Il basso numero di simboli unici, 45 ha fatto ipotizzare un sistema sillabico, resta il fatto che ad oggi, dopo numerosi tentativi, il disco è rimasto indecifrato. Un’ultima curiosità: i simboli non sono stati incisi, bensì “stampati” sulla creta fresca del disco.
L'esame
stratigrafico del reperto lo datava intorno al 1700 a.C.; e in
effetti il disco era stato trovato entro la cerchia delle mura del
primo palazzo che si trovava ad un livello inferiore rispetto alla
cinta muraria del secondo palazzo. Convenzionalmente abbiamo definito A e
B le due facce.
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| Disco di Festo, faccia A. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
La prima osservazione va fatta
sull'oggetto e sulla sua forma. La forma circolare vuole presumibilmente esprimere l'idea della sacrale globalità della
preghiera che viene così resa dalla figura geometrica più perfetta
e che richiama, in maniera fortemente simbolica, l'idea del cielo e
dei corpi che in esso si muovono e il cerchio magico che - come luogo
di culto - è presente in molte facies culturali già in epoca
tardo-neolitica (come memoria ancestrale del cerchio degli individui
che si stringeva attorno al fuoco "sacro").
La specificità di tale testo sta nella
scrittura che, ovviamente, si dipana libera attraverso le spire della
tavoletta come libera solo può essere la parola ed ogni
forma di comunicazione anche rituale.
Il Disco di Festo, già sotto questo
profilo, presenta una sua singolarità.
![]() |
| Disco di Festo, faccia B. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Le varie "sezioni" del
"testo" sono nettamente distinte e separate le une dalle
altre; ma non in maniera tale da mantenere, pure visivamente,
l'unitarietà del testo, ma con un sistema di barrette verticali che,
unite alla linea della spirale, finiscono con l'incasellare ogni
unità semantica in uno spazio fortemente delimitato che poco concede
al libero dipanarsi della parola.
Una analisi, poi, dei segni ci dice
anche altro. Essi (123 sul lato A, e 119 sul lato B) non appaiono
assimilabili ad alcuna forma nota di scrittura, ed inoltre è
discutibile la loro cifra linguistica.
Vediamo di capirne il perché.
Chi ha sostenuto la tesi che trattasi
di scrittura ha dovuto affermare, a cominciare da Ventris e Chadwick
nel loro Documents in Mycenaean Greek, che trattasi verosimilmente di
una scrittura di tipo egeo, e comunque sillabica. D'altra parte finora nessuno ha messo
in dubbio che si tratti di una forma di scrittura, ma nonostante ciò
nessuno è riuscito a "decifrare" l'oscuro messaggio che ci
viene da un tempo tanto remoto né, peraltro, a riconoscere il
registro di una tale forma di comunicazione.
Non sappiamo che valenza abbiano i
segni, se acrofonica o d'altro tipo, né sappiamo se trattasi di
lingua affine al ceppo ie.; ma un'analisi linguistica può anche
prescindere da codesti elementi.
Intanto solo un paio di "parole"
su entrambi i lati del disco, finiscono con il medesimo segno, e tale
caratteristica ci dice tanto sulle caratteristiche morfologiche della
lingua: se si tratta di lingua non è indubbiamente del tipo
flessivo!
Ma questo appare quanto meno strano,
almeno in quell'area geo-linguistica che va dai Balcani ai limiti
delle regioni microasiatiche. Ed allora? Ma anche altri elementi ci
fanno dubitare che si tratti di un linguaggio. Dovrebbe essere di
tipo sillabico? Ma diverse sezioni presentano una serie di 6 o
addirittura 7 segni, il che indicherebbe la presenza di parole
eccessivamente lunghe. E poi, l'analisi interna dei segni per ogni
sezione ci dice anche altro: appare strano, ad es., che il segno del
"guerriero con elmo" appaia soltanto all'inizio di ogni
sequenza in entrambi i lati del disco; che esistano serie di due
segni ripetuti ma mai all'inizio della sequenza; che esistano
varianti di "posizione" di taluni segni, posti ruotati
talvolta di 45° o di altri che sono stati sfasati senza, per ciò,
indicare (o la indicano? ed allora tale funzione appare assai strana
in una fase arcaica del linguaggio!) una atipica loro specificità...
. Insomma, la singolarità della cifra semantica delle varie sequenze
del Disco di Festo ci impedisce di credere che si tratti di
linguaggio.
Lo ripetiamo, basta riflettere su
quanto sopra abbiamo detto: il fatto pertanto che ogni "parola",
ogni sequenza, presenti un impianto strutturale e morfologico sempre
diverso, nel quale si individuano ben 33 "suffissi" diversi
(23 A / 10 B), in un "testo" tutto sommato cosi breve,
tutto ciò rafforza in noi l'idea, quella primitiva intuizione, che
non si tratta di scrittura.
Qual è stata tale primitiva
intuizione?
Quella secondo cui il Disco di Festo
altro non è che un "normalissimo" CALENDARIO-DIARIO ad uso
e consumo, forse, dei giovani (o della gente in genere) di quel
tempo; per cui altro dev'essere il codice di lettura del reperto per
poterne valutare esattamente lo spessore.
Quello che mi colpisce, che mi ha
colpito nella primavera del 90 (dopo la "mia" lettura dei
testi in Lineare B), è il numero delle sezioni in cui è divisa ogni
faccia del disco: 31 sul lato A, e 30 sul lato B. E' una singolarità
troppo evidente per essere trascurata, né può trattarsi di semplice
coincidenza.
Sopra abbiamo detto della forma del
reperto, in relazione alla tav. di Magliano e al suo carattere
votivo; qui, invece, la circolarità dell'oggetto è in relazione al
circolo solare ed al suo moto durante l'anno e appare configurare
l'immagine del cielo e quindi il computo del tempo in relazione agli
eventi astrali o stagionali. Questo si legge, si intuisce,
immediatamente al primo approccio; quindi, analizzando il "testo",
altro inizia a prendere forma: la consapevolezza che il cerchio
voglia esprimere, rappresentare in maniera immediata e simbolica,
conoscenze geo-matematiche che attengono alla figura.
Si tratta, fra l'altro, di un oggetto
didattico, come tanti altri in uso in antichità; come le anforette
etrusche che recano graffito l'alfabeto, quelle di Graviscae, di
Formello, di Viterbo, e di Cerveteri.
All'inizio erroneamente pensai che il
mese potesse essere suddiviso per "settimane". Considerando
che potevano essere, ad es., di 31 gg. i mesi estivi e di 30 quelli
invernali, mi chiesi se c'era un numero distintivo di quella cultura
per il quale il mese potesse essere suddiviso.
Ponendo, difatti, il 5, le serie che si
formano sono.
19, 20, 19, 23, 19, 19, 3
20, 19, 19, 19, 19, 21.
Il 19, come insieme di attività da
compiere per "settimana", ritorna con una certa frequenza.
Ma una suddivisione del mese in
periodi, per quell'età, non è assolutamente ipotizzabile per motivi
che qui non starò a dire; se mai, la frequenza del 19 sta a
dimostrare qualcosa, di cui diremo fra poco, in relazione alla
regolarità dinamica in serie di sequenze.
In ogni caso il "gioco" dei
numeri, una sorta frattalica di cabala, mi spinse nella direzione
giusta, facendomi comprendere qualcosa della cultura di quelle genti
che non avrei immaginato.
Difatti v'è un'altra analisi che
appare ancor più sconvolgente.
Se assumiamo come "diagonale"
del disco il raggio, la sezione, che individua il cerchio presso il
punto d'inizio del "testo", ci accorgiamo che per ogni
"spira" v'è (per ambo i lati) una sola serie che appare,
multipla del 3.
12 , 9 , 6 , 3 , 1 (lato A)
12 , 9 , 6 , 3 (lato B).
Il che è ancora più straordinario, in
quanto dimostra che a quel tempo il calcolo (sia pure in un sistema a
base dieci) era già basato sul 3 e sui suoi multipli.
L'immagine esplosa delle due facce
appena vista lo indica chiaramente.
Per cui anche l'anno doveva essere...
anzi già era di dodici mesi. Difatti:
6 mesi di 31 gg. = 186 gg.
6 mesi di 30 gg. = 180 gg.
totale 366 gg.
Stupefacente!
Per quanto attiene ai segni, tutti e
due i lati iniziano con la stessa immagine, quella del guerriero con
l'elmo:
Se osserviamo in che modo, con quale
frequenza il segno si ripete ci accorgiamo
che tale attività è praticata col seguente ritmo. Se indichiamo con "X" tale
attività e con "0" globalmente le altre, otteniamo tale
sequenza: X000 X00 X0 X0 X0 X0 XX0 XX0 XX00 X00
X00 (lato A).
Ovviamente non indichiamo con la "X"
soltanto il segno in questione (non sarebbe utile), ma tutta la
sequenza che s'apre con tale segno; cioè la giornata (ad es. la
prima, la quinta, l'ottava, etc.) nella quale la prima attività da
compiere è quella delle armi; con "0" ogni giornata che
non s'apre con tale attività. Questo per stabilire il ritmo e il
gravame dell'impegno profuso.
Se, invece, osserviamo l'altra faccia
del disco, notiamo come l'impegno per le attività militari qui
diminuisca. Da ciò si potrà pure dedurre l'alternarsi delle varie
attività, e il riconoscerle, fra il periodo primavera-estate e
quello autunno-inverno. Osservando, poi, il ritmo delle
sequenze si noterà anche una scalarità quasi metrica, che
corrisponde alla necessità che le varie attività possano essere
distribuite nel mese con sapienza e, diremmo oggi, progressione
didattica.
Quali altre attività si riconoscono? Alcune appaiono chiaramente identificabili:
quella dell'esercitarsi con l'arco,
di costruire elmi o corazze,
del saper usare raspa e trapano,
ed ascia,
o di dedicarsi all'agricoltura, o
addirittura di fare musica
Altri segni sono meno facilmente
identificabili, e dalla capacità che avremo di poterli riconoscere
dipenderà la possibilità di poter tracciare un quadro delle
abitudini e della cultura di tale popolo. Il quale fu anche
pescatore, curò le attività ginniche, fu dedito alla pastorizia,
introdusse la coltura del fico a e stabilì probabilmente rapporti
particolari con l'altro sesso.
La figurina di donna deve pur avere un
suo particolare significato, anche se ancora esso non ci appare
chiaro. Così come non sono chiari altri segni, la cui valenza e
cifra devono essere riconosciute.
Altri segni, poi, sembrano richiamarci
ad alcuni elementi che troviamo nella scrittura lineare B, di cui il
Disco di Festo deve essere coevo; ché, se la scrittura Lineare B è
testimoniata in tavolette stilate intorno al XVI sec. a.C., essa è
così bene e compiutamente strutturata che la sua formazione deve
risalire per forza di cose a secoli precedenti, per cui il disco in
questione, in questo caso, altro non fa che testimoniare la presenza
di elementi pittografici che, nel linguaggio, assumono intanto la
valenza di fonogrammi.
e, l'abbiamo già vista, l'ascia
bipenne
che nel miceneo appare nettamente
stilizzata nel segno che anticipa il moderno
fonema T.
Da oggi, voglio sperarlo, il Disco di
Festo non sarà più un problema linguistico; rimarrà, soltanto,
densa e di particolare spessore la sua cifra, matematica e culturale.
Questa la comunicazione che feci,
nell'ottobre del 1991, al II Congresso Internazionale di Micenologia
al quale partecipai quale rappresentante-delegato del Presidente del
CNR.
Noi sappiamo che la scoperta
dell'ubicazione di Festo fu dovuta allo spirito avventuroso di un
militare inglese, il generale Spratt il quale, Strabone alla mano,
rintracciò l'antica città cretese di cui parlarono anche altri
autori classici quali Omero nell'Iliade (II, 648) e nell'Odissea
(III, 296) e Diodoro. Dal 1.680 a.C. - I Fenici, probabilmente ispirati dalla scrittura degli Egizi, mettono a punto l'alfabeto di 22 simboli fonetici. L'idea di codificare un sistema di scrittura derivava dalla scrittura dei Sumeri della fine del IV millennio a.C., da cui provenivano il cuneiforme dei Babilonesi e i geroglifici Egizi.
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| Thot |
Secondo la tradizione fu Thot a inventare la scrittura. Thot è la divinità egizia della luna,
sapienza, scrittura, magia, misura del tempo, matematica e geometria.
È rappresentato sotto forma di ibis, uccello che vola sulle rive del
Nilo, o sotto forma (meno frequente) di babbuino.
Il nome egizio del dio è:
Il nome egizio del dio è:
| Thot in geroglifico ieratico |
Compagna di Thot fu Seshat che con lui
divideva il compito di scrivere nomi ed imprese dei defunti sulle
foglie dell'albero ished; secondo altre tradizioni sposa di Thot fu
anche la dea-rana Heket. In quanto inventore della scrittura e
patrono degli scribi fu tale ruolo che ebbe anche nei confronti del
dio Ra di cui era segretario e visir.
I Libri di Thot sono dei mitici libri, 42 in tutto, redatti dal dio egizio Thot e lasciati sulla terra, nei quali si troverebbero i misteri dei cieli e predizioni di eventi planetari futuri. Questi libri profetici sarebbero stati nascosti in biblioteche egiziane segrete ed ora risulterebbero dispersi.
Thot è stato a volte identificato con il dio greco Ermes o Hermes Trismegistus. In un dialogo platonico, il "Fedro", Thot viene nominato (come Theuth), in un breve apologo proposto da Socrate per contestare l'importanza della scrittura, di cui il dio egizio sarebbe stato l'inventore, a favore dell'oralità, che all'epoca di Socrate era ancora molto sviluppata, la quale sola permetterebbe all'uomo di "possedere" nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa su supporti materiali.
I Libri di Thot sono dei mitici libri, 42 in tutto, redatti dal dio egizio Thot e lasciati sulla terra, nei quali si troverebbero i misteri dei cieli e predizioni di eventi planetari futuri. Questi libri profetici sarebbero stati nascosti in biblioteche egiziane segrete ed ora risulterebbero dispersi.
Thot è stato a volte identificato con il dio greco Ermes o Hermes Trismegistus. In un dialogo platonico, il "Fedro", Thot viene nominato (come Theuth), in un breve apologo proposto da Socrate per contestare l'importanza della scrittura, di cui il dio egizio sarebbe stato l'inventore, a favore dell'oralità, che all'epoca di Socrate era ancora molto sviluppata, la quale sola permetterebbe all'uomo di "possedere" nella propria memoria quello che la fredda scrittura fissa su supporti materiali.
Un’ipotesi sull’origine dei
Tarocchi fa riferimento al Libro di Thot, nel quale sarebbero
contenute delle conoscenze antiche originariamente trasmesse all’uomo
da questa divinità. Esiste anche uno specifico mazzo di tarocchi
creato da Aleister Crowley e Lady Frieda Harris.
![]() |
| Ermes Trismegisto in una rappresentazione pavimento del nel duomo di Siena |
![]() |
| Alfabeto Egiziano-ieratico dei geroglifici, quello da cui probabilmente i Fenici ricaveranno il loro alfabeto fonetico. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
I Fenici furono un popolo originariamente insediatosi sulle coste orientali del mar Mediterraneo, nei pressi dell'attuale Libano, e del quale si ha notizia fin dal XXI secolo a.C. La civiltà fenicia viene ricollegata ai Cananei dell'antica Palestina, che abitarono nel sud della stessa regione, essendo nei fatti i fenici indistinguibili per lingua (se non per variazioni dialettali) e cultura dal resto dei popoli cananei.
Essi furono soprattutto un popolo di
pescatori e navigatori: conoscevano e sapevano tracciare le rotte ed
erano in grado di navigare di notte, prendendo come riferimento la
Stella Polare. Praticavano la navigazione sottocosta, per poter
attraccare in caso di difficoltà, fare rifornimento di acqua dolce e
viveri e commerciare con le popolazioni locali. Seppero produrre, con
il legno di cedro, navi molto robuste, adatte per il commercio, che
potevano contenere grandi quantità di merci.
Il termine "fenici" viene
fatto risalire alla parola greca φοίνικες
(Phoinikes) (attestata già in Omero come nome di questo popolo), che
probabilmente era un termine per designarli e non la parola con cui
essi designavano se stessi; d'altra parte non risulta che i Fenici si
siano mai dati una denominazione "complessiva", oltre alle
denominazioni delle singole città. L'origine di Phoinikes sarebbe da
collegarsi al termine φοῖνιξ
(phoinix, da murex, che era la conchiglia da cui i Fenici ottenevano il rosso porpora per tingere i tessuti), ossia "rosso porpora". Phoinikes indicava il popolo e Phoinike la regione. Le fonti
antiche rimarcano più volte come la lavorazione dei gusci dei murici
(dai quali si otteneva il pigmento rosso-porpora) fosse una fiorente
industria dei Fenici. Purtroppo l'archeologia non restituisce dati
relativi a confermare quello che si può leggere nelle fonti perché
gli stessi residui di lavorazione (costituiti dai gusci dei murici)
venivano successivamente impiegati per la produzione di calce. È
peraltro possibile che il nome comune ("porpora") derivi
dal nome proprio. Analogo discorso per la parola "cananei",
che veniva usata a Ebla (III millennio a.C.) e nell'Antico
Testamento, forse connessa con l'accadico kinakhkhu, sempre per
indicare la stessa tonalità di colore.L'alfabeto fenicio è un'evoluzione dell'alfabeto protocananaico, per convenzione fatto risalire al 1050 a.C. Era in uso presso i fenici per scrivere nella loro lingua, un idioma nord semitico. Quello fenicio era un alfabeto puramente consonantico, il che significa che non erano indicate le vocali, mentre alcune evoluzioni di questo alfabeto iniziarono a rappresentare tutti i suoni di un linguaggio, comprese le vocali.
Questo alfabeto divenne uno dei maggiori sistemi di scrittura, diffuso dai commercianti fenici attraverso Europa e Medio Oriente, dove divenne impiegato per una grande varietà di linguaggi.
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| Alfabeti antichi: Egiziano antico, proto-Sinaico (Cananaico), Fenicio, Greco, Etrusco e Latino. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Ricostruzione dell'eruzione vulcanica di Thera (Santorini) |
L'eruzione minoica di Thera, anche riferita come eruzione di Thera o eruzione di Santorini, fu una vasta e catastrofica eruzione vulcanica (indice di esplosività vulcanica VEI = 6 o 7, Roccia Densa Equivalente DRE = 60 km3, la quale si stima sia accaduta nella metà del secondo millennio a.C. L'eruzione fu uno dei più grandi eventi vulcanici accaduti sulla Terra, documentata storicamente. L'eruzione devastò l'isola di Thera (o Santorini), compreso l'insediamento minoico ad Akrotiri come pure aree comunitarie e agricole sulle isole vicine e sulle coste di Creta.
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| Posizione dell'antica Thera, la Santorini di oggi 1450 al 1200 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
L'evento generò anche uno tsunami alto
da 35 m a 150 m che devastò la costa nord di Creta, distante circa
110 km.
Lo tsunami ebbe un impatto sulle città costiere quali
Amnisos, dove i muri degli edifici furono deformati nel loro
allineamento. Sull'isola di Anafi, 27 km ad est, sono stati trovati
strati di cenere profondi 3 m, come pure strati di pomice sui pendii
a 250 m sopra il livello del mare.
Dove ha colpito l’onda? Certamente lo
tsunami fu devastante, ma non è ancora completamente chiarito il suo
sviluppo. Molti modelli, basati sulle conoscenze sempre più
progredite, si sono succeduti ma le prove a conferma di queste teorie
sono ancora scarse. Tuttavia proprio nell’ultimo lustro la caccia
ai depositi di questo evento ha ottenuto buoni risultati. Sull’isola
di Anaphi, una ventina di km ad est di Santorini, sono stati
ritrovati livelli di pomici coperti da sedimenti alluvionali recenti
a circa 350 metri dalla costa, ad un’altitudine di circa 50 metri
sul livello del mare, per alcuni autori trascinati lì dall’onda di
tsunami che avrebbe raggiunto quelle coste nel giro di dieci minuti.
Altre evidenze simili sono state individuate a nord fino all’isola
di Samotracia, ad est a Lesbo e Rodi, ancora più ad est sulle coste
della Turchia, di Cipro e perfino di Israele, dalle parti di Jaffa,
dove l’onda avrebbe avuto un’altezza di circa sette metri e
sarebbe arrivata almeno un’ora e mezzo dopo l’inizio dello
tsunami. Ipotesi quest’ultima tutta da verificare secondo altri
autori, con i depositi che potrebbero essere dovuti ad altri tsunami
dell’antichità. Tuttavia l’aspetto più interessante risiede a
sud, in particolare nell’isola di Creta, distante circa 120 km da
Santorini, dove l’onda di tsunami, viaggiando ad una velocità di
circa 500 km/h, sarebbe giunta nel giro di 25-30 minuti, con
un’altezza di 10-12 metri, colpendo (in modo differenziato a
seconda della morfologia dei fondali) l’intera costa
settentrionale. Molte evidenze, archeologiche e geologiche, portano a
ritenere l’evento ormai assodato così come appare confermata
l’ipotesi che l’economia della civiltà minoica, allora fiorente
a Creta e nell’intero Egeo, abbia subito dal cataclisma un colpo
praticamente mortale, vedendo distrutta gran parte della sua potente
flotta navale e danneggiata sensibilmente l’agricoltura. Proprio
per questo si parla di tsunami minoico.
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| Come doveva presentarsi, vista dall'alto, la città principale di Atlantide |
Altrove nel Mediterraneo si sono
trovati depositi di pomice causati probabilmente dall'eruzione di
Thera. Gli strati di cenere nelle carote perforate sul fondale marino
e dei laghi in Turchia, tuttavia, mostrano che la più abbondante
caduta di cenere avvenne a est e a nord-est di Santorini. Adesso si
sa che la cenere trovata su Creta è stata depositata in una fase
precorritrice all'eruzione vera e propria, alcune settimane e mesi
prima delle principali fasi eruttive, ed avrebbero avuto un leggero
impatto sull'isola.
L'eruzione sembra avere ispirato certi miti greci e può avere causato scompiglio in Egitto.
In aggiunta, si è congetturato che
l'eruzione minoica e la distruzione della città di Akrotiri avesse
fornito la base o altrimenti l'ispirazione a Platone per la storia
riguardo ad Atlantide.
Il nome che gli egizi usarono per identificare quei profughi era "keptiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.
L'eruzione sembra avere ispirato certi miti greci e può avere causato scompiglio in Egitto.
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| Come doveva presentarsi la città principale di Atlantide |
Platone, nel Timeo e nel Crizia,
parlava di una favolosa isola, sede di una civiltà eletta, spazzata
via da un’immane cataclisma del tutto simile ad un maremoto: molti
autori hanno identificato la sua Atlantide proprio con Santorini.
Quindi Platone ha derivato il mito di Atlantide da
un'impero che si estendeva da Thera a Creta? E' probabile, visto che fu
Solone a riportare il racconto di avere visionato documenti egizi che
descrivevano Atlantide e la sua popolazione, i cui profughi si erano poi
rifugiati in Egitto.Il nome che gli egizi usarono per identificare quei profughi era "keptiu", lo stesso che usavano per indicare i Cretesi.
Dal 1.600 a.C. - La penisola greca è stata la meta di periodiche migrazioni di popoli che consentono alla cultura greca di emergere dall'iniziale stato primitivo delle popolazioni pre-greche. Nel 2000 a.C. la popolazione guerriera degli Ioni, segue nel 1600 quella degli Eoli e degli Achei. Le nuove migrazioni spingono gli Ioni nei territori dell'Attica, mentre Eoli ed Achei occupano rispettivamente i territori della Beozia e della Tessaglia (Eoli), e del Peloponneso (Achei). Sono proprio gli Achei, conosciuti anche con il nome di Micenei (dal nome della città di Micene), a intraprendere i primi contatti commerciali con l'avanzata civiltà cretese. Dal 1500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà micenea.
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| Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori nell'antica Grecia, e da lì in Asia Minore e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Gli Achei arrivarono da Nord tra il 2300 e il 1600 a.C. e si stanziarono nella penisola ellenica. È la civiltà descritta nei poemi omerici e che, fiorita all'inizio del XVI secolo a.C., ebbe il suo centro nella regione dell'Argolide, nel Peloponneso. Le città achee, erano governate dall'aristocrazia, quindi riunite in confederazione. Verso il 1450 a.C., il potere acheo, tramite spedizioni militari ed imprese piratesche, riuscì ad abbattere la civiltà minoica a Creta. Inoltre, gli Achei si espansero verso le Cicladi meridionali, Rodi, le coste dell'Asia Minore. Nel XIII secolo a.C. si aprirono la strada verso il Mar Nero con una spedizione militare contro la città di Troia. Nel XII secolo a.C. la Grecia e gli Achei, inspiegabilmente, furono travolti dall'invasione della popolazione dei Dori.
Probabilmente, la realtà storica dell'invasione ellenica della Grecia fu raccontata attraverso il mito della titanomachia: i fratelli Ade, Poseidone e Zeus personificano Ioni, Eoli e Achei che soggiogano Crono e i suoi fratelli Titani, ossia i Pelasgi adoratori delle divinità titaniche.
Il nome "Eoli" deriva dal fatto che essi furono considerati i discendenti di Eolo, figlio di Elleno, il mitico patriarca degli Elleni.
Popolo originariamente stanziato in Tessaglia ed in Beozia, gli Eoli migrarono verso oriente verso l'XI secolo a.C., stabilendosi nell'isola di Lesbo e poi sulle coste anatoliche in Eolide.
Secondo la tradizione tale migrazione, capeggiata da Oreste, sarebbe avvenuta sotto la spinta dei Dori, l'ultimo e quarto popolo (forse) ellenico, che soggiogò la civiltà micenea ormai decaduta.
Dal 1.600 a.C. - Le tribù antenate dei Celti occuparono le regioni dell'alto e medio Danubio intorno al XV-XIV secolo
a.C. e cominciarono poi a espandersi verso ovest e successivamente,
come il riflusso di un'onda, verso est. In questo periodo si possono
riconoscere due diversi orientamenti a livello economico: nelle aree
fluviali continuò la coltivazione dei cereali, anche se i villaggi
cominciarono a situarsi su alture poco elevate (con un lento e
costante abbandono dei villaggi su palafitte), mentre nei luoghi di
maggior altitudine e nelle pianure centro-europee si assistette a uno
sviluppo maggiore della pastorizia. I diversi tipi di insediamenti e
organizzazioni economiche diedero luogo a differenti organizzazioni
sociali e religiose.
Il 1600 a.C. è anche la data approssimatriva della produzione del disco di Nebra.
Il 1600 a.C. è anche la data approssimatriva della produzione del disco di Nebra.
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| Disco di Nebra. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il ritrovamento è avvenuto, come s'è
appena detto, vicino al villaggio di Nebra situato presso Mittelberg,
una collina alta 252 mt nella foresta di Ziegelroda, a 50 km ad ovest
di Lipsia, nella Germania orientale. Il sito ha nome Gosek, ed è
senza dubbio il più antico sito preistorico che abbia indubbie
relazioni con la lettura del cielo e con dati indubbiamente e
inequivocabilmente astronomici. Pare sia vecchio di ben 7000 anni.
Dato non trascurabile: nello stesso sito sono state ritrovate anche
delle spade di tipo miceneo.
La cosa può essere d'estremo interesse
se si tiene conto del fatto che anche a Stonehenge c'è un graffito
che ricorda una spada micenea!
Il disco di Nebra è un manufatto
circolare in bronzo e oro datato 1600 a.C. circa, con un diametro di
32 cm. con raffigurati sole, luna e stelle tra le quali si
distinguono le sette Pleiadi; o almeno il gruppo delle 7 stelle
visibili ad occhio nudo che fanno parte della costellazione delle
Pleiadi. Il disco di Nebra sembrerebbe, così, essere la più antica
rappresentazione di stelle in assoluto... ma il Disco di Festo è
indubbiamente più antico e più complesso.
Questo
singolarissimo ritrovamento archeologico, sembra corroborare gli
stretti legami tra l'Europa centro-settentrionale e il mondo miceneo
e poi omerico evidenziati dagli studi di Rosario Vieni, di Harald
Haarmann, e di Felice Vinci.
Il disco è il perfetto pendant dei
versi del XVIII libro dell'Iliade in cui Omero illustra le
decorazioni astronomiche fatte dal dio fabbro Efesto sullo strato in
bronzo posto al centro dello scudo di Achille: "Vi fece la
terra, il cielo e il mare, / l'infaticabile sole e la luna piena, / e
tutti quanti i segni che incoronano il cielo, / le Pleiadi, le Iadi,
la forza d'Orione".
I reperti di Nebra insomma mostrano lo
stretto rapporto, per così dire "triangolare", che,
attraverso l'archeologia, si può stabilire tra il mondo nordico
della prima età del bronzo, quello omerico (lo scudo) e quello
miceneo (le spade).
Ciò d'altronde è perfettamente in
linea con quanto afferma Stuart Piggott - grande accademico ed
archeologo, professore di archeologia preistorica all'università di
Edimburgo - nel suo Europa Antica: "La nobiltà degli esametri
[di Omero] non dovrebbe trarci in inganno inducendoci a pensare che
l'Iliade e l'Odissea siano qualcosa di diverso dai poemi di un'Europa
in gran parte barbarica dell'Età del Bronzo o della prima Età del
Ferro. "Non c'è sangue minoico o asiatico nelle vene delle muse
greche... esse si collocano lontano dal mondo cretese-miceneo e a
contatto con gli elementi europei di cultura e di lingua greche",
rilevava Rhys Carpenter.
A quanto pare, alle spalle della Grecia
micenea... si stende l'Europa.
Ma se si trattasse solo di una
raffigurazione del cielo e dei corpi celesti più importanti o
evidenti, tutto sommato sarebbe poca cosa. Certo indicherebbe
l'interesse che ebbero quelle genti per il cielo, non dissimile però
dagli analoghi interessi di molte altre genti in tante altre contrade
della Terra.
Qui, nel Disco di Nebra, c'è molto di
più.
Oltre alla meraviglia per il cielo
stellato espressa dal colore del bronzo e dal fulgore dell'oro, c'è
chiara l'attenzione, la speculazione, la curiosità, e l'approccio
nettamente scientifico di un popolo che nel pieno dell'età del
Bronzo seppe riconoscere e fissare nella materia punti fondamentali
della vita delle stelle e della propria.
C'è il sole. Ed è ovviamente pieno,
maschile, nordico. Con tutto il valore che tale astro poteva avere ad
una latitudine che non era certo quella nostra, mediterranea.
La luna è appena una falce.
Innanzitutto per distinguerla dal sole,
di poi perché essa rappresenta il femminile del creato, quasi
un'appendice dell'astro maggiore, così come è per tali nuovi popoli
la donna in una società di tipo nettamente patriarcale.
Ma essa è il simbolo per eccellenza
della vita. E' la "culla" presso cui, la notte, la donna
veglia accanto al futuro degli uomini; è la vela che ci ha portati
alla vita; è parimenti la barca che ci condurrà nel regno delle
ombre; è l'arco che sprizza energia vitale e dà sostegno al
quotidiano o ci salva dalla violenza del nemico.
Non a caso la casta Artemide è
cacciatrice e simbolo della purezza incontaminata.
Non a caso Ovidio, a proposito
dell'arco che si tende, cantò Lunavit arcum... .
E' un simbolo, o forse il simbolo per
antonomasia; compagna di poeti e musicisti, consolatrice della notte
che solo essa riesce a vivificare.
Ma, tornando a Nebra, rappresenta
probabilmente lo scorrere del tempo perché essa ci fornisce il primo
computo complesso di quello che sarà poi il nostro "mese".
Quello che però è veramente
rimarchevole, e stupefacente, è dato da due elementi che stanno
lungo la circonferenza del disco e che individuano 4 punti
fondamentali sull'orizzonte terrestre.
Le due fasce laterali (quella di
sinistra è mancante) che corrono lungo la circonferenza, alla loro
estremità individuano 4 punti che stanno ad indicare rispettivamente
il sorgere e il tramontare del sole nei due solstizi. L'arco di
raggio spazzato è esattamente di 82°. Esattamente quello che è
coperto dal moto apparente del sole sull'orizzonte nella località
del ritrovamento.
Tratto da:
http://www.misteria.org/Il%20Disco%20di%20Festo%20-%20Un%20calendario%20vecchio%20di%204000%20anni.htm
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| Carta della Grecia o Ellade arcaica, poi antica, con i nomi in Latino. In grassetto Focea (Phocaea), Micene (Mycenae) e Tirinto (Tirynthius) Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| La Porta dei Leoni dell'antica Micene. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Dal 1500 al 900 a.C. ha luogo l'ascesa e il declino della civiltà micenea.
La civiltà micenea si sviluppa dall'incontro tra cultura elladica e cultura minoica da Creta, e prende il nome da Micene, città più importante del Peloponneso (i resti di Micene vennero portati alla luce da H. Schliemann nel 1878). I Micenei scalzano i Cretesi nel commercio in Mediterraneo, e a partire dal XVI secolo a.C. conquistano le Cicladi e le coste dell'Asia Minore. Si avrà un'espansione commerciale anche in Italia.
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| Europa - Civiltà Micenea, o Elladica, con le sue maggiori città, sviluppatasi dal 1450 al 1200 a.C. - Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Scrittura sillabica "Lineare B" |
Nel 1952, Michael Ventris scoprì che
la scrittuta sillabica "Lineare B" veniva usata per mettere per iscritto una primitiva
forma di greco, nota oggi come Miceneo. Insieme ad altri utilizzò
questa scoperta per decifrare la Lineare B, decifrazione tutt'oggi
ampiamente accettata, anche se rimangono molti punti da chiarire.
Il sillabario miceneo, esclusi alcuni
ideogrammi, è costituito quasi esclusivamente da segni per vocali
isolate e per sillabe del tipo consonante+vocale, le consonanti
sonore G, B e aspirate KH, TH si scrivono sempre sorde (K, P, T),
mentre è mantenuta l'opposizione T/D. I suoni R e L sono indicati da
un unico suono R, con Q si designa un suono molto antico ("Koppa")
conservato in latino e mutato nel greco classico (lat. quis, greco
tis.gif); inoltre il sillabario si rivelava poco adatto a rendere sia
le consonanti finali di parola che i gruppi consonantici interni.
Gli espedienti grafici che l'ortografia
micenea adotta per ovviare all'imperfezione della scrittura sono due:
I) omissione grafica delle consonanti
finali;
II) notazione di entrambi gli elementi
consonantici mediante una vocale di raccordo ("quiescente").
La I norma si applica per le consonanti
finali (lmn.gif); es.:
KO-WO = korwos.gif.
Questo primitivo sistema di trascrizione
è da imputarsi non solo all'adozione della scrittura sillabica del
tutto inadatta al greco, ma anche all'inettitudine degli scriventi a
intendere rettamente i suoni della lingua suddetta. Dal 1.450 a.C. - Un evento ancora poco chiaro, forse un terremoto, distrugge la Civiltà Minoica.
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| I valori della Civiltà Micenea, o Elladica, a confronto con quelli della Civiltà Minoica Cretese. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel XIV e XIII una frazione di Liguri si era stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma.
Dal 1.320 a.C. - Apogeo della Civiltà Elladica, o Micenea.
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| Carta del periodo 2000 - 1200 a.C., nella prima colonizzazione greca: Eoli, Achei e Dori, Ioni. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nell'Eneide i Liguri sono una delle pochissime popolazioni che combattono al fianco di Enea nella guerra contro i Rutuli. Virgilio nomina anche i loro due re, Cunaro e il giovane Cupavone, il figlio e successore di Cicno, figura già nota nella mitologia greca.
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| Carta con le antiche Micene,Troia e Sparta |
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| Il cavallo di Troia, dal film TROY |
Dal 1.200 a.C. - Due nuove ondate migratorie, una dal nord, i cosiddetti popoli del mare, e una dai Balcani di popolazioni indoeuropee, i Dori, posero fine all'egemonia micenea (l'egemonia degli Achei), causando un periodo di decadenza. Le genti che abitano e hanno abitato la Grecia son state chiamate, lungo il corso dei secoli, in modo diverso. Essi stessi si definiscono Elleni, dal nome dell'eroe Elleno, ritenuto il capostipite delle tre popolazioni greche degli Ioni, Eoli, Dori che, nel II millennio a.C., invasero la Grecia sottomettendo le popolazioni ivi residenti, dette Greci, appunto. I Macedoni hanno esportato la cultura ellenica, e la parola Hellenes (Έλληνες) è stata conosciuta da tutto il mondo; mentre i Romani, dal par loro, hanno utilizzato la parola Greci, per riferirsi a queste genti: le lingue che dal latino si sono sviluppate, quindi usano tale appellativo. In Oriente si usano parole derivate da Ioni.
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| Carta delle invasioni di Ioni, Eoli e Dori nell'antica Grecia, e da lì in Asia Minore e a Creta, dal 2000 al 1200 a.C. |
Nella tradizione antica questa migrazione è rappresentata dalla leggenda del ritorno degli Eraclidi. Secondo la testimonianza di Erodoto e Tucidide i discendenti di Eracle verso il 1200 a.C. si sarebbero spinti nel Peloponneso, in Laconia e nella Messenia.
Alcuni studiosi hanno individuato nel racconto mitologico una prova della cosiddetta "invasione dorica", ultima responsabile della decadenza della civiltà micenea.
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Il Tempio
dorico di Era (o Hera),
detto anche Tempio
di Poseidon
o Tempio di Nettuno, eretto a Paestum intorno alla metà del V secolo a.C. |
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| Europa - Cartina delle regioni, isole, città e dei linguaggi-dialetti dell'antica Grecia o Ellade. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu e le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico, Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz). Clicca sull'immagine per ingrandirla. Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos |
La stele di Nora, ritrovata vicino Cagliari,
mostra antiche
iscrizioni in alfabeto fenicio.
Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il periodo dal XII all' VIII secolo a.C. è conosciuto come Medioevo ellenico, caratterizzata da crisi economica e regresso culturale.
L'economia è ridotta a pastorizia e agricoltura.
Tra i pochi sviluppi positivi si ha la comparsa della
polis, la città-Stato. La conformazione del
territorio è principalmente montuosa, un aspetto che contribuisce in
modo determinante ad ostacolare l'unificazione dei villaggi e a
favorire la nascita delle piccole città-Stato indipendenti. A partire dal XII secolo, l'insieme dei
popoli della Grecia continentale, della costa ionica dell' Asia
Minore e delle isole acquisisce progressivamnte un'unica identità
culturale per lingua, religione, costumi. Si ha anche l'unica
denominazione di Elleni.
Le città-Stato erano indipendenti e
passarono inizialmente da regimi monarchici a tirannidi. Ciascuna
città aveva divinità protettrici e leggi proprie (ogni città era
strenuamente attaccata alle proprie tradizioni: arrivavano al punto
da avere ciascuna un proprio calendario). Tuttavia, frequenti erano
le anfizionie, alleanze tra città limitrofe, non necessariamente di
carattere militare.
Inizia in questo periodo la civiltà Fenicia.
I fenici scrivevano su righe da destra a sinistra. Il loro
alfabeto comprendeva 22 segni consonantici, mentre
per le vocali non si usava alcun segno (è un abjad,
termine che indica un alfabeto solo consonantico); in effetti la loro
lingua, come del resto le lingue semitiche in genere, non aveva un
vocalismo molto complesso e non era necessario scrivere le vocali
perché si potevano facilmente dedurre dal contesto.
Le lettere dell’alfabeto furono ricavate dagli antichi segni pittografici: si scelse una parola che iniziava con una determinata consonante; il suo simbolo venne poi semplificato e usato per rappresentare sempre quella consonante. Il sistema alfabetico era molto più semplice rispetto alle scritture pittografiche e ideografiche diffuse a quel tempo, come l’egiziano o il cuneiforme; permetteva di essere compreso e scritto più facilmente da tutti, non solo dagli scribi e dalla casta regale e sacerdotale. I fenici diffusero il loro sistema presso molte altre popolazioni con cui vennero a contatto durante i loro viaggi per mare: l’alfabeto Aramaico e Greco mostrano chiari segni di derivazione dal fenicio; e perfino scritture dell’India e dell’Asia ne portano traccia. In pratica, l’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.
Il più antico reperto che riporta iscrizioni in alfabeto fenicio è il sarcofago di Ahiram, antico re fenicio, che fu ritrovato a Byblos nel 1923 e che risale a circa il 1200 a.C. Per il resto non ci sono pervenuti molti documenti, a parte qualche iscrizione di carattere religioso e ufficiale; molto di ciò che hanno scritto i fenici è andato perduto.
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| Sarcofago di Ahiram, Beirut National Museum, da Biblo, necropoli regale, tomba V. del XIII sec. a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Inizia in questo periodo la civiltà Fenicia.
I Fenici hanno abitato le coste orientali del
mediterraneo dal 1200 al 539 a.C.; erano un popolo di navigatori e
commercianti; il loro nome deriva dal colore rosso porpora, di cui
erano esperti produttori. La parte più a sud del loro territorio
corrisponde alla terra di Canaan, abitata anticamente dai cananei,
spesso nominati nella Bibbia. Inizialmente i fenici scrivevano in
cuineiforme, ma poi, a partire dal XIII secolo a.C., svilupparono,
primi fra tutti, una scrittura alfabetica.
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| Sarcofago di Ahiram. Particolare dell'iscrizione. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Alfabeto Canaanita Fenicio, da cui il Greco, il tardo Greco e il Latino Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Le lettere dell’alfabeto furono ricavate dagli antichi segni pittografici: si scelse una parola che iniziava con una determinata consonante; il suo simbolo venne poi semplificato e usato per rappresentare sempre quella consonante. Il sistema alfabetico era molto più semplice rispetto alle scritture pittografiche e ideografiche diffuse a quel tempo, come l’egiziano o il cuneiforme; permetteva di essere compreso e scritto più facilmente da tutti, non solo dagli scribi e dalla casta regale e sacerdotale. I fenici diffusero il loro sistema presso molte altre popolazioni con cui vennero a contatto durante i loro viaggi per mare: l’alfabeto Aramaico e Greco mostrano chiari segni di derivazione dal fenicio; e perfino scritture dell’India e dell’Asia ne portano traccia. In pratica, l’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.
Il più antico reperto che riporta iscrizioni in alfabeto fenicio è il sarcofago di Ahiram, antico re fenicio, che fu ritrovato a Byblos nel 1923 e che risale a circa il 1200 a.C. Per il resto non ci sono pervenuti molti documenti, a parte qualche iscrizione di carattere religioso e ufficiale; molto di ciò che hanno scritto i fenici è andato perduto.
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| Cartina della Fenicia intorno al 1000 a.C. con Biblo, Sidone e Tiro. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Alfabeto Fenicio arcaico e gli alfabeti derivati dal Fenicio: Etrusco, Greco occidentale e orientale: dal Greco occidentale deriva il Latino. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
chiamano "rosette"), e che hanno ispirato loro le murrine, ottenute sezionando e unendo arrotolandoli,
pezzetti di cilindri di vetro in cui la composizione e forma
delle colorazioni si mantiene in tutta la lunghezza del lungo cilindro.I Fenici sono anche i primi ad adottare la scrittura con un alfabeto fonetico, anche se senza vocali, da cui deriveranno gli alfabeti europei: l'Etrusco, il Greco, il Greco Occidentale da cui deriverà il Latino e che diventerà la grafica della scrittura che usiamo ancora oggi nella maggior parte del mondo.
L’alfabeto fenicio è la radice comune da cui si sono sviluppati quasi tutti i moderni alfabeti.
Dal 1.000 a.C. - Provenienti dalla Siberia meridionale,
nell'area compresa tra il Mar Caspio e i Monti Altai, gli Sciti si insediarono
nella vasta area compresa tra il Don e il Danubio nel X secolo a.C.
da dove, vinti e assoggettati i Cimmeri, dilagarono, nel corso del VI
secolo a.C., verso l'area balcanica e la Pannonia, nel bacino
settentrionale del Mar Nero, per poi toccare la Germania orientale e
con i Traci l'Italia settentrionale.
Dal 950 a.C. - Accanto allo sviluppo di civiltà italiche come quella picena, sannitica, apula e sicula, fiorisce in Toscana, Lazio e Campania la Civiltà Etrusca.
Lo storico Eforo riferisce di un brano di Esiodo che attesta la tradizione di un popolo dei Pelasgi in Arcadia e sviluppa la teoria che fosse un popolo di guerrieri diffusosi da una "patria" che aveva annesso e colonizzato tutte le regioni della Grecia in cui gli autori antichi fanno cenno a loro, da Dodona a Creta alla Triade fino in Italia, dove i loro insediamenti sono ben riconoscibili ancora nel tempo degli Elleni e sono in stretta relazione con i "Tirreni". Nel 1885 fu trovata, nell'isola greca di Lemno, in località Kaminia, la stele di Lemno, una doppia iscrizione incorporata nella colonna di una chiesa. Tale iscrizione sembra testimoniare una lingua pre-ellenica in tutto simile a quella degli Etruschi. Secondo il massimo storico greco Tucidide, l'isola di Lemno sarebbe stata abitata da gruppi di Τυρσηνοί ("Tirreni", il nome greco degli Etruschi), e il ritrovamento ha fornito la prova sicura che in quell'isola del Mare Egeo, ancora nel VI secolo a.C., era parlata una lingua
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| Alcuni degli alfabeti derivati dall'alfabeto Fenicio: Greco occidentale, Etrusco, alfabeti italici e, dal Greco occidentale, il Latino. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nermin Vlora Falaski, nel suo libro
"Patrimonio linguistico e genetico" (scritto anche in
lingua italiana), ha decifrato iscrizioni Etrusche e Pelasgiche con
la lingua odierna Albanese. Questo proverebbe che gli Albanesi
(discendenti degli Illiri) siano gli odierni discendenti dei Pelasgi,
una delle più antiche stirpi che popolò l’Europa. Qui di seguito
proporremo alcune traduzioni di Falaski:
"Dunque, in Italia esiste la località
dei TOSCHI (la Toscana), così come i Toschi abitano nella
“Toskeria”, nell’Albania meridionale. (Molti autori sostengono che la
parola Tosk, oppure Tok, sia il sinonimo di DHE, tanto che oggi in
albanese si usa indifferentemente la parola DHE che quella TOK per
dire “terra”).
In Toscana si trova un’antichissima
città, verosimilmente fondata dai Pelasgi, che si chiama Cortona,
(nota: in Albanese: COR= raccolti, TONA= nostri, cioè “i nostri
raccolti”). Dalla vasta e fertile pianura della Val di Chiana si
accede a una ripida collina, in cima alla quale si trova un
bellissimo castello, trasformato in museo archeologico. In mezzo ad
un grosso patrimonio epigrafico, vi è anche una iscrizione
particolarmente bella e interessante, su un sarcofago con addobbi
floreali.
Su questo sarcofago appare la seguente
scritta:
La voce verbale â o âsht (in Italiano
è) si usa ancora nel dialetto dell’Albania settentrionale e nel
Kossovo, mentre nel sud e nella lingua ufficiale, che è quella dei
Toschi, si impiega la voce ësht.
Le varie fonti ci informano che i Greci
impararono dai Pelasgi non solo l’arte della lavorazione dei
metalli, della costruzione delle mura, ma appresero, perfezionandolo,
il loro modo di scrivere e fecero proprie le loro divinità, come per
esempio DE-MITRA (Dhe = terra, Mitra = utero, cioè la DEA MADRE TERRA),
la greca Demetra, nonché AFER-DITA (Afer = vicino, Dita = Giorno), la greca Afrodite, più tardi chiamata Venus
dai Romani, oggi Venere). I Pelasgi, che furono chiamati anche
“Popoli del Mare”, poiché erano abili e liberi navigatori,
chiamarono ILIRIA (ILLYRIA per i Romani) la loro patria: LIRI
(LIR=libero), che voleva dire: “Il Paese del popolo libero”,
paese che si estendeva dal Mediterraneo fino al Danubio.
Parole con la radice Lir la troviamo
con lo stesso significato nelle seguenti lingue: Pelasgo-illirico(liri), Etrusco(liri),
Albanese odierno(liri), Italiano(libertà), Francese(libertè),
Latino(libertas), Inglese(liberty), Spagnolo(libertad),
Romeno(libertade), Portoghese(liberdade). In italia, e precisamente nel Lazio,
esiste il monte Liri, nonché il fiume Liri, e Fontana Liri. Questo nome è stato conservato durante
i secoli nei vari paesi Europei Mediterranei, molto probabilmente
attraverso la “irradiazione” delle varie tribù illiriche, come
gli Etruschi, i Messapi, i Dauni, i Veneti, i Piceni, ecc. Ognuno di
questi nomi ha un significato nella lingua Albanese: E TRURIA (E= di, TRURIA= cervello, paese
di gente con cervello), MESSAPI (MES=ambiente, centro, HAPI= aperto,
paese di gente aperta), DAUNI (dauni, separati, separatevi), VENETI
(nome derivante dalla dea VEND, patria, luogo per eccellenza), PICENI
(PI=bere, KENI=avete, luogo con acqua abbondante). L'Etruria è una regione antica dell'Italia centrale che comprendeva i territori attualmente spezzini a sud del fiume Magra, la Toscana, parte dell'Umbria occidentale fino al fiume Tevere e parte del Lazio settentrionale.
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| Cartina dell'epansione degli Etruschi dal 750 a.C. al 500 a.C. con i nomi delle loro città appartenenti
alla Lega (dodecapoli) e altri insediamenti.
Clicca sull'immagine per ingrandirla.
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| Interno di tomba Etrusca a Tarquinia |
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| Sculture Etrusche |
La società era formata da nobili, discendenti dei primi dominatori, e servi, discendenti delle popolazioni preesistenti all’occupazione etrusca. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre vita migliore e anche elevarsi socialmente.
Dal 813 a.C. - Si sviluppa in Europa un'Età del Ferro.
Nel 813 a.C. - I Fenici della città di Tiro, fondano Cartagine: Carthadash, che significa "la città nuova".
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| Antica nave greca |
Le città fondate mantenevano con la città-madre soltanto legami culturali e linguistici. Si ha anche l'avvento di due nuove figure politiche: legislatori e tiranni.
Nell'VIII secolo a.C. alcuni coloni Greci, provenienti dalla Focide, da Eretria e da Teos, fondano Focea nella Ionia, la parte occidentale dell'attuale Turchia.
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| Ubicazione dell'antica Eretria. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
| Ubicazione dell'antica Teos. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| A sud del Passo delle Termopili, l'antica Focide e le sue città Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Focea (greco antico: Φωκαία, Phōkaia; latino: Phocaea) fu fondata sul sito della odierna città di Foça (o Eskifoça) in Turchia, a circa 60 Km a Nord Ovest di Izmir (Smirne).
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| Focea (Phocaea), Cuma Eolica (Cyme) e Smirne (Smyrna). Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Focea era la città più settentrionale
della Ionia, la città sorgeva alla foce del fiume Ermo (oggi Gediz)
sulla penisola che separava a nord il Golfo di Cyme (Cyme è la Cuma
Eolica) e a sud il Golfo
di Smirne.
Il suo nome proviene dalla parola “foca”,
che fu il simbolo della città, o più probabilmente, dalla Focide,
regione della Grecia centrale da cui provenivano alcuni coloni.
Secondo Pausania, i Focei, sotto la guida ateniese, si stabilirono su un terretitorio ceduto da Cuma Eolica (Cyme) e furono ammessi nella Lega Ionica dopo aver riconosciuto i re della linea di Codro.
Secondo Pausania, i Focei, sotto la guida ateniese, si stabilirono su un terretitorio ceduto da Cuma Eolica (Cyme) e furono ammessi nella Lega Ionica dopo aver riconosciuto i re della linea di Codro.
A Focea, la presenza di due porti
naturali permise lo sviluppo della flotta navale e del commercio
marino.
Secondo Erodoto, i Focei furono i primi greci ad intraprendere lunghi viaggi marittimi e a scoprire il Mar Adriatico, la Thyrrenia e l'Iberia a bordo di agili penteconteri.
Secondo Erodoto, i Focei furono i primi greci ad intraprendere lunghi viaggi marittimi e a scoprire il Mar Adriatico, la Thyrrenia e l'Iberia a bordo di agili penteconteri.
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| Antica pentecontera greca |
La pentecontera era una nave a
propulsione mista essendo sospinta sia dalla vela che dalla voga e fu
la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni.
Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti.
Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave.
L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti.
In seguito il termine andò a designare
un'intera classe di navi, anche più potenti, sia a un ordine
(monere) che a due (diere), dotate anche di più di 50 rematori.
Si trattava sostanzialmente di una nave
da guerra, a fondo piatto e dotata di un rostro per le manovre di
speronamento. Le sue dimensioni sono stimate in circa 38 metri di
lunghezza per 5 metri di larghezza.
L'iniziale destinazione bellica non le
impedì tuttavia di essere largamente utilizzata dai Focei della
Ionia per percorrere rotte mercantili e coloniali.
Ci informa infatti
Erodoto che, proprio utilizzando pentecontere, anziché navi
mercantili dallo scafo rotondo, i Focei furono i primi a compiere
lunghi tragitti, aprendo rotte commerciali che si spinsero molto
lontano, fin sull'Oceano Atlantico presso Tartesso.
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| Carta della Grecia o Ellade arcaica, poi antica, con i nomi in Latino. In grassetto Focea (Phocaea), Micene (Mycenae) e Tirinto (Tirynthius) Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Giunti a Tartesso, in (Spagna),
strinsero amicizia col re Argantonio che li invitò a trasferirsi nel
suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia
della potenza dei Medi, Argantonio inviò loro una grande somma
d'argento per costruire le mura difensive della città.
I loro viaggi marittimi erano estesi: a
sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in
Egitto; a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie
di Amiso e Lampsaco.
Focea fu un importante porto
commerciale e fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia,
(attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna
Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna. Anche Fenici e
Cartaginesi adottarono le pentacontere. Annone, nell'incipit del suo periplo, ci informa ad
esempio che il suo tentativo di periplo dell'Africa, voluto dai
cartaginesi a fini coloniali, si svolse con sessanta pentecontere,
caricate di viveri e provviste e una folla di donne e uomini.
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La concezione del mondo dei tempi
omerici quale disco
circolare piatto, circondato completamente dalle acque
di un unico fiume, rimase una nozione popolarmente
radicata nel
mondo greco, anche dopo che molti filosofi
e scienziati avevano
accettato la nozione della sfericità
della Terra, enunciata dai
Pitagorici e altri, ed affermata
con prove teoretiche da Aristotele.
Secondo quella concezione, subito al di sotto della
superficie si
trovava la dimora dell'Ade,
il regno della Morte, e, ancora al di
sotto, il Tartaro,
il regno dell'eterna oscurità. All'esterno del
fiume Oceano
si elevava la volta cristallina (solida) celeste
http://digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia01.htm |
La necessità di utilizzare navi da
guerra può essere spiegato con gli attriti che nascevano con questi
traffici tra Greci, Fenici, Cartaginesi ed Etruschi, nel Mediterraneo
occidentale e nell'Atlantico.
In ogni caso spetta alle pentecontere
il merito di aver supportato le antiche colonizzazioni greche e
fenicie nel mediterraneo.
Le pentecontere furono per molti anni
la spina dorsale della marina bellica greca. Si resero protagoniste
di un importante scontro navale tra i profughi Focei stanziatisi ad
Alalia e una coalizione di cartaginesi ed etruschi: fu la battaglia
di Alalia ed ebbe come teatro il Mar Tirreno, tra la Corsica e la
Sardegna.
Lo scontro navale si concluse con la
vittoria dei Focei ma si rivelò subito dagli esiti incerti (Erodoto
la definisce una vittoria cadmea). Essa segnò di fatto il primo
momento di arresto dell'espansione coloniale e mercantile dei Greci
nel mediterraneo occidentale, fino ad allora incontrastata.
L'utilizzo promiscuo e le lunghe rotte
percorse ci informano che la nave doveva essere dotata di notevoli
capacità di carico. In effetti lo stesso Erodoto aggiunge che le
pentecontere furono utilizzate per l'evacuazione di Focea,
caricandole di tutti gli abitanti e i beni, con l'eccezione delle
pitture e delle statue di bronzo. Dopo la battaglia di Alalia, furono
protagoniste della successiva peregrinazione dei profughi focei che,
stipati sulle venti navi superstiti, andranno a fondare Elea (Velia), nell'attuale Campania.
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| Cartina della Grecia antica con il Monte Olimpo,
il Monte Parnaso, Tebe e Atene in Attica,
Olimpia e Sparta nel Peloponneso, e Creta.
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Dal 753 a.C. - E' intorno alla metà dell'VIII secolo avanti Cristo che, nel luogo in cui vi era già un'insediamento protourbano abitato da varie tribù italiche in cui erano preponderanti i Latini e i Sabini (o Sabelli), venne fondata Roma. Fu dagli Etruschi che furono trasmessi al mitico Romolo gli insegnamenti dei cerimoniali per la fondazione della città. Caratteristica fondamentale della nuova città fu l'idea di un potere politico condiviso. Romolo regna con Tito Tazio, re Sabino, viene edificato un foro (forum, cioè fuori) in uno spazio comune e uno stato di diritto (ius, da "iusiurandum", "giuramento") che stabiliva i patti, le leggi fra le varie istituzioni. Mentre i poteri dispotici orientali sono identificabili da urbanizzazioni in cui è il palazzo del re, unico detentore del potere, al centro dell'attenzione dei costruttori, ora abbiamo una piazza per le assemblee e una netta ripartizione dei compiti e funzioni delle varie parti della sistema-società.
Romolo istituisce anche un calendario di 10 mesi, e i nomi da settembre a dicembre che usiamo tuttora derivano da quella ripartizione dell'anno.
Il 29-10-2006 Andrea Carandini, un archeologo che ha relizzato numerosi
scavi nel centro di Roma, racconta alla cittadinanza gli eventi che
portarono al 21 aprile 753 a.C., data più simbolica che vera. File solo
audio ma preciso, esauriente, completo e intelligente nell'analisi dei
semi culturali che contraddistinguono la cultura dell'Occidente.
La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato da 3 tribù delle 3 etnìe costituenti la popolazione, che esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro. Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Popolus Romanus Quirites", intendendo per Popolus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblea dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.
Dal 700 a.C. - Quali che siano state le origini più remote di questo ceppo etnico, fu in Europa centrale, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) e fino al 450 a.C., che si sviluppò la prima vera Cultura Celtica, quella di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e basata prevalentemente su due classi sociali legate all'aristocrazia guerriera e al popolo dedito alla pastorizia.
L’incontro dei Celti con i Greci ebbe un grande valore culturale, perché
diffuse nell’Europa celtica la scrittura alfabetica, anche se i Celti
avevano un loro sistema di scrittura, l'ogham, l'alfabeto celtico, che veniva usato
esclusivamente dai druidi, e solo nei rituali sacri; tutto veniva
tramandato oralmente affinché non si perdesse la memoria.
Per visualizzare il post "Ogham, l'alfabeto celtico e Calendario Arboricolo", clicca QUI
Per visualizzare il post "La Croce Celtica o Ruota Celtica: Storia, Cultura e significati", clicca QUI
La prima organizzazione politica della Roma monarchica è contraddistinta da un monarca elettivo, con pieni poteri, spesso forestiero onde evitare favoritismi di parte, e un corpo civico consultivo, formato da 3 tribù delle 3 etnìe costituenti la popolazione, che esprimono a loro volta 10 curie ciascuna (curia da "couviria"), le assemblee di maschi adulti, le quali si manifesteranno nei comizi curiati, la prima assemblea popolare. Il Senato, consiglio degli anziani capofamiglia, sarà il fulcro del corpo civico con compiti di reggenza negli interregno, fra un re e l'altro. Inoltre molte emanazioni degli ordinamenti dell'epoca, sono firmati "Popolus Romanus Quirites", intendendo per Popolus il potenziale militare (nel latino arcaico il verbo "populare" significava "devastare") che ai quei tempi era stimato in 3.000 fanti e 300 cavalieri, e per Quirites (dal latino "couvirites", in Italiano "assemblea dei maschi adulti") l'insieme del corpo civico.
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| Cartina dell'Italia e Mediterraneo circostante, nel VII - VI sec. a.C. con i territori di Roma e Latini, Etruschi, Lega Sannitica, Magna Grecia e Cartaginesi. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Dal 700 a.C. - Quali che siano state le origini più remote di questo ceppo etnico, fu in Europa centrale, intorno al 700 a.C., nella zona del Salzkammergut (Salisburgo e Carinzia, nell'odierna Austria) e fino al 450 a.C., che si sviluppò la prima vera Cultura Celtica, quella di Hallstatt, resa fiorente dal commercio del sale e basata prevalentemente su due classi sociali legate all'aristocrazia guerriera e al popolo dedito alla pastorizia.
| Ogham su pietra Carn Enoch, Galles, Inghilterra |
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| Croce Celtica, la visione cosmica dei moventi fisico-spirituali dei Celti Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Per visualizzare il post "Ogham, l'alfabeto celtico e Calendario Arboricolo", clicca QUI
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| Cartina dell'antica Lidia nel 700 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Antiche monete della Lidia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il figlio di Aliatte era Creso, che divenne sinonimo di ricchezza. Sardi, città della Lydia, era rinomata come una bellissima città. Intorno al 550 a.C., all'inizio del suo regno, Creso finanziò la costruzione del tempio di Artemide a Efeso, che divenne una delle Sette meraviglie del mondo antico. Creso venne sconfitto in battaglia da Ciro II di Persia nel 546 a.C., per cui il regno lidio perdette la sua autonomia diventando una satrapia persiana, di cui il capoluogo era Sardi.
Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. Fondamentale per la datazione di queste prime serie, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a. C.
La monetazione in elettro, battuta
essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio",
comprende lo statere (= gr 14,1 ca.) e alcune sue frazioni, fino a
1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure
striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di
protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto
"quadrato incuso", sull'altro. L'assegnazione a zecche
specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse
denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche
di livello piuttosto elevato.
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| Scultura che rappresenta la schiavitù |
L'antica Grecia è la prima società schiavistica della storia, dove nacque una forma di schiavitù in cui gli uomini erano beni mobili, ridotti al rango di merce: comprati, venduti e trattati come bestie. L'invenzione della schiavitù-merce si deve a Chio, città di un'isola posta a ridosso della costa occidentale dell'attuale Turchia, nell'arcipelago delle Sporadi. Lo storico Teopompo, nativo dell'isola, afferma infatti: "Gli abitanti di Chio furono i primi tra i greci, dopo i Tessali e i Lacedemoni, a servirsi di schiavi. Ma essi non se li procuravano allo stesso modo di questi ultimi, perchè i Lacedemoni e i Tessali hanno tratto i loro schiavi dai Greci che precedentemente abitavano il territorio che essi conquistarono, e li chiamarono rispettivamente iloti e penesti, mentre gli abitanti di Chio possedevano schiavi barbari che avevano acquistato.
Nel 682 a.C. - In Grecia, Terpandro inizia l'arte del canto con l'accompagnamento musicale.
Dal 683 a.C. - Ad Atene si instaura un regime tirannico che trova riscontro anche in altre città greche, come Corinto. Inizia così in Grecia l'età dei tiranni (700 - 500 a.C. circa).
Alcuni tiranni furono buoni governanti (Periandro a Corinto, Gelone a Siracusa, Policrate a Samo).
Fiorisce la cultura per l'introduzione della scrittura.
Vengono fissati per iscritto i poemi di Omero e di Esiodo.
Nasce la filosofia nella Ionia (Talete, Anassimandro, Anassimene).
Poeti lirici (Archiloco, Tirteo, Alceo).
Il Santuario di Delfi acquisì rinomanza universale.
Istituzione dei Giochi panellenici, potente elemento coesivo di tutta l'Ellade (sospensione delle guerre durante i Giochi). Giochi olimpici, istmici, pitici, nemei, secondo la città di svolgimento. Gli olimpici (ogni quattro anni, a Olimpia) divennero così importanti da computare il tempo su di essi. Prima olimpiade nel 776 a.C.
Dall' VIII al VI secolo Atene e Sparta si affermano come i centri più importanti, ciascuna riunisce diverse città vicine in lega, Atene con modalità persuasive, Sparta con modalità coercitive.
A Sparta vige un regime oligarchico: due re e un consiglio consultivo, la Gherusia, di 28 anziani.
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| Pallade Atena, la Dea Vergine, con lancia e l'"Egida", l'elmo. |
Il governo è affidato a nove arconti con carica annuale, coadiuvati dall'areopago, consiglio di ex arconti.
Nel 621 a.C. il legislatore Dracone pubblica il primo codice (limitazione del potere giudiziario dei nobili).
L'arconte Solone nel 594 a.C. riforma il codice draconiano: suddivisione in quattro classi, all'areopago affianca la bulé, consiglio di 400 estratti a sorte dalle prime tre classi.
Il tiranno Pisistrato (560 - 527 a.C.) accentua i caratteri democratici (in chiave populistica). I suoi figli Ippia e Ipparco si rivlelano più dispotici del padre.
Dopo la cacciata dei due, si impone il partito democratico, guidato da Clistene. Si ha una nuova costituzione democratica. Vengono ridotti i poteri dell'areopago. La Bulé è portata a 500 membri.
Introduzione dell'ostracismo, la votazione che si svolge per esiliare i politici che possono sembrare pericolosi per la democrazia.
Splendore culturale ed economico.
Nella mitologia greca la Dea Atena era la dea della sapienza, della saggezza, della tessitura, delle arti e degli aspetti più nobili della guerra.
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| "Amazzone ferita" di Franz von Stuck, 1903 |
Per visualizzare il post "Donne combattenti e Donne di Potere", clicca QUI
Dal 600 a.C. - Le popolazioni Celtiche in Europa si suddividono in varie tribù.
Nel 600 a.C. - In Grecia nasce il pensiero scientifico occidentale:
Nelle trattazioni sulla storia del pensiero scientifico degli inizi figura in genere la Scuola di Mileto, detta anche Scuola Ionica, i cui esponenti più importanti, Talete, Anassimandro e Anassimene diressero le loro indagini scientifiche principalmente verso interessi di ordine filosofico ma anche astronomico e cosmologico (a quell'epoca non esisteva una differenziazione delle discipline scientifiche). L’importanza della Scuola risiede nel fatto che, per quanto riguarda l’astronomia lo studio si manifestò con una certa connotazione di vera e propria indagine scientifica per la qualità delle domande che gli studiosi si posero. In particolare si domandarono quale fosse il principio unico, arché, (sostanza fondamentale e causa prima che dava origine a tutta la materia). Ogni componente della Scuola diede una propria definizione di ciò che riteneva essere questo elemento fondamentale.
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| Talete di Mileto (ca. 626 - 548 a.C.) |
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| Cartina degli Abruzzi con segnalato Capestrano |
Nel 1934, in un vigneto di Capestrano, nell'attuale provincia di L'Aquila, negli Abruzzi, viene rinvenuto un antico monumento dell'arte degli
antichi Italici.
Si tratta di
un monumento scultoreo, alto 235 cm, destinato ad avere risonanza mondiale, tanto da essere
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| Il Guerriero di Capestrano |
Nel 594 a.C. - Ad Atene legislazione di Solone.
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| Cartina dell'Italia e Mediterraneo circostante, nel VII - VI sec. a.C. con i territori di Roma e Latini, Etruschi, Lega Sannitica, Magna Grecia e Cartaginesi. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
In Grecia, Anassimandro disegna la prima carta del mondo conosciuto. Anassimandro (610 - 547 a.C. ca.) è ritenuto il primo discepolo di Talete.
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| Ecumene di Anassimandro, carta del mondo conosciuto nel 580 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 578 a.C. - Servio Tullio diventa sesto re di Roma.
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| Cartina dell'antica Roma nel 600 a.C. con le mura serviane. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
le proprie conquiste era necessario un esercito più numeroso di quello che possedeva (un'unica legione di circa 3.000 fanti e 300 cavalieri, detto esercito romuleo). Introdusse quindi il "Census", il censimento della popolazione maschile che si teneva ogni 5 anni. Tale occasione si inaugurava con il "Lustrum" che consisteva in una "Lustrazio": tre animali sacri, prima di essere sacrificati, giravano attorno all'esercito in armi schierato nel Campo Marzio per rendere splendore e sacralità all'evento. Lustro è rimasto nel nostro linguaggio come periodo di 5 anni. In relazione al patrimonio posseduto, ognuno apparteneva ad una classe di centurie, che si differenziavano fra seniores, oltre i 46 anni e juniores fra i 17 e i 45 anni. Lo schieramento corazzato oplitico adottato dalla fanteria, i "pedites", prevedeva dispositivi difensivi come corazze elmi e scudi, oltre alle armi offensive (spade e lance) che potevano permettersi solo le prime classi. Al di sotto di un certo patrimonio non si poteva far parte delle classi delle centurie.
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| Cartina dell'antico Lazio nel 600 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
| Statuetta di Mater Matuta |
Mater Matuta, nella mitologia romana
era la dea del Mattino o dell'Aurora. Più tardi fu associata alla dea
greca Ino o, appunto, Aurora. Aveva un tempio nel Foro Boario, realizzato, forse,
all'epoca di Servio Tullio (secondo quarto del VI secolo a.C.),
accanto al Porto fluviale di Roma, consacrato, secondo la leggenda, da
Romolo. Distrutto nel 506 a.C., fu ricostruito nel 396 a.C. da Marco
Furio Camillo, nell'odierna area di Sant'Omobono. Un
altro tempio dedicato alla dea era nella città di Satricum. La sua
festa (Matrialia) veniva celebrata l'11 giugno, a questo culto erano
ammesse solo le donne vergini o sposate una sola volta, il cui marito
era ancora vivo, mentre le donne schiave ne erano severamente
escluse.
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| Carta geografica ottenuta dal Periplo di Scilace, parte tratta da: http://www.webalice.it/franco.zavatti/www/frau/scilace1-19-108-112.png Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il Periplo di Scilace (Scilàce di Cariànda fu un antico navigatore, geografo e cartografo greco che visse tra il VI e il V secolo a.C., a cui i cartaginesi commissionarono alcune esplorazioni) è una descrizione delle coste del Mediterraneo e del Mar Nero, redatta tra il VI e il V secolo a.C., che riporta la presenza dei Liguri mescolati agli Iberi tra i Pirenei e il fiume Rodano e dei "Liguri veri e propri" sulle coste tra il Rodano e il fiume Arno.
I Greci scoprirono contemporaneamente l'idea della libertà individuale e la struttura istituzionale al cui interno poteva essere realizzata.
Il mondo pre-greco fu un mondo senza uomini liberi, nel senso in cui l'Occidente è giunto ad interpretare questo concetto.
Nel mondo greco il ricorso all'oro per la coniazione di monete è piuttosto raro. Il primo utilizzo di questo metallo, sotto forma di una lega di oro e d'argento, chiamata "elettro" o "oro bianco", coincide, però, con l'introduzione della moneta stessa in Occidente, in una zona geograficamente prossima al regno di Lidia. Fondamentale per la datazione di queste prime serie, è stato il ritrovamento di due depositi monetali durante gli scavi condotti all'inizio del secolo scorso nell'Artemision di Efeso. Il loro occultamento viene oggi messo in relazione con lavori di ristrutturazione del santuario, effettuati nel 560 a. C. L'introduzione delle monete in elettro sembra pertanto da porsi agli inizi del VI secolo a. C. Datazioni più alte, propongono, invece, l'ultimo terzo del VII a. C.
La monetazione in elettro, battuta
essenzialmente secondo uno standard "lidio-milesio",
comprende lo statere (= gr 14,1 ca.) e alcune sue frazioni, fino a
1/96. Gli esemplari possono avere entrambi i lati lisci, oppure
striature su una delle facce, o anche raffigurazioni di animali o di
protomi su un lato e il marchio di uno o due punzoni, il cosiddetto
"quadrato incuso", sull'altro. L'assegnazione a zecche
specifiche risulta spesso problematica. L'alto valore delle diverse
denominazioni indica un loro uso nel corso di transazioni economiche
di livello piuttosto elevato.
Nella seconda metà del VI secolo a.C.
Focea perse l'indipendenza assieme alle altre città della Ionia.
Prima passò a Creso, re di Lidia, e subito dopo, con la sconfitta di
Creso nel 546 a.C., a Ciro il Grande, re di Persia.
I Focei si rifugiarono a Chio con
l'intenzione di acquistare e stabilirsi sulle isole Enusse, ma,
respinta l'offerta, si diressero verso la colonia di Alalia in
Corsica.
Focea fu un importante porto
commerciale e fondò colonie nel Mediterraneo occidentale: Massalia,
(attuale Marsiglia) in Francia, Alalia in Corsica, Elea in Magna
Grecia, Emporion e Rhoda in Spagna.
Ci informa infatti Erodoto che, proprio
utilizzando pentecontere, anziché navi mercantili dallo scafo
rotondo, i Focei furono i primi a compiere lunghi tragitti, aprendo
rotte commerciali che si spinsero molto lontano, fin sull'Oceano
Atlantico presso Tartesso.
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| Carta del 700 a.C. con gl'insediamenti e limiti dell'influenza di Tartesso segnalati in verde brillante, le colonie greche in blu e le colonie fenicie in verde-oliva. Si vedono il Lago Ligustico, Asta Regia (Jerez de la Frontera) e Gadir (Cadiz). Clicca sull'immagine per ingrandirla. Fonte: http://es.wikipedia.org/wiki/Tartessos |
Giunti a Tartesso, in (Spagna), i Focei strinsero amicizia col re Argantonio che li invitò a trasferirsi nel suo paese. I Focei declinarono la proposta. Allora, avuta notizia della potenza dei Medi, Argantonio inviò loro una grande somma d'argento per costruire le mura difensive della loro città.
I loro viaggi marittimi erano estesi: a
sud commerciavano probabilmente con la colonia greca di Naucrati, in
Egitto; a nord aiutarono probabilmente l'insediamento delle colonie
di Amiso e Lampsaco. (Vedi cartina in basso a destra.)
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| Dardanelli con Lapsaco (Lapseki) Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| Carta dell'antico mar Tirreno con la zona della battaglia di Alalia del 535 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Per cinque anni i Focei costruirono
templi e saccheggiarono i paesi circostanti, fino a quando Etruschi e
Cartaginesi li affrontarono nella battaglia navale di Alalia (535
a.C.).
I Focesi vinsero, ma riportarono danni così gravi alle loro
navi che preferirono trasferirsi a Rhegion (l'attuale Reggio
Calabria) e da lì risalire la costa per fondare Elea.
Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane, capostipite della futura Scuola eleatica.
Nel 530 a.C. - Pitagora inizia il suo insegnamento. Pitagora, secondo alcuni, verso i vent’anni di età ebbe dei contatti con Talete ed Anassimandro. La sua nascita viene collocata a Samo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. E’ considerato il primo matematico puro della storia. A differenza di altri matematici greci, dei quali sono noti sia i titoli delle opere che i contenuti, di Pitagora non ci è giunto alcuna opera scritta (e nemmeno eventuali titoli). Sembra addirittura che tutto il suo insegnamento abbia avuto un carattere completamente orale. La Scuola Pitagorica, comunità scientifico-religiosa che egli guidò mantenne uno standard di segretezza elevato, tale da far considerare i suoi membri come componenti di una vera e propria setta, con connotazioni talmente elitarie da suscitare persecuzioni. Nella sua scuola si riscontra un evidente influsso di credenze e filosofie orientali. Oltre che di matematica, egli si occupò intensamente di magia, di astrologia, di filosofia, di musica, di astronomia, di riti occulti e pare anche di medicina, tutte cose che danno credito all’affermazione di suoi viaggi in Oriente.
Tra i fondatori della colonia figurava anche il filosofo Senofane, capostipite della futura Scuola eleatica.
Nel 530 a.C. - Pitagora inizia il suo insegnamento. Pitagora, secondo alcuni, verso i vent’anni di età ebbe dei contatti con Talete ed Anassimandro. La sua nascita viene collocata a Samo, sulla costa ionica dell’Asia Minore, intorno al 570 a.C. E’ considerato il primo matematico puro della storia. A differenza di altri matematici greci, dei quali sono noti sia i titoli delle opere che i contenuti, di Pitagora non ci è giunto alcuna opera scritta (e nemmeno eventuali titoli). Sembra addirittura che tutto il suo insegnamento abbia avuto un carattere completamente orale. La Scuola Pitagorica, comunità scientifico-religiosa che egli guidò mantenne uno standard di segretezza elevato, tale da far considerare i suoi membri come componenti di una vera e propria setta, con connotazioni talmente elitarie da suscitare persecuzioni. Nella sua scuola si riscontra un evidente influsso di credenze e filosofie orientali. Oltre che di matematica, egli si occupò intensamente di magia, di astrologia, di filosofia, di musica, di astronomia, di riti occulti e pare anche di medicina, tutte cose che danno credito all’affermazione di suoi viaggi in Oriente.
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| Pitagora |
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| Senatus PopolusQue Romanus |
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| Foro rurale ad Altilia, presso l'antica Sepino, in Molise. |
Nel 500 a.C. - Si ha la massima espansione del commercio Fenicio.
Dal V° secolo a.C. Tartesso, citata più volte nelle scritture ebraiche ('Tarshish', conosciuta anche come 'Tarsis' o 'Tarsisch') , non esisterà più.
In Grecia, le due città greche più importanti, Atene e Sparta, erano divise quasi su tutto: avevano diversi interessi, diversi rapporti fra le classi, diversa concezione della vita e della cultura. E anche, naturalmente, una diversa concezione della guerra. Sparta si può senz'altro definire come una società militarista. Gli Spartani, infatti, vivevano nel continuo timore di una rivolta dei propri sudditi, gli iloti, che essi trattavano con una durezza senza confronti nel mondo greco. Pertanto, non potendo contare su una sottomissione e una fedeltà spontanee, dovevano organizzarsi, nella propria terra, come un esercito accampato in una regione straniera. I maschi adulti passavano l'intera vita sotto le armi, mentre la giovinezza era solo una breve preparazione alla vita militare.
Gli Spartani fondavano la propria sicurezza interamente sull'affidabilità del proprio esercito, al punto che non vollero mai proteggere con mura la propria città pur essendo, alla lettera, circondati da nemici. In questo modo essi si guadagnarono la fama di essere grandi combattenti e Sparta veniva considerata la maggiore potenza militare della Grecia.
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| Le armi di un oplita del 500 a.C.: elmo, corazza, lancia, di cui si vede solo la punta, spada. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Diversa era la
situazione ad Atene all'inizio del V
secolo. Lì non si passava la vita sotto le
armi, anzi, non c'era nessuno che facesse il soldato per professione:
i cittadini venivano chiamati di volta in volta alle armi, in caso di
necessità, sotto il comando di capi militari (gli strateghi) che
venivano eletti di anno in anno. Nonostante che, dopo la riforma di
Clistene, le cariche pubbliche venissero sorteggiate fra tutti gli
aventi diritto, a quella di stratega veniva attribuita una componente
di competenza tecnica, per cui era riservata, per comune consenso,
alle persone riconosciute più esperte. Una cosa però accomunava le tecniche
di guerra di Ateniesi e Spartani (e in realtà di quasi tutti i
Greci) al momento dell'invasione persiana: per gli uni come per gli
altri, il nerbo dei rispettivi eserciti era costituito dalla fanteria
oplitica. Gli opliti (da Yoplon, lo scudo tondo del diametro di un metro, in legno ricurvo corazzato in bronzo od ottone) erano cittadini liberi, appartenenti per lo meno
al ceto medio, i quali potevano permettersi di equipaggiarsi con la
pesante armatura di bronzo adottata dalle armate greche fin dalla
fine dell'VIII secolo a.C. L'equipaggiamento difensivo (chiamato
panoplia) era composto da una corazza, sagomata in modo da avere la
forma di un torso maschile, a protezione del busto; da un elmo,
sempre di bronzo, che riparava anche il naso e le guance; da
protezioni metalliche per la parte inferiore delle gambe; infine dal
grande scudo argivo (Yoplon), da cui derivava appunto il termine
'oplita'. Le armi offensive erano una lancia e una spada di ferro. La
fanteria oplitica combatteva in formazione serrata e pertanto si
muoveva con lentezza, ma con efficacia, ed era in grado di resistere
anche a una carica di cavalleria. L'armatura di bronzo bastava spesso
a proteggere i soldati dalle frecce scagliate da lontano, o anche da
una lancia scagliata senza sufficiente forza e precisione. Per
sconfiggere gli opliti, dunque, era necessario affrontarli a distanza
ravvicinata.
L'introduzione di questo modo di
combattere soppiantò i combattimenti individuali sui carri e i
duelli tra aristocratici raccontati da Omero e mise il potere
militare nelle mani dei comuni cittadini. Pertanto l'introduzione
della guerra oplitica fu uno dei fattori che contribuì a minare il
primato dell'aristocrazia, che perse il predominio sulla forza
militare; alla lunga la nuova tecnica di combattimento finì con il
creare tensioni anche all'interno della disciplinatissima società
spartana.
Comunque ad Atene e in molte altre città il potere politico era passato nelle mani dell'assemblea dei cittadini.
Comunque ad Atene e in molte altre città il potere politico era passato nelle mani dell'assemblea dei cittadini.
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| La falange greca, formazione serrata con cui combattevano gli Opliti dell'antica Grecia. |
Dario inviò in Grecia una potente flotta e un corpo di spedizione forte di ventimila uomini, del quale facevano parte molte truppe non iraniche (questo contingente era in effetti poca cosa per l'esercito del Gran Re, ma era pur sempre più del doppio dell'esercito ateniese).
Dal 499 a.C. - Iiniziano gli eventi che porteranno la Grecia alle Guerre Persiane: Creso, re di Lidia, che aveva sottomesso le città greche della costa ionica, nel 546 a.C. è rovesciato da Ciro il Grande, re di Persia, che annette anche le città greche dell'Asia Minore.
- Nel 499 a.C. prima ribellione
fomentata dalla città di Mileto, a cui Atene si allea e che fornisce navi.
I Greci milesi incendiano Sardi, vicino capoluogo della Satrapia Persiana: nell'incendio viene distrutto il tempio di Cibele. Anche Focea aderì alla rivolta ionica contro Dario I di Persia. Dionisio di Focea comandò la flotta ionica nella battaglia di Lade (494 a.C.), ma i Focesi poterono schierare solo tre navi su un totale di 350. I persiani vinsero la battaglia e poco dopo schiacciarono la rivolta.
A Dario viene detto che è stata Atene a fornire aiuto alle polis Greche ribelli.
- Nel 494 il re di Persia Dario saccheggia Mileto e ristabilisce il controllo sulla Ionia, ma chiede ad un servitore di ricordargli ogni giorno, prima dei pasti, degli Ateniesi.
- Nel 491, a
capo di una grande flotta, Dario si dirige su Atene, ma la flotta è
distrutta da una tempesta.
- Nel 490 a.C. Dati, generale di Dario, intraprende la seconda spedizione (prima guerra persiana). Sapendo che l'armata persiana si dirige su Atene, gli ateniesi chiedono aiuto a Sparta, che detiene la supremazia militare ellenica; Sparta risponde che sono in atto celebrazioni religiose e che al momento non manderanno aiuti.
La grande armata persiana è sconfitta a terra dagli Ateniesi guidati da Milziade, che adotta un'astuta strategia di battaglia, a Maratona. Milziade non sa se la flotta Persiana ha raggiunto Atene, e invia un messaggiero, il più veloce e resistente che ha, Filippide, ad avvertire i concittadini della vittoria. Dopo i 42 chilometri di corsa, Filippide riuscirà solo a pronunciare "Nike", "vittoria" e morirà d'infarto. Da questo episodio nasce la maratona sportiva.
- Nel 481 a.C. Serse I, figlio di Dario, attraversa l'Ellesponto (Dardanelli) con un'armata composta da più di 200.000 uomini e fiancheggiata da centinaia di navi. Capendo che tutta la Grecia è a rischio, si costituisce una lega panellenica, a cui Sparta concederà uno dei suoi due re e 300 opliti, il meglio della guardia reale. Sopraffatte al costo di numerosi reparti del suo esercito, compresa la guardia der grande re, gl'immotali, le poche centinaia di Spartani del re Leonida e il migliaio di alleati Greci rimasti, alle Termopili , l'armata persiana raggiunge Atene, che è stata abbandonata, la saccheggia e la incendia, templi compresi, vendicandosi finalmente di Sardi. Ma all'isola di Salamina la flotta greca, comandata da Temistocle sconfigge la più imponente flotta persiana.
Serse I fugge; i resti delle truppe e della flotta saranno poi vinti dall'alleanza Greca.
Dopo la sconfitta di Serse I nel 480 a.C. nella Seconda guerra persiana, Atene accrebbe la propria potenza. Focea entrò nella Lega di Delo pagando ad Atene un tributo di due talenti.
- Nel 479 a.C. le residue forze di terra persiane sono annientate a Platea.
Atene diviene la
città-stato più influente di tutta l'Ellade, sotto la guida
politica di Aristide, e impone uno stato di sudditanza alle altre
città. I Greci milesi incendiano Sardi, vicino capoluogo della Satrapia Persiana: nell'incendio viene distrutto il tempio di Cibele. Anche Focea aderì alla rivolta ionica contro Dario I di Persia. Dionisio di Focea comandò la flotta ionica nella battaglia di Lade (494 a.C.), ma i Focesi poterono schierare solo tre navi su un totale di 350. I persiani vinsero la battaglia e poco dopo schiacciarono la rivolta.
A Dario viene detto che è stata Atene a fornire aiuto alle polis Greche ribelli.
- Nel 494 il re di Persia Dario saccheggia Mileto e ristabilisce il controllo sulla Ionia, ma chiede ad un servitore di ricordargli ogni giorno, prima dei pasti, degli Ateniesi.
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| Bronzetto raffigurante un Guerriero Greco |
- Nel 490 a.C. Dati, generale di Dario, intraprende la seconda spedizione (prima guerra persiana). Sapendo che l'armata persiana si dirige su Atene, gli ateniesi chiedono aiuto a Sparta, che detiene la supremazia militare ellenica; Sparta risponde che sono in atto celebrazioni religiose e che al momento non manderanno aiuti.
La grande armata persiana è sconfitta a terra dagli Ateniesi guidati da Milziade, che adotta un'astuta strategia di battaglia, a Maratona. Milziade non sa se la flotta Persiana ha raggiunto Atene, e invia un messaggiero, il più veloce e resistente che ha, Filippide, ad avvertire i concittadini della vittoria. Dopo i 42 chilometri di corsa, Filippide riuscirà solo a pronunciare "Nike", "vittoria" e morirà d'infarto. Da questo episodio nasce la maratona sportiva.
- Nel 481 a.C. Serse I, figlio di Dario, attraversa l'Ellesponto (Dardanelli) con un'armata composta da più di 200.000 uomini e fiancheggiata da centinaia di navi. Capendo che tutta la Grecia è a rischio, si costituisce una lega panellenica, a cui Sparta concederà uno dei suoi due re e 300 opliti, il meglio della guardia reale. Sopraffatte al costo di numerosi reparti del suo esercito, compresa la guardia der grande re, gl'immotali, le poche centinaia di Spartani del re Leonida e il migliaio di alleati Greci rimasti, alle Termopili , l'armata persiana raggiunge Atene, che è stata abbandonata, la saccheggia e la incendia, templi compresi, vendicandosi finalmente di Sardi. Ma all'isola di Salamina la flotta greca, comandata da Temistocle sconfigge la più imponente flotta persiana.
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| Passo delle Termopili a nord della Focide |
Dopo la sconfitta di Serse I nel 480 a.C. nella Seconda guerra persiana, Atene accrebbe la propria potenza. Focea entrò nella Lega di Delo pagando ad Atene un tributo di due talenti.
- Nel 479 a.C. le residue forze di terra persiane sono annientate a Platea.
In quel periodo in Italia, nella Magna Grecia viene fondata un'altra scuola filosofica. Parmenide di Elea, che visse all'incirca dal 515 al 460 (secondo altre testimonianze nacque invece intorno al 540 a.C.), è considerato il fondatore della Scuola Eleatica (Elea, che poi venne chiamata Velia, era la città della Magna Grecia, in Campania, fondata dai Focei, nelle vicinanze dell'attuale Salerno: vedi cartina più in alto). Si dibatte se Senofane sia stato discepolo di Colofone. Dibattuto è anche il problema dell'influenza del pensiero di Parmenide su quello di Eraclito o viceversa. Secondo Diogene Laerzio fu il primo ad affermare che la Terra è sferica e occupa il centro dell'universo.
Parmenide di Elea distinse due livelli di conoscenza: secondo verità e secondo opinione. Per lui il Sole e la via lattea erano esalazioni di fuoco. Anche la Luna era esalazione di fuoco, ed era illuminata dal Sole. La tradizione lo considera anche il primo ad aver riconosciuto che Espero e Lucifero erano lo stesso astro, Venere.
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| Un'antica trireme greca ricostruita. Navi lunghe e strette, veloci e molto manovrabili, il loro impiego fu decisivo nella battaglia di Salamina. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 478 a.C. - Viene creata in Grecia la Lega Delio-Attica. Vittorie greche contro Cartagine e gli Etruschi. La qualità speculativa della ragione e la nuova consapevolezza di libertà individuale (ottenuta parallelamente alla creazione di un mercato di schiavi), ha elaborato nuove forme di governo del potere nella res-pubblica: la Democrazia. Il potere è condiviso dalle varie parti della società degli uomini liberi, con e senza possedimenti fondiari, la terra: unici esclusi sono gli schiavi, ritenuti più merci che persone. Il culmine dello splendore politico e culturale di Atene è raggiunto
con Pericle. Accentuato il carattere democratico con leggi che
consentivano ai cittadini delle classi meno abbienti di accedere a
cariche pubbliche. Favorito il sorgere di regimi democratici anche in
altre città. Durante l'Età di Pericle si ha la costruzione del
Partenone, dell'Eretteo, dei Propilei e di altri edifici pubblici. La
letteratura si esprime con le tragedie di Eschilo, Sofocle e Euripide
le commedie di Aristofane, la filosofia splende con Socrate e
Platone.
Pericle, in greco Περικλῆς, Periklēs, "circondato dalla gloria" (nato a
Cholargos nel 495 a.C. circa, morto ad Atene nel 429 a.C.), è stato un
politico, oratore e stratega ateniese durante il periodo d'oro della
città, tra le Guerre Persiane e la Guerra del Peloponneso. Discendeva, da parte di madre, dalla potente e storicamente influente
famiglia degli Alcmeonidi. Pericle
ebbe una così profonda influenza sulla società ateniese che Tucidide,
uno storico contemporaneo a lui, lo acclamò "Primo cittadino di
Atene". Durante i primi due anni delle Guerre del Peloponneso, Pericle
fece della Lega Delio-Attica (una alleanza fra Atene e altre città, con
Delo, isola sacra poiché ritenuta il luogo di nascita di Apollo, come
riferimento per l'alleanza), un impero comandato da Atene. Promosse le
arti e la letteratura; questa fu la
principale ragione per la quale Atene detiene la reputazione di centro
culturale dell'Antica Grecia. Cominciò un progetto ambizioso che portò
alla costruzione di molte opere sull'Acropoli (incluso il Partenone, il
"tempio della vergine",
dedicato ad Atena con un imponente statua d'oro e avorio, alta
venticinque metri, costruita da Fidia). Sotto il governo di Pericle,
Atene raggiunse il massimo sviluppo democratico, con l'istituzione
dell'assemblea cittadina come capo della Lega Delio-Attica.
Per avere informazioni sulla vita di Pericle, visualizza il post "Pericle e la Democrazia: "Discorso agli Ateniesi" - con Paolo Rossi", clicca QUI
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| Pericle |
Per avere informazioni sulla vita di Pericle, visualizza il post "Pericle e la Democrazia: "Discorso agli Ateniesi" - con Paolo Rossi", clicca QUI
Ecco il suo Discorso agli Ateniesi riportato da Tucidide in "La guerra del Peloponneso" II, 37-41:
"Qui ad Atene noi facciamo così: qui il
nostro governo favorisce i molti, invece dei pochi, e per questo
viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così: le leggi,
qui, assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute
private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza, quando
un cittadino si distingue, allora esso sarà a preferenza di altri
chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come
una ricompensa, al merito, e la povertà non costituisce un
impedimento. Qui ad Atene noi facciamo così: la libertà di cui
godiamo si estende anche alla vita quotidiana, noi non siamo
sospettosi l’uno dell’altro, e non infastidiamo mai il nostro
prossimo, se al nostro prossimo piace vivere a modo suo, noi siamo
liberi, liberi di vivere, proprio come ci piace, e tuttavia siamo
sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino
ateniese non trascura i pubblici affari, quando attende alle proprie
faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari
per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo
così: ci é stato insegnato di rispettare i magistrati e ci é stato
insegnato anche di rispettare le leggi, e di non dimenticare mai
coloro che ricevono offesa, e ci e’ stato anche insegnato di
rispettare quelle leggi non scritte, che risiedono nell’universale
sentimento di ciò che é giusto, e di ciò che é buonsenso. Qui ad
Atene noi facciamo così: un uomo che non si interessa allo stato noi
non lo consideriamo innocuo, ma inutile, e benché in pochi siano in
grado di dar vita a una politica, beh, tutti qui ad Atene siamo in
grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un
ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicita sia
il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del
valore. Insomma io proclamo Atene scuola dell’Ellade, e che ogni
ateniese cresce prostrando in se una felice versastilità la fiducia
in se stesso e la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Ed é
per questo che la nostra città é aperta al mondo e noi non cacciamo
mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così!"
E' in questo periodo che vive Anassagora. Anassagora di Clazomene visse all'incirca dal 500 al 430 a.C. E' probabile che abbia trascorso la sua giovinezza nella natia Ionia (Clazomene era una città nelle vicinanze di Smirne). Le fonti più importanti su Anassagora sono Aristotele, Platone, Teofrasto, Aetius, Plutarco, Ippolito. Si dice che, di famiglia facoltosa, abbia trascurato le ricchezze per dedicarsi allo studio. Si dice anche che sia stato lui il primo filosofo ad introdurre in Atene la filosofia (fino ad allora confinata alla Ionia) quando, poco più che ventenne, si trasferì ad Atene. E' largamente accettato che ad Atene egli divenne amico di Pericle, più giovane di lui di cinque anni. Ma, come è noto, la sua amicizia con Pericle gli costò cara: i nemici politici di Pericle per colpire lui si rifecero su Anassagora facendolo imprigionare e costringendolo all'esilio. Sembra addirittura che il provvidenziale intervento di Pericle abbia salvato Anassagora da sanzioni più gravi. Le accuse ad Anassagora consistevano, come è noto, nell'aver egli affermato che il Sole non era altro che "una pietra infuocata" (evidentemente, nell'Atene del 450 a.C. l'attitudine mentale tradizionale era ancora fortemente legata a valori sacrali e lo svilirli a una interpretazione naturalistica non poteva ancora essere accettato). Comunque, Anassagora si rifugiò a Lampsaco (sulla costa orientale dell'Ellesponto), dove si dice abbia fondato una scuola. Nella dottrina filosofica di Anassagora si aveva una accentuazione del nous inteso come "mente", oppure "ragione", cioè disanima dei fenomeni secondo principi di razionalità. Secondo Aetius (che cita Teofrasto), Anassagora sosteneva che la Luna brilla di luce non propria ma riflessa dal Sole. Questa è ritenuta una delle prime affermazioni del genere. Ippolito e altri ci informano delle corrette interpretazioni date da Anassagora, per primo, delle modalità del compiersi delle eclissi di Sole e di Luna. Sulle modalità di svolgimento delle eclissi di Luna, comunque, Anassagora introduce una credenza erronea, ammettendo la possibilità che ad oscurare la Luna siano anche altri corpi interposti. C'è un notevole grado di incertezza su quanto fossero estese le sue cognizioni matematiche. Vitruvio ci dà una intrigante informazione su Anassagora. Ci dice che, mentre si trovava in prigione, scrisse un trattato nel quale si davano istruzioni su come dipingere gli scenari per le commedie che venivano rappresentate ad Atene: come dovevano essere dipinti i pezzi che dovevano apparire sullo sfondo, e come quelli che dovevano apparire in primo piano. Si potrebbe arguire da ciò che Anassagora produsse una specie di trattato sulla prospettiva ma manca completamente qualunque altra notizia che confermi queste affermazioni di Vitruvio. E' noto anche la battuta con la quale si dice abbia risposto a che gli chiedeva quale riteneva fosse lo scopo della sua vita: "Investigare il Sole, la Luna e le stelle".
Qui ad Atene noi facciamo così!"
E' in questo periodo che vive Anassagora. Anassagora di Clazomene visse all'incirca dal 500 al 430 a.C. E' probabile che abbia trascorso la sua giovinezza nella natia Ionia (Clazomene era una città nelle vicinanze di Smirne). Le fonti più importanti su Anassagora sono Aristotele, Platone, Teofrasto, Aetius, Plutarco, Ippolito. Si dice che, di famiglia facoltosa, abbia trascurato le ricchezze per dedicarsi allo studio. Si dice anche che sia stato lui il primo filosofo ad introdurre in Atene la filosofia (fino ad allora confinata alla Ionia) quando, poco più che ventenne, si trasferì ad Atene. E' largamente accettato che ad Atene egli divenne amico di Pericle, più giovane di lui di cinque anni. Ma, come è noto, la sua amicizia con Pericle gli costò cara: i nemici politici di Pericle per colpire lui si rifecero su Anassagora facendolo imprigionare e costringendolo all'esilio. Sembra addirittura che il provvidenziale intervento di Pericle abbia salvato Anassagora da sanzioni più gravi. Le accuse ad Anassagora consistevano, come è noto, nell'aver egli affermato che il Sole non era altro che "una pietra infuocata" (evidentemente, nell'Atene del 450 a.C. l'attitudine mentale tradizionale era ancora fortemente legata a valori sacrali e lo svilirli a una interpretazione naturalistica non poteva ancora essere accettato). Comunque, Anassagora si rifugiò a Lampsaco (sulla costa orientale dell'Ellesponto), dove si dice abbia fondato una scuola. Nella dottrina filosofica di Anassagora si aveva una accentuazione del nous inteso come "mente", oppure "ragione", cioè disanima dei fenomeni secondo principi di razionalità. Secondo Aetius (che cita Teofrasto), Anassagora sosteneva che la Luna brilla di luce non propria ma riflessa dal Sole. Questa è ritenuta una delle prime affermazioni del genere. Ippolito e altri ci informano delle corrette interpretazioni date da Anassagora, per primo, delle modalità del compiersi delle eclissi di Sole e di Luna. Sulle modalità di svolgimento delle eclissi di Luna, comunque, Anassagora introduce una credenza erronea, ammettendo la possibilità che ad oscurare la Luna siano anche altri corpi interposti. C'è un notevole grado di incertezza su quanto fossero estese le sue cognizioni matematiche. Vitruvio ci dà una intrigante informazione su Anassagora. Ci dice che, mentre si trovava in prigione, scrisse un trattato nel quale si davano istruzioni su come dipingere gli scenari per le commedie che venivano rappresentate ad Atene: come dovevano essere dipinti i pezzi che dovevano apparire sullo sfondo, e come quelli che dovevano apparire in primo piano. Si potrebbe arguire da ciò che Anassagora produsse una specie di trattato sulla prospettiva ma manca completamente qualunque altra notizia che confermi queste affermazioni di Vitruvio. E' noto anche la battuta con la quale si dice abbia risposto a che gli chiedeva quale riteneva fosse lo scopo della sua vita: "Investigare il Sole, la Luna e le stelle".
Empedocle di Agrigento visse
all'incirca dal 480 al 420 a.C. Aristotele dice che morì ad Atene
all'età di 60 anni, mentre secondo un'altra tradizione sarebbe
precipitato nel cratere dell'Etna. Delle due opere certamente
attribuitegli ci restano ampi frammenti: 100 versi del poema
Purificazioni e 400 versi di Sulla natura. Ispirandosi al pensiero di
Eraclito, di Pitagora e di Parmenide, formulò la dottrina dei
quattro elementi, da lui detti in realtà radici, più tardi
riconosciuti come i quattro elementi naturali (aria, fuoco, terra e
acqua). Accettò l'idea di Parmenide secondo cui la Luna rifletteva
la luce solare e dette una spiegazione corretta del meccanismo delle
eclissi solari. Aristotele sosteneva che Anassagora era prima di
Empedocle per età ma dopo di lui per opere. Si potrebbe pensare che
volesse semplicemente dire che Anassagora scrisse in un tempo
successivo a Empedocle. Invece Teofrasto sostiene che Aristotele
riteneva Anassagora inferiore ad Empedocle nel pensiero. Aristotele
riporta anche che Empedocle ebbe la intuizione fisica importantissima
secondo cui la velocità della luce era finita, per cui impiegava un
certo tempo a percorrere una distanza.
| Carta geografica dei primi insediamenti europei dei Celti, Hallstatt poi La Tène, e sucessive espansioni |
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| Cartina dell'Europa intorno al 500 a.C.: le città e le vie dell'Ambra, in nero e rosso, i siti di rinvenimento di Ambra in rosso. Clicca l'immagine per ingrandirla. |
Dal 440 a.C. - Nell'ecumene di Erodoto, redatto tra il 440 - 425 a.C., troviamo i Liguri dalla foce dello Jùcar, in Iberia, fino alla pianura padana.
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Liguri - Carta geografica dall'Ecumene di Erodoto - Erodoto di Alicarnasso
svolse la sua attività intorno agli anni 440 - 425 a.C. I viaggi che portò a termine gli consentirono di allargare enormemente le conoscenze geografiche dei suoi contemporanei. Da: http://digilander.libero.it/diogenes99/Cartografia/Cartografia01.htm Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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| "Hermes con Dioniso" di Prassitele: Nella cultura greca l'eroe era rappresentato nudo. Clicca l'immagine per ingrandirla. |
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| Ricostruzione di come si doveva presentare il Partenone di Atena progettato da Fidia, nell'antica Atene. |
Le città greche non lo
adottarono con uniformità. Si limitarono a tenerne conto per tenere
sotto controllo le intercalazioni dei mesi. Ma inizialmente la
scoperta di questo ciclo fu molto celebrata ad Atene. Si dice che il
numero che ogni anno aveva nel ciclo venisse esposto nel Partenone su
un'iscrizione d'oro, dando con ciò origine alla denominazione di
numero d'oro. (Ancora oggi del ciclo di Metone viene tenuto
conto dalla Chiesa nel calcolo della data della Pasqua, in funzione
di alcune costanti, tra le quali anche il numero d’oro. Per una
convenzione stabilita da Dionigi il Piccolo, l’anno 1 a.C.
corrisponde all’anno di inizio del ciclo di Metone numero
1. (Dionigi, monaco di origine orientale vissuto a Roma a cavallo
tra il V e il VI secolo della nostra era, è ricordato, tra l’altro,
per aver riformato il sistema di datazione a partire dalla nascita di
Gesù Cristo, data che venne da lui fissata al 25 dicembre dell’anno
758 dalla fondazione di Roma, introducendo con ciò un errore di
calcolo di circa 5 anni). Allora, il numero d’oro di un anno
qualunque (che è il numero d’ordine dell’anno all’interno del
ciclo) è dato dal resto della divisione di (anno + 1) per 19. Per
esempio, per l’anno 2000 abbiamo: (2000 + 1) / 19 = 105 con resto
6: siamo cioè nel 105º ciclo di Metone, e il numero d’oro per
l’anno 2000 è il 6.
- Nel 431 a.C.
Corcira (Corfù) chiede aiuto a Sparta per liberarsi del legame con
Corinto, alleata di Atene.
- Il conflitto si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambiziose come Alcibiade). Ad Atene fu imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni.
- Nel 403 a.C. Trasibulo scacciò gli Spartani e restituì ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.
- Il conflitto si concluse nel 404 a.C. con la supremazia di Sparta (Atene ebbe guide troppo scadenti come Cleone o troppo ambiziose come Alcibiade). Ad Atene fu imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni.
- Nel 403 a.C. Trasibulo scacciò gli Spartani e restituì ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.
| L'Athena Parthenos di Fidia che porta sulla mano una "Nike", la Vittoria alata. |
Nel 429 a.C. - Morte di Pericle.
Nel 412 a.C. - Durante la Guerra del
Peloponneso, Focea si ribella con le altre città della Ionia, ma re Dario
II, alleato di Sparta, la riconquista.
Nel 408 a.C. - Ad Atene si incontano Socrate e Platone.
Socrate (in lingua greca Σωκράτης, Sōkrátēs; nato ad Atene, nel 470 o 469 a.C. e morto ad Atene nel 399 a.C.) è stato un filosofo ateniese, uno dei più importanti esponenti della tradizione filosofica occidentale. Il contributo più importante che egli ha dato alla storia del pensiero filosofico consiste nel suo metodo d'indagine: il dialogo che utilizzava lo strumento critico dell'elenchos ("confutazione") applicandolo prevalentemente all'esame in comune (exetazein) di concetti morali fondamentali. Per questo Socrate è riconosciuto come padre fondatore dell'etica o filosofia morale e della filosofia in generale. Per le vicende della sua vita e della sua filosofia che lo condussero al processo e alla condanna a morte è stato considerato il primo martire occidentale della libertà di pensiero. Il periodo storico in cui visse Socrate è caratterizzato da due date fondamentali: il 469 a.C. e il 404 a.C.
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| Socrate |
"L'alfabeto ingenera oblio nelle anime
di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitare la memoria perché
fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più
dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni
estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria,
ma per richiamare alla mente. Nè tu offri vera sapienza ai tuoi
scolari, ma ne dai solo l'apparenza, perché essi, grazie a te,
potendo avere notizie di moltissime cose senza insegnamento, si
crederanno d'essere dottissimi, mentre per la maggior parte non
sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti
di opinioni invece che sapienti."
( Fedro, 275 a-b). Nel Protagora, un
dialogo che precede il Fedro e che risale al periodo giovanile di
Platone, Socrate polemizza con la comunicazione sofistica e libresca,
per il suo carattere monologico, cioè per la sua incapacità di
coinvolgere e di farsi convolgere in un confronto critico
interattivo.
Conosciamo Socrate solo attraverso ciò
che altri hanno scritto di lui, coll'effetto, apparentemente
paradossale, che disponiamo di almeno quattro Socrati virtuali:
- il Socrate filosofo morale dei
dialoghi giovanili di Platone
- il Socrate moralista dei Memorabili
di Senofonte, la cui attendibilità è viziata dal fatto che
l'autore, conservatore e filosoficamente ottuso, li abbia scritti per
scagionare Socrate dall'accusa di empietà
- il Socrate di cui riferisce
Aristotele, che non l'aveva conosciuto personalmente (e che può
essere utile per aver informazioni sull'immagine di Socrate diffusa
nel IV secolo).
Ciascuno di questi Socrati virtuali è
differente - e spesso molto differente - dagli altri. Nei dialoghi
giovanili di Platone incontriamo un filosofo morale, che non si
occupa di filosofia della natura e polemizza con i sofisti; nella
commedia di Aristofane un sofista e naturalista adoratore delle
nuvole, che insegna ragionamenti capziosi per sottrarsi alle leggi
della città; nei resoconti di Senofonte, di contro, Socrate è un
moralista alquanto tradizionale. Queste differenze possono essere
viste come la conseguenza del rifiuto socratico di scrivere, che
l'hanno abbandonato alla memoria - e alla libertà creativa - degli
altri, soprattutto in un mondo come quello antico, ove la cultura
rimaneva prevalentemente orale e mancava, per così dire, il senso
della proprietà intellettuale. Ma possono anche essere viste, se ci
valiamo della figura dell' ironia complessa, come un successo di
Socrate: Socrate non è riuscito a tramandare un'immagine coerente di
se stesso; questo, però è una testimonianza dell'efficacia del suo
insegnamento, che mirava non a "trasferire" conoscenza, ma
ad indurre (accettando il rischio di venir frainteso) gli altri a
pensare per proprio conto.
Il maestro di Platone (fra i Socrati virtuali, quello
filosoficamente più interessante ed attendibile) è ricreato nei
dialoghi giovanili di Platone, e in particolare in quelli detti
elenctici (Apologia, Carmide, Critone, Eutifrone, Ione, Ippia minore,
Lachete, Repubblica I, Protagora, Gorgia). Platone è filosofo e
discepolo di Socrate e pertanto dispone degli strumenti più adatti a
"interpretare" e re-interpretare il suo maestro, man mano
che matura il suo pensiero personale. Infatti, a partire dagli ultimi
dialoghi giovanili, che fungono da transizione (Eutidemo, Ippia
maggiore, Liside, Menesseno, Menone), il suo Socrate abbandona
l'élenchos e acquisisce altri e nuovi caratteri: l'interesse
metafisico e matematico, la teoria ontologica delle idee, la dottrina
della tripartizione dell'anima. Dottrine, queste, che Aristotele
attribuisce non a Socrate, ma a Platone e al Socrate dei libri II-X
della Repubblica. D'altra parte, i dialoghi elenctici hanno anche un
valore filosofico proprio, perché Platone, nell'interpretare
Socrate, riflette per suo conto sui problemi da lui proposti.
Il Socrate del giovane Platone si caratterizza per questi aspetti:
Il Socrate del giovane Platone si caratterizza per questi aspetti:
- il metodo elenctico
- la professione di ignoranza
- l'equiparazione fra virtù e
conoscenza
- una filosofia morale rivoluzionaria,
che comporta il rifiuto della legge del taglione e dell'etica
tradizionale, la quale discriminava amici e nemici: non dobbiamo
rispondere all'ingiustizia con l'ingiustizia. e in ogni caso subire
ingiustizia è meglio che compierla.
- la fedeltà critica alla città e
alle sue leggi (vedi per esempio il Critone): Socrate è consapevole
di dover molto alle leggi della città (alla libertà di parola
della democratica Atene, cui è fedele fino alla morte), ma non esita
a criticarne la morale politica.
Le critiche socratiche alla città
pongono in luce le contraddizioni e le debolezze della morale
pubblica ateniese: il perdurare di uno spazio pubblico di uguaglianza
è messo gravemente a repentaglio se:
- la comunicazione del sapere è
monopolizzata da logiche di potere, politico ed economico (e questo
può apparire anche a noi come un problema attuale)
- la morale condivisa si basa su una
tradizione competitiva e discriminatoria, trasmessa e recepita
acriticamente, che in fondo tutti accettano, sofisti compresi
- non ci si rende conto del nesso
strettissimo che esiste fra la politica, la virtù politica, e la
conoscenza: una democrazia non può sopravvivere senza l'autonomia e
la consapevolezza di ciascuno dei cittadini.
Socrate, con la sua complessa ironia,
potè apparire ai suoi concittadini come un sofista ben più
insidioso di quelli che insegnavano retorica a pagamento, anche
perché fra le persone che l'avevano frequentato c'erano l'ambiguo
Alcibiade e Crizia, uno dei Trenta Tiranni. Per questo fu accusato di
empietà, fu riconosciuto colpevole e fu condannato a morte. I
dialoghi socratici di Platone non sono una sua invenzione personale,
anche se hanno un preciso senso filosofico: il rifiuto socratico di
scrivere produsse una marea di sokratikoi logoi o discorsi socratici
(di Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Brisone, Cebete,
Critone, Euclide di Megara, Fedone), che non ci sono pervenuti. E per
non sovraccaricare di testo un uomo che non ha voluto scrivere
neppure una riga, lasceremo parlare lui, così come lo interpreta
Platone nell'Apologia, nel Protagora e nel Gorgia.
Dal 404 a.C. - Egemonia di Sparta in Grecia. Ad Atene viene imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni con a capo Krizia e Alcibiade, allievi di Socrate; motivo che scatenerà malumori nei confronti di Socrate stesso.
Nel 403 a.C. - Trasibulo scaccia gli Spartani e restituisce ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.
Dal 399 a.C. - Egemonia tebana in Grecia.
- Nel 399 a.C. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per farla finita con Sparta.
- Andò a finire che nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttr. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.
Nel 390 a.C. - I Galli (esattamente i Celti Senoni) di Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia) giungono fino a Roma, la vincono, la saccheggiano e la incendiano: i Romani gli propongono un tributo in oro per aver salva la vita. Brenno accetta fissando il peso
dell'oro che Roma dovrà versare e celebre è rimasto l'episodio in cui,
durante la pesatura dell'oro, i Romani si lamentarono dell'inesattezza
della quantità registrata dai Galli. Brenno aggiunse la propria spada al
contrappeso della bilancia esclamando "Guai ai vinti!". I Senoni
proseguirono poi a nord-est stanziandosi nella parte settentrionale
delle attuali Marche, fondando anche Sinus Gallica, l'attuale
Senigallia. Questa zona venne poi denominata dai Romani "Ager Gallicus",
ed ebbe propri rappresentanti in Senato.
Questa vicenda scosse molto la Repubblica di Roma, che riorganizzò il proprio assetto militare per non dovere più rischiare l'indipendenza.
I Celti italici mantennero relazioni con quelli d’Oltralpe e la successiva invasione del IV sec. fu preparata ed eseguita con la loro collaborazione. I motivi che spinsero i Celti ad occupare l’Italia sono oscuri: forse furono attratti dalla fertilità e dal clima mite del Meridione, o, più probabilmente, furono costretti a spostarsi, come detto, a causa della pressione demografica unita alla scarsità di terre coltivabili e ad altri problemi di carattere politico e sociale.
Verso
l’inizio del IV secolo a. C. i Celti - o Galli, secondo la definizione
latina - si stanziarono in Lombardia (Insubri e Cenomani) fino ai confini con il Veneto, in Emilia (Anari e Boi), in Romagna (Lingoni) e nelle Marche (Senoni),
regioni praticamente sottratte agli Etruschi e agli Umbri. Ciò che
risulta interessante sottolineare, è la collaborazione che si creò tra i
primi coloni Celti e le successive ondate migratorie, che si
susseguirono fino a tutto il IV secolo. La comunanza di usi, costumi,
lingua e culti religiosi, non fece altro che cementare accordi ed unioni
fra le diverse nazioni celtiche che si ritrovarono a fronteggiare
unite prima gli Etruschi poi gli Umbri, Veneti ed infine la potenza
espansionistica di Roma. Le popolazioni celtiche riuscirono, quindi, per
due secoli a radicarsi sul territorio dell'intera penisola italica,
vivendo a contatto con le genti autoctone, integrandosi con successo e
lasciando tracce indelebili che sono tutt'oggi riscontrabili nella
cultura e negli usi di tutta la pianura Padana ed in alcuni paesi del
centro e nel sud.
Stando a Polibio, storico Greco in Italia,
- attorno al 400 a.C. un gruppo di Senoni attraversò le Alpi e, scacciati gli Umbri, si stanziò sulla costa orientale dell'Italia, nei territori orientali della Romagna e settentrionali delle Marche, in quello che venne denominato in età augustea ager Gallicus. Ad ovest del fiume Montone, infatti, cominciava il terriotrio dei Galli Boi. Tale posizione, strategica per i contatti con le vie marittime e la valle del Tevere, fu il punto di partenza per le loro successive incursioni nell'Italia meridionale e centrale. Qui fondò Sena Gallica (Senigallia), che divenne la loro capitale.
- Nel 391 a.C. invasero l'Etruria e assediarono Chiusi. Gli abitanti di questa città chiesero aiuto a Roma che intervenne, ma fu sconfitta nella battaglia del fiume Allia il 18 luglio del 390 a.C. - cronologia di Varrone - o nel 387 secondo Polibio. La stessa Roma fu presa e saccheggiata dai Senoni, guidati da Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia).
E’ possibile che l'espansione sia poi proseguita verso sud-est senza ulteriori grossi traumi.
Dal 404 a.C. - Egemonia di Sparta in Grecia. Ad Atene viene imposto il regime oligarchico dei trenta tiranni con a capo Krizia e Alcibiade, allievi di Socrate; motivo che scatenerà malumori nei confronti di Socrate stesso.
Nel 403 a.C. - Trasibulo scaccia gli Spartani e restituisce ad Atene gli istituti democratici e l'indipendenza.
Dal 399 a.C. - Egemonia tebana in Grecia.
- Nel 399 a.C. Argo, Corinto e Tebe si unirono ad Atene per farla finita con Sparta.
- Andò a finire che nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttr. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe. Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.
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| Brenno |
Questa vicenda scosse molto la Repubblica di Roma, che riorganizzò il proprio assetto militare per non dovere più rischiare l'indipendenza.
I Celti italici mantennero relazioni con quelli d’Oltralpe e la successiva invasione del IV sec. fu preparata ed eseguita con la loro collaborazione. I motivi che spinsero i Celti ad occupare l’Italia sono oscuri: forse furono attratti dalla fertilità e dal clima mite del Meridione, o, più probabilmente, furono costretti a spostarsi, come detto, a causa della pressione demografica unita alla scarsità di terre coltivabili e ad altri problemi di carattere politico e sociale.
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| Carta geografica delle Popolazioni italiche, Celtoliguri e Celtiche nel Centro-Nord italico: IV sec.a.C. |
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| Musi di cinghiali inferociti costituivano la campana delle "carnix", le temutissime trombe da guerra celtiche. |
- attorno al 400 a.C. un gruppo di Senoni attraversò le Alpi e, scacciati gli Umbri, si stanziò sulla costa orientale dell'Italia, nei territori orientali della Romagna e settentrionali delle Marche, in quello che venne denominato in età augustea ager Gallicus. Ad ovest del fiume Montone, infatti, cominciava il terriotrio dei Galli Boi. Tale posizione, strategica per i contatti con le vie marittime e la valle del Tevere, fu il punto di partenza per le loro successive incursioni nell'Italia meridionale e centrale. Qui fondò Sena Gallica (Senigallia), che divenne la loro capitale.
- Nel 391 a.C. invasero l'Etruria e assediarono Chiusi. Gli abitanti di questa città chiesero aiuto a Roma che intervenne, ma fu sconfitta nella battaglia del fiume Allia il 18 luglio del 390 a.C. - cronologia di Varrone - o nel 387 secondo Polibio. La stessa Roma fu presa e saccheggiata dai Senoni, guidati da Brenno (in realtà Brennan, nome del dio della guerra, era assunto da ogni capotribù in battaglia).
- La presa di Roma (390-386 a. C.) da parte di Brenno fu vissuta, secondo
le fonti antiche, come un evento traumatico e fu probabilmente per
questo che il fiero popolo romano volle giustificare quella sconfitta
con la ferocia degli aggressori. Oggi, invece, si tende a considerare
l’invasione celtica non come quella di un’orda selvaggia, ma piuttosto
di una vasta comunità costretta a lasciare il proprio territorio
d’origine per problemi di sopravvivenza.
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| Popolazioni de Nord e Centro Italia del IV sec. a.C., nella tonalità più scura le popolazioni dei Celti e Celtoliguri e le incursioni dei Celti Lingoni e Senoni |
Per impedire che gli invasori incendiassero la città, i romani furono
costretti all'umiliante riscatto di mille libre d'oro. Un esercito di
soccorso guidato dal dittatore Camillo riuscì a liberare la città.
Per oltre 100 anni tra questi due popoli si verificarono molti scontri,
finché, a seguito della
- battaglia del Sentino (295 a.C.) i Galli Senoni furono debellati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano e quindi
- sottomessi nel 283 a.C. dal console Publio Cornelio Dolabella.
- L'occupazione romana non avvenne prima del 272 a.C., anno in cui Roma portò a termine la guerra con Taranto. A Sena Gallica fu dedotta una colonia romana.
La presenza dei Galli Senoni è testimoniata nell'ager Gallicus anche
dopo la sottomissione ai romani; sono attestate fasi di convivenza con i
Romani insediati nelle città di fondovalle di Suasa, Ostra antica, etc.
e i Senoni appostati nei loro villaggi sulle alture, ad esempio il sito
archeologico di Montefortino di Arcevia, ed è probabile che la
popolazione e la cultura gallica fu gradualmente assorbita da quella
romana. - battaglia del Sentino (295 a.C.) i Galli Senoni furono debellati dai consoli Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano e quindi
- sottomessi nel 283 a.C. dal console Publio Cornelio Dolabella.
- L'occupazione romana non avvenne prima del 272 a.C., anno in cui Roma portò a termine la guerra con Taranto. A Sena Gallica fu dedotta una colonia romana.
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| Cartina delle Gallie nel 44 a.C., dopo la conquista di Caio Giulio Cesare con la Gallia Lugdunensis. - Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Furono poi inclusi nella
Gallia Lugdunensis, o Celtica. (Lugdunum “accampamento di Lugh”, divinità
solare celtica, è il toponimo di molte città odierne. La
zona in cui ora sorge Lion, ma lo stesso toponimo è in London, da Lughdunum, Lugos,
Lugo di Romagna etc..)
Dal 387 a.C. - Nel 387 a.C., con la pace di Antalgida (un generale spartano) Sparta
si accordò con la Persia cedendole l'intera costa occidentale
dell'Asia Minore, ma non le città che rimasero indipendenti a fare
da cane da guardia su Atene.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe.
Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.
Nel 387 a.C. - Ad Atene Platone fonda l'Accademia.
- Nel 382 a.C. Sparta volle imporre a Tebe un governo oligarchico.
- Tebe si ribellò e nel 371 a.C. i Tebani, guidati da Pelopida ed Epaminonda sconfissero Sparta a Leuttra. Allora Atene e Sparta si allearono contro Tebe.
Nella battaglia di Mantinea, quando l'"ordine obliquo" stava per dare la vittoria ai Tebani, Epaminonda fu colpito a morte. Prima di morire, consigliò ai suoi la pace. Fu la fine dell'egemonia tebana.
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| Carta dell'antica Grecia dal 371 al 362 a.C., con le dinamiche che portarono alla fine dell'egemonia di Sparta. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 387 a.C. - Ad Atene Platone fonda l'Accademia.
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| Platone |
Platone nacque ad Atene da famiglia aristocratica intorno al 427 a.C, e vi morì intorno al
347. Secondo Aristotele, ebbe tra i suoi maestri Cratilo, seguace di
Eraclito. Da adolescente cominciò a frequentare Socrate, e ripudiò la
sua precedente vocazione poetica, dando alle fiamme i suoi versi.
Secondo quello che egli stesso dice nella Lettera VII (che è
di fondamentale importanza per la sua biografia e per
l'interpretazione della sua stessa personalità), avrebbe voluto
dedicarsi alla vita politica. Partecipò alle guerre peloponnesiache (Atene contro Sparta) dal
409 al 404. Ritornato ad Atene, subì una grave delusione a
causa delle degenerazioni della vita politica ateniese e,
soprattutto, per la condanna a morte che venne inflitta al suo amico
Socrate nel 399 a.C.
«Io vidi, egli
dice, che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se
prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori
di Stato non fossero, per divina sorte, diventati veramente
filosofi».
La morte di Socrate lo dissuase dal
fare politica in patria, ma non per questo rinunciò a perseguire
l'ideale di un reggimento filosofico della città. Negli anni seguenti, si recò a Megara presso Euclide,
poi in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo intorno a questi viaggi, dei
quali egli non parla. Parla invece del viaggio che fece nell'Italia
meridionale, a Taranto, dove venne a contatto con la comunità
pitagorica di Archita, e a Siracusa dove strinse amicizia con Dione,
parente e consigliere del tiranno Dionisio il Vecchio. Entrato in
conflitto con Dionisio, fu venduto come schiavo sul mercato di Egina.
Riscattato da Anniceride di Cirene, ritornò ad Atene, dove fondò
nel 387 l'Accademia. La scuola di Platone, che si chiamò così
perché fiorita nel ginnasio fondato da Accademo, fu organizzata sul
modello delle comunità pitagoriche come un'associazione religiosa,
un tìaso. Attraverso l’insegnamento della
scienza e della filosofia, egli sperava di svolgere opera di
educazione sulle giovani generazioni per prepararle alla gestione
della cosa pubblica con uno standard ben diverso da quello che lo
aveva così tanto disgustato. L’Accademia platonica prosperò ad
Atene fino all’anno 527 d.C., quando venne chiusa per ordine
dell’imperatore Giustiniano, perché non poteva più essere
tollerata quale istituzione pagana. Alla morte di Dionisio, Platone fu richiamato a Siracusa
da Dione alla corte del nuovo tiranno Dionisio il Giovane, per
guidarlo nella riforma dello Stato in conformità con il suo ideale
politico. Ma l'urto fra Dionisio e Dione, che fu esiliato, rese
sterile ogni tentativo di Platone. Alcuni anni dopo, Dionisio stesso
lo chiamò insistentemente alla sua corte e Platone vi si recò nel
361, spinto anche dal desiderio di aiutare Dione, che era rimasto in
esilio. Ma nessun accordo fu raggiunto e Platone, dopo essere stato
trattenuto per un certo tempo, quasi come prigioniero, grazie
all'intervento di Archita, lasciò Siracusa e ritornò ad Atene. Qui
egli trascorse il resto della sua vita, dedito solo all'insegnamento.
Morì a 81 anni, nel 347. Il corpus delle opere di Platone è
composto dall'Apologia di Socrate, da 34 dialoghi e da 13
lettere, complessivamente 36 titoli ordinati in 9 tetralogie dal
grammatico Trasillo (I sec. d. C.). Venendo ora, in breve,
all'insegnamento di Platone, ci limitiamo soltanto ad accennare, per
sommi capi, all’influenza che esso ebbe sulla matematica e
l’astronomia (ricordiamo che a quel tempo l’astronomia era un
ramo della matematica). Platone aveva il convincimento secondo cui la
matematica costituiva la scienza che esercitava i più benefici
influssi nell’educazione di un giovane. Sulla porta dell’Accademia
aveva fatto porre la scritta : “ Chi non è edotto in geometria non
entri qui” . Egli concentrò la sua attenzione sul concetto di
prova e raccomandava di dare accurate definizioni per quanto
riguardava sia le ipotesi che le tesi dei teoremi da dimostrare.
Tutti i commentatori sono concordi nel ritenere che i più importanti
lavori matematici del IV secolo a.C. furono eseguiti da amici o
allievi di Platone. Per quanto riguarda le sue concezioni
astronomiche, queste comprendevano anzitutto la nozione di sfere
cristalline, quindi solide, che trasportavano nei loro movimenti
attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in
successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno
e da ultimo la sfera delle stelle fisse. Riteneva che la luce
mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone
erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici (1) della
circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura
geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione)
e (2) della loro uniformità. Come si vede, quindi, le concezioni
astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici.
Dove Platone proponeva innovazioni rispetto a Pitagora era
nell’esortare gli astronomi a escogitare rigorosi metodi matematici
che avrebbero permesso di spiegare le irregolarità (stazionamenti,
moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità) che venivano
riscontrate nei moti planetari, salvando i fenomeni, cioè
preservando i due assiomi pitagorici di cui sopra. Di questa
esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone
propose agli astronomi " ... di trovare con quali supposizioni
di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le
apparenze osservate nei moti dei pianeti ...". Questo fu il
grande contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto
dell'astronomia nei secoli successivi. Infine, riteniamo utile
accennare a una disputa circa una possibile adesione di Platone,
negli ultimi anni della sua vita, al sistema di Filolao, e perfino
all'idea di un moto della Terra sul suo asse. In un passo della sua
opera Timeo è detto che "... la Terra nostra nutrice si
avvolge intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo, e Dio la
fece guardiana della notte e del giorno ...". Da molti,
antichi e moderni, l'aver associato le due frasi "si avvolge
intorno all'asse che è esteso per tutto l'universo e "e Dio la
fece guardiana della notte e del giorno", rappresenta una
adesione all'idea di moto di rotazione. Aristotele, nel De Coelo
afferma "...alcuni, pur mettendo la Terra nel centro, la
fanno rivolgersi intorno all'asse che attraversa il mondo, come sta
scritto nel Timeo...". Ma altri autori, parimenti antichi e
moderni, hanno espressamente criticato questa interpretazione. Per
quanto riguarda la sua supposta adesione alle idee di Filolao, si ha
un passo delle Questioni platoniche di Plutarco, in cui si legge: "... Teofrasto scrive che Platone, divenuto vecchio, si pentì di aver
posta la Terra nel luogo centrale dell'universo ...". Questa
affermazione gode ancora oggi di credibilità, perchè Teofrasto, tra
i più autorevoli discepoli di Platone (e in seguito seguace di
Aristotele al Lyceum), autore di una Storia dell'astronomia, è
considerato una fonte autorevole.
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| Le sfere di Eudosso |
Nel IV e III secolo a. C. i Liguri erano ancora prevalenti in tutta la Gallia meridionale e nel XIV e XIII una frazione di quel popolo era già stabilita nel Lazio, proprio nell'area di Roma.
Lagneau, autore di una memoria speciale sui Liguri, propende a trovarne non solo nell'interno della Gallia sulla Loira o Ligeris, da cui crede abbiano derivato il nome, ma su tutta la costa, da Bayonne al mare del Nord, e perfino nelle isole Sorlinghe, e non mancano certamente nella Gallia antica nomi di luoghi analoghi ad altri della Liguria e della Spagna. Vi sono poi analogie innegabili in alcune caratteristiche fisiche e morali dei Siluri di Tacito, dei Gallesi e Gaeli di Scozia e d'Irlanda, dei Loegrini e dei Basso-Bretoni nell'antica Armorica, con la descrizione degli antichi Liguri.
Gli antichi accennano all'origine iberica dei Siluri ed alla possibile estensione delle genti iberiche fino alla Bretagna, il che troverebbe qualche argomento generico in appoggio nella somiglianza dei caratteri esteriori fisici di qualche frazione della popolazione di alcune regioni di quei paesi.
Alcuni archeologi e storici come Mullenhof, Camilo Jullian e D'Arbois designano curioso come nelle aree occupate dai predecessori Liguri e poi occupate dai Celti, come Britannia, Gallia e Spagna, i tratti celtici si siano dimostrati più persistenti.
Nel 367 a.C. - La Pace di Antalcida (un generale spartano), ristabilisce il controllo persiano sulle polis greche ioniche.
- Nel 338 a.C. con la vittoria di Cheronea assume il controllo delle città greche.
- Nel 336 a.C. venne assassinato.
Filippo aveva mutato le tecniche di combattimento adottate fino a quel tempo.
“Quest'individuo
non solo non è un Greco, né è imparentato con i Greci, ma non è
nemmeno un barbaro di una nazione degna di questo nome; no, egli è
una pestilenza che viene dalla Macedonia, una regione dove non si può
nemmeno comprare uno schiavo che valga qualcosa”: sono parole
sprezzanti e volontariamente offensive della Prima Filippica di
Demostene, l'ultimo grande oratore di Atene, e non è troppo
difficile vedere attraverso il disprezzo che sembrano esprimere per
il re macedone Filippo II la
preoccupazione che vasti settori della classe dirigente ateniese
nutrivano per l'ascesa tenace e apparentemente inarrestabile del
nuovo protagonista della politica greca. Una delle ragioni
della potenza di Filippo II era
la riorganizzazione cui aveva sottoposto il proprio esercito, in
particolare per quanto riguarda la fanteria, che da allora in poi si
schierò secondo lo schema della cosiddetta "falange macedone": i
fanti, infatti, vennero muniti di una lancia grande e pesante, la
sarissa, lunga cinque metri e mezzo, che andava brandita con entrambe
le mani (mentre il braccio sinistro portava un piccolo scudo). Le
prime cinque file puntavano le lance in avanti, mentre a partire
dalla sesta fila ogni soldato appoggiava la sua lancia sulla spalla
di quello che lo precedeva: questa disposizione dava alla falange,
dal punto di vista del nemico, l'aspetto di un micidiale porcospino,
irto di punte, di cui era difficile fermare l'avanzata, soprattutto
se lo scontro avveniva su un terreno pianeggiante.
Il principale limite dello schieramento a falange, infatti, stava nel fatto che esso era poco manovrabile, soprattutto su un terreno accidentato.
Il principale limite dello schieramento a falange, infatti, stava nel fatto che esso era poco manovrabile, soprattutto su un terreno accidentato.
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| La falange "pesante" Macedone |
Nel 338 a.C. - In Italia, romanizzazione dell’area dei Campi Flegrei. L’area dei Campi Flegrei fu la prima ad entrare nell’orbita romana;
- nel 338 a.C. Cuma si schierò al
fianco di Roma e ottenne la civitas sine suffragio,
- nel 318 a.C. venne istituita la praefectura Capuam Cumas.
La città in virtù di
questa alleanza mantenne una sua indipendenza e nei secoli IV e III
a.C. definì architettonicamente lo spazio pubblico con la
realizzazione del foro, una piazza di 50×120 m. fiancheggiata sui
lati lunghi da portici a due piani con fregio d’armi (risalenti
alla fine del II sec.), dietro si aprivano delle tabernae. Al centro del lato occidentale del foro rimangono i resti
del colossale tempio di Giove di tipo italico, su alto podio con una
cella a tre navate e un pronao profondo. Sul fondo della cella è visibile un basamento su cui
dovevano essere alloggiate le statue della triade capitolina, quando
il tempio fu trasformato in Capitolium nel I sec. a.C.
La realtà economica di questo periodo, nella penisola italica, vede una fiorente ricchezza. - nel 318 a.C. venne istituita la praefectura Capuam Cumas.
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| Cartina delle città greche dei Campi Flegrei da Cuma a Napoli nel 338 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 335 a.C. - Nel Liceo di Atene, Aristotele fonda la Scuola del Peripato.
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| Aristotele |
Aristotele nacque a Stagira (l'attuale Stavro) nel 384 o 383 a.C. da
Nicomaco, medico del re di Macedonia Aminta II, ed entrò nella
scuola di Platone, l'Accademia, a diciassette anni. Vi rimase sino al
348/47, cioè per 20 anni. La sua formazione spirituale si compì
dunque interamente sotto l'influenza dell'insegnamento e della
personalità di Platone. Alla sua morte Aristotele lasciò
l'Accademia e si recò ad Asso, dove con altri due scolari di
Platone, Erasto e Corisco, che già si trovavano là sotto la
protezione del tiranno di Atarneo, Ermia, ricostituì una piccola
comunità platonica, in cui probabilmente tenne per la prima volta un
insegnamento autonomo. Lì Aristotele sposò Pizia, sorella (o
nipote) di Ermia e dopo la morte di questi, nel 345/44, si trasferì
a Mitilene. Nel 343/42 fu chiamato da Filippo re di Macedonia a Pella
come precettore del figlio Alessandro, decisione forse determinata
dall'amicizia di Aristotele con Ermia, alleato di Filippo e dai
precedenti rapporti di suo padre con la corte macedone. Aristotele
poté così formare lo spirito del grande conquistatore, al quale
comunicò la sua convinzione della superiorità della cultura greca e
della sua capacità di dominare il mondo, se si fosse congiunta con
una forte unità politica.
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| Schema della visione della Fisica di Aristotele |
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| Alessandro Magno Istanbul, Museo Archeologico |
Nella Fisica, aveva elaborato alcune teorie secondo cui vi sono 4 elementi fondamentali, e tutti i corpi subiscono l'attrazione dell'elemento a cui sono più affini, per cui le materia tende a cadere in basso poichè nel suo schema è all'altezza dell'orizzonte, l'acqua tende ad andare in profondità perchè nello schema è l'elemento più basso, per il motivo opposto la fiamma va vero l'alto ecc. Quando, in epoca sucessiva, le opere di Aristotele vennero trascritte per essere tramandate, vennero catalogate secondo gli argomenti trattati: e fu così che nacque la "metafisica", "oltre la fisica", e cioè gli argomenti che non potevano ritenersi attinenti ne alla fisica ne ad altre discipline classificabili.
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| Cartina geografica dell'impero di Alessandro Magno, il macedone con i paesi suoi alleati, il percorso delle conquiste e i luoghi delle maggiori battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Cartina geografica dell'Egitto e delle sue materie prime nel 300 a.C., nel suo periodo ellenistico. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Si erse a campione dell'ellenismo contro quelli che venivano considerati barbari dai Greci. Nonostante ciò, come richiesto dalla mentalità orientale sull'origine divina dei monarchi, elevò la sua figura reale fino a farsi proclamare figlio di Dio nel santuario di Ammone in Egitto (malgrado la disapprovazione dei suoi soldati). Morì a 33 anni a Babilonia di una malattia misteriosa.
Dal 312 a.C. - A Roma inizia la costruzione delle strade e degli acquedotti: la prima strada è la Via Appia. La costruzione delle strade inizialmente era stata dettata dalla necessità di spostare rapidamente le truppe in qualsiasi regione conquistata, ed infatti le prime strade furono costruite proprio dai legionari. Anche se in principio avevano una funzione militare permisero un notevolissimo sviluppo al commercio dell'Urbe favorendo lo spostamento di merci e mercanti, oltre che della gente comune e dei messaggeri. In poco tempo le prime vie Consolari come: l'Appia, l'Aemilia, la Salaria, la Postumia ed altre, vennero prolungate, fino a formare un complesso sistema che permetteva di raggiungere qualsiasi punto dell'Impero in poco tempo; si calcola che furono costruite più di 29 strade che percorrevano oltre 120.000 Km (due volte il giro della Terra!). Le strade romane avevano il compito fondamentale di mettere in comunicazione Roma con il resto dello Stato nel modo più rapido effettuabile. Per questo venivano tracciate il più rettilinee possibile per evitare allungamenti, anche a costo di lasciare isolati i centri più piccoli, i quali venivano comunque collegati con vie secondarie. La necessità di superare ostacoli naturali come specchi d'acqua o colline per dare continuità al tracciato venne compiuta con la costruzioni di mirabili ponti, viadotti e gallerie in parte tuttora praticabili. Ricordiamo tra tutti il ponte più lungo dell'antichità costruito sul Danubio per volere di Traiano con una lunghezza di oltre 2,5 km!
Questi sono solo alcuni dei segni più
imponenti che questa civiltà ci ha lasciato, e che tra l'altro
furono per secoli studiati per la loro perfezione: il
Medioevo incapace di imitare le strade e i ponti romani li chiamò
per questo "sentieri dei giganti" o "strade del
diavolo".
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| La Via Sacra Romana |
La parola miglio deriva
dall'espressione latina milia passuum, "migliaia di passi"
(singolare: mille passus "mille passi"), che nell'Antica
Roma denotava l'unità pari a mille passi (1 passo = 1,48 metri).
Occorre ricordare che per gli antichi romani il passus era inteso
come la distanza tra il punto di distacco e quello di appoggio di uno
stesso piede durante il cammino, quindi il doppio rispetto
all'accezione moderna.
Ad ogni miglio, veniva posto ai bordi della strada
una
pietra cilindrica alta anche 3 o più metri, sulla quale erano incise
le miglia percorse dalla città precedente, e quelli alla prossima,
oltre che alla distanza da Roma; erano inoltre incisi il nomi di
coloro che la fecero costruire. Al centro dell'Urbe, vicino
al Foro, l'Imperatore Ottaviano Augusto fece collocare accanto ai
Rostri il Miliarium Aureus ossia una pietra miliare dorata con le
distanze di tutte le principali città dell'Impero; inoltre non
lontano c'era anche una grande mappa bronzea dell'Impero detta Forma
Imperii, accanto a quella di Roma detta Forma Urbi. La velocità di percorrenza giornaliera
media delle strade era di 30 Km orari in carro, 7-8 Km/h a
piedi, ed 80 Km giornalieri al massimo per i messaggeri imperiali del
cursus publicus ossia i corrieri a staffetta per i funzionari di
Governo. ![]() |
| Le Vie e strade Romane in Italia. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Le principali strade in Italia furono:
I. Via Appia: fu costruita nel 312 a.C.
dal Console Appio Claudio; essendo la più antica delle vie Consolari
è chiamata regina viarum, cioè la regina delle strade. Inizialmente
fu tracciata fino a Capua, grande centro della Campania, ma fu poi
prolungata fino a Beneventum, Venosa, Tarantum e Brundisium ove c'era
un importantissimo porto.
Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare! Tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
Nel II secolo d.C. l'Imperatore Marco Ulpio Traiano crea una un percorso alternativo tra Benevento e Brindisi passando attraverso gli Appennini, dando origine alla Via Appia Traiana, la quale permetteva di risparmiare oltre un giorno di marcia. Questa opera è ricordata sopratutto per il fatto che durante i lavori di costruzione, per riuscire a oltrepassare uno scaglione di roccia molto alto, i Romani lo fecero letteralmente tagliare! Tutt'ora è possibile vedere ciò che ne resta.
II. Via Aemilia: altro non era che il
proseguimento della via Flaminia verso Nord-Ovest. Essa congiungeva
Ariminum con Placentia, toccando Caesena, Forum Livi, Bononia,
Mutina, Regium Lepidum e Parma.
III. Via Capua-Rhegium: si staccava
dalla via Appia a Capua , proseguiva fino a Rhegium, passando per
Consentia e Vibo Valentia.
IV. Via Aurelia: strada costiera che
andava a Nord: collegava l'Urbe con Vada Sabatia (Vado Ligure),
attraverso Pisae, Luna e Genua. Venne poi edificata la Via Julia Augusta che proseguiva per le Gallie attraversando il sito dei Balzi Rossi, nei pressi dell'attuale confine sulla costa Ligure fra Italia e Francia.
V. Via Domitiana: si separava dalla Via
Appia a Sinuessa (Mondragone) e giungeva fino a Neapolis.
VI. Via Popilia-Annia: altro
proseguimento della via Flaminia, verso Nord-Est: partiva da Ariminum
passando per Rabenna, Atria (Adria), Patavium (Padova), Altinum,
Aquileia, Tergeste (Trieste).
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua spercorrendo passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VII. Via Latina: collegava l'Urbe direttamente con Capua spercorrendo passando per Anagnia, Frusino, Casinum.
VIII. Via Flaminia: univa Roma con
Ariminium (Rimini), toccando Fanum Fortunae (Fano) e Pisuarum.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
IX. Via Salaria: prende il nome dalla materia prima (il sale) che per secoli fu trasportata lungo il suo tracciato. Essa partiva da Roma e giungeva fino Castrum Truentinum (Porto d’Ascoli), passando per Reate e Asculum.
X. Via Postumia: passando per la Pianura Padana univa Genua con Aquileia, attraversando Cremona, Verona, Vicetia.
XI. Via Valeria: collegava l'Urbe Ostia
Aterni (Pescara), passando per Tibur (Tivoli) e Teate Marrucinorum
(Chieti).
XII. Via Cassia: congingeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XII. Via Cassia: congingeva l'Urbe al Nord Italia, passando attraverso Arretium, Florentia, Pistoia, Luca.
XIII. Via Clodia: collegava Roma
a Saturnia.
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| Gli strati della costruzione della strada romana. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nonostante le strade fossero ben lastricate, comunque in
carro non era possibile andare troppo veloci, anche perché spesso
erano tirati dai buoi, si preferivano se possibile i viaggi per mare,
che si rivelavano più rapidi ma anche più pericolosi a causa delle
frequenti tempeste. Le strade in epoca imperiale vennero sviluppate
soprattutto per garantire un efficiente servizio postale e un rapido
spostamento di messaggeri. Per facilitare ciò a intervalli regolari
sorgevano stazioni per il cambio dei cavalli (mutationes) e locande
per le soste notturne (mansiones), che erano attive per tutti anche
per i Cittadini i quali all'interno trovavano dipinte sulle pareti
delle vere e proprie guide stradali, chiamate intineraria picta, con
segnalati i punti di sosta tra un itinerario e l'altro, le città, le
distanze e tutte le strade importanti. Di queste mappe non sono
rimaste tracce, tuttavia esiste una copia di epoca medioevale di
eccezionale importanza, chiamata Tabula Peutingeriana,
che ci da un'idea di come fossero strutturate, e quali nozioni
geografiche avevano i Romani. Questa mappa lunga sei metri e alta
trenta centimetri rappresenta tutto il mondo conosciuto allora dai
Romani dalle colonne d'Ercole fino all'estremo Oriente.
E' da notare,
che nelle mappe antiche l'Oriente è posto verso l'alto, infatti
nella foto della Tabula qui a lato (fare clic sopra per ingrandire)
il tratto di terra orizzontale è l'Italia, e in alto c'è il Mare
Adriatico, sotto il Mare Tirreno, si notano inoltre Roma seduta sul
trono, e Ostia. Secondo il Diritto romano, il transito
sulle strade dell'Impero era libero, ma la manutenzione del manto
stradale spettava agli abitanti della Provincia attraversata
dalla strada, tuttavia con la riforma del governo iniziata
dall'Imperatore Ottaviano Augusto la gestione fu affidata al Curator
Viarum il quale dava l'ordine, o la concessione per la
ristrutturazione o la costruzione della strada. Facendo una piccola osservazione si può
ben notare come tutte le autostrade attuali in Europa seguano il
percorso delle strade romane, conservando talvolta addirittura il
nome!
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| Particolare con Roma della Tabula Peutingeriana. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
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| Le Vie e strade Romane nell'Impero Romano. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
L'attuale
termine strada deriva da viae strata cioè via lastricata. Ogni
strada romana, aveva una struttura ben precisa e si sviluppava in
modo più o meno rettilineo. Originariamente le dimensioni delle
strade erano sancite dalle XII Tavole: per esempio la larghezza media
andava dai 4 ai 6 metri, potevano avere due marciapiedi (margines)
laterali di 2/3 metri di larghezza circa o anche più. Avevano uno
spessore che andava dai 90 ai 120 cm, ed erano formate da una
massicciata di tre strati di pietre sempre più piccole, legate con
malta (ciò per permettere una maggior resistenza e durata nel
tempo), e dal piano stradale lastricato, costituito da uno strato di
blocchi di pietra spianati e accostati. La costruzione iniziava con
il scavare un "letto" tra due solchi, i quali ne
delimitavano la larghezza, nel quale sarebbero stati posati i vari
strati di pietre. Lo strato più basso, era composto da pietre molto
grandi come sassi ed era detto statumen, il secondo chiamato rudus
era formato da ciottoli di medie dimensioni, il terzo da ghiaia mista
ad argilla detto nucleus, ed il quarto era il vero e proprio manto
stradale chiamato pavimentum: esso era composto da lastre grosse e
piatte adagiate in orizzontale, ma con una forma lievemente convessa
per facilitare lo scolo delle acque piovane, verso le canalette di
scolo, sempre presenti nelle vie cittadine. Se
nelle strade dell'Impero regnava l'ordine quasi assoluto, non si
poteva dire lo stesso dell'Urbe, dove al contrario le strade erano
tutt'altro che ordinate e rettilinee. Questo è facilmente spiegabile
dal fatto che Roma è nata e si è estesa senza dei piani
urbanistici; questi infatti verranno ideati appena alla fine della
Repubblica per opera di Giulio Cesare, Ottaviano Augusto ed
altri Imperatori. Quindi fatta eccezione per alcune vie
principali, che sono rettilinee poiché penetrazioni urbane delle vie
Consolari, molte altre strade sono strette e intricate e alcune
addirittura senza marciapiedi. Tuttavia bisogna dire che i
marciapiedi a Roma non erano necessari visto che per un decreto di
Giulio Cesare, i carri (fatte alcune eccezioni) non potevano
transitare in città di giorno ma solo la sera e la notte. L'Urbe
era inoltre una città caotica e rumorosa sopratutto nelle zone
centrali, dove c'erano i mercati, i Fori e gli edifici pubblici
più importanti.
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| Ponte-acquedotto sul
fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus l'odierna Nimes. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Se oggi
possediamo molte informazioni sugli acquedotti e l'edilizia idraulica
lo dobbiamo all'opera del Curator Aquarum Sesto Giulio Frontino,
contemporaneo dell'Imperatore Nerva, il quale scrisse un libro, il De
aqueductu Urbis Romae (letteralmente Sugli acquedotti della Città di
Roma), nel quale spiega i metodi di costruzione, i materiali
edili, ma anche nomi e percorsi delle condutture idriche,
l'ubicazione delle sorgenti e molto altro. Dalla prosa ricca di
tecnicismi di Frontino traspare la consapevolezza e l'orgoglio che
porta lo scrittore, cives romanus, a compiacersi della mole degli
acquedotti, sostenuti per chilometri da imponenti arcate, e a
sorridere, con un certo disprezzo, delle piramidi egiziane ed ai
templi greci, opere famose ma inutili. Dietro la costruzione di un acquedotto
stanno tutta una serie di problematiche, che gli ingegneri Romani
hanno saputo perfettamente risolvere. Per esempio la forza motrice
dell'acqua. L'acqua non si sposta da sola! E' necessario un "motore",
e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la
forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato
sufficiente dare una certa pendenza all'acquedotto e mantenerla per
tuto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il
resto, così capirono che un'inclinazione del 25%, in media un metro
di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l'acqua senza
problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la
sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità
d'acqua tutto l'anno senza periodi di secca e periodi di piena.
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| Sezione di acquedotto Romano soprelevato. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Una
volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che
l'aqueductus avrebbe compiuto per arrivare in città, per fare ciò
si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando coline e
avvallamenti, pianure e corsi d'acqua. Per questo lavoro i tecnici
adoperavano uno strumento di legno simile all'attuale livella, ma di
dimensioni assai più grandi: il coròbate. Questo poteva dirsi in
esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo
ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l'acqua
che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava.
guardando attraverso il coròbate i tipografi potevano tracciare
un'immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso
dell'acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri,
le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni
presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli
ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo,
se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo
punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di
mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto
lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal
modo l'acqua defluiva senza problemi fino alla "foce
artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa
cisterna.
Il percorso dell'acquedotto era per la maggior parte interrato o talvolta scavato sotto colline e montagne; in questo caso la
condotta era formata solo da una struttura di laterizio
parallelepipeidale impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti
ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo
talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure ed era
quindi necessario costruire una struttura di sostegno (aquae
pensiles). Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul
fiume Gard nell'attuale Francia, che riforniva la città di Nemasus
l'odierna Nimes. La realizzazione iniziava con l'edificazione
delle fondamenta dei pilastri: se passavano sulla terra si scavava
una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco
di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un
fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato
con la pece tutto intorno all'area della costruzione di ogni singolo
pilastro: in tal modo si poteva asportare prima l'acqua, poi la
fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi
blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri
e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e
venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a
questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si
costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette
centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura
della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva
all'edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli
stessi pilastri, all'ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e
propria condotta dell'acquedotto. Una città come Roma con il suo milione
e mezzo di abitanti doveva essere ben rifornita di acqua, anche
perché questa non serviva solo direttamente ai suoi Cittadini ma
anche ai complessi termali, i quali sembra consumassero molta acqua.
Roma si avvaleva di undici acquedotti costruiti in varie epoche a
partire dal II sec a.C. e che rimasero sempre tutti in funzione, e
che nel complesso portavano nell'Urbe oltre un milione di metri cubi
di acqua al giorno.
I. Aqua Appia - Fu il primo acquedotto
di Roma, edificato nel 312 a.C. dal Console Appio Claudio, lo stesso
che fece costruire la Via Appia. Le sorgenti sono situate sulla via
Collatina ed è lungo ben 16 Km, anche se il suo percorso è quasi
del tutto sotterraneo, e giungeva fino al foro boario.
II. Aqua Ania o Anio Vetus - Lungo
oltre 63 km, prende il suo nome dalla valle dell'Aniene presso
Tivoli, le sue acque giungevano fino alle Terme di Diocleziano,
mentre una ramificazione secondaria giungeva erogava l'acqua
necessaria alle terme di Caracalla.
III. Acqua Marcia - Il nome deriva dal
Pretore M. R. Marcius, e fu edificato nel 114 a.C. La sorgente era
situata presso Marano Equo
IV. Acqua Tepula - Costruito nel 126
a.C. prendeva le acque dalla Valle Preziosa scorrendo esclusivamente
in condotte sotterranee. Il suo nome deriva dl fatto che la
temperatura dell'acqua rimaneva sempre sui 18 gradi circa.
V. Acqua Iiulia - Edificato nel 33
a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, convogliava le acque dalle sorgenti
nelle vicinanze di Grottaferrata.
VI. Acqua Vergine - Fu costruito
sempre da Agrippa verso il 19 a.C. convogliando le acque ubicate
presso la tenuta della Rustica. E' tuttora perfettamente
funzionate.
Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
Alcune derivazioni dall'acquedotto giungevano presso il Campidoglio e Trastevere.
VII. Aqua Augusta - Costruito per
volere dell'Imperatore Augusto nel 2 d.C., serviva a portare l'acqua
a Trastevere ove si tenevano le naumachie (o battaglie navali) in un
lago artificiale.
VIII. Aqua Claudia - Iniziato
dall'Imperatore Claudio nel 38 d.C. ma terminato da Caligola è uno
dei più imponenti. Le sue sorgenti erano ubicate presso la Valle
dell'Aniene, e portava le sue acque fino a Porta Maggiore ove una
diramazione giungeva presso il Palazzo e riforniva l' area
circostante al Colle Palatino.
IX. Aqua Ania Nova o Anio
Novus - Costruito per volere di Caligola ma terminato
dall'Imperatore Claudio nel 52 d.C. circa prendeva l'acqua dal Fiume
Aniene, con la sua lunghezza di oltre 84 Km è l'aquedotto più
grande del mondo.
X. Aqua Traiana - Voluto
dall'Imperatore Traiano nel 109 d.C. circa convogliava le acque del
lago Sabatino nella zona di Trastevere.
XI. Aqua S. Severa - Fu edificato
dall'Imperatore Settimio Severo nel 226 d.C.
I Romani inventano tra le altre cose la
calce, e una variante di essa detta idrica poiché resisteva
all'acqua ed era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto
per impermeabilizzare, è tuttora utilizzata.
Nel 306 a.C. - Nel Liceo di Atene, Epicuro fonda la sua scuola filosofica, il Giardino.
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| Epicuro |
La filosofia della scuola del
"giardino" era in polemica con le dottrine socratiche e
platoniche, con l'aristotelismo ma anche con le scuole minori come i
cinici, i megarici, i cirenaici e con lo stoicismo, l'altra grande
scuola ellenistica, che stava iniziando a diffondersi proprio in quel
periodo. Epicuro morì ad Atene di calcoli
renali, all'età di 70 anni circa. Per
Epicuro la filosofia ha in primo luogo una funzione terapeutica :
"Vana è la parola del filosofo se non allevia qualche
sofferenza umana", egli diceva . Una delle metafore da lui
preferite per indicare l'obiettivo della vita filosofica é la quiete del mare dopo la tempesta , ma questa
situazione di quiete é minacciata e impedita dalle credenze
infondate che sovente si generano in noi e procurano ansie e timori:
l' uomo che vive con animo sereno é paragonato a coloro che, al
sicuro sulla terraferma, osservano distaccati il mare in tempesta,
l' altrui pericolo. La filosofia deve dunque liberarci da queste
credenze e condurci in un porto sicuro senza turbamenti. Di Epicuro ci restano tre epistole
dottrinali complete riportate da Diogene Laerzio, due raccolte di
aforismi, e alcuni frammenti.
“Non si è mai troppo giovani o
troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è
bello occuparsi del benessere dell'anima. Chi sostiene che non è
ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che
ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora
il momento di essere felice, o che ormai è passata l'età. Da
giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la
felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli
anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e
da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere
l'avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la
felicità, perché quando essa c'è tutto abbiamo, altrimenti tutto
facciamo per averla.” scriveva in una lettera. Epicuro riprende nella fisica la teoria
atomistica di Democrito e Leucippo. Quest'ultimo, secondo le
affermazioni di Epicuro riportate da Diogene Laerzio, non sarebbe mai
esistito, ma viene clamorosamente smentito dai suoi stessi allievi in
ambito campano. Nei Papiri Ercolanensi infatti (Vol. Herc. coll. alt.
VIII 58-62 fr. 1), si parla di Leucippo e gli si attribuisce la
Grande cosmologia negandola a Democrito, che se ne sarebbe presa
arbitrariamente la paternità. La novità introdotta da Epicuro
rispetto a Leucippo sta però nel fatto che egli non considera più
la forma degli atomi ma il loro peso. Questi atomi, infiniti di
numero, eternamente si muovono in un vuoto a sua volta infinito. Epicuro inoltre introduce nella sua
teoria il fenomeno della deviazione (parenklisis, declinazione,
inclinazione) casuale che interviene nella caduta in verticale
(Lettera ad Erodoto, 43) degli atomi determinandone così collisioni
in base alle quali gli atomi si aggregano originando i corpi estesi. Mentre Democrito vedeva il moto degli
atomi come vorticoso, per Epicuro esso si verifica per il peso degli
atomi verticalmente, una sorta di pioggia di atomi sulla quale può
intervenire una deviazione che interrompe il fenomeno naturale che si
stava formando dando luogo ad un altro diverso effetto. Nella
causalità meccanica e deterministica della natura Epicuro salva così
l'elemento della casualità nella formazione degli eventi naturali. Nell'etica Epicuro riprende
concettualmente l'edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il
piacere è dinamico (ricerca del piacere) per Epicuro è statico
(eliminazione del dolore), assicurando così la salute dell'anima.
Un'anima che: "è una sostanza corporea composta di sottili
particelle" cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa
concezione egli libera l'uomo dalla paura della morte poiché quando
questa si verifica il corpo, e con esso l'anima, ha già cessato di
esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo
motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in
quanto la morte è privazione di sensazioni. Inoltre egli affronta anche la
questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell'uomo
in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli
infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò
non hanno esperienza dell'uomo. Affronta quindi la questione del male
rispetto agli dei e procede per gradi:
- Gli dei non vogliono il male ma non
possono evitarlo (gli dei risulterebbero buoni ma impotenti, non è
possibile).
- Gli dei possono evitare il male ma
non vogliono (gli dei risulterebbero cattivi, non è possibile).
- Gli dei non possono e non vogliono
evitare il male (gli dei sarebbero cattivi e impotenti, non è
possibile).
- Gli dei possono e vogliono; ma poiché
il male esiste allora gli dei esistono ma non si interessano
dell'uomo.
Questa è la conclusione che Epicuro
considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si
chiudono nella loro perfezione.
Tali considerazioni di tipo fisico,
cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità
come coincidente con l'assenza di paure e timori che condizionano
l'esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai
desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi
dolore. Questi possono essere artificiali e naturali (necessari e non
necessari). È inoltre doveroso aggiungere che il
motivo per cui Epicuro afferma che gli dèi si disinteressino
dell'uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno
bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia
necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini,
significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che,
invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena. Epicuro ritiene che la filosofia debba
diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere
la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta. Propone quindi un "quadrifarmaco",
capace di liberare l'uomo dalle sue quattro paure fondamentali:
- Paura degli dei e della vita dopo la
morte: Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro
natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali
e non impartiscono loro premi o castighi.
- Paura della morte: Quando noi ci siamo
ella non c'è, quando lei c'è noi non ci siamo più
- Mancanza del piacere: Esso è
facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da
soddisfare
- Dolore fisico: Se il male è lieve, il
dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la
gioia dell'animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo,
conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta
insensibilità. E i mali dell'anima? Essi sono prodotti
dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali c'è
la filosofia e la saggezza. Il pensiero scientifico di Epicuro
presenta molti aspetti che ricordano il pensiero scientifico moderno,
la cui nascita viene tradizionalmente fatta risalire a Galileo
Galilei. Come prima cosa nella Lettera ad
Erodoto, Epicuro sottolinea come sia importante avere un modello di
riferimento, una teoria, diremmo oggi, nella quale inquadrare i
fenomeni studiati, e questo è possibile solo se si "riduce il
complesso della dottrina in elementi e definizioni semplici".
Egli chiama questo metodo di ricerca, preliminare alla ricerca
stessa, canonica, ovvero studio del canone. Il concetto di modello è
effettivamente ciò che ha reso potente la scienza moderna, modello
come qualcosa che si usa per spiegare la realtà, ma che non è la
realtà: cioè un fenomeno può essere spiegato da un modello, ma non
è il modello, anzi, un fenomeno può anche essere spiegato con
modelli diversi, la cosa importante è che i diversi modelli siano in
accordo con i dati sperimentali. Dice Epicuro nella Lettera a Pitocle:
"non bisogna infatti ragionare sulla natura per enunciati privi
di riscontro oggettivo e formulazione di principi teorici, ma in base
a ciò che l'esperienza sensibile richiede": la
base della scienza sperimentale.
Dal 301 a.C. - Inizia l'Età ellenistica, il periodo che va dalla morte di Alessandro Magno fino alla riduzione della Grecia a provincia romana, nel 146 a.C. Trionfo di cultura e civiltà greche. Si hanno tre grandi dinastie fondate dai generali di Alessandro. I Tolomei in Egitto, i Seleucidi in Siria e Mesopotamia e gli Antigonidi in Macedonia. Le aristocrazie urbane utilizzavano il greco come lingua. Fondate nuove città: Pergamo in Asia Minore, Alessandria in Egitto, Antiochia in Siria. Fioritura culturale. Scienziati: Euclide, Archimede, Apollonio di Perga, Aristarco di Samo, Eratostene, Ipparco, Erone. Filosofi: Epicuro, Zenone. Poeti: Callimaco, Apollonio Rodio, Teocrito.
Nel 300 a.C. - Ad Atene, Zenone di Cizio fonda la sua Scuola Stoica.
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| Zenone di Cizio |
Quella dello stoicismo è una corrente filosofica
e spirituale fondata intorno al 300 a.C. ad Atene da Zenone di Cizio (335 - 263 a.C.),
con un forte orientamento etico. Lo stoicismo prende il nome
dalla Stoà Pecile:
la Stoà Pecile (in greco ἡ ποικίλη
στοά) o Portico dipinto, originariamente chiamata «Portico di
Peisianatte»,
fu eretta nella prima metà del V secolo a.C. nell'agorà di Atene, e Zenone di Cizio
era solito esporre e discutere le proprie idee con i suoi discepoli
sotto tale portico dipinto.
Lo stoicismo propone un percorso individuale da cui scaturisce la capacità del saggio di
disfarsi delle idee e dei condizionamenti che la società in cui vive
gli ha impresso. Lo stoico tuttavia non disprezza la compagnia degli
altri uomini e l'aiuto ai più bisognosi è una pratica raccomandata. La fase originaria di tale scuola di pensiero è detta
Stoicismo antico. Lo stoicismo fu abbracciato da numerosi
filosofi e uomini di stato, sia greci che romani, fondendosi presso
quest'ultimi con le tradizionali virtù romane di dignità e
portamento. Il disprezzo per le ricchezze e la gloria mondana la
resero una filosofia adottata sia da imperatori (come Marco Aurelio,
autore dei Colloqui con se stesso) che da schiavi (come il liberto
Epitteto). Cleante, Crisippo, Seneca, Catone, Anneo Cornuto e Persio
furono importanti personalità della scuola stoica, alla quale si
ispirò anche Cicerone. A partire dall'introduzione
di questa dottrina a Roma da parte di Panezio di Rodi, ha inizio il
periodo dello Stoicismo medio. Si differenzia dal precedente per il
suo carattere eclettico, in quanto influenzato sia dal platonismo che
dall'aristotelismo e dall'epicureismo.
Infine, abbiamo il cosiddetto Stoicismo
nuovo o romano, che abbandona la tendenza eclettica cercando di
tornare alle origini.
Il seguente schema mostra lo sviluppo
cronologico delle varie fasi dello stoicismo e i personaggi più
rappresentativi di ognuna di esse:
Antico (III a.C.-II a.C.):
-Zenone di Cizio
-Cleante
-Crisippo
Medio (II secolo-I a.C.):
-Panezio
-Posidonio
-Cicerone (parzialmente)
Nuovo o romano (I d.C.-III d.C.):
-Seneca
-Epitteto
-Marco Aurelio
Gli stoici dividevano la filosofia in
tre discipline: la logica, che si occupa del procedimento del
conoscere; la fisica, che si occupa dell'oggetto del conoscere;
l'etica, che si occupa della condotta conforme alla natura razionale
dell'oggetto. Essi portavano un esempio: la logica è il recinto che
delimita il terreno, la fisica l'albero e l'etica è il frutto.
Sempre nel 300 a.C. la scuola matematica di Alessandria, in Egitto, che ha in Euclide il suo massimo esponente, studia la leva, il sifone, la vite e la carrucola. Euclide visse all'incirca
dal 325 al 265 in Alessandria. Il suo capolavoro sono i tredici libri
degli Elementi, il culmine della geometria classica, una delle opere
più studiate della storia del pensiero. Ne sono state stampate più
di 1000 edizioni. La quasi totalità della geometria che ancora oggi
viene appresa nelle scuole superiori di tutto il mondo è di origine
euclidea.Nel 280 a.C. - L'alessandrino Aristarco di Samo elabora l'ipotesi di un sistema solare eliocentrico.
Secondo Vitruvio, Aristarco fu
l’inventore di un tipo di orologio solare, la scafa (la figura
illustra l'uso che ne fece Eratostene per misurare l'altezza
meridiana del Sole ad Alessandria - si veda il paragrafo dedicato ad
Eratostene). A lui è riconosciuto il merito di essere stato il primo
aperto sostenitore del moto della Terra sul suo asse e del moto della
stessa attorno al Sole. A lui cioè è dovuta la prima formulazione
dell’ipotesi eliocentrica. Altro motivo di enorme popolarità di
cui gode Aristarco (presso i moderni) è che una sua opera Delle
dimensioni e distanze di Sole e Luna sia giunta fino a noi. La migliore testimonianza
dell’attribuzione ad Aristarco della ipotesi eliocentrica ci viene
dall ‘ Arenario di Archimede, che visse in epoca abbastanza
prossima ad Aristarco. Archimede dice chiaramente nell’Arenario che
Aristarco riteneva che la Terra si muoveva intorno al Sole in un
cerchio e che la ragione per la quale tale moto non si manifestava
con una parallasse annua delle stelle fisse era dovuto al fatto che
queste si trovavano a distanze enormemente maggiori del diametro
dell’orbita terrestre. Purtroppo queste idee causarono ad Aristarco
non poca avversione tra i contemporanei. Si dice (Plutarco) che il
filosofo stoico Cleante di Asso abbia auspicato che Aristarco venisse
condannato per empietà.
Nel 272 a.C. - Roma completa la conquista dell'Italia centrale e meridionale, lasciando il nord a Liguri, Celti e Veneti: la Gallia Cisalpina.
I Romani fissano i confini settentrionali nei fiumi Magra e Rubicone, dopo anni di gerre contro Volsci, Equi, Sanniti ecc.
Va detto che non è una conquista da esercito invasore.
La politica romana del periodo repubblicano è stata quella dell'integrazione.
Le colonie degli italici e dei greci (i Socii, "alleati") avevano dei patti con Roma: in cambio dell'autonomia locale, fornivano contingenti militari a Roma.
Inoltre la frequentazine delle legioni imponeve la conoscenza del latino, anche scritto (alcuni ordini erano trasmessi per iscritto).
Addirittura negli accampamenti fortificati delle legioni, il console, che era il comandante supremo, era vicino agli alloggi degli alleati, e quindi protetto dalle eventuali trame o tradimenti che i romani avrebbero potuto intentare.
Nei territori di confine i romani fondavano colonie che presidiavano il territorio, conferendo agli abitanti la cittadinanza romana.
Le colonie latine formate da cittadini romani invece, perdevano la cittadinanza romana, per assumere lo status di alleati.
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| Carta geografica della Gallia Cisalpina. Popolazioni Liguri, Etrusche, Celtoliguri (Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord italico attorno al 300 a.C. Clicca l'immagine per ingrandirla |
I Romani fissano i confini settentrionali nei fiumi Magra e Rubicone, dopo anni di gerre contro Volsci, Equi, Sanniti ecc.
Va detto che non è una conquista da esercito invasore.
La politica romana del periodo repubblicano è stata quella dell'integrazione.
Le colonie degli italici e dei greci (i Socii, "alleati") avevano dei patti con Roma: in cambio dell'autonomia locale, fornivano contingenti militari a Roma.
Inoltre la frequentazine delle legioni imponeve la conoscenza del latino, anche scritto (alcuni ordini erano trasmessi per iscritto).
Addirittura negli accampamenti fortificati delle legioni, il console, che era il comandante supremo, era vicino agli alloggi degli alleati, e quindi protetto dalle eventuali trame o tradimenti che i romani avrebbero potuto intentare.
Nei territori di confine i romani fondavano colonie che presidiavano il territorio, conferendo agli abitanti la cittadinanza romana.
Le colonie latine formate da cittadini romani invece, perdevano la cittadinanza romana, per assumere lo status di alleati.
Nel 264 a.C. - Inizia la prima guerra punica fra Roma e Cartagine: si concluderà con la vittoria di Roma nel 241 a.C. e con il suo controllo sulla Sicilia.
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| Cartina della prima e seconda guerra punica con eventi, percorsi di Annibale e di Scipione nella seconda guerra punica e le battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 240 a.C. - Eratostene, che nacque a Cirene, la Bengasi dell’odierna Libia, nel 276 e visse fino al 194 a.C., dopo essere stato tutore del figlio del re d’Egitto, venne nominato a dirigere la Biblioteca di Alessandria, che veniva chiamata Mouseion, essendo appunto il tempio delle muse. I commentatori moderni hanno espresso il loro stupore per il fatto che il suo ingegno sembra non aver goduto presso i contemporanei della fama che oggi invece gli viene riconosciuta (uno dei suoi soprannomi era Beta, e un altro sembra sia stato Pentathlos, con riferimento a quegli atleti che si distinguono in diverse specialità, senza primeggiare in una particolare).
Nel 220 a.C. - Archimede scopre le leggi di galleggiamento dei corpi immersi nell'acqua.
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| Archimede |
Archimede, nato a Siracusa intorno
al 290 a.C. e morto nella stessa città in seguito al saccheggio
della stessa nel 212 a.C. da parte dell’esercito romano, fu autore anche di un’opera astronomica, oggi
perduta, sulla costruzione della sfera, nella quale erano dati i
principi per la costruzione delle sfere armillari che venivano
utilizzate sia come strumenti didattici per l’insegnamento
dell’astronomia, che come veri e propri strumenti per osservazioni
astronomiche (misurazione di coordinate stellari, notamente le
longitudini e le latitudini). Sappiamo ciò da Cicerone, che nel
secolo I a.C. scrisse di due "sfere", costruite da
Archimede, che erano state portate a Roma dal console Marcello come
parte del bottino in seguito alla conquista della città di Siracusa,
nel 212 a.C. Cicerone dice che una delle sfere era solida e portava
dipinte le stelle. Essa venne posta nel tempio della Virtù. Tali
sfere solide erano sicuramente precedenti il tempo di Archimede di
alcuni secoli. Cicerone dice (non si sa su quali basi)
che alcune erano state costruite da Talete ed Eudosso. La seconda
sfera se la tenne Marcello, quale bottino personale. Si trattava di
una struttura molto più complessa, un modello meccanico di
planetario, che mostrava i moti di Sole, Luna, pianeti, così come
venivano visti dalla Terra. Cicerone scrive che Archimede doveva
essere uomo di grande ingegno per aver prodotto un'opera simile.
Altri scrittori classici confermano questa testimonianza di
Cicerone.
In quei tempi visse anche Apollonio di Perga, dal 262 al 190
a.C. circa. Era noto nell’antichità come “il grande geometra”.
Ebbe una grande influenza sullo sviluppo della matematica,
specialmente per la sua opera più famosa, "Le coniche", in cui
introdusse termini matematici quali ellisse, parabola, iperbole, che
continuano ad essere usati. Degli otto libri di cui era costituita
l’opera, i primi quattro dell’edizione greca sono giunti fino a
noi (naturalmente attraverso copie), mentre di una traduzione araba
ci sono pervenuti i primi sette. Si ritiene generalmente che la
maggior parte delle nozioni contenute nei primi quattro libri fosse
nota ad alcuni predecessori di Apollonio, tra cui Euclide. I
contributi originali di Apollonio si hanno nei rimanenti libri. Pappo
dà alcune indicazioni sui contenuti di altre sei opere di Apollonio,
sempre di argomenti matematici e geometrici. Ma ad Apollonio è attribuito il merito
di avere fatto conseguire notevoli progressi all’astronomia
matematica. Tolomeo dice nell’Almagesto che Apollonio introdusse le
costruzioni geometriche degli epicicli e degli eccentri per spiegare
le anomalie dei moti planetari. Secondo la terminologia introdotta dai matematici greci,
si usavano ile parole anomalia o anche inegualità per indicare
qualunque irregolarità nei moti dei corpi celesti, rispetto al
consacrato moto angolare uniforme e circolare. Abbiamo visto che la
scoperta delll’anomalia solare risale talmente nel tempo che è in
pratica assurdo parlare di una sua scoperta. E‘ difficile pensare
che uomini della levatura di Talete o di Anassimandro non abbiano
meditato su di essa. Quanto ai Pitagorici, non ci sarebbe da
meravigliarsi se, inorriditi, l’abbiano semplicemente rimossa.
Quando l’evidenza delle osservazioni mostrò inequivocabilmente che
anche per i
pianeti si aveva un’anomalia, venne d’uso attribuirle il nome di anomalia zodiacale (velocità angolari diverse manifestate da Sole e pianeti in diverse parti dello zodiaco).
Constatando che i pianeti manifestavano una anomalia tutta loro particolare (le retrogradazioni), a quest'altra irregolarità si attribuì il termine di seconda anomalia (e di conseguenza venne chiamata talvolta prima anomalia l’anomalia zodiacale).
Dal 225 a.C. - Con gli scontri di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.) il sogno della grande Gallia Cisalpina unita nel dominio celtico, terminò definitivamente.
pianeti si aveva un’anomalia, venne d’uso attribuirle il nome di anomalia zodiacale (velocità angolari diverse manifestate da Sole e pianeti in diverse parti dello zodiaco).
Constatando che i pianeti manifestavano una anomalia tutta loro particolare (le retrogradazioni), a quest'altra irregolarità si attribuì il termine di seconda anomalia (e di conseguenza venne chiamata talvolta prima anomalia l’anomalia zodiacale).
Dal 225 a.C. - Con gli scontri di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.) il sogno della grande Gallia Cisalpina unita nel dominio celtico, terminò definitivamente.
A Talamone, una coalizione di Celti Insubri, Gesati, Boi e Taurini si
immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro
ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Nel Senato Romano vi erano Celti provenienti dall'ager Gallicus a dimostrazione della rappresentanza di tutte le tribù del territorio di Roma, cosa di cui i romani andavano fieri, e non tutti i Celti combattevano contro i romani, alcuni erano loro alleati, poiché molti guerrieri Celti si mettevano al servizio di chi offriva loro denaro.
Il destino dei Galli cisalpini si decise però, allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all'impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con la battaglia di Canne.
Già dal 243 i Celti della Pianura Padana avevano cercato, forse per una
sorte di premonizione, l'appoggio dei fratelli d'oltralpe nel tentativo
di opporsi in modo solidale alla minaccia espansionistica romana. Le
soliti liti e faide interne impedirono che l'alleanza, che forse avrebbe
cambiato l'assetto futuro della storia, si realizzasse…
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Nel Senato Romano vi erano Celti provenienti dall'ager Gallicus a dimostrazione della rappresentanza di tutte le tribù del territorio di Roma, cosa di cui i romani andavano fieri, e non tutti i Celti combattevano contro i romani, alcuni erano loro alleati, poiché molti guerrieri Celti si mettevano al servizio di chi offriva loro denaro.
Il destino dei Galli cisalpini si decise però, allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I Celti si schierarono con quest'ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all'impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con la battaglia di Canne.
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| Carta geografica con Telamon (Talamone) e la penetrazione delle popolazioni Celtoliguri e Celtiche nel territorio italico, fino a Roma a al Gagano, nel III sec. a.C. Clicca l'immagine per ingrandirla |
Fu con gli scontri di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio,
222 a.C.) che il sogno della grande Gallia Cisalpina unita, terminò
definitivamente.
A Talamone, una coalizione di Insubri, Gesati, Boi e Taurini si
immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro
ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l'opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai Celti, arrivando fino alle porte di Mediolanum (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.
Finiva così un'epoca che aveva visto fronteggiarsi fieramente per duecento anni le due differenti etnie.
Piegati i Celti del nord della Gallia Cisalpina, i romani si dedicarono
alla disfatta ed all'annientamento di quella che era considerata la più
potente fra le nazioni celtiche stanziate al disotto del fiume Po, i Boi.
Prima di allora tutta la Valle e pianura Padana, erano considerate
dagli stessi romani "Gallia", il resto del territorio era "Italia". ![]() |
| Cartina della seconda guerra punica con le date e gli itinerari di Annibale e Asdrubale e le principali battaglie. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 218 a.C. - Seconda guerra punica fra Roma e Cartagine, con l'invasione dell'Italia da parte di Annibale Barca, figlio di Amilcare Barca, comandante supremo dell'esercito cartaginese.
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| Annibale Barca (Barca in cartaginese significava Folgore) |
Probabilmente gli elefanti morirono quasi tutti nell'attraversamento delle Alpi.
Annibale Barca (Cartagine, 247 a.C. –
Libyssa, 183 a.C.) condottiero e politico cartaginese, marciando
dalla Spagna, attraverso i Pirenei, la Provenza e le Alpi, scese in
Italia, dove sconfisse le legioni romane in quattro battaglie
principali:
- battaglia del Ticino (218 a.C.),
- battaglia della Trebbia (218 a.C.),
- battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.),
- battaglia di Canne (216 a.C.) e in altri scontri minori.
- battaglia del Ticino (218 a.C.),
- battaglia della Trebbia (218 a.C.),
- battaglia del Lago Trasimeno (217 a.C.),
- battaglia di Canne (216 a.C.) e in altri scontri minori.
Dopo la battaglia di Canne i Romani
rifiutarono lo scontro diretto e gradualmente riconquistarono i
territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. La
Seconda guerra punica terminò con l'attacco romano a Cartagine, che
costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 204 a.C. dove fu
definitivamente sconfitto nella Battaglia di Zama, nel 202 a.C.
Dopo la fine della guerra, Annibale
guidò Cartagine per parecchi anni cercando di ripararne le
devastazioni, fino a quando i Romani non lo forzarono all'esilio nel
195 a.C. Annibale si rifugiò quindi dal re seleucide Antioco III in
Siria dove continuò a propugnare guerre contro Roma. Nel 189 a.C.
Antioco III fu sconfitto dai Romani e Annibale dovette ricominciare
la fuga, questa volta presso il re Prusia I in Bitinia. Quando i
Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale preferì
suicidarsi; era il 182 a.C.
Annibale è considerato uno dei più
grandi generali della storia. Polibio, suo contemporaneo, lo
paragonava a Publio Cornelio Scipione Africano; altri lo hanno
accostato ad Alessandro Magno, Giulio Cesare e Napoleone.
Il dato è che Annibale, disponendo di pochi uomini rispetto ai romani e alleati, contava probabilmente sulla sollevazione di numerosi alleati di Roma contro Roma stessa.
Infatti i Celti si allearono a lui, e così fece Capua, che fu poi punita con la distruzione. Invece, anche popolazioni da poco romanizzate, che potevano covare rancori, come i Sanniti, tennero fede all'alleanza: l'integrazione aveva dati quindi ai romani buoni frutti, e probabilmente vantaggi agli alleati. Il dato è che Annibale, disponendo di pochi uomini rispetto ai romani e alleati, contava probabilmente sulla sollevazione di numerosi alleati di Roma contro Roma stessa.
Nel 206 a.C. - Roma conquista l'Hispania (l'attuale Spagna).
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| Cartina con i territori soggetti alla Repubblica di Roma nel 201 a.C. e le conquiste fatte fino al 146 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 201 a.C. - Con la vittoria di Scipione, detto poi l'Africano, a Zama, termina con la vittoria di Roma la seconda Guerra Punica.
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| Antica bireme Romana con rostro |
Nel 200 a.C. - Dalla Siria giunge nel mondo romano la tecnica della soffiatura del vetro. A Pergamo, nella penisola anatolica, l'attuale Turchia, inizia la fabbricazione della pergamena.
Nel 187 a.C. - Il console Emilio Lepido fa costruire l’antica Via Emilia, che unisce la colonia di Placentia (Piacenza) ad Ariminum (Rimini), e darà il nome alla regione.
Nel 168 a.C. - Con la vittoria di Paolo Emilio a Pidna, Roma conquista la Macedonia. Dopo la morte di Alessandro, nelle vicende politiche greche non si hanno altro che guerre tra città. Durante la sua ascesa, la Roma repubblicana dovette impegnarsi in ben tre guerre contro la Macedonia. L'esercito macedone, sotto la guida del re Perseo, subì la sconfitta definitiva nella battaglia di Pidna per opera del console Lucio Emilio Paolo nel 168 a.C., e nel 146 a.C. la Macedonia divenne povincia romana. Nello stesso anno, con la distruzione di Corinto, anche la Grecia venne inclusa nella provincia di Macedonia. Malgrado un regime particolarmente liberale accordato alla Grecia, molte città greche sostennero Mitridate VI, re del Ponto, nella sua campagna contro Roma. Ma il generale romano Lucio Cornelio Silla costrinse Mitridate a fuggire e domò severamente la rivolta greca. L'imperatore Augusto fece della Grecia provincia senatoria, dandole il nome di Acaia. L'imperatore Adriano intraprese una imponente attività edilizia di ricostrzione di Atene e di altre città greche. Dall'anno 212, l'imperatore Caracalla concesse a tutti gli abitanti dell'Ellade, come a tutti gli altri provinciali, la cittadinanza romana.
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| Carta di Macedonia, Grecia e Ionia nel II secolo a.C. con i vari regni e regioni. durente le guerre nell'Egeo. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 149 a.C. - Inizia la terza guerra punica che si concluderà tre anni dopo con la vittoria di Roma e la distruzione di Cartagine.
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| Carta con i nomi delle isole greche delle Cicladi, con l'isola di Delo, che era sacra poichè ritenuta il luogo di nascita di Apollo. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Con la conquista romana della Grecia, si afferma un fiorente mercato di schiavi a Delo, già sede della lega Delio-Attica stipulata nel 478 a.C, poichè Roma la elegge porto franco a discapito di Rodi, ex alleata punita da Roma per non averla sostenuta nel conflitto con la Macedonia. Questo mercato è di rilievo mediterraneo, tanto che mediamente si vendono 10.000 schiavi al giorno, ottenuti perlopiù con incursioni piratesche. Gli italici e i romani hanno una posizione preponderante fra gli acquirenti di schiavi, e procurano così la manodopera per la coltivazione nei terreni in Italia. Avviene così che mentre in Italia gli italici, alleati di Roma, non hanno i diritti della cittadinanza romana ma i doveri dei "soci", con fornitura di contingenti militari a Roma senza godere dei proventi delle conquiste. All'estero sono considerati romani: vestono la toga, parlano latino, e anche questo favorisce quell'"autoromanizzazione" che, svilita dalla mancata concessione della cittadinanza romana, sfocerà nelle Guerre Sociali.
Nel 140 a.C. - Il greco Ipparco determina con una certa precisione la distanza fra Terra e Sole. Ad Ipparco ci si riferisce generalmente con l’appellativo di Nicea, perché si ritiene che abbia avuto i natali in quella località della odierna Turchia, prossima al Mar di Marmara, nella regione allora chiamata Bitinia, intorno al 190 a.C. La solidità della fama di cui godette nell’antichità è testimoniata da monete coniate sotto i regni di diversi imperatori romani. Queste monete portano sul diritto l’immagine di imperatori romani, quali Alessandro Severo (222 - 235 d.C.) e sul rovescio quella di un uomo che regge un globo e la scritta “Ipparco di Nicea”. Anche della sua vita si hanno pochissime notizie. Sembrano sicure quelle riferentesi a sue osservazioni astronomiche eseguite in Bitinia, nell’isola di Rodi e ad Alessandria. Soltanto una delle sue opere ci è giunta: il Commentario su Arato ed Eudosso, che non è certamente tra le sue più importanti.
E' in questi anni che in Grecia si costruisce il "meccanismo di Antikythera".
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| Grecia e isole greche con l'ubicazione di Antikythera. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Antikythera è il nome di una piccola
isola greca del Mar Ionio. Antikythera, Ante Kythera, l’isola di fronte a Kythera, oggi
conta soltanto 44 abitanti su una superficie di 20 km2. Ben pochi conoscerebbero il suo nome se
non fosse collegato al luogo in cui, cent’anni fa, venne ritrovato
il più antico calcolatore della storia dell’uomo. Furono alcuni pescatori di spugne a ritrovare il relitto di
un antico veliero che trasportava un carico di oggetti preziosi,
statue, vasi di pregevole fattura e monete d’argento. Cercavano
riparo sull’isola, sorpresi in mare da una violenta tempesta. La
nave proveniva da Pergamo, la città sulla costa dell’Asia Minore,
ed era diretta a Roma che in quel periodo ammirava l’arte, la
filosofia e la tecnologia dei greci.
A bordo della nave venne
ricuperato un misterioso oggetto in bronzo, difficile da decifrare
per le incrostazioni che lo ricoprivano: la Macchina di Antikythera. ![]() |
| La Macchina di Antikythera |
Accurate analisi del reperto ne fecero risalire, con certezza, la
costruzione al 150 – 100 a. C. Sotto le incrostazioni vennero
scoperti complicati ingranaggi e grazie a diversi frammenti
dell’oggetto fu possibile tentarne una ricostruzione. Era
costituito da una trentina di ruote dentate in bronzo e riportava in
superficie circa 2.000 caratteri, con le indicazioni relative al
funzionamento del meccanismo. Oggi è conservato nella collezione di
bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene.
Diverse, accurate indagini hanno permesso di chiarire le
funzioni del meccanismo che veniva usato nell’Antica Grecia per
svolgere complicati calcoli astronomici. Serviva per calcolare il
movimento del Sole, della Luna nello Zodiaco e probabilmente anche i
movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, oltre a calcolare le
date delle future eclissi di Sole e di Luna. Gli scienziati
ritengono che questo meccanismo abbia per la storia della tecnologia
la stessa importanza che l’Acropoli ha per la storia
dell’architettura. La tecnica usata per la sua costruzione è
simile a quella che sarà usata soltanto mille anni più tardi,
nell’Europa medioevale, per la costruzione degli orologi
astronomici.
Uno degli studi più approfonditi venne svolto dallo storico della scienza inglese Derek de Solla Price, che nel 1951 iniziò ad analizzare la macchina. Dopo vent’anni di ricerca Price riuscì a scoprire, almeno in parte, il funzionamento originario. Tutto il meccanismo era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità ed era costruito attorno ad un asse centrale. Quando questo asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle probabili lancette a diverse velocità, intorno ad una serie di quadranti. I frammenti mancanti impedirono a Price di comprendere il completo funzionamento del meccanismo. Di grande importanza è stata comunque la sua scoperta di un rapporto 254 a 19 fra le ruote. Questo lo portò a collegare il meccanismo con il moto della Luna rispetto al Sole: infatti, la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. Price propose anche un primo modello della macchina che poi donò al Museo archeologico nazionale di Atene, dov’è attualmente esposta.
Negli ultimi anni un gruppo multidisciplinare di ricercatori britannici, greci e statunitensi, l’Antikythera Mechanism Research Project, ha potuto approfondire ulteriormente l’analisi del meccanismo, grazie a nuovi frammenti ritrovati alcuni anni fa, usando tecnologie molto più moderne di quelle su cui poteva contare Price, dalla tomografia computerizzata alla rielaborazione digitale, ad alta risoluzione, della superficie.
Nel 133 a.C. - Roma riceve in eredità da Attalo il Regno di Pergamo, in Asia Minore.
Mario marciò in Liguria stabilendo un campo sul percorso del nemico. I
Teutoni assaltarono il campo venendo respinti. Decisero di proseguire
aggirando il campo. Mario li seguì accampandosi vicino a quella che
sarebbe passata alla storia col nome di battaglia di Aquae Sextiae, ai
piedi delle Alpi (l'attuale Aix en Provence). L'anno era il 102 a.C. La
battaglia iniziò come incontro casuale, ma i Romani la trasformarono in
schiacciante vittoria. Quando gli Ambroni attaccarono i Romani questi
stavano attingendo l'acqua da un vicino fiume. I Liguri erano alleati
dei Romani, e accorsero per aiutarli ricacciando gli Ambroni dietro al
fiume. I Romani compattarono i ranghi rigettando gli Ambroni che
tentavano di nuovo di oltrepassare il fiume. Gli Ambroni persero buona
parte delle loro forze. Due giorni dopo Mario respinse un attacco al
campo e strinse le forze nemiche tra il proprio esercito ed un'imboscata
di 3.000 uomini alle spalle. Mario fece 100.000 prigionieri,
praticamente annientando gli Ambroni. Il campo presente in Gallia
sopravvisse alla disfatta. Fondendosi con i Celti locali, diedero vita
ad una nuova tribù, gli Aduatuci. Fu la fine degli Ambroni. Questa
storia si può trovare nell'opera Vite Parallele di Plutarco, per la
precisione nella vita di Gaio Mario scritta nell'80. Plutarco, nella
vita di Mario (10, 5-6), scrive che gli Ambroni cominciarono a gridare
"Ambrones!" all'inizio della battaglia; i Liguri, che fiancheggiavano i
Romani, sentendo l'urlo e riconoscendo il nome che anch'essi usavano per
i loro discendenti (οὕτως κατὰ ὀνομάζουσι Λίγυες), risposero con lo
stesso grido "Ambrones!". Quindi Plutarco riferisce che i Liguri davano a se stessi il nome di Ambrones,
lo stesso di una delle tribù celtiche alleate con Cimbri e Teutoni.
Per visualizzare notizie sui
Celti, clicca QUI
Nel 100 a.C. - Posidonio di Rodi (135 - 50 a.C. circa) venne nominato capo della scuola filosofica Stoica di Rodi. Posidonio fu un grande filosofo, rappresentante della Scuola Stoica. Talvolta viene denominato Posidonio di Apamea, dal nome della località della Siria in cui nacque. All'inizio della sua attività di studio, compì numerosi viaggi nel Mediterraneo, dedicandosi a studi di astronomia, geografia e geologia. Ricoprì incarichi pubblici, uno dei quali lo portò come ambasciatore di Rodi a Roma, dove ebbe modo di intrattenersi, fra gli altri, con Cicerone, che era stato suo allievo a Rodi. Tra le altre personalità romane che gli accordarono la loro ammirazione e l'amicizia ricordiamo il generale Caio Mario, che fu console sette volte, e Pompeo il Grande, triunviro con Cesare e Crasso.
Uno degli studi più approfonditi venne svolto dallo storico della scienza inglese Derek de Solla Price, che nel 1951 iniziò ad analizzare la macchina. Dopo vent’anni di ricerca Price riuscì a scoprire, almeno in parte, il funzionamento originario. Tutto il meccanismo era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità ed era costruito attorno ad un asse centrale. Quando questo asse girava, entrava in funzione un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle probabili lancette a diverse velocità, intorno ad una serie di quadranti. I frammenti mancanti impedirono a Price di comprendere il completo funzionamento del meccanismo. Di grande importanza è stata comunque la sua scoperta di un rapporto 254 a 19 fra le ruote. Questo lo portò a collegare il meccanismo con il moto della Luna rispetto al Sole: infatti, la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari. Price propose anche un primo modello della macchina che poi donò al Museo archeologico nazionale di Atene, dov’è attualmente esposta.
Negli ultimi anni un gruppo multidisciplinare di ricercatori britannici, greci e statunitensi, l’Antikythera Mechanism Research Project, ha potuto approfondire ulteriormente l’analisi del meccanismo, grazie a nuovi frammenti ritrovati alcuni anni fa, usando tecnologie molto più moderne di quelle su cui poteva contare Price, dalla tomografia computerizzata alla rielaborazione digitale, ad alta risoluzione, della superficie.
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| Modello del meccanismo di Antikythera |
Ora, alla fine del 2008, è arrivata
la notizia della ricostruzione completa dell’antico apparecchio,
curata da Michael Wright, un ingegnere del Museo delle Scienze di
Londra. E’ una copia esatta del’originale, con le stesse
dimensioni e gli stessi materiali. Il nuovo modello è contenuto in
una scatola di legno poco più piccola di una scatola da scarpe. Di
fronte ci sono due quadranti sovrapposti che riportano lo zodiaco e i
giorni dell’anno.
Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi.
La Macchina di Antikythera conferma l’alto livello tecnologico raggiunto dalla Grecia nel secondo secolo a. C. E non c’è bisogno di scomodare gli extraterrestri per spiegare la presenza, in quel periodo, di una macchina così raffinata. Non ci sono misteri da chiarire. Si tratta soltanto di una prova ulteriore dei danni irreparabili provocati da chi, nei secoli più oscuri della nostra storia, tentò di cancellare il pensiero greco, distruggendone le più preziose testimonianze.
Punte di metallo indicano la posizione del Sole, della Luna e dei cinque pianeti. Il quadrante superiore, spiega Wright, rappresenta il ciclo Metonico, cioè il ciclo dei 19 anni. In questo modo è possibile mantenere un calendario sincronizzato sia al corso del sole, sia a quello della luna. Il quadrante inferiore è stato diviso invece in 223 parti con riferimento al cosiddetto ciclo di Saros, usato per prevedere le eclissi.
La Macchina di Antikythera conferma l’alto livello tecnologico raggiunto dalla Grecia nel secondo secolo a. C. E non c’è bisogno di scomodare gli extraterrestri per spiegare la presenza, in quel periodo, di una macchina così raffinata. Non ci sono misteri da chiarire. Si tratta soltanto di una prova ulteriore dei danni irreparabili provocati da chi, nei secoli più oscuri della nostra storia, tentò di cancellare il pensiero greco, distruggendone le più preziose testimonianze.
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| Il Regno di Pergamo nel 133 a.C. |
Dal 113 a.C. - I Celti Ambrones con i Cimbri e Teutoni, tentano l'invasione della penisola italica.
La tribù degli Ambroni (o Ambrones) apparve brevemente nelle fonti romane realtive al II secolo a.C. La loro posizione all'inizio della loro breve storia fu la costa dell'Europa settentrionale, a nord del Rhinemouth, nelle Isole Frisone. La regione è oggi occupata dai resti dello Zuider Zee e del Jutland, che essi condivisero con i propri vicini: Cimbri e Teutoni.
La tribù degli Ambroni (o Ambrones) apparve brevemente nelle fonti romane realtive al II secolo a.C. La loro posizione all'inizio della loro breve storia fu la costa dell'Europa settentrionale, a nord del Rhinemouth, nelle Isole Frisone. La regione è oggi occupata dai resti dello Zuider Zee e del Jutland, che essi condivisero con i propri vicini: Cimbri e Teutoni.
Non si è sicuri sulla loro provenienza. I Teutoni erano probabilmente
Germani, ma esiste qualche prova che dimostrerebbe che Ambroni e Cimbri
avevano radici miste. In seguito, durante il breve e sanguinario
attraversamento dell'Europa, i Cimbri vennero guidati da Boiorix, un nome celtico che significa "Re dei Boi". Il prefisso Amb è usuale in molti nomi tribali celtici (per visualizzare notizie sull'Ambra, clicca QUI
). Gli Ambroni seguirono i costumi celtici urlando il nome della
propria tribù durante le entrate in battaglia. I romani li consideravano
Germani, non Celti, e si allearono con i Celti combattendo contro di
loro. Queste circostanze suggeriscono la presenza di un'etnia mista,
probabilmente in origine celtica ma assimilata dai Germani. Non solo
provenivano da una regione settentrionale recentemente germanizzata, ma
in questo periodo le tribù germaniche vennero pesantemente influenzate
dalla cultura celtica.
I tre vicini iniziarono entrarono nella storia romana sotto forma di
alleanza determinata ad emigrare nelle terre meridionali. Forse gli
Ambroni vennero guidati dalle recenti alluvioni dello Zuider Zee, non
ancora inondato. In tutto si parla di circa 300.000 uomini, dei quali
30.000 erano Ambroni. La migrazione si trasformò ben presto in razzie.
Mentre puntavano verso la Boemia, vennero bloccati dai Boi, che in quel
periodo abitavano le terre che ancora oggi portano il loro nome.
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| Carta geografica dell'invasione di Cimbri, Teutoni e Ambroni, con relative battaglie, nel II sec. a.C. |
Il punto di divisione rappresenta la base stabilita in Gallia. I Cimbri
proseguirono verso Vercellae, mentre Teutoni ed Ambroni finirono a
Sextiae . Girando attorno ai Boi, i tre alleati entrarono in Serbia ed
in Bosnia oltrepassando il Sava e la Morava, ma ben presto lasciarono
questo terreno montuoso per i verdi pascoli della Gallia, seguendo un
tragitto che passava a nord delle Alpi e dei pericolosi Romani. I Romani
tentarono di mettersi sulla loro strada subendo pesanti perdite, a
causa della rivalità tra i consoli al comando; un esercito venne
sconfitto sotto Gneo Papirio Carbone (da Perseus, Carbo No. 4) nel 113 a.C.
a Noreia in Stiria (Aostria), un altro guidato da Marco Giunio Silano Torquato
(Marcus Junius Silanus Torquatus) (da Perseus, Silanus, Junius No.17) in
Gallia nel 109 a.C., un terzo guidato da Gaio Cassio Longino nel 107
a.C., ed il quarto da Quinto Servilio Cepione e Gneo Mallio Massimo nel
105 a.C. (Battaglia di Arausio).
I tre alleati tennero una base in Gallia dividendosi poi in due fronti.
Gli Ambroni ed i Teutoni transitarono in Liguria (est di Marsiglia),
mentre i Cimbri entrarono in Italia passando più a nord. A questo punto i
Romani decisero di nominare di nuovo console Gaio Mario, illegalmente,
visto che aveva già ricoperto il ruolo diverse volte, mentre la legge prescriveva la carica per un solo anno.
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| Carta geografica delle Popolazioni Liguri, Etrusche, Celtoliguri (i Celto-Ligi) e Celtiche nel Centro-Nord italico. intorno al 300 a.C. Clicca l'immagine per ingrandirla |
Nel 100 a.C. - Posidonio di Rodi (135 - 50 a.C. circa) venne nominato capo della scuola filosofica Stoica di Rodi. Posidonio fu un grande filosofo, rappresentante della Scuola Stoica. Talvolta viene denominato Posidonio di Apamea, dal nome della località della Siria in cui nacque. All'inizio della sua attività di studio, compì numerosi viaggi nel Mediterraneo, dedicandosi a studi di astronomia, geografia e geologia. Ricoprì incarichi pubblici, uno dei quali lo portò come ambasciatore di Rodi a Roma, dove ebbe modo di intrattenersi, fra gli altri, con Cicerone, che era stato suo allievo a Rodi. Tra le altre personalità romane che gli accordarono la loro ammirazione e l'amicizia ricordiamo il generale Caio Mario, che fu console sette volte, e Pompeo il Grande, triunviro con Cesare e Crasso.
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| Posidonio di Rodi |
Nessuno dei suoi scritti ci è
pervenuto. Si conoscono frammenti delle sue opere solo attraverso
citazioni di contemporanei o di successori. Cicerone dà notizia di una “sfera”
costruita da Posidonio che doveva essere del tipo delle due costruite
un secolo prima da Archimede. E’ probabile che queste sfere
avessero una funzione unicamente didattica.
Cleomede dedica una uona parte del suo libro per descrivere il calcolo che Posidonio fece della circonferenza terrestre. Basandosi sul fatto che la stella Canopo si rendeva appena visibile a Rodi, alla culminazione meridiana, mentre ad Alessandria raggiungeva un’altezza meridiana di 1/48 di circonferenza (7º 30'). Stimando in 5000 stadi la distanza tra Rodi ed Alessandria, Posidonio concluse che la circonferenza terrestre doveva essere di 48 x 5000 = 240.000 stadi. Pur ammettendo che questo risultato sia abbastanza accurato, vale la pena osservare che era affetto da almeno tre errori. Anzitutto le due località erano piuttosto scostate in longitudine. Poi l'altezza effettiva di Canopo era di 5º 15' e infine la distanza effettiva tra Rodi ed Alessandria era minore. Posidonio eseguì anche misure e calcoli su distanze e dimensioni di Luna e Sole, ottenendo invero risultati piuttosto imprecisi. Scrisse anche di meteorologia e storia.
Cleomede dedica una uona parte del suo libro per descrivere il calcolo che Posidonio fece della circonferenza terrestre. Basandosi sul fatto che la stella Canopo si rendeva appena visibile a Rodi, alla culminazione meridiana, mentre ad Alessandria raggiungeva un’altezza meridiana di 1/48 di circonferenza (7º 30'). Stimando in 5000 stadi la distanza tra Rodi ed Alessandria, Posidonio concluse che la circonferenza terrestre doveva essere di 48 x 5000 = 240.000 stadi. Pur ammettendo che questo risultato sia abbastanza accurato, vale la pena osservare che era affetto da almeno tre errori. Anzitutto le due località erano piuttosto scostate in longitudine. Poi l'altezza effettiva di Canopo era di 5º 15' e infine la distanza effettiva tra Rodi ed Alessandria era minore. Posidonio eseguì anche misure e calcoli su distanze e dimensioni di Luna e Sole, ottenendo invero risultati piuttosto imprecisi. Scrisse anche di meteorologia e storia.
Dopo l'uccisione di Livio Druso gli
italici - esclusi gli Etruschi e gli Umbri - si ribellarono a Roma,
capeggiati dal sannita Papio Mutilo. La rivolta scoppiò ad Ascoli,
nel Piceno, dove un pretore e tutti i Romani residenti in città
furono massacrati. Si organizzarono in una libera Lega con un proprio
esercito, e stabilirono, dapprima a Corfinium (oggi Corfinio) poi ad
Isernia la loro capitale, dove crearono la sede del senato comune e
mutarono il loro nome da Lega Sociale a Lega Italica.
Coniarono persino una propria moneta che recava la scritta Italia,
nella quale era raffigurato un toro che abbatteva la lupa romana.
Benché Gaio Mario e Gneo Pompeo Strabone riportassero alcune
vittorie sui ribelli, nel 90 a.C. il console Lucio Giulio Cesare
decise di promulgare la Lex Iulia, con la quale si concedeva la
cittadinanza agli italici che non si erano ribellati e a quelli che
avrebbero deposto le armi. Seguì nel 89 a.C. la Lex Plautia Papiria
che concedeva il diritto di cittadinanza romana a tutti gli italici a
sud del Po. Il risultato fu di dividere i rivoltosi: gran parte
deposero le armi, mentre altri continuarono a resistere. Roma spese
ancora due anni per sconfiggere le città in armi grazie
all'intervento di Silla e di Strabone. Tuttavia, lo scopo che gli
Italici si erano proposti era stato raggiunto: essi potevano divenire
a pieno titolo cittadini romani. Con la concessione della cittadinanza,
l'Italia peninsulare divenne ager romanus. Il territorio venne
riorganizzato col sistema dei municipia e nelle comunità italiche
venne avviato un grande processo di urbanizzazione che si sviluppò
lungo tutto il I secolo a.C., poiché l'esercizio dei diritti civici
richiedeva specifiche strutture urbane (foro, tempio alla triade
capitolina, luogo di riunione per il senato locale). Tuttavia la
cittadinanza romana e il diritto a votare erano limitate, come sempre
nel mondo antico, dall'obbligo della presenza fisica nel giorno di
voto. E per la gente di città lontane, in particolare per le classi
meno abbienti, non era certo facile recarsi a Roma per votare nelle
assemblee popolari. Così talvolta i candidati pagavano parte delle
spese del viaggio per permettere ai loro sostenitori di partecipare
al voto. Di fatto, comunque, a beneficiare della cittadinanza furono
soprattutto le "borghesie" italiche, che conquistarono
anche la possibilità di accedere alle magistrature.
| Bronzetto che raffigura un Guerriero Sannita |
Nell'88 a.C. - Inizia la Guerra Civile Romana.
- L'82 a.C. vide il conflitto tra la fazione degli ottimati, guidata da Silla, e quella dei populares, o mariani perché seguaci del sette volte console Gaio Mario morto nell'86 a.C., guidata dai consoli Gaio Mario il Giovane e Gneo Papirio Carbone.
Da diverso tempo la repubblica romana era percorsa da un conflitto politico tra due fazioni, quella dei populares, guidata dall'uomo nuovo Gaio Mario (almeno fino alla sua morte avvenuta nell'86 a.C.), e quella degli ottimati, guidata dal nobile Lucio Cornelio Silla, che si combattevano, con alterne fortune, per il predominio politico sull'Urbe.
- 88 a.C. - 87 a.C.: la lotta per il
potere presto si era spostata dal piano politico a quello militare,
così avvenne che, grazie all'appoggio delle legioni a lui fedeli,
Silla scacciò i mariani dall'Urbe ed ottenne il comando per la
guerra a Mitridate, e fu sempre grazie alla forza delle armi che, con
Silla impegnato in Asia Minore, i populares e Gaio Mario poterono
rientrare in città e controllarla, almeno fino al ritorno di Silla.
- 86 a.C.: sappiamo infatti che mentre Silla combatteva in Grecia,
ottenendo numerosi ed importanti successi, prima ad Atene nel marzo
di quest'anno, poi al Pireo, a Cheronea, dove secondo Tito Livio
caddero ben 100.000 armati del regno del Ponto, ed infine ad
Orcomeno, a Roma Silla era dichiarato nemico pubblico da Gaio Mario e
Cinna. Le sue abitazioni cittadine e di campagna furono distrutte ed
i suoi amici messi a morte. Contemporaneamente il Senato
deliberava di inviare in Grecia il nuovo console, Lucio Valerio
Flacco, collega di Lucio Cornelio Cinna, con due legioni per
succedere nel comando a Silla.
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| Cartina dei luoghi delle battaglie nella Guerra Civile di Roma, dall'88 all'82 a.C. - Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
- 84 a.C.: conclusa la pace a Dardano in Asia con Mitridate VI, ed
obbligato quest'ultimo a ritirarsi dalle province romane asiatiche,
Silla trascorse i successivi due anni in Grecia per riorganizzare le
forze, prima di rientrare in Italia. Egli, infatti, una volta
conclusa la pace, salpò da Efeso nel corso dell'inverno dell'85-84
a.C. e si trasferì al Pireo e poi ad Atene dove fu iniziato ai
misteri.[18] Verso la fine dell'anno attraversò la Tessaglia e la
Macedonia e fece i preparativi per il suo rientro in Italia da
Durazzo, con una flotta di 1.200 navi.
- 83 a.C.: per quest'anno furono eletti
consoli Lucio Cornelio Scipione Asiatico e Gaio Norbano che, mentre
Silla sbarcava a Brindisi dove si acquartierava con i suoi veterani e
riprendeva i contatti con gli esponenti della propria fazione,
tentavano di organizzare un esercito per contrastare la marcia di
Silla verso Roma. Silla era infatti sbarcato a Taranto con 30.000
armati in quella primavera, e secondo Plutarco, vi erano ad
attenderlo 15 generali nemici e 450 coorte. E mentre si preparava a
marciare contro Roma al comando delle sue legioni, ricevette rinforzi
dal giovane Pompeo, che si unì al futuro dittatore con un buon
numero di soldati a lui fedeli, provenienti per lo più dalla regione
del Piceno, e da Quinto Cecilio Metello Pio, campione degli ottimati
durante i 4 anni di consolato di Cinna. I due consoli in carica
nell'83 decisero di contrastare il passo di Silla in Campania;
Scipione organizzò il suo campo nei pressi di Teano, mentre Norbano
fece campo nei dintorni di Capua. Silla attaccò per primo l'esercito
sotto il comando di Norbano che, perso lo scontro ed oltre 7.000
uomini, si rifugiò all'interno delle mura di Capua. A quel puntò
Silla marciò verso Teano offrendo a Scipione una tregua, prontamente
accettata dal Console, che in questo modo pensava di guadagnar tempo
per coordinarsi con il collega e con Sertorio. Ma quando Scipione
pensò di poter rompere la tregua con Silla il suo esercito, che
aveva fraternizzarono con l'esercito di Silla, gli si rivoltò contro
passando al campo avverso senza colpo ferire. Scipione, fatto
liberare da Silla, andò in esilio a Marsiglia, dove morì. L'83 a.C.
terminò con gli uomini di Silla acquartierati in Campania e i
populares a Roma che tentavano di organizzarsi per contrastare il
passo al nemico.
- Nell'82 a.C. furono eletti consoli Gneo
Papirio Carbone e il ventiduenne Gaio Mario il Giovane, a cui fu
affidata la difesa della città; quasi immediatamente inviarono
Sertorio, forse l'unico esponente tra i populares con l'adeguata
esperienza militare necessaria per contrastare Silla, nella Spagna
Citeriore. I primi scontri, entrambi favorevoli agli ottimati, si
ebbero nelle marche presso il fiume Esino, dove le truppe di Pompeo e
di Metello ebbero la meglio su quelle condotte da Carbone, e nella
pianura di Sacriporto, antistante Preneste, dove le truppe di Silla
ebbero la meglio su quelle guidate da Mario il Giovane. I due comandanti mariani, invece di
riunire le proprie forze, decisero di resistere alla fazione avversa
ognuno dei due trovando rifugio in una diversa città; Gaio Mario il
Giovane a Preneste nel Lazio, e Carbone a Chiusi in Etruria. Anche
questa volta Silla si trovò nella condizione di poter attaccare
separatamente i due nemici.
Silla lasciò il proprio luogotenente
Ofella a sostenere l'assedio di Preneste e, dopo aver normalizzato la
situazione nella capitale, si diresse a nord per dar battaglia a
Carbone. La battaglia sotto le mura di Chiusi fu particolarmente
cruenta, e si risolse con un sostanziale nulla di fatto. Per contro
Pompeo frustò il tentativo di Carbone di inviare rinforzi al collega
Mario rinchiuso a Preneste, intercettando e sconfiggendo i rinforzi
che Carbone gli aveva mandato nei pressi di Spoleto. In questo frangente, un esercito di
7.000 lucani e sanniti stava risalendo verso il nord, guidati da P.
Telesino, M. Lamponio e Gutta, per portare soccorso a Mario. Silla,
per impedire questa manovra, abbandonò l'assedio di Chiusi
dirigendosi immediatamente verso sud con i propri uomini e sbarrare
così il passo a questo nuovo esercito. Carbone ne approfittò per uscire da
Chiusi e si diresse verso Faenza, per portare battaglia a Metello che
reputava il più debole nel campo avverso; l'esito non fu quello
sperato e Carbone subì una cocente sconfitta che gli costò anche la
perdita di Chiusi, lasciata sguarnita e alla mercé di Pompeo.
Lo scontro decisivo tra gli eserciti
delle due fazioni, la battaglia di Porta Collina, si svolse il 1
novembre dell'82 a.C., sotto le mura di Roma, dove l'esercito guidato
lucano-sannita aveva puntato, modificando l'intenzione iniziale di
portare soccorso a Preneste, non appena avuta notizia della manovra
di Silla, che di fatto aveva lasciato sguarnita Roma. Silla riuscì ad arrivare in tempo sul
luogo della battaglia, solo per lo straordinario sforzo delle sue
poche truppe lasciate a difesa di Roma, che resistettero tutto il
giorno fino all'arrivo del proprio comandante. Anche dopo l'arrivo
dei rinforzi l'esito della battaglia rimase a lungo in bilico,
risolvendosi alla fine a favore del campo degli ottimati. Persa la battaglia di Porta Collina,
che segnò la definitiva sconfitta dei mariani, Preneste si arrese a
Silla e Mario il Giovane, frustrato nel suo tentativo di fuggire
attraverso dei sotterranei, preferì uccidersi piuttosto che cadere
nelle mani del nemico. Carbone invece prima riparò in Africa poi
sull'isola di Pantelleria, dove fu catturato da Pompeo Magno che lo
trasse in catene nella prigione di Marsala, dove quello stesso anno
fu giustiziato. Sconfitti i nemici mariani, Silla
iniziò le proscrizioni di tutti gli avversari politici; assunse il
titolo di dittatore a vita, e cercò con una serie di riforme di
ristabilire il regime oligarchico. Una vittima delle sue proscrizioni
con una morte particolarmente violenta e crudele fu Marco Mario
Gratidiano che, racconta suo cognato Catilina, fosse stato torturato e smembrato in
un modo che evoca il sacrificio umano.
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| Scudo Celtico in bronzo del I sec. a.C. ritrovato nel Tamigi a Battersea, Inghilterra |
Silla, entrando in Roma con le legioni in armi, segna un precedente che porterà alla fine della repubblica. Per quanto poi emani una legge che proibisce tale gesto, dopo un quarantennio sarà Caio Giulio Cesare a finire definitivamente la repubblica varcando il Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con le legioni in armi.
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| Calderone celtico in argento dell'inizio del I sec. a.C. ritrovato a Gandestrup, in Danimarca |
Nell'82 a.C. - La Gallia Cisalpina, l'attuale nord dell'Italia, è dichiarata provincia romana.
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| Cartina dell'Europa prima della conquista della Gallia: nel 58 a.C. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 58 a.C. - Gaio (o Caio) Giulio Cesare inizia la conquista della Gallia.
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| Cartina delle Gallie nel 44 a.C., dopo la conquista di Caio Giulio Cesare Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 50 a.C. - I Romani perfezionano i mulini ad acqua e le tecniche degli acquedotti.
Nel 49 a.C. - Caio Giulio Cesare sfida la repubblica di Roma varcando il
Rubicone, confine del territorio sotto il diretto controllo di Roma, con
le legioni in armi. Guerra fra Gneo Pompeo, che ha il mandato dal Senato, e Gaio Giulio Cesare.
Nel 46 a.C. - Gaio Giulio Cesare riforma il calendario
Nel 45 a.C. - Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita.
Nel 44 a.C. - Nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo, Gaio Giulio Cesare viene ucciso da decine di pugnalate infertegli da vari congiurati, fra cui Bruto e Cassio.
Nel 29 a.C. - Virgilio inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia)
Nel 27 a.C. - Il 16 gennaio, dopo varie battaglie contro i congiurati assassini del padre adottivo Giulio Cesare e poi contro quello che era stato il luogotenente di Cesare, Marco Antonio, Ottaviano ottiene dal Senato il titolo di Augusto (dal verbo "augere", "ingrandire") e tutti i poteri, diventando il primo imperatore di Roma. Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascierà edificata di marmi.
Nello stesso anno inizia la costruzione del Pantheon, il tempio di tutti gli dei, che sorge in piazza della rotonda vicino piazza Minerva. Così
chiamato perché era un tempio dedicato a più divinità. Concepito
come Augusteum, ossia come luogo sacro dedicato al divinizzato
imperatore Augusto, poi come Tempio di tutte le divinità protettrici
della sua stirpe, fu fatto costruire dal genero dello stesso Augusto,
il console Agrippa nel 27 a.C. Danneggiato nell’incendio di Roma
dell’80 d.C., fu restaurato da Domiziano ed è giunto a noi quasi
integro nella ricostruzione eseguita da Adriano nel 130 d.C. Nel 609
il tempio fu donato dall'imperatore Foca a papa Bonifacio IV e fu
trasformato in chiesa, dedicata a Santa Maria dei Martiri, cosa che
favorì la sua ottima conservazione fino ai giorni nostri. Dopo il
1870, demoliti i due campaniletti laterali, le cosiddette “orecchie
d’asino”, fatti realizzare da Urbano VIII al Bernini, il Pantheon
venne trasformato nel sacrario dei re d’Italia, le cui tombe si
affiancarono alla già esistente Tomba di Raffaello. Quasi tutto
quello che vi si può ammirare risale ad epoca romana, persino la
cupola alta 43,4 metri e la massiccia porta di bronzo. La cupola, la
più grande mai realizzata in muratura, è costruita in un
conglomerato particolarmente leggero formato da malta e da scaglie di
travertino, sostituite man mano che si sale, da lapilli e pietra
pomice.
Il porticato è decorato all'interno da pregiati marmi
policromi e presenta nella facciata 16 colonne monolitiche, alte ben
14 metri, di granito grigio e rosa dotate di capitelli corinzi in
marmo e coronato da un frontone con timpano, originariamente decorato
da un fregio di bronzo.
Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni. L'unica apertura è al centro della cupola e crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte ed inoltre vi sono le tombe dei reali d'Italia, di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari e, in special modo, il sepolcro di Raffaello ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso, realizzata da Lorenzetto nel 1520 su commissione dello stesso Raffaello.
Nel 6 d.C. - Nell'ambito di una riorganizzazione amministrativa dell'Impero Romano, Ottaviano Augusto unifica i territori della penisola italica, assorbendo la Provincia della Gallia Cisalpina, sotto l'amministrazione diretta di Roma, e suddivide l'Italia, isole escluse, in 11 Regio (Regioni) l'Italia.
Nel 30 - A Gerusalemme viene crocifisso Gesù di Nazareth.
Nel 43 - I Romani invadono l'isola Britannica.
Nel 63 - A Roma, prime persecuzioni contro i cristiani. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà. E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus", la cui festività era il 25 dicembre. E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana. La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi.
Nel 70 - Dopo varie rivolte in Palestina, Tito distrugge il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Inizia la diaspora del popolo Ebraico.
Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima, dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate da alcune circostanze associate alla sua attività scientifica. Si è arrivati al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Tralasciamo altre considerazioni più o meno ipotetiche sulla vita di Tolomeo e passiamo subito a trattare della sua opera fondamentale, l'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro al-majisti, e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino a più di un secolo dopo la pubblicazione (1543) del De Revolutionibus di Copernico. Si compone di tredici libri. Con essa Tolomeo si proponeva, secondo le sue stesse parole, sia utilizzando le conoscenze che gli erano state trasmesse dai suoi grandi predecessori, sia apportandovi i propri contributi, di fornire un compendio di nozioni astronomiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni. In definitiva, si trattava, a partire dai modelli matematici degli epicicli e degli eccentri, di produrre, quale risultato finale, una procedura matematica predittiva delle posizioni di ciascun pianeta.
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| Fori Imperiali di Roma - Caio Giulio Cesare Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 46 a.C. - Gaio Giulio Cesare riforma il calendario
Nel 45 a.C. - Gaio Giulio Cesare è padrone di Roma, ed è eletto dittatore a vita.
Nel 44 a.C. - Nel Senato di Roma, davanti alla statua di Gneo Pompeo, Gaio Giulio Cesare viene ucciso da decine di pugnalate infertegli da vari congiurati, fra cui Bruto e Cassio.
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| Roma - Resti dei Fori Imperiali |
Nel 29 a.C. - Virgilio inizia la stesura dell'"Eneide", che assegnerà antenati divini a Romolo e ad alcune "gens" Romane (Venere per la gens Julia)
Nel 27 a.C. - Il 16 gennaio, dopo varie battaglie contro i congiurati assassini del padre adottivo Giulio Cesare e poi contro quello che era stato il luogotenente di Cesare, Marco Antonio, Ottaviano ottiene dal Senato il titolo di Augusto (dal verbo "augere", "ingrandire") e tutti i poteri, diventando il primo imperatore di Roma. Ottaviano stesso inaugura l'epopea della Pax Romana, che vede l'impero come area di civiltà che si esprime nel diritto e al cui interno non vi sono conflitti, e ricorderà che si era ritrovato una Roma costruita di mattoni e la lascierà edificata di marmi.
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| Il Pantheon visto dall'alto. |
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| Il Pantheon all'interno. |
Di bronzo era coperto anche il soffitto del porticato, ma tale rivestimento fu rimosso nel 1625 per volontà di Urbano VIII Barberini quindi utilizzato dal Bernini per realizzare il Baldacchino in San Pietro. L'interno presenta una pianta circolare caratterizzato dalla maestosità della cupola a cassettoni. L'unica apertura è al centro della cupola e crea un effetto luminoso che esalta la grandiosità e l'armonia del monumento. Nelle cappelle dell'interno si trovano distribuite numerose opere d'arte ed inoltre vi sono le tombe dei reali d'Italia, di Baldassarre Peruzzi e di Taddeo Zuccari e, in special modo, il sepolcro di Raffaello ad ornamento del quale si trova la famosa Madonna del Sasso, realizzata da Lorenzetto nel 1520 su commissione dello stesso Raffaello.
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| Ottaviano Augusto nell'"Ara Pacis" Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 30 - A Gerusalemme viene crocifisso Gesù di Nazareth.
Nel 43 - I Romani invadono l'isola Britannica.
Nel 63 - A Roma, prime persecuzioni contro i cristiani. I primi cristiani erano spinti a ricercare un rapporto individuale con una divinità individualizzata a sua volta. Il carattere di divinità per gruppi o popolazioni, comunemente usato nell'antichità (Atena per Atene, Venere per la corporazione dei mercanti Italici del Sannio, ecc.) lascia il posto alla ricerca individuale di una divinità che salvi l'individuo nell'aldilà. E' una tensione molto forte, che troviamo anche nel Mitraismo, che ha somiglianze con il cristianesimo, e nell'adorazione del "Sol Invictus", la cui festività era il 25 dicembre. E' di questi tempi la raffigurazione di "Gesù Sol Invictus" che vede un giovane Gesù, raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare con 4 cavalli (Helios), oppure l'Iside che allatta Horus identica a quella che poi verrà chiamata Nostra Signora Madre di Gesù. Sono tempi che vengono avvertiti come gli ultimi prima di un evento che sovvertirà il mondo. In questo contesto il martirio è considerato il metodo più sicuro per salvare la propria anima nell'aldilà. Ma questa presa di coscienza individuale, di una divinità che si è incarnata e che con un martirio individuale permette la salvezza a tutti gli individui, non deve far pensare che non fosse presente un senso di società cristiana. La comunità cristiana era ordinata, coesa, con propri vescovi e con liturgie comunitarie, ma il rapporto con il divino non era mediato da altri che se stessi.
Nel 70 - Dopo varie rivolte in Palestina, Tito distrugge il Tempio di Salomone a Gerusalemme. Inizia la diaspora del popolo Ebraico.
Nel 90 - Nasce Claudio Tolomeo. La vita di Claudio Tolomeo si svolse indicativamente fra gli anni 90 e 170 della nostra era. Solo alcuni commentatori hanno avanzato l’ipotesi che egli fosse di stirpe egizia. Altri, prendendo spunto dal nome Claudio eminentemente romano, hanno suggerito che egli fosse di discendenza latina, pur essendo assorbito nell'ambiente ellenico. In genere è ritenuto di discendenza greca. Circa la località di nascita, si concorda sull’Egitto. Uno dei pochi elementi certi su di lui è che la sua attività scientifica si svolse ad Alessandria. La prima osservazione astronomica a lui attribuita è dell’anno 127, l’ultima, dell’anno 141. In tutte le trattazioni riguardanti la figura di questo grande scienziato non viene mai tralasciato di esporre l’argomento delle violente discussioni suscitate da alcune circostanze associate alla sua attività scientifica. Si è arrivati al punto di levare contro di lui accuse veramente gravi che hanno messo in dubbio l’onorabilità del suo senso etico. Tralasciamo altre considerazioni più o meno ipotetiche sulla vita di Tolomeo e passiamo subito a trattare della sua opera fondamentale, l'Almagesto. Come è noto, il titolo originalmente dato da Tolomeo all’opera fu "Sintassi matematica". I primi commentatori greci modificarono il titolo in "La più grande sintassi matematica". Quando ne vennero in possesso, gli Arabi apparentemente tradussero soltanto le prime parole del titolo, per cui esso divenne per loro al-majisti, e finalmente, con la traduzione in latino dall’arabo (nel 1175 circa, ad opera di Gherardo da Cremona) il titolo divenne Almagesto. L’opera rimase il fondamentale canone astronomico adottato in tutto il mondo fino a più di un secolo dopo la pubblicazione (1543) del De Revolutionibus di Copernico. Si compone di tredici libri. Con essa Tolomeo si proponeva, secondo le sue stesse parole, sia utilizzando le conoscenze che gli erano state trasmesse dai suoi grandi predecessori, sia apportandovi i propri contributi, di fornire un compendio di nozioni astronomiche atte a spiegare il sistema cosmologico in tutte le sue espressioni. In definitiva, si trattava, a partire dai modelli matematici degli epicicli e degli eccentri, di produrre, quale risultato finale, una procedura matematica predittiva delle posizioni di ciascun pianeta.
A questo punto è importante fare alcune considerazioni sulla genesi del pensiero che ha portato alla nostra civiltà.
Fra i filosofi dell'antica Grecia era diffusa la consuetudine di rivolgersi ad un ampio pubblico con insegnamenti essoterici, manifesti, e di riservare a gruppi ristretti, gli iniziati, insegnamenti specifici: quelli esoterici, nascosti ai più. L'aristocratico Pitagora aborriva infatti la democrazia anche come concetto di condivisione di valori. Il problema fu che quando si scoprirono verità che scompigliavano l'ordine descritto dai grandi maestri, queste verità furono tenute nascoste. Il primo caso fu la scoperta dei numeri irrazionali, come ad esempio il rapporto tra l’ipotenusa di un triangolo rettangolo e uno dei due cateti dello stesso, che conduce a un valore (radice di 2) che non rientrava nella concezione di numero, e cioè rapporto di due interi, dei pitagorici; quindi, chi avrebbe svelato il caso che a poteva mettere in discussione la visione pitagorica, doveva essere messo a morte.
Altro caso fu il bizzarro movimento dei pianeti nella volta celeste. Probabilmente l'osservazione e lo studio degli astri è la più antica delle scienze e fu proprio Platone a proporre un modello comprensibile e perfetto del movimento degli astri con la nozione di sfere cristalline, quindi solide, concentriche, e coè una dentro l'altra, che trasportavano nei loro movimenti attorno alla Terra, naturalmente immobile al centro del cosmo, in successione la Luna, il Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno e da ultimo la sfera delle stelle fisse che ruotava però nel senso opposto. Riteneva che la luce mostrata dalla Luna fosse luce riflessa dal Sole. Infine, per Platone erano assolutamente indiscutibili gli assiomi pitagorici: 1° della circolarità dei moti di tutti gli astri (il cerchio era la figura geometrica che maggiormente racchiudeva i caratteri della perfezione) e 2° della loro uniformità. Le concezioni astronomiche di Platone erano sostanzialmente quelle dei Pitagorici.
Platone era tuttavia molto preoccupato di non potere spiegare, col suo modello, gli stazionamenti, i moti retrogradi e apparenti variazioni di velocità che venivano riscontrate nei moti planetari, e quindi anche questa informazione fu nascosta e riservata agli addetti, gli iniziati, che erano esortati a scoprire le leggi che avrebbe dovuto salvare la sua spiegazione del cosmo. Di questa esortazione è testimone lo storico Eudemo, secondo cui Platone propose agli astronomi " ...di trovare con quali supposizioni di movimenti regolari ed ordinati si potessero rappresentare le apparenze osservate nei moti dei pianeti...". Tolomeo lavorò molto su questo aspetto del problema e, come altri prima di lui, elaborò sue spiegazioni sul fenomeno. E' buffo constatare che mentre di Platone si dice: "grande fu il contributo di Platone all'astronomia perchè fu l'oggetto dell'astronomia nei secoli successivi", di Tolomeo si dica: "L’autore di queste note non è assolutamente in grado di apportare alcunché di nuovo a quanto è stato detto finora su Tolomeo. Per quanto riguarda questo sentimento di avversione, suggerisce di cercarne i motivi anche nella possibilità che la comunità scientifica positivista dei secoli XVIII e XIX abbia individuato in Tolomeo il capro espiatorio contro il quale dirigere il proprio risentimento per il cammino erroneo percorso dalla scienza astronomica per più di milleduecento anni."
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| Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistus, dal greco Τρισμέγιστος «tre volte grandissimo», con i simboli del Mercurio greco. |
degli insegnamenti, propedeutici ad una eventuale illuminazione, impartiti agli adepti, o iniziati, sia da attribuire ad una visione ermetica dei saperi da parte degli insegnanti, visto l'esoterimo in cui sono avvolti tali saperi. A Ermete Trismegisto, o Hermes Trimegistos, secondo la tradizione identificabile con la divinità egiziana Thot, colui che inventò la scrittura, è attribuita la Tavola Smeraldina:
"È vero senza errore e menzogna, è
certo e verissimo.
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (di una cosa sola).
Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento.
Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice.
Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui.
La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra.
Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura.
Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori.
Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità.
Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido.
Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui.
Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo.
Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo."
Ermete Trismegisto
E' fondamentale rendersi conto che per gli antichi lo scritto era sacro.Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una (di una cosa sola).
Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento.
Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice.
Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui.
La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra.
Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura.
Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori.
Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità.
Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido.
Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui.
Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo.
Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo."
Ermete Trismegisto
Secondo i principi dell’Ermetismo,
tutte le cose derivano da una Causa Prima o Unica Virtù, che si
differenzia in miriadi di forme, che rappresentano la manifestazione,
nell’Universo visibile, della capacità plastica di una materia
eterea, primordiale, eterna, dalla quale scaturiscono gli elementi e
che gli antichi iniziati appellarono Etere, sostanza astrale o
Quintessenza. Tutto nell’Universo può essere ricondotto
all’unità perché, oltre la molteplicità delle forme visibili,
non vi è che un Unico Principio, in grado di differenziarsi
all’infinito e di riassorbirsi, riconvertendosi in pura essenza e
potenzialità. Nelle migliaia di mondi che animano lo spazio
infinito, nelle forme armoniose della Natura, come nel corpo
dell’uomo, si ripete costantemente la stessa legge, che e’ legge
unitaria perché sottesa dall’esplicazione di una Forza Unica e
intelligente, eternamente in azione in quanto al di là di ogni umano
concetto di relativo e temporale. La strada che porta alla
comprensione dell’essenza dell’uomo passa dunque attraverso
l’unitarietà dei fenomeni naturali e, quindi, della sublimazione
del molteplice nell’unità sintetica dell’Unica Virtù.
Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati.
Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione.
Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano:
Nei tempi antichi esisteva una comprensione delle leggi naturali molto più grande di quella odierna. Gli dei dell’antico Egitto o dell’Olimpo Greco-Romano non furono che figure simboliche, rappresentanti forze naturali colte in varie fasi del processo di creazione e dissoluzione delle forme visibili, le cui epopee o cicli epici celavano la spiegazione di fenomeni complessi, di segreti non altrimenti raffigurabili per menti semplici e poco avvezze ad elaborazioni astratte, ma straordinariamente sensibili alle suggestioni di immagini antropomorfe che riproducevano, in chiave misterica, le gesta di eroi e dei umanizzati.
Il Cristianesimo distrusse gran parte dei tesori della tradizione religiosa, segnando come eresiache le antiche dottrine sacerdotali e trasformando l’uomo, re della terra, nel suddito di un Dio orientale il cui insegnamento, come torrente in piena, corrose la psicologia e la morale di una civiltà decadente, sovvertendo gli antichi valori della vita e sostituendo, all’ideale sublime dell’uomo divinizzato e dominatore della Natura, la concezione di un Dio assurdo che, in cambio di un’ipotetica felicità in una dimensione eterna, pretendeva un’esistenza di rinunce, di sofferenze e di dolore. Quando i successori di Pietro eressero la Chiesa di Cristo sulle macerie dell’Impero Romano, sembrò che anche gli antichi insegnamenti misterici andassero perduti, sepolti sotto il peso intollerabile dei dogmi, liquefatti dal fuoco corrompente dei roghi e dall’intolleranza dei Papi, profanati dall’odio e dal cieco furore di preti psicopatici e ignoranti; mentre l’Europa, fulcro dell’antica civiltà, sprofondava nelle caligini oscure dell’ignoranza e della superstizione.
Tuttavia, nel tentativo di creare una liturgia della Chiesa, molti riti e simbolismi pagani, indicanti le verità eterne, vennero introdotti nel Rituale Romano, mentre l’insegnamento esoterico, trasmesso da pochi Maestri, veniva reso incomprensibile tranne per coloro che vennero giudicati degni. Nacque cosi l’Alchimia, che non si proponeva di risolvere un problema chimico bensì spirituale, anche se gli sperimentatori, avidi di ricchezze, ne fraintesero il senso dell’enunciato fondamentale, cercando di convertire il vile piombo in oro, ma obliando che il piombo di cui si parlava non era che la mente dell’uomo; mentre l’oro alchemico non era quello convertibile in moneta sonante, ma l’oro dell’Intelligenza Mercuriale privata di ogni impurità metallica, ovvero del pensiero corrotto da influenze emotive, psicologiche e sensoriali.
I postulati della Scienza Alchemica erano:
- che nella materia tutti i metalli possono
convertirsi in altri ed in particolare in oro e in argento;
- che negli uomini i tipi imperfetti
possono raggiungere la perfezione;
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
- che nelle anime le intelligenze inferiori possono trasmutarsi in superiori.
E poiché, come ho detto, l’Universo
è Uno (Materia e Spirito), deriva che la legge trasmutatoria
alchemica dal meno perfetto al più perfetto deve potersi applicare
sia in alto che in basso, sia nel campo spirituale che materiale, sia
nella chimica dei fenomeni terrestri che nell’iperchimica delle
trasmutazioni animiche. Di qui i due triangoli intrecciati del
Sigillo di Salomone, che nasconde, in un simbolo apparentemente
semplice, un arcano divino di valore universale. Esiste dunque
nell’essere umano un’essenza sconosciuta, capace di penetrare
tutte le cose, di trasformarsi plasticamente in ogni corpo,
espandendosi all’infinito o contraendosi sino all’infinitesimo
dell’atomo. Un nucleo originario di sostanza eterea allo stato
radiante, vibrante, intelligente, eterna, fondamento dell’essere
umano, che gli antichi ermetisti definirono Unica Virtù o Causa
Prima (vedi: la Tavola Smeraldina di Ermete Trismegisto), perché da
essa tutte le cose discendono e per essa tutti i prodigi si compiono.
Nel Macrocosmo (o Universo) essi la identificarono col Sole, simbolo
del Dio misterioso e inconoscibile, forza maschia, attiva e
generante, che gli antichi egizi venerarono come Amùn e che inonda
la terra coi suoi raggi benefici, animando gli esseri viventi nei tre
regni della Natura. Nel corpo umano (o Microcosmo), immagine
dell’Universo, la chiamarono Intelligenza Divina incarnata o Corpo
Solare, che sul piano della materia tangibile si manifesta nel corpo
fisico o saturniano, di cui l’aura magnetica, dai colori cangianti,
riflette lo stato nelle più sottili e impercettibili emanazioni. Nel
cervello l’irradiazione solare genera il Corpo Mercuriale, primo
fecondo adattamento della pura intelligenza allo stato di essere
incarnato, vero spirito della materia, che attraverso la pura
astrazione delle percezioni sensibili costituisce l’essenza di ogni
virtù. Nel sistema nervoso neuro-vegetativo dà vita al Corpo
Lunare, plastico, etereo, sensibilissimo, serbatoio immenso di
immagini, ricordi, sensazioni, sede inesplorabile dell’inconscio
personale e della memoria storica e istintiva, che i centri vorticosi
dei chakra connettono all’Anima del Mondo. Dal Corpo Solare il
processo creativo procede inarrestabile dal semplice al complesso,
dall’infinitamente piccolo alla materia organizzata, attraverso una
serie infinita di trasformazioni, che rappresentano la manifestazione
di un’unica legge evolutiva. Mentre al contrario nelle degradazioni
della sostanza organica nei suoi componenti elementari, per effetto
delle fermentazioni naturali o indotte, e’ riassunto il processo
dissolutivo delle forme visibili, che prelude al ciclico rinnovarsi
di ogni cosa in Natura. Ma sia nelle forme degradative, che nei
processi di sintesi organica; nell’uomo nel pieno vigore della sua
forza giovanile, come nella lenta e inesorabile trasformazione
senile; in ogni processo naturale, sia nelle reazioni chimiche che
nelle modificazioni biologiche, non agisce che un’unica forza, che
opera in tutti i corpi modificandoli e determinandone il
destino.
Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all’ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all’applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascenso psichico, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale. L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non e’ innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo.
Questa forza straordinaria e sconosciuta, che gli Iniziati della Caldea e dell’antico Egitto appresero ad utilizzare conoscendone le leggi, e’ corrente vitale, e’ forza ignea intensamente magnetica, movimento vibratorio inarrestabile, che permea la materia, la dinamizza, ne determina e accelera i processi trasformativi. Nella Natura che si risveglia in primavera, segnando di verde i brulli paesaggi invernali; in un fiore che si schiude, nelle trasformazioni minerali, nella divisione delle cellule animali dall’ovulo primitivo all’individuo adulto ed integro; persino nel cadavere, che si decompone nei suoi componenti elementari non agisce che una sola forza, che e’ corrente di vita, che scorre inarrestabile ed eterna perché anche la morte non e’ che crisi trasformativa dal vecchio al nuovo e dal peggio al meglio. Nell’uomo la corrente vitale produce la vita del corpo, la circolazione del sangue e della linfa, la respirazione ed ogni funzione metabolica essenziale. In campo psichico essa induce gli eventi maturativi propri dell’evoluzione psicologica segnando, attraverso la continua creazione e distruzione di idee, di articolazioni logiche, di stati emotivi e la modificazione progressiva dei meccanismi percettivi e di elaborazione sensoriale, la costituzione di un nucleo mercuriale, che rappresenta allo stesso tempo la sintesi dell’esperienza esistenziale e la preparazione all’ulteriore evoluzione dell’anima. Non per questo si potrebbe attribuire alla corrente vitale una qualsiasi intonazione morale, per il suo carattere di forza neutra determinante i fenomeni psichici, le cui proprietà sono in rapporto al vissuto individuale ed all’applicazione, ai contenuti dell’esperienza, delle facoltà mentali superiori (volontà, ragione, ecc.). Ne’ sarebbe corretto definirla in termini di forza cieca e irrazionale, atteso che essa agisce in Natura secondo direttrici univoche e costanti potendo, in casi particolari, essere indirizzata verso la produzione di effetti voluti e tangibili. La possibilità di orientare la corrente vitale rappresenta campo di applicazione dell’Ermetismo e della Magia, intesa come la particolare facoltà, conquistata attraverso pratiche di ascenso psichico, a realizzare fenomeni non comuni in campo oggettivo e mentale. L’attitudine a compiere piccoli o grandi prodigi, vera chiave dei poteri spirituali, e’ uno stato d’essere particolare, di intensa vibrazione interiore o di coscienza alterata, che molti hanno definito intermedio tra la vita e la morte o stato di trance lucida. La capacità di riprodurre a volontà tale stato esaltativo non e’ innata che in pochi casi, ma si ottiene in lunghi anni di pratiche iniziatiche agenti sul Corpo Lunare o, più rapidamente, impadronendosi del segreto iniziatico dei grandi Maestri, che nasconde un Arcano realizzatore dell’anima capace di trasformare l’uomo in un semi-dio. Un Arcano che gli alchimisti hanno sempre gelosamente custodito, arretrando inorriditi dinanzi alla possibilità di svelarlo, senza mai indicare nelle loro opere elementi concreti per la sua scoperta, anzi occultandolo ulteriormente con minacce di morte e di terribili sciagure per l’incauto che, anche solo intuendone la natura, avesse osato profanarlo. Non vi sono tuttavia ragioni perché il cifrario degli antichi Maestri non debba essere reso comprensibile anche agli uomini moderni, più avvezzi al ragionamento scientifico e meno al linguaggio contorto e ricco di simbolismi astrusi dei vecchi alchimisti, così da consentire loro, se meritevoli, maggiori possibilità di successo.
Concludiamo con le parole di Paracelso,
medico e alchimista del XVI secolo:
"La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete".
L'ermetismo, con i suoi insegnamenti esoterici, giungerà fino ai nosti giorni, rilanciato nel Rinascimento da Marsilio Ficino, applicato da Paracelso, da cui deriverà l'omeopatìa e studiato da tanti altri: Isaac Newton stesso fu un accanito studioso, di nascosto, di alchimia: dopo la sua morte fu aperto un baule che teneva chiuso a chiave, pieno di appunti e studi alchemici."La vera Pietra Filosofale si trova senza dubbio nell'inespugnabile fortezza della verità [...]. Tale pietra sembra vile, disprezzabile ed esecrabile alla gente comune, ma per i filosofi è più preziosa di qualsiasi gioiello [...]. E il cammino della verità, che rigenera e rivitalizza ciò che non esiste più, facendolo tornare ciò che era prima della corruzione, tramuta ciò che non è in ciò che dovrebbe essere. L'oro dei filosofi che rende ricchi i Saggi non è certamente l'oro con cui si coniano le monete".
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| Mitra |
grandi poteri taumaturgici che esprime facendo miracoli. E' di questi tempi la rappresentazione di un giovane Cristo raggiato, come il sole, alla guida del cocchio solare di Apollo con i 4 cavalli dell'iconografia tradizionale.
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| Sol Invictus |
Le persecuzioni contro i Cristiani non avevano un fondamento giuridico specifico, l'unico appiglio legale che l'autorità imperiale poteve impugnare era la lesa maestà dei "mores", i costumi dei cristiani che non riconoscevano l'autorità divina all'imperatore, rifiutandosi di offrire incenso all'immagine della sua persona, e per questo accusati poi di ateismo. Nella cultura antica, così come lo scritto era sacro, così l'immagine evocava la presenza fisica del rappresentato. Nei tribunali le immagini dell'imperatore garantivano la sua presenza e per tali motivi nell'ebraismo erano proibite le raffigurazioni di immagini e idoli: l'Islam stesso adotterà tali provvedimenti e nei secoli sucessivi si sctenerà nell'impero bizantino l'iconoclaustia che provocherà la distruzione delle immagini sacre.
I cristogrammi sono combinazioni di
lettere dell'alfabeto greco o latino che formano una abbreviazione
del nome di Gesù. Essi vengono tradizionalmente usati come simboli
cristiani nella decorazione di edifici, arredi e paramenti. Alcuni
cristogrammi sono nati come semplici abbreviazioni o acronimi, anche
se sono diventati successivamente dei monogrammi, cioè dei simboli
grafici unitari. Altri, come il notissimo Chi Rho, sono stati pensati
sin dall'inizio come monogrammi.
I principali cristogrammi sono:
- il
Titulus crucis INRI, un acronimo ottenuto dalla frase latina Iesous
Nazarenus Rex Iudaeorum, che significa: Gesù di Nazaret, re dei
giudei.
Moneta di Magnenzio (350-353) recante
al rovescio il crismon Chi Rho. |
- il Chi Rho o per antonomasia monogramma di Cristo (nome
abbreviato talora in chrismon o crismon). Esso è un monogramma
costituito essenzialmente dalla sovrapposizione delle prime due
lettere del nome greco di Cristo, X (equivalente a “ch”
nell'alfabeto latino) e P (che indica il suono “r”). Alcune altre
lettere e simboli sono spesso aggiunti.
- ΙΧΘΥΣ (che
letteralmente significa “pesce” in greco) è un acronimo formato
con le iniziali della frase greca: “Gesù Cristo, figlio di Dio,
salvatore”. Le lettere sono normalmente accompagnate o addirittura
sostituite dal disegno (stilizzato) di un pesce.
- ICXC è un
acronimo ottenuto dalla prima ed ultima lettera delle due parole Gesù
e Cristo, scritte secondo l'alfabeto greco (ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ
-si noti che la lettera finale sigma viene scritta nella forma lunata
che ricorda la lettera latina C). Compare molto spesso sulle icone
ortodosse, dove il monogramma può essere diviso: "IC"
nella parte sinistra dell'immagine e "XC" nella parte
destra. Il tratto orizzontale solitamente sovrascritto alle lettere è
un segno paleografico per indicare un'abbreviazione.
- il trigramma
di Bernardino da Siena, IHS o Nome di Gesù. È formato da tre
lettere del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ) . Ne esiste anche la
variante IHC, sorta per la somiglianza fra la lettera latina “C”
e la diffusa forma lunata della lettera greca sigma. Il trigramma era
inizialmente una abbreviazione greca, poi venne interpretato come un
acrostico latino e spesso arricchito di altri particolari grafici (la
croce e il sole) e utilizzato come monogramma. Esso è caratteristico
dei cristiani occidentali. Nel 96 - Inizia l'impero di Traiano, che porterà l'Impero Romano alla sua massima estensione nel 117.
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| Cartina dell'Impero Romano da Ottaviano Augusto, Tiberio, Claudio, Vespasiano e Domiziano fino a Traiano, che nel 117 d.C. lo portò alla sua massima estensione. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 122 - In Britannia viene eretto il Vallo di Adriano per contenere gli assalti dei Celti (Pitti).
Nel 135 - Rivolta di Zeloti a Gerusalemme durante l'impero di Adriano (117 - 138). E' l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico dalla Palestina.
Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.
Nel 166 - Con Marco Aurelio imperatore (161 - 180), si diffonde dal confine persiano, dove si combatte contro i Parti, un'epidemia di peste.
Nel 135 - Rivolta di Zeloti a Gerusalemme durante l'impero di Adriano (117 - 138). E' l'ultima rivolta, che vedrà, con la capitolazione di Masada, la fine delle ribellioni contro Roma e il completamento dell'espulsione del popolo Ebraico dalla Palestina.
Nel 160 - Giunge all'apice, con Galeno, la scuola medica Romana.
Nel 166 - Con Marco Aurelio imperatore (161 - 180), si diffonde dal confine persiano, dove si combatte contro i Parti, un'epidemia di peste.
Nel 212 - Caracalla (imperatore dal 211 al 217) concede la cittadinanza romana a tutti i sudditi dell'impero Romano.
Nel 242 - Inizia la predicazione di Mani, fondatore del Manicheismo, che sarà crocifisso nel 276.
Dal punto di vista dottrinale il
manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo
dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre,
il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni
sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus
absconditus.
In campo etico il manicheismo prevede
un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che
alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate
bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli
asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli
"imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande
interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di
Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico,
scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra
Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus
contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra
Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX
secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori
Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse
per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu
utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a
quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei
medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.Nel 257 - I Goti, una popolazione Germanica, strappano la Dacia (parte dell'attuale Romania) all'impero Romano.
Nel 267 - 268 - I Goti saccheggiano Atene, Argo, Corinto e Sparta.
Nel 293 - Diocleziano, imperatore dal 284 al 305, con la Tetrarchìa riorganizza l'Impero Romano suddividendolo in quattro aree rette da due Augusti e due Cesari che risiedevano in città di competenza ai loro territori. L'estensione dell'impero e la lunghezza dei confini rendeva inefficace un controllo centrale da Roma; inoltre scarseggiavano le milizie per garantire la sicurezza del "limes", il confine, e si passò quindi ad utilizzare sempre più mercenari proprio da quelle popolazioni, perlopiù Germaniche, che periodicamente effettuavano incursioni nell'impero. Col tempo si assisterà a lotte fra i tetrarchi e fa i loro sucessori per dominare su tutto l'impero, fino alla supremazia di Costantino, poi detto il Grande.
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| Cartina dell'Impero Romano ripartito in 4 aree dall' imperatore Diocleziano: la Tetrarchia, retta da 2 Augusti e 2 Cesari, e le maggiori città dell'impero. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 303 - Eusebio di Cesarea scrive la sua Storia Universale dotata di tavole cronologiche.
Nello stesso anno inizia (terminerà nel 311)
la persecuzione di Diocleziano contro i cristiani, ultima e una delle più cruente che
Roma abbia subito e che fra l'altro renderà impossibile l'elezione
del nuovo vescovo per 4 anni.
Nel 310 - Nella parte occidentale dell'impero, quella di sua competenza, Costantino riforma radicalmente l'economia interoducendo il solidus in oro (da cui l'italiano soldo), dopo anni di grande inflazione e svalutazione della moneta, che ormai valeva più dei metalli, fra l'altro non nobili, in cui era coniata.
Nel 311 - Editto di tolleranza di Galerio. Inizia lo scisma Donatista destinato a durare più di un secolo (Milziade scomunicherà Donato due anni dopo), che darà motivo all'Imperatore di indire il primo Concilio di ampio respiro in Occidente (quello di Arles ).
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| Monete del 309 con l'imperatore Costantino e il "Sol Invictus". Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 310 - Nella parte occidentale dell'impero, quella di sua competenza, Costantino riforma radicalmente l'economia interoducendo il solidus in oro (da cui l'italiano soldo), dopo anni di grande inflazione e svalutazione della moneta, che ormai valeva più dei metalli, fra l'altro non nobili, in cui era coniata.
Nel 311 - Editto di tolleranza di Galerio. Inizia lo scisma Donatista destinato a durare più di un secolo (Milziade scomunicherà Donato due anni dopo), che darà motivo all'Imperatore di indire il primo Concilio di ampio respiro in Occidente (quello di Arles ).
Nel 313 - Dopo la vittoria di Costantino su Massenzio a Ponte Milvio, gli imperatori Costantino e Licinio emanano l'editto di Milano, con il quale concedono ai cristiani libertà di culto. Costantino è Imperatore e Pontifex Maximus (titolo cui non rinunciò mai e di cui in seguito si approprieranno i Papi). L'Editto di Milano garantisce ampia libertà alle diverse religioni dell'Impero. L'Editto viene difatti a rappresentare nella Chiesa un confine epocale tra l'era della semplicità e della spiritualità evangelica del periodo delle catacombe e quella della graduale acquisizione, almeno da parte della gerarchia, di interessi terreni, materiali e politici, a scapito della funzione spirituale. Lo Stato pone termine alle persecuzioni ma nello stesso tempo tenta di controllare (e spesso vi riesce) la gerarchia sia della Chiesa che delle religioni pagane. Dal 313 il vescovo di Alessandria usa per sé stesso il termine "Papa". Tale titolo, che i vescovi di Roma cominceranno ad usare intorno al 400, sarà per lungo tempo proprio di diversi vescovi e anche di semplici presbiteri.
Nel 321 - L'imperatore Costantino, in qualità di Pontefice Massimo, decreta la Domenica giorno festivo.
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| Monete del 327 con l'imperatore Costantino e il monogramma di Cristo. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Con l'affermarsi del cristianesimo, gli antichi culti magici e delle religioni tradizionali verranno sempre più officiati di nascosto, al di fuori delle città, nei boschi e nei "pagus", o arroccamenti naturali rupestri. Da qui i termini pagani e paganesimo.
Nel 325 - L'imperatore Costantino indice il Concilio di Nicea, dove il cristianesimo adotterà alcuni testi sacri Ebraici (dove la Torà diventa Genesi) come propria tradizione, e alcuni Vangeli come liturgia.
Il passaggio interessante è che si stabilisce quali sono i "Libri ispirati da Dio". Nel Concilio di Nicea prende forma e posizione la nuova Chiesa, che non è più il nome della comunità cristiana, ma un vertice che da una parte gestisce potere psicologico, politico, economico e giudiziario e dall'altra si pone come tramite tra il fedele e la divinità, coronando così gli sforzi di Paolo di Tarso, che minacciò perfino l'apostolo Pietro se non si fosse adeguato ad una strategia di controllo sulla comunità dei cristiani. L'Ebreo Saul di Tarso (S. Paolo), diventerà così, insieme a Pietro, il Simone dei Vangeli, fondante per la Chiesa Cristiana Cattolica, e cioè Universale. Il Concilio di Nicea dovrà inoltre costringere i vari rivoli del cristianesimo al controllo del clero, marchiando come eresie quei rivoli che non si possono padroneggiare: Arianesimo di Ario, Manicheismo di Mani, lo Gnosticismo, ecc., tutte forme di cristianesimo non conformi alla dottrina ufficiale. Il I Concilio di Nicea (che è voluto da Costantino) stabilisce che il Figlio è consustanziale (homousios) e coeterno al Padre e condanna l’Arianesimo che sosteneva che il Figlio era di sostanza simile a Dio (homoiusios) ma non divina fino a quando non si era incarnato in Gesù e che era stato creato da Dio e quindi vi era stato un tempo in cui non esisteva. Tra questa e la formulazione cristologica "ortodossa " vi erano comunque diverse stadi dottrinali di passaggio che non ne rendono facile un completo inquadramento. Avvenne la formulazione del Credo come preghiera della fede ortodossa. (Geù vero Dio e vero Uomo, per contobattere i monofisisti). Il concilio adottò tra l'altro la ripartizione civile dell'Impero come modello per l'organizzazione giurisdizionale della Chiesa; Roma, Alessandria e Antiochia vengono riconosciuti (ma già lo erano di fatto) Patriarcati (termine peraltro più tardivo).
| Cartina dell'Impero Romano e dei Patriarcati cristiani dal 325 in poi. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Il capolavoro di Costantino I il Grande, poi fatto Santo, era dunque compiuto: l'Imperatore Romano aveva fondato una Chiesa Romana, in cui si sarebbero trasferiti i poteri Romani.
Le dottrine cristologiche dei primi secoli sono insegnamenti teologici e movimenti dei primi secoli dell'era cristiana. Una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, alcune di queste dottrine vennero giudicate eterodosse e considerati eresie dalla maggior parte delle Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Tali discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo stato il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico.
Le dottrine cristologiche dei primi secoli sono insegnamenti teologici e movimenti dei primi secoli dell'era cristiana. Una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, alcune di queste dottrine vennero giudicate eterodosse e considerati eresie dalla maggior parte delle Chiese cristiane e negli scritti dei Padri della Chiesa. Tali discordie erano assai radicate nella comunità cristiana e il Concilio di Nicea del 325 rappresentò un momento importante di questo confronto, essendo stato il primo concilio della cristianità, nato dalla constatazione che il tema cristologico aveva ormai assunto un rilievo politico.
Queste dottrine riguardano la
definizione della natura di Gesù Cristo, la sua divinità, i suoi
rapporti con la tradizione giudaica e con il monoteismo precristiano,
tutti punti di un complesso di dottrine che più tardi verranno
definite cristologia. I movimenti che sostenevano queste
dottrine diedero spesso luogo a organizzazioni ecclesiastiche che,
non coincidendo con quelle della maggioranza istituzionalizzata, sono
state definite come "chiese scismatiche".
Ecco alcune linee di pensiero che sono state avversate dalla chiesa:
L'Arianesimo è il movimento teologico più rilevante del IV secolo: secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. Ario considera veramente trascendente e "increato" soltanto il Padre, che sarebbe l'unico e vero Dio: quindi Gesù non può essere considerato realmente Dio, anche se - in quanto suo figlio - partecipa alla grazia divina; secondo Ario anche il Verbo (o "Logos") non è vero Dio.
L'Arianesimo è il movimento teologico più rilevante del IV secolo: secondo Ario, sacerdote di Alessandria d'Egitto (256-336), la figura del Padre deve collocarsi in posizione preminente all'interno della Trinità, subordinando così il Figlio al Padre e riducendo la figura di Gesù alla dimensione umana, soltanto in rapporto di somiglianza con quella divina. Ario considera veramente trascendente e "increato" soltanto il Padre, che sarebbe l'unico e vero Dio: quindi Gesù non può essere considerato realmente Dio, anche se - in quanto suo figlio - partecipa alla grazia divina; secondo Ario anche il Verbo (o "Logos") non è vero Dio.
Agostino d'Ippona combatté aspramente
questa dottrina, condannandola e confutandola in alcune sue opere,
tra le quali il "Contra sermonem Arianorum" ed il "Contra
Maximinum haereticum episcopum Arianorum".
Il Donatismo prende il nome da
Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento
nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla
critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle
persecuzioni di Diocleziano ed avevano consegnato ai magistrati
romani i libri sacri. Secondo i donatisti i sacramenti amministrati
da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a
considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla
dignità di chi li amministra.
Questa dottrina, combattuta aspramente
dai Papi e da Sant'Agostino, assunse anche una dimensione
rivoluzionaria con rivendicazioni sociali, come la cancellazione dei
debiti, il terrorismo nei confronti dei padroni terrieri, ecc. Nacque anche una Chiesa scismatica
africana composta per lo più da fanatici che come i primi cristiani
desideravano e cercavano il martirio. Addirittura, nell'ansia
spasmodica del martirio, i Donatisti arrivarono ad organizzare dei
grandi suicidi in massa: buttandosi dai burroni o facendosi bruciare
vivi sui roghi. Nel 411, l'imperatore Onorio li dichiarò fuorilegge.
Poi, le invasioni dell'Africa cristiana da parte dei Vandali (nel
429) prima e degli Arabi musulmani poi dopo sommersero questa Chiesa.
Le opere agostiniane di condanna e di
confutazione del Donatismo sono numerose: "Contra Cresconium
grammaticum Donatistam", "Contra Gaudentium Donatistarum
episcopum", "De baptismo contra Donatistas", "Epistola
ad Catholicos contra Donatistas", "Psalmus contra partem
Donati", "Post collationem ad Donatistas".
Lo Gnosticismo
è un movimento filosofico-religioso, molto articolato, la cui
massima diffusione si ebbe tra il II e il IV secolo dell'era
cristiana. Il termine gnosticismo deriva dalla parola greca gnósis
(γνῶσις), «conoscenza». Una definizione piuttosto parziale
del movimento basata sull'etimologia della parola può essere:
"dottrina della salvezza tramite la conoscenza". Mentre il
giudaismo sostiene che l'anima raggiunge la salvezza attraverso
l'osservanza delle 613 mitzvòt e il cristianesimo sostiene che
l'anima raggiunge la salvezza dalla dannazione eterna per Grazia
mediante la Fede (Efesini 2,8)[1], per lo gnosticismo invece la
salvezza dell'anima dipende da una forma di conoscenza superiore e
illuminata (gnosi) dell'uomo, del mondo e dell'universo, frutto del
vissuto personale e di un percorso di ricerca della Verità. Gli
gnostici erano "persone che sapevano", e la loro conoscenza
li costituiva in una classe di esseri superiori, il cui status
presente e futuro era sostanzialmente diverso da quello di coloro
che, per qualsiasi ragione, non sapevano.
Una definizione più completa di
gnosticismo potrebbe essere: "nome collettivo indicante un gran
numero di sette panteistico - idealistiche fortemente diverse tra
loro che sorsero da poco prima dell'Era cristiana al V secolo e che,
prendendo in prestito la fraseologia ed alcuni dei dogmi delle
principali religioni contemporanee, specialmente del cristianesimo,
sostenevano che la materia fosse un deterioramento dello spirito e
l'intero universo una depravazione della Divinità, ed insegnavano
che il fine ultimo di ogni essere era il superamento della bassezza
della materia ed il ritorno allo spirito Genitore; tale ritorno,
sostenevano, era stato facilitato dall'apparizione di alcuni
Salvatori inviati da Dio." Per quanto insoddisfacente possa
sembrare questa definizione, l'oscurità, la molteplicità, e la
confusione dei sistemi gnostici permette difficilmente di formularne
un'altra. Tratto comune per molte correnti
gnostiche è la distinzione che essi operavano tra il vero dio
inconoscibile (Primo Eone) e il malvagio Dio minore Yahweh (anche
noto come Yaldabaoth, Samael e Demiurgo), di cui gli gnostici
disprezzavano pertanto le leggi e l'universo materiale da lui creato
per imprigionare le anime degli uomini. Le origini dello gnosticismo
sono state per lungo tempo oggetto di controversia e sono tuttora un
interessante soggetto di ricerca. Più queste origini vengono
studiate, più sembra che le sue radici affondino in epoca
precristiana. Mentre in precedenza lo gnosticismo veniva considerato
soprattutto una delle eresie del Cristianesimo, ora sembra, in modo
inequivocabile, che le prime tracce di sistemi gnostici possono
essere trovate già alcuni secoli prima dell'era cristiana. Al quinto
Congresso degli Orientalisti (Berlino 1882), Kessler fece notare il
collegamento tra gnosis e religione babilonese, non la religione
originale della Babilonia, ma la religione sincretistica che si
sviluppò dopo la conquista della regione da parte di Ciro il Grande.
Sette anni più tardi F.W. Brandt pubblicò il suo "Mandäische
Religion" in cui descriveva la religione mandea. In tale opera
l'autore dimostrò che questa religione è una forma così chiara di
gnosticismo da essere prova che lo gnosticismo è esistito
indipendentemente, ed anteriormente al Cristianesimo. Molti studiosi, invece, hanno ricercato
la fonte delle teorie gnostiche nel mondo ellenistico e,
specialmente, nella città di Alessandria d'Egitto. Nel 1880 Joel
cercò di provare che l'origine di tutte le teorie gnostiche
risiedeva in Platone. Anche se la tesi su Platone può essere
considerata come una forzatura, l'influenza greca sulla nascita e
sullo sviluppo dello gnosticismo non può essere negata. In ogni
caso, che il pensiero alessandrino abbia avuto qualche influenza
almeno nello sviluppo dello gnosticismo cristiano è dimostrato dal
fatto che la maggior parte della letteratura gnostica di cui siamo in
possesso arriva da fonti egiziane (copte). Anche se le origini dello gnosticismo
sono ancora avvolte nell'oscurità, molta luce è stata fatta sulla
questione grazie al lavoro combinato di molti studiosi. Lo
gnosticismo, a prima vista, può apparire un mero sincretismo di
tutti i sistemi religiosi dell'antichità (religioni misteriche,
astrologia magica persiana, zoroastrismo, ermetismo, Kabbalah,
filosofie ellenistiche, giudaismo alessandrino, Cristianesimo dei
primi secoli), ma, in realtà, ha una radice profonda, che ha
assimilato in ogni substrato culturale ciò di cui aveva bisogno per
la sua vita e per la sua crescita: il motivo portante di questa
corrente di pensiero è il pessimismo filosofico e religioso. Gli
gnostici, ad onor del vero, presero in prestito quasi completamente
la loro terminologia dalle religioni esistenti, ma la usarono
solamente per illustrare la loro grande idea del male insito
nell'esistenza ed il dovere di fuggirlo con l'aiuto di incantesimi e
di un Salvatore sovrumano. Qualunque cosa abbiano preso in prestito
dalle altre religioni, sicuramente non fu il pessimismo. Questo
pessimismo assoluto, questo piangere l'esistenza dell'intero universo
come una corruzione ed una calamità, con una delirante insistente
preghiera di essere liberati dal corpo tramite la morte e la speranza
che potremmo attraverso delle parole magiche, se solo le
conoscessimo, sopprimere gli effetti del corso di questa "maledetta"
esistenza, sono il fondamento di ogni pensiero gnostico. Quando Ciro il Grande entrò a
Babilonia nel 539 a.C., si incontrarono due grandi scuole di pensiero
e iniziò il sincretismo religioso. Il pensiero persiano cominciò a
mescolarsi con l'antica civiltà babilonese. L'idea della lotta
titanica tra bene e male, che pervade l'universo in eterno, è l'idea
da cui deriva il Mazdeismo, o dualismo persiano. Questo, e
l'immaginata esistenza di innumerevoli spiriti intermedi, angeli e
demoni, fu la spinta che fece superare le idee del Semitismo. D'altra
parte la fiducia incrollabile nell'astrologia e la convinzione che il
sistema planetario aveva un'influenza totale sugli affari di questo
mondo si sviluppò proprio tra i Caldei. La grandezza dei Sette (la
Luna, Mercurio, Venere, Marte, il Sole, Giove, e Saturno), il sacro
Hebdomad, simboleggiato per millenni dalle torri di Babilonia, non fu
sminuito. In verità, essi cessarono di essere adorati come divinità,
ma rimasero come arconti e dynameis, regole e poteri, la cui forza
quasi irresistibile contrastava l'uomo. Furono trasformati da dei a
devas, spiriti cattivi. La religione degli invasori e quella degli
invasi si fusero in un compromesso: ogni anima, nella sua ascesa
verso il buon Dio e la luce infinita dell'Ogdoad, doveva combattere
contro l'avversa influenza del dio o degli dei dell'Hebdomad. Questa
ascesa dell'anima attraverso le sfere planetarie fino al paradiso
cominciò ad essere concepita come una lotta con poteri avversi, e
divenne la prima e predominante linea dello gnosticismo. La seconda grande linea del pensiero
gnostico fu la magia, il potere ex opere operato di nomi, suoni,
gesti ed azioni. Queste formule magiche, che provocavano risate e
disgusto ai non iniziati, non sono corruzioni più tarde della
filosofia gnostica, ma una parte essenziale dello gnosticismo e
furono osservate in tutte le forme di gnosticismo cristiano. Nessuna
gnosis era completa senza la conoscenza delle formule che, una volta
pronunciate, permettevano l'annullamento dei poteri ostili. Lo
gnosticismo entrò in contatto col giudaismo abbastanza presto.
Considerando le forti, ben organizzate, ed estremamente colte colonie
ebree nella valle dell'Eufrate, questo primo contatto col giudaismo è
perfettamente naturale. Forse l'idea gnostica di un Redentore deriva
proprio dalle speranze Messianiche ebree. Ma, fin dall'inizio, la
concezione gnostica del Salvatore è più sovrumana di quella del
giudaismo; il loro Manda d'Haye, o Soter, è una manifestazione
immediata della Divinità, un Re della Luce, un Æon (Eone). Quando
lo gnosticismo entrò in contatto con il Cristianesimo, il che
dovrebbe essere accaduto quasi immediatamente, esso si gettò con una
strana rapidità sulle forme di pensiero cristiane, prese in prestito
la sua terminologia, riconobbe Gesù come Salvatore del mondo, simulò
i suoi sacramenti, pretese di essere una rivelazione esoterica di
Cristo e dei Suoi Apostoli, sommerse il mondo con Vangeli apocrifi,
Atti ed Apocalissi, per provare le sue tesi. Man mano che il
Cristianesimo si sviluppava, lo gnosticismo cercava di spacciarsi per
l'unica vera forma di Cristianesimo, non idoneo per la volgare folla,
ma sviluppato per i dotati e gli eletti. Per tale motivo i primi
Padri dedicarono tutte le loro energie a combatterlo. Sebbene lo
spirito dello gnosticismo è del tutto alieno rispetto a quello del
Cristianesimo, sembrava a coloro che lo guardavano superficialmente
solo una modifica o addirittura un raffinamento di quello cristiano. La gnosi ebbe come centri di maggiore
fioritura soprattutto Alessandria d'Egitto e Roma. Un particolare
impulso ebbe, negli ultimi secoli, in Siria ed in Egitto, grazie alla
sua diffusione in ambienti monastici, attraverso le numerose correnti
ascetiche. Lo gnosticismo, comunque, ebbe i suoi rappresentanti più
noti nei primi secoli dopo Cristo, con prominenti insegnanti come
Marcione, Valentino e Basilide. Altri gnostici noti furono Cerinto,
Carpocrate e Simon Mago con tutta la sua scuola. Anche quando la
corrente principale e centralizzata della Chiesa Cattolica Romana
divenne il corpo cristiano dominante e iniziò a sopprimere le idee
cristiane alternative e il paganesimo, lo gnosticismo non svanì
senza lasciar traccia, anche se Sant'Ireneo di Lione, Tertulliano e
San Giustino Martire rimasero le uniche fonti di conoscenza fino al
1945, anno in cui furono scoperte nei pressi del villaggio di al-Qasr
44 opere gnostiche. Una delle conclusioni che si ricavano
da Sant'Ireneo di Lione, dove per la prima volta appare il termine
«gnostico», è che esistono tanti tipi di gnosticismo quante le
persone che lo proclamano con una certa autorità. Le idee gnostiche
continuarono a riaffiorare a intervalli regolari, come dimostra
l'apparizione di movimenti quali i Catari, i Bogomili e i Pauliciani.
Non si rilevano continuità tra lo gnosticismo e l'eresia catara
medievale, sebbene ci siano notevoli affinità. Allo stesso modo i
gruppi neo-gnostici del XIX secolo non possono vantare alcuna
continuità con lo gnosticismo delle origini, tanto che spesso
modificano, più o meno consapevolmente, le dottrine originarie. Ma
esiste anche una setta di gnostici, che, isolandosi geograficamente,
è giunta fino a noi in forma molto pura: i Mandei dell'Iraq
meridionale. Infine da segnalare come lo gnosticismo, seppure
permeato apparentemente di ideologie di numerose religioni, assomigli
come concezioni di base ai Veda dell'antica India. Il parallelo più
evidente sta nel nome, infatti la parola "Veda" sta per
"Conoscenza", proprio come la parola "gnosi". Le
cosiddette "parole magiche", all'interno della cultura
vedica, descritta dai profani come "induismo", sono
rappresentati da mantra espressi in lingua sanscrita, una lingua
particolarmente profonda e dal forte potere vibrazionale. La cultura
vedica ha origine migliaia di anni fa e la sua prima comparsa nella
storia avviene quando i popoli Arii occuparono parte dell'India,
trasmettendogli queste culture indoeuropee. Tale cultura considera
anch'essa il corpo come una prigione di cui liberarsi per spezzare il
ciclo del Samsara (ciclo nascite e morti) e raggiungere il Moksha
(ascensione al piano trascendentale) attraverso la realizzazione
spirituale. Tale raggiungimento è possibile tramite regole di buon
comportamento, chiamate principi regolatori (descritti molto bene
dall'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna, e
l'utilizzo di numerose pratiche tra cui anche particolari mantra,
capaci, sempre secondo la cultura vedica, di ripulire il corpo
grossolano (corpo fisico) e quello sottile (mente e intelligenza)
attraverso la recitazione e l'ascolto di vibrazioni vocali
particolari. Tutte queste pratiche devozionali sono volte a pregare
l'Unico Dio affinché li liberi dalla miserevole condizione di esseri
incarnati nella materia. Tramite questa analisi è interessante
vedere come nella storia si siano susseguite, a intervalli, numerose
tradizioni che avevano questo tipo di concezione di cui l'esempio più
eclatante è forse quello dei Catari, anche loro influenzati
pesantemente dallo gnosticismo. Nel 1208 contro di loro, definiti dai
cattolici come "buoni cristiani" ma definiti dalla Chiesa
cattolica come eretici, fu indetta da Innocenzo III la crociata
contro gli albigesi, scontro che assunse i contorni dell'olocausto
che terminò solo nel 1244, con la caduta della roccaforte catara di
Montsegur. Benché la rilevanza del pensiero
gnostico cominci a declinare a partire dal IV secolo, esistono
tuttavia tracce della persistenza di tali concezioni nella storia del
pensiero religioso e filosofico occidentale fino ai giorni nostri.
Già nel Medioevo, comunità come quelle dei manichei, degli
albigesi, e dei bogomili, abbracciarono le concezioni dualistiche
sviluppate dallo gnosticismo, così come nel caso dei Mandei, una
comunità religiosa tuttora attiva in Iraq e Iran, i caratteri
gnostici sono molto evidenti.
Più tardi ripresero il modello
gnostico l'alchimia e l'astrologia rinascimentale, scienze esoteriche
che si nutrivano delle pubblicazioni di letterati come Marsilio
Ficino (1433 - 1499), che nel 1463 tradusse il Corpus Hermeticum, una
raccolta di scritti sapienziali di epoca ellenistica, attribuiti a
Ermes Trismegisto.
In epoca contemporanea, a fianco di
movimenti elitari che si richiamano alle correnti gnostiche del
passato, non mancano tentativi di identificare caratteri gnostici in
correnti di pensiero moderne: così nel nichilismo ed esistenzialismo
con la mancanza di significato dell'esistenza terrena. Occorre
precisare che lo gnosticismo, come filone di pensiero, attraversa
tutta la storia della filosofia e che riemerge periodicamente con
movimenti di pensiero, ortodossi ed eterodossi (secondo la Chiesa
ufficiale). L'Ottocento, in particolare, vede la nascita di diversi
movimenti di tipo religioso o parareligioso che si richiamano
dichiaratamente allo gnosticismo antico. Fra essi, a puro titolo di
esempio, la teosofia. La scoperta, nel 1945 dei Codici di Nag Hammadi
ha dato nuova forza a molti di questi movimenti, con diversi filoni
di pensiero. Carl Gustav Jung studiò a lungo il
pensiero gnostico, affiancando ad esso le sue conoscenze di
psicologia. È possibile riscontrare tracce delle dottrine gnostiche
in opere letterarie contemporanee.
Il Manicheismo è la religione
fondata in Persia da Mani (215-277), predicatore e teologo nato nel
regno dei Parti e vissuto nell'Impero sasanide, nel tentativo di fondare una
religione universale che fondesse caratteristiche dello Zoroastrismo
con il Cristianesimo (probabilmente con influenze di seguaci di
Marcione e Bardesane) e del Buddismo che egli aveva conosciuto
durante un viaggio in India. Il Manicheismo è una religione
radicalmente dualista: due princìpi, la Luce e le Tenebre, coevi,
indipendenti e contrapposti che influiscono in ogni aspetto
dell'esistenza e della condotta umana. Altre caratteristiche
rilevanti sono:
- originale e coerente universalismo
- pacifismo e vita povera e
missionaria dei suoi adepti
- scrittura e arte del libro
fondamentali per il patrimonio delle Sacre Scritture redatte da Mani
stesso
- Sigillo dei Profeti: la
rivelazione di Mani vista come conclusione delle profezie redentrici
(non legislative come Mosè) da Adamo a Noè e soprattutto
Zoroastro, Buddha e Gesù
- doppia morale: rigida e
inflessibile quella dei religiosi, più tollerante quella dei laici. Il Manicheismo fonde in modo originale
elementi cristiani di derivazione giudaico-cristiana (Elcasaiti) e
gnostica in particolare di Bardesane e di Marcione assieme ad una
riformulazione del dualismo zoroastriano ed elementi della morale e
dell'organizzazione buddisti. Essa si diffuse molto rapidamente
nell'Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi
seguaci, si diffuse sia in occidente nell'Impero Romano a cominciare
dalla Siria e l'Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi
in tutto l'Impero che ad Oriente nelle regioni dell'Asia centrale
popolate da tribù turche, fino all'India, alla Cina e la Siberia. Trovò raramente supporto e tolleranza
dai governi e fu frequentemente e duramente perseguitato in ogni dove
dai governi e dalle altre religioni. In Occidente scomparve verso il
V secolo, nel Medio oriente verso il X secolo, mentre sopravvisse più
a lungo in Estremo Oriente (XIV secolo) anche per la capacità di
adattarsi e di mascherarsi alle credenze locali. In occidente le leggi contro i Manichei
furono utilizzate per secoli per combattere eresie cristiane basate
su un dualismo di origine gnostica (Manichei medievali).
Dal punto di vista dottrinale il
manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo
dualistico, che contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre,
il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio): il dio venerato dalle religioni
sarebbe in realtà un demonio, mentre il vero dio sarebbe un deus
absconditus.
In campo etico il manicheismo prevede
un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che
alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l'uso di determinate
bevande. La chiesa manichea è composta dai "perfetti" (gli
asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli
"imperfetti" (uditori o catecumeni). Questa dottrina ha suscitato grande
interesse anche fra molti intellettuali, a partire da Agostino di
Ippona, che però in seguito ne divenne il più acerrimo nemico,
scrivendo ben dieci opere contro tale dottrina, tra le quali Contra
Faustum Manichaeum, Contra Secundinum Manichaeum, De duabus animabus
contra Manichaeos, De Genesi contra Manicheos e De natura boni contra
Manichaeos; uniche fonti sulla religione di Mani fino a metà XIX
secolo. Subito osteggiata dagli Imperatori
Romani e Persiani ebbe breve diffusione in Occidente, ma sopravvisse
per secoli in Asia Centrale e Cina. In seguito il termine Manicheismo fu
utilizzato per indicare posizioni cristiane dualiste (collegabili a
quelle di Marcione) diffuse nell'alto e basso medioevo (vedi Manichei
medievali) come, tra gli altri, i Bogomili ed i Catari.
Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
Il Marcionismo. Fu Marcione (85-160), vescovo nato a Sinope sul Mar Nero, il fondatore di questa dottrina; alcuni Padri della Chiesa (Epifanio di Salamina ad esempio) indicano in Cerinto un suo maestro.
La Chiesa marcionita era probabilmente
ben organizzata con un clero ("i perfetti") accuratamente
preparati e che conducevano una vita contemporaneamente attiva e
duramente ascetica, tanto che sopravvisse per secoli e probabilmente
continuò in vari movimenti tardi, come Bogomili e Catari (vedi
Manichei medievali).
La sua dottrina si basava sulla
contrapposizione, di cui parla anche l'apostolo Paolo nei suoi
insegnamenti, fra Antico Testamento e Nuovo Testamento: al "dio
giusto" della Bibbia ed in particolare della Genesi (o Torà) si
contrappone il "dio buono" (il "dio sconosciuto")
che ha inviato suo figlio Gesù per la salvezza di tutti. Marcione da
alla sua Chiesa una impostazione evangelica (valgono solo i testi
sacri e non la tradizione) e lontana dalla tradizione giudaica.
Nel 330 - Costantinopoli nuova Roma è la capitale dell'Impero Romano, e il suo vescovo inizia a pretendere prerogative primaziali. Costantino, adoratore del "Sole Invincibile", si convertirà al cristianesimo solo sul letto di morte, per potere perpetrare tutti quelli che dai cristiani sono visti come "peccati": l'omicidio del co-imperatore Licinio, della moglie e del figlio ecc., ma verrà considerato dai cristiani il tredicesimo apostolo. La sua grande opera sarà quella di trasferire nella religione cristiana la continuità dell'impero romano: i vescovi, capi delle comunità cristiane, inizialmente non pagano tasse all'impero, per poi incassare le decime, il 10% sui redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di giudicare nei processi di diritto ordinario.
Nel 330 - Costantinopoli nuova Roma è la capitale dell'Impero Romano, e il suo vescovo inizia a pretendere prerogative primaziali. Costantino, adoratore del "Sole Invincibile", si convertirà al cristianesimo solo sul letto di morte, per potere perpetrare tutti quelli che dai cristiani sono visti come "peccati": l'omicidio del co-imperatore Licinio, della moglie e del figlio ecc., ma verrà considerato dai cristiani il tredicesimo apostolo. La sua grande opera sarà quella di trasferire nella religione cristiana la continuità dell'impero romano: i vescovi, capi delle comunità cristiane, inizialmente non pagano tasse all'impero, per poi incassare le decime, il 10% sui redditi delle loro curie (termine che i Latini usavano per indicare i loro raggruppamenti). Inoltre i vescovi ebbero la facoltà di giudicare nei processi di diritto ordinario.
Dal 337 al 350 - L’ Impero Romano viene
nuovamente diviso.
Nel 343 - Un concilio a Sardica riafferma
la dottrina formulata a Nicea e dichiara che i vescovi avevano
il diritto di appello al papa come autorità più alta nella Chiesa.
Nel 344 - Nasce Giovanni Crisostomo, o Giovanni
d'Antiochia (Antiochia, 344/354 – Comana Pontica, 14 settembre
407), è stato un arcivescovo cattolico, santo e teologo bizantino,
il secondo Patriarca di Costantinopoli, commemorato come santo dalla
Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, venerato dalla Chiesa
copta; è uno dei 33 Dottori della Chiesa. La sua eloquenza è all'origine del suo
epiteto Crisostomo (in greco antico χρυσόστομος /
khrysóstomos, letteralmente «Bocca d'oro»). Il suo zelo e il suo
rigore furono causa di forti opposizioni alla sua persona. Scrisse
delle omelie antigiudaiche utilizzate nei secoli come pretesto per le
discriminazioni e persecuzioni contro gli ebrei. Dovette subire un
esilio e durante un trasferimento morì.
Nel 350 - I Goti si convertono al cristianesimo
Ariano. Ulfila traduce il Nuovo Testamento in lingua gota.
Nel 363 - L'imperatore Giuliano, ricordato come l'apostata poichè da filosofo che era, aveva rinnegato il cristianesimo (era stato batezzato), inizia la campagna contro la Persia, in cui troverà la morte.
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| Carta della campagna del 363 in Persia, di Giuliano l'apostata. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 366 - Dopo furiosi scontri costati 137 morti fra due fazioni cristiane, Damaso I è l'unico vescovo (papa) di Roma.
Damaso I ([[Roma o Guimarães]], 305
ca. – Roma, 11 dicembre 384) fu il 37º papa della Chiesa
cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 1º ottobre 366 alla
sua morte. Figlio dell'iberico Antonio (prete
aggregato alla chiesa di San Lorenzo) e di una certa Laurentia, si è
ritenuto per molto tempo che fosse nato nell'attuale Portogallo, ma
ricerche storiche più recenti sembrano indicare che egli possa
essere nato a Roma; di certo crebbe a Roma al servizio della chiesa
di San Lorenzo martire. Morto papa Liberio il 24 settembre 366, il
clero romano si divise in due fazioni: una, favorevole alla politica
del defunto antipapa Felice II, del tutto contraria ad ogni accordo
con i sostenitori delle teorie ariane (nonostante Felice II fosse
ariano), e l'altra, maggioritaria, più conciliante e favorevole ad
accordi e compromessi.
In due distinte e contemporanee
elezioni, i primi, riuniti nella basilica di Santa Maria in
Trastevere, elessero e consacrarono frettolosamente papa il diacono
Ursino, mentre i secondi, nella basilica di San Lorenzo in Lucina,
scelsero Damaso, che fu consacrato nella basilica di San Giovanni in
Laterano il 1º ottobre 366. Molti dettagli degli avvenimenti che
seguirono a questa elezione vennero narrati nel Libellus Precum, una
petizione all'autorità civile da parte di Faustino e Marcellino, due
presbiteri della fazione di Ursino, e dallo storico pagano Ammiano
Marcellino che così narrava:
« L'ardore di Damaso e Ursino per
occupare la sede vescovile superava qualsiasi ambizione umana.
Finirono per affrontarsi come due partiti politici, arrivando allo
scontro armato, con morti e feriti; il prefetto, non essendo in grado
di impedire i disordini, preferì non intervenire. Ebbe la meglio
Damaso, dopo molti scontri; nella basilica di Sicinnio, dove i
cristiani erano riuniti, si contarono 137 morti e dovette passare
molto tempo prima che si calmassero gli animi. Non c'è da stupirsi,
se si considera lo splendore della città di Roma, che un premio
tanto ambito accendesse l'ambizione di uomini maliziosi, determinando
lotte feroci e ostinate. Infatti, una volta raggiunto quel posto, si
gode in santa pace una fortuna garantita dalle donazioni delle
matrone, si va in giro su di un cocchio elegantemente vestiti e si
partecipa a banchetti con un lusso superiore a quello imperiale. »
Il prefetto di Roma, di cui parlava
Ammiano Marcellino, era un tale Vivenzio Scisciano che attese che si
concludessero i disordini per prendere posizione nella contesa: una
volta accertata la vittoria del partito di Damaso, esiliò da Roma
Ursino. Ma i suoi seguaci non vollero accettare la sconfitta e si
rifugiarono nella basilica di Santa Maria Maggiore che i damasiani il
26 ottobre assalirono: si accese una vera e propria battaglia, con le
conseguenze citate da Ammiano Marcellino. Riammesso l'anno seguente a
Roma, Ursino cercò nuovamente di prendere il posto di Damaso, dando
vita ad altri disordini e ricavandone un nuovo esilio per decreto
dell'imperatore Valentiniano I. Dalla Gallia prima e da Milano
successivamente, tramite un ebreo di nome Isacco, nel 370 fece
accusare Damaso di gravi delitti. Fu celebrato un processo che nel
372 assolse il vescovo di Roma, e Ursino, per decreto del nuovo
imperatore Graziano, fu definitivamente esiliato a Colonia. Questi contrasti si rifletterono non
solo sulla reputazione di Damaso ma anche su quella della Chiesa
romana. Molti, sia nella società pagana che in quella cristiana,
videro in Damaso un uomo le cui ambizioni terrene erano superiori
alle preoccupazioni pastorali. Damaso amava infatti il fasto e gli
spettacoli. e non esitava a commissionare grandi opere. Sotto il suo
pontificato la residenza papale assunse un aspetto principesco. In un
periodo in cui le grandi famiglie di senatori e di benestanti
coprivano di doni gli ecclesiastici, la Chiesa iniziò ad accumulare
ricchezze e non pochi accusarono i sacerdoti di essere mossi solo da
ragioni economiche. In tal senso, un decreto imperiale del 370 proibì
agli ecclesiastici di far visita a vedove ed ereditiere per evitare
che le inducessero a fare donazioni alla Chiesa. Nel 378, alla corte
imperiale, fu mossa contro Damaso anche un'accusa di adulterio, dalla
quale fu scagionato prima dall'Imperatore Graziano e, poco dopo, da
un sinodo romano di quarantaquattro vescovi, che scomunicò i suoi
accusatori. Nel 376 - I Visigoti, così chiamati i Goti occidentali, una popolazione Germanica, varcano il Danubio, confine dell'Impero Romano.
Nel 380 - L'imperatore cattolico di origine spagnola Teodosio I, con l'editto del 380 eleva la propria religione a religione ufficiale dello Stato. Ad Alessandria, in Egitto, viene chiuso una prima volta il Serapeo, tempio della tradizione religiosa ellenistica, che contiene la biblioteca con la memoria del pensiero ellenistico. La popolazione decide di desistere dall'occupazione del tempio solo quando i messi imperiali leggono l'ordine dell'imperatore: per gli antichi, lo scritto è sacro, e maggiormente è sacro lo scritto dell'imperatore, rappresentante in terra dell'ordine divino.
Nel 382 - Concilio di Roma in cui papa Damaso I sancisce il primato di Roma in qualità di sede apostolica. In un periodo piuttosto burrascoso per
il cristianesimo e nonostante le accuse personali, grazie alla forte
personalità Damaso si batté per il riconoscimento della supremazia
della sede episcopale di Roma e difese con vigore l'ortodossia
cattolica contro tutte le eresie. In due sinodi romani (368 e 369 o
370) condannò fermamente l'apollinarismo e il macedonianismo. Nel
secondo dei due sinodi scomunicò Aussenzio, il vescovo ariano di
Milano (che comunque mantenne la sede fino alla morte, nel 374,
quando fu sostituito da Ambrogio). Il sinodo di Antiochia del 378 stabilì
la legittimità di un vescovo solo se riconosciuto tale da quello di
Roma, e forte di questo diritto (e spalleggiato dal vescovo Ambrogio
di Milano che coniò, per l'occasione, la formula "Dove è
Pietro, là è la Chiesa") depose immediatamente tutti i vescovi
ariani. Nella lotta contro l'arianesimo, che fu sensibilmente ridotto
anche per la favorevole politica degli imperatori Graziano in
Occidente e Teodosio I in Oriente, si avvalse anche del grande aiuto
di San Girolamo, ardente predicatore dell'ortodossia. Il momento era favorevole al dogmatismo
cattolico, come è dimostrato dalla convocazione del Concilio di
Costantinopoli (381), dove Damaso inviò i suoi legati e nel quale,
oltre alla ferma condanna di tutte le eresie, venne affermata la
divinità dello Spirito Santo e ribadito, in una formulazione più
precisa, il "simbolo niceno" già affermato nel concilio di
Nicea del 325.
Damaso
sollecitò san Girolamo (che fu anche suo segretario privato per
qualche tempo) ad intraprendere la revisione delle antiche
versioni latine della Bibbia, nota come "Vulgata". Grazie
al suo impegno, la Chiesa orientale, nella persona di Basilio di
Cesarea (nei confronti del quale Damaso nutrì però sempre dei
sospetti), ne implorò l'aiuto e l'incoraggiamento contro
l'arianesimo che laggiù era trionafante. Sulla questione dello
scisma meleziano ad Antiochia di Siria, Damaso, con Atanasio di
Alessandria prima e poi Pietro II di Alessandria (che ospitò a Roma
durante l'esilio) parteggiò per la fazione di Paolino, considerato
più rappresentativo dell'ortodossia di Nicea; alla morte di Melezio,
Damaso cercò di assicurare la successione a Paolino nella sede
episcopale di Licopoli. Il pontefice sostenne, inoltre,
l'appello dei senatori cristiani all'Imperatore Graziano per la
rimozione dell'altare della Vittoria dal Senato, fatto lì ricollocare dall'imperatore Giuliano e sotto il suo
pontificato fu emanato il famoso Editto di Tessalonica di Teodosio I,
(27 febbraio 380), che definiva il credo niceno (e quindi il
Cristianesimo nella formulazione romana) come religione di stato.
Oltre all’affermazione della formula nicena, che dunque toglieva di
mezzo le dottrine ariane, l’editto definiva per la prima volta i
Cristiani seguaci del vescovo di Roma “cattolici”, bollando tutti
gli altri come eretici e come tali soggetti a pene e punizioni.
Quando, nel 379, l'Illiria si staccò
dall'Impero romano d'Occidente, Damaso si affrettò a salvaguardare
l'autorità della Chiesa di Roma nominando un vicario apostolico
nella persona di Ascolio, vescovo di Tessalonica. Questa fu l'origine
dell'importante vicariato papale legato a quella sede.
Damaso invocò il "testo petrino"
(Matteo 16,18), e fu il primo papa a definire la chiesa romana "sede
apostolica" (sedes apostolica), definizione utilizzata per tutto
il millennio successivo e che rivendicava alla chiesa romana una
posizione monopolistica con sovranità e primato su tutte le altre
chiese. In contrapposizione con i decreti del Concilio di
Costantinopoli I, il Concilio di Roma (382) decretò che la chiesa
romana non era stata creata da un decreto sinodale, ma era stata
fondata da due apostoli, san Pietro e san Paolo. Altra affermazione
del Concilio romano fu quella secondo cui la chiesa romana era stata
fondata per volontà divina. Il risultato ideologico conseguito da
questo Concilio fu che la giustificazione storica e politica del
primato della chiesa romana fu sostituita dall'affermazione di una
legge divina che aveva fatto degli apostoli i suoi fondatori. La
formula utilizzata nel Concilio per la prima volta "primato
della chiesa romana" ebbe effetti decisivi nella storia papale
successiva: Da Damaso in poi, infatti, si nota un marcato aumento del
volume e dell'importanza delle pretese di autorità e di primato da
parte dei vescovi romani. Questo sviluppo dell'ufficio papale,
specialmente ad Occidente portò un grande aumento dello sfarzo. Tale
splendore secolare riguardò molti membri del clero romano, i cui
scopi mondani ed i cui costumi furono duramente redarguiti da san
Girolamo, provocando (29 luglio 370) un editto dell'imperatore
Valentiniano I indirizzato al papa, che vietava ad ecclesiastici e
monaci (più tardi anche vescovi e monache) di perseguire vedove ed
orfani nella speranza di ottenere da loro regali e lasciti. Il papa
impose che la legge fosse strettamente osservata. Damaso morì l'11 dicembre 384.
Nel 393 - Con la strage di Tessalonica perpetrata da Teodosio I, finiscono le Olimpiadi.
Dopo che il cristianesimo divenne la
religione ufficiale dell'Impero Romano, i Giochi Olimpici vennero
visti come una festa "pagana", e il loro prestigio
diminuiva in modo inversamente proporzionale alla corruzione degli
atleti, con gare sempre più falsate. Si erano verificati in Tessalonica dei disordini, nel corso dei
quali un alto ufficiale della provincia aveva perduto la vita.
L'imperatore Teodosio I ordinò una severa rappresaglia, che costò la vita ad
alcune migliaia di cittadini evidentemente innocenti. Poi, persuaso dal vescovo di Milano Ambrogio,
inorridito per la strage, vietò i Giochi Olimpici, ponendo fine a una storia durata
più di 1000 anni.
Nel 390 - Ambrogio, vescovo di Milano, impone a Teodosio di sottoporsi ad un rito espiatorio. Nella seconda metà del IV secolo, la corte dell'imperatore d'Occidente risiedeva abitualmente in Milano, sede episcopale di sant'Ambrogio, sicchè il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare e spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato a sant'Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ebbe partita vinta e si tenne la basilica. Un'altra vittoria, ancor più clamorosa, sant'Ambrogio la riportò nel 390, essendo imperatore Teodosio I, che, da buon cattolico, aveva elevato la propria religione a religione ufficiale dello Stato con l'editto del 380. Ora, si erano verificati in Tessalonica dei disordini, nel corso dei quali un alto ufficiale della provincia aveva perduto la vita. L'imperatore ordinò una severa rappresaglia, che costò la vita ad alcune migliaia di cittadini evidentemente innocenti. E quantunque non si trattasse di un caso isolato negli annali dell'impero, il fatto commosse profondamente l'opinione pubblica. Il vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità, e movendo dal principio che «anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», impose a Teodosio di espiare pubblicamente l'ingiusto massacro. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del presule, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e, deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Tutto ciò accadeva nel IV secolo: solo pochi decenni dacché la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità.
Nel 390 - Ambrogio, vescovo di Milano, impone a Teodosio di sottoporsi ad un rito espiatorio. Nella seconda metà del IV secolo, la corte dell'imperatore d'Occidente risiedeva abitualmente in Milano, sede episcopale di sant'Ambrogio, sicchè il vescovo poteva mantenere contatti regolari col supremo potere secolare. In occasione degli scontri che ebbero inevitabilmente a verificarsi, Ambrogio difese con tanta fermezza lo «ius sacerdotale» che possiamo riconoscere in lui il primo campione della Chiesa che sia riuscito a tracciare, in sede teorica e pratica, una netta linea di demarcazione tra le giurisdizioni secolare e spirituale. Gli ariani avevano fatto molti proseliti a Milano fino al regno di Teodosio I che, con l'editto del 380, aveva inflitto loro un colpo mortale in tutto il mondo romano. Durante il periodo di maggiore influenza ariana, il governo imperiale, cedendo alle pressioni degli scismatici, aveva ordinato a sant'Ambrogio di ceder loro la sua basilica episcopale. Egli rifiutò motivando il rifiuto con la teoria che «i palazzi, e non le chiese, son sotto la giurisdizione dell'autorità secolare», e che «le cose divine sono al di sopra del potere imperiale». Ebbe partita vinta e si tenne la basilica. Un'altra vittoria, ancor più clamorosa, sant'Ambrogio la riportò nel 390, essendo imperatore Teodosio I, che, da buon cattolico, aveva elevato la propria religione a religione ufficiale dello Stato con l'editto del 380. Ora, si erano verificati in Tessalonica dei disordini, nel corso dei quali un alto ufficiale della provincia aveva perduto la vita. L'imperatore ordinò una severa rappresaglia, che costò la vita ad alcune migliaia di cittadini evidentemente innocenti. E quantunque non si trattasse di un caso isolato negli annali dell'impero, il fatto commosse profondamente l'opinione pubblica. Il vescovo di Milano ne valutò tutta la gravità, e movendo dal principio che «anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa», impose a Teodosio di espiare pubblicamente l'ingiusto massacro. Grande fu la meraviglia dell'imperatore all'inaudita pretesa del presule, ma infine, minacciato di scomunica, si arrese e, deposte le insegne imperiali, si sottopose pubblicamente al rito espiatorio nella basilica milanese. Tutto ciò accadeva nel IV secolo: solo pochi decenni dacché la Chiesa era uscita dalle catacombe alla luce della legalità.
Nel 395 - Per motivi squisitamente amministrativi, l'Impero Romano si divide fra Impero Romano d'Occidente con imperatore Onorio, e Impero Romano d'Oriente con imperatore Arcadio. La parte orientale dell'impero è ricca, grazie alle produzioni di cereali dell'Egitto e dell'Africa nord-orientale, i commerci della Siria, le produzioni agricolo-artigianali e manufatturiere di Siria, penisola Anatolica e Greca; inoltre la cultura, di stampo ellenistico, ha in Alessandria d'Egitto il centro più evoluto del mondo conosciuto.
La parte occidentale ha come risorse agrarie solo la Sicilia e il nord Africa centrale, mentre è continuamente minacciato da invasioni di popolazioni Germaniche, dirottate a occidente dalle solide mura e dalle politiche di Costantinopoli. Mentre aristocratici e notabili di tradizione e formazione romana entrano nel tessuto amministrativo della cristianità, le gerarchie e le formazioni dell'esercito sono sempre più composte da esponenti di quelle popolazioni che minacciano l'integrità dell'impero. Il pagamento dei loro servizi in territori impoverisce progressivamente l'impero e indebita sempre più un'amministrazione che non ha risorse.
Nel 402 - Ravenna diventa la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Ormai Roma è troppo esposta alle scorrerie e viene quindi scelta Ravenna, con le paludi che ne ostacolano l'accesso e il porto alle spalle che garantice una via di fuga, come sede imperiale dell'occidente.
Nel 405 - Traduzione della Bibbia in Latino. (Vulgata)
Nel 406 - Inizia un'invasione di Vandali, popolazione Germanica.
Nel 410 - I Visigoti, su cui regna Alarico, conquistano e saccheggiano Roma. L'episodio avviene dopo anni di promesse (non mantenute) di terre ad Alarico da parte dell'imperatore romano, come pagamento per i servizi militari prestati dai Visigoti all'impero.
Nel 411 - Il primo Concilio di Cartagine che si svolse nel
411 ebbe come tema l'eresia donatista, dopo che nel 406 l'imperatore Onorio, attraverso l'Editto di
Unione, aveva assimilato i donatisti agli eretici e dato le loro
proprietà ai cattolici. Il vescovo donatista Primiano, non volendosi
dare per vinto, si recò dall'Imperatore a Ravenna, chiedendo e
ottenendo un dibattito con i cattolici, sul cui esito si sarebbe
pronunciato da arbitro il praefectus praetorio. L'imperatore nel 410
diede incarico al senatore Marcellino di organizzare i preparativi
per la conferenza. Lo stesso Marcellino doveva esserne arbitro e
giudice. Con lettera del primo giugno 411, Marcellino invitò alla
conferenza i vescovi delle due confessioni, assicurando imparzialità
di giudizio. Nel dibattito emersero entrambe le posizioni, quella
cattolica e quella donatista, e Agostino, vescovo d'Ippona,
ribatté con le sue argomentazioni, divenendo la figura chiave di
tutto il concilio. Egli si soffermò, in particolare, sul rapporto
ministro-sacramenti, affermando che chi ribattezza "pone la
propria speranza in un uomo" e non in Cristo, vero auctor
sacrament. Noi siamo stati salvati solo per i Suoi meriti e per Sua
giustificazione. Inoltre i sacramenti dei donatisti, anche se sono
validi, non sono però fruttuosi, a causa della loro posizione
scismatica. Infatti mancano della grazia santificante dello Spirito
Santo. Costui opera solo nella Chiesa unita e non agisce nelle
comunità separate. A tarda sera Marcellino emanò il verdetto
secondo cui i donatisti erano stati confutati. Questa decisione fu
confermata da Onorio con editto del 30 gennaio 412. Agostino d'Ippona (latino: Aurelius
Augustinus Hipponensis; Tagaste, 13 novembre 354 – Ippona, 28
agosto 430) è stato un filosofo, vescovo cattolico e teologo
berbero. Padre, dottore e santo della Chiesa
cattolica, è conosciuto semplicemente come sant'Agostino, detto
anche Doctor Gratiae ("Dottore della Grazia"). Secondo
Antonio Livi, filosofo, editore e saggista italiano di orientamento
cattolico, è stato «il massimo pensatore cristiano del primo
millennio e certamente anche uno dei più grandi geni dell'umanità
in assoluto». Le Confessioni sono la sua opera più celebre. Nel 373
la sua ansia per la ricerca dell'assoluto lo fece approdare al
Manicheismo, di cui, insieme al suo amico Onorato, divenne uno dei
massimi esponenti e divulgatori. Agostino stesso narra che fu
attratto dalle promesse di una filosofia libera dai vincoli della
fede; dalle vanterie dei manichei che affermavano di aver scoperto
delle contraddizioni nelle Sacre Scritture; e, soprattutto, dalla
speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica
della natura e dei suoi fenomeni più misteriosi. La mente
indagatrice di Agostino era entusiasta per le scienze naturali ed i
Manichei dichiaravano che la natura non aveva segreti per Fausto di
Milevi, il loro dottore. Tuttavia, tale adesione non fu scevra da
dubbi che l'attanagliavano: essendo torturato dal problema
dell'origine del male, Agostino, nell'attesa di risolverlo, diede
credito all'esistenza di un conflitto tra due principi. C'era,
inoltre, un fascino molto potente nell'irresponsabilità morale che
risultava da una dottrina che negava la libertà ed attribuiva la
commissione di crimini ad un principio esterno. Nel 383, Fausto di Mileve, il celebre
vescovo manicheo, giunse a Cartagine. Agostino gli fece visita e lo
interrogò, ma scoprì nelle sue risposte solo volgare retorica,
assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica. L'incantesimo
si ruppe e, anche se Agostino non abbandonò immediatamente il
gruppo, la sua mente iniziò a rifiutare le dottrine manichee. Nel
383 Agostino, all'età di 29 anni, cedette all'irresistibile
attrazione che l'Italia aveva per lui; a causa della riluttanza della
madre a separarsi da lui, dovette ricorrere ad un sotterfugio ed
imbarcarsi con la copertura della notte. Non appena giunto a Roma,
dove continuò a frequentare la comunità manichea, si ammalò
gravemente. Quando guarì aprì una scuola di retorica ma, disgustato
dai trucchi dei suoi alunni, che lo defraudavano spudoratamente delle
loro tasse d'istruzione, fece domanda per un posto vacante come
professore a Milano. Il praefectus urbi Quinto Aurelio Simmaco
l'aiutò ad ottenere il posto con l'intento di contrastare la fama
del vescovo Ambrogio. Dopo aver fatto visita al vescovo, però, si
sentì attratto dai suoi discorsi e iniziò a seguire regolarmente le
sue predicazioni. Per comprendere il pensiero di Agostino non si può
prescindere dal suo vissuto esistenziale: egli cercò sempre di
conciliare l'atteggiamento contemplativo con le esigenze della vita
pratica e attiva. Poiché visse spesso drammaticamente il conflitto
tra i due estremi, il suo pensiero consistette nel tentativo
grandioso di tenere uniti la ragione e il sentimento, lo spirito e la
carne, il pensiero pagano e la fede cristiana. Fu proprio l'insoddisfazione per quelle
dottrine che predicavano una rigida separazione tra bene e male, tra
luce e tenebre, a spingerlo ad abbandonare il manicheismo, e a subire
l'influsso dapprima dello stoicismo e poi soprattutto del
neoplatonismo, i quali viceversa riconducevano il dualismo in unità,
così che oggi gli studiosi concordano sul fatto che la filosofia
agostiniana è sostanzialmente di stampo neoplatonico. Ciò significa
che Agostino recepì il pensiero di Platone filtrato attraverso
quello di Plotino. Rispetto a questi ultimi tuttavia egli introdusse
alcuni concetti nuovi marcatamente religiosi e attinenti in
particolare alla fede cristiana: sostituì ad esempio la teoria della
reminiscenza delle Idee con quella dell'illuminazione divina; o
ancora, concepì la creazione dell'universo non semplicemente come un
processo necessario tramite il quale Dio (plotinianamente) si
manifesta e produce se stesso, ma come un libero atto d'amore, tale
cioè che si sarebbe anche potuto non realizzare. E soprattutto, il
Dio di Agostino non è quello impersonale di Plotino, ma è un Dio
vivente che si è fatto uomo. All'amore ascensivo proprio dell'eros
greco, egli avvertì così l'esigenza di affiancare l'amore
discensivo di Dio per le sue creature, proprio dell'agape cristiano. Secondo Agostino di conseguenza, anche
il mondo e gli enti corporei, essendo frutti dell'amore divino, hanno
un loro valore e significato, mentre i platonici tendevano invece a
svalutarli. Questo tentativo di collocare la storia e l'esistenza
terrena entro una prospettiva celeste, dove anche il male trovi in
qualche modo spiegazione, rimase sempre al centro delle sue
preoccupazioni filosofiche.
Nonostante le sottigliezze delle interpretazioni plotiniane di Platone nelle esposizioni di Agostino, nei concili di Cartagine fu emanata la proibizione per tutti, vescovi inclusi, di studiare Aristotele, Platone, Euclide, Pitagora, Tolomeo ecc.
Nel 415 - Ad Alessandria d'Egitto, il vescovo e patriarca d'Alessandria, Cirillo, poi fatto santo e "dottore e padre della chiesa universale" come Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo e Agostino d'Ippona, dopo avere disposto la distruzione del tempio Serapeo, che ospitava la famosa biblioteca contenente la memoria delle scoperte del pensiero scientifico ellenistico (si parla di 500.000 volumi), e che fu bruciata, ordina l'assassinio di Ipazia, astronoma, matematica e filosofa. Ipazia d'Alessandria era la geniale figlia del matematico Teone, sovrintendente della biblioteca, nata nel 370 ed erede della Scuola Alessandrina. Antesignana della scienza sperimentale, Ipazia studiò e realizzò l'astrolabio, l'idroscopio e l'aerometro. Cirillo aveva studiato per cinque anni, dal 394 al 399, nel monastero della montagna della Nitria, nel deserto di San Marco, e lì era stato ordinato Lettore (insegnante, autorizzato a tenere lezioni). In questo monastero aveva stretto vincoli di amicizia con gran parte dei monaci parabolani di cui si servì per sterminare Ebrei, cristiani Nestoriani e Novaziani oltre ai pagani; ed in particolar modo con Pietro il Lettore a cui sedici anni dopo ordinò di uccidere Ipazia, cosa che lui fece al grido di "Questo dice Agostino d'Ippona! La donna è immondizia! E anche tu, Ipazia d'Alessandria, sei solo immondizia!"
In questo racconto è ricostruita la figura e la fine di Ipazia.
L'immagine è la "Scuola di Atene" di Raffaello in cui è rappresentata Ipazia.
Da questo momento nell'Impero Romano non c'è più libertà di culto e di pensiero al di fuori dell'ortodossia cristiana. Per i sucessivi secoli, (e fino al presente) la Chiesa di Roma manovrerà principi, re, imperatori e la totalità delle menti per tenere a freno i suoi più acerrimi nemici: la verità, il sapere, la conoscenza, la scienza e più in generale la cultura; l'autodeterminazione personale e collettiva, il diritto alle pari opportunità, cosa che d'altra parte hanno fatto e fanno tutte le altre chiese.
Nel 428 - Il monaco Nestorio diventa patriarca di
Costantinopoli fino al 431 ed è l'ideatore del Nestorianesimo, una concezione,
che sosteneva le seguenti posizioni dottrinali:
- Cristo è formato da due nature
perfettamente distinte, due persone congiunte l'una con l'altra
tramite un'unione puramente morale;
- Maria può essere chiamata
soltanto "madre di Cristo" e non "madre di Dio";
- Non è possibile che il Verbo
divino possa essersi effettivamente incarnato e possa essere morto
sulla Croce. Nestorio (Germanicia, 381 –
El Kargha, 451) è stato un vescovo siriano, patriarca di
Costantinopoli dal 428 al 431. Durante le dispute cristologiche del V
secolo, i suoi avversari gli attribuirono erroneamente la dottrina
che da lui prese nome di Nestorianesimo, ossia un "difisismo (dal
greco antico δύς, dys, due, e φύσις, physis, natura) estremo", alle due nature, divina e umana, di Cristo corrisponderebbero anche
due persone; condannata come eretica dal Concilio di Efeso nel 431
anche se Nestorio mai la sostenne. I
nestoriani si rifugiarono in Persia, fondando la Chiesa nestoriana, e
svolsero una grande attività missionaria in India ed in Cina finché
su di loro non si abbatterono le persecuzioni dei principi mongoli
musulmani, che ridussero i nestoriani a poche migliaia di fedeli. Nel Novecento, la scoperta di un
suo scritto, il Liber Heraclidis (Libro di Eraclide), e nuovi studi
intrapresi sul conflitto che lo oppose al vescovo Cirillo
d'Alessandria, hanno riconosciuto che la condanna di Nestorio fu
ingiusta e che la sua teoria cristologica è conforme alla dottrina
ortodossa stabilita nel successivo Concilio di Calcedonia del 451,
per la quale nell'unica persona di Cristo sussistono due nature.
Questi tentativi di riabilitazione sono sorprendenti, perché
Nestorio è stato condannato sia dal Concilio di Efeso del 431 d.C.,
sia dal II Concilio di Costantinopoli del 553 d.C. La sua memoria
liturgica è celebrata il 25 ottobre dalla Chiesa assira d'Oriente.
Nel 431 - Concilio di Efeso. Il concilio di Efeso fu il terzo
concilio ecumenico che si tenne nel 431 a Efeso, in Asia Minore, sotto
il regno dell'imperatore d'Oriente Teodosio II (408-450); vi
parteciparono approssimativamente 200 vescovi e si occupò
principalmente del nestorianesimo. L'unità della Chiesa era minacciata da
un aspro dibattito che riguardava la persona e la divinità di Gesù
Cristo. Si confrontavano due scuole: quella antiochena, capeggiata da
Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) e quella alessandrina, che
vedeva alla testa il principale oppositore delle tesi di Nestorio,
Cirillo di Alessandria. Connessa alla disputa su Gesù Cristo, vi era
quella legata all'appellativo Theotokos relativo alla Madonna: i
nestoriani affermavano infatti che Maria era solamente Christokos,
Madre di Gesù-persona e non Madre di Dio.
Furono invitati tutti i metropoliti
risiedenti all'interno dei confini dell'impero romano; fra gli altri,
anche papa Celestino I (422-432), che inviò come suoi legati due
vescovi e il presbitero Filippo, e Agostino d'Ippona. Quest'ultimo
però in realtà non partecipò perché morì prima dell'inizio del
concilio.
A causa delle difficoltà del viaggio, i legati romani arrivarono a dibattito già avviato. Ma anche il patriarca Giovanni di Antiochia e i vescovi siriani, cioè i maggiori sostenitori delle tesi di Nestorio, arrivarono in ritardo. Il Concilio si aprì dunque senza di loro.
" Vi si sarebbero dovute confrontare e discutere le due tesi in contrapposizione, di Nestorio e di Cirillo, in realtà non ci fu nessuna discussione e non furono rispettate le più elementari garanzie di equità e collegialità. Cirillo presiedette e pilotò il Concilio con grande abilità e non senza intimidazioni e corruzioni. Alle porte della chiesa grande, intitolata a Maria, dove si svolgevano i lavori conciliari, e nella città stazionavano i parabalani, i quali ufficialmente erano infermieri al servizio dei poveri negli ospizi ecclesiastici, ma di fatto costituivano la guardia del vescovo alessandrino ed esercitavano una minaccia costante contro i suoi oppositori. Estromesso il legato imperiale e constatato che Nestorio si rifiutava di presentarsi, il giorno successivo all'apertura, il 22 giugno del 431, Cirillo lesse le proprie tesi e chiamò i vescovi, per appello nominale, a dichiararle consone al Credo di Nicea; lesse le lettere sinodali concordate con Celestino per mostrare che Roma ed Alessandria erano solidali nell'azione contro Nestorio; di quest'ultimo fu letta la seconda e più polemica tra le risposte a Cirillo e alcuni estratti. Alla fine della giornata Nestorio fu condannato e deposto, con un atto sottoscritto da 197 vescovi, per "aver profferito blasfemia contro il Signor nostro Gesù Cristo". Il giorno dopo gli fu recapitata una notifica nella quale veniva apostrofato "nuovo Giuda"."(Salvatore Pricoco. Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7. ISBN 978-88-420-6558-6)
Al Concilio si confrontarono essenzialmente due posizioni: quella ortodossa (condivisa dalla maggioranza) e quella nestoriana. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". La problematica che impegnò i partecipanti era la comprensione dell'unità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Più precisamente si trattava di scegliere tra due distinte interpretazioni di scuola: quella "unitaria" (alessandrina di Cirillo), e quella "divisiva" (antiochena di Nestorio). Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio"[1]. Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. Nella prima giornata, il 22 giugno 431, a causa dell'assenza di una delle due parti, mancò il contraddittorio, per cui le tesi di Cirillo vennero approvate all'unanimità. Il Concilio fece propria la tesi contenuta nella Seconda lettera di Cirillo a Nestorio, in cui il patriarca alessandrino affermava che Maria è “genitrice di Dio”, Theotokos, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. Accogliendo la dottrina di Cirillo, il Concilio condannò gli insegnamenti del nestorianesimo e stabilì che Gesù è una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. L'unione di due nature in Cristo si è compiuta in modo perfetto nel seno di Maria, con la precisazione che la divinità del Verbo non ha avuto inizio nel corpo di Maria, ma ha preso da Lei quella natura umana completa che in Lei ha unita a sé. Il concilio dichiarò inoltre come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio condannò inoltre il pelagianismo. La reazione dei nestoriani fu immediata. Quattro giorni dopo il patriarca di Antiochia, Giovanni, convocò una riunione di vescovi siriani per affermare l'irregolarità delle decisioni del concilio deponendo Cirillo e il suo alleato Memnone vescovo di Efeso, i quali risposero scomunicando Giovanni di Antiochia e gli altri vescovi suoi seguaci. Tutto ciò generò confusione e sommosse popolari con la partecipazione di gruppi di monaci e l'intervento di funzionari imperiali spesso corrotti dai contendenti . Solo nel mese di ottobre la questione venne chiarita quando Teodosio chiuse il concilio approvando la deposizione di Nestorio, Cirillo e Memnone. Ma mentre Nestorio era già stato sostituito, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò ugualmente a guidare la sua diocesi fino alla morte. La disputa dottrinale tra le parti fu invece superata solo nel 433 quando, grazie all'intervento del vescovo Acacio di Berea e dell'eremita Simeone lo Stilita, Giovanni di Antiochia e Cirillo di Alessandria raggiunsero un accordo detto della Formula di unione. Giovanni accettò l'attribuzione alla Vergine del titolo di theotòkos, Cirillo riunciò agli anatemi contro Nestorio.
A causa delle difficoltà del viaggio, i legati romani arrivarono a dibattito già avviato. Ma anche il patriarca Giovanni di Antiochia e i vescovi siriani, cioè i maggiori sostenitori delle tesi di Nestorio, arrivarono in ritardo. Il Concilio si aprì dunque senza di loro.
" Vi si sarebbero dovute confrontare e discutere le due tesi in contrapposizione, di Nestorio e di Cirillo, in realtà non ci fu nessuna discussione e non furono rispettate le più elementari garanzie di equità e collegialità. Cirillo presiedette e pilotò il Concilio con grande abilità e non senza intimidazioni e corruzioni. Alle porte della chiesa grande, intitolata a Maria, dove si svolgevano i lavori conciliari, e nella città stazionavano i parabalani, i quali ufficialmente erano infermieri al servizio dei poveri negli ospizi ecclesiastici, ma di fatto costituivano la guardia del vescovo alessandrino ed esercitavano una minaccia costante contro i suoi oppositori. Estromesso il legato imperiale e constatato che Nestorio si rifiutava di presentarsi, il giorno successivo all'apertura, il 22 giugno del 431, Cirillo lesse le proprie tesi e chiamò i vescovi, per appello nominale, a dichiararle consone al Credo di Nicea; lesse le lettere sinodali concordate con Celestino per mostrare che Roma ed Alessandria erano solidali nell'azione contro Nestorio; di quest'ultimo fu letta la seconda e più polemica tra le risposte a Cirillo e alcuni estratti. Alla fine della giornata Nestorio fu condannato e deposto, con un atto sottoscritto da 197 vescovi, per "aver profferito blasfemia contro il Signor nostro Gesù Cristo". Il giorno dopo gli fu recapitata una notifica nella quale veniva apostrofato "nuovo Giuda"."(Salvatore Pricoco. Da Costantino a Gregorio Magno, in Storia del cristianesimo. Vol.I a cura di Giovanni Filoramo e Daniele Menozzi. Bari, Laterza, 2008, pag. 346-7. ISBN 978-88-420-6558-6)
Al Concilio si confrontarono essenzialmente due posizioni: quella ortodossa (condivisa dalla maggioranza) e quella nestoriana. Gli storici hanno definito i confronti tra i sostenitori di una e dell'altra posizione "controversie cristologiche". La problematica che impegnò i partecipanti era la comprensione dell'unità di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Più precisamente si trattava di scegliere tra due distinte interpretazioni di scuola: quella "unitaria" (alessandrina di Cirillo), e quella "divisiva" (antiochena di Nestorio). Nestorio (Patriarca di Costantinopoli) enfatizzava la natura umana di Gesù, a spese di quella divina. La Vergine Maria aveva dato vita ad un uomo Gesù, non a Dio, quindi non al Logos ("Il Verbo", Figlio di Dio). Il Logos risiedeva in Cristo, era custodito nella sua persona come in un tempio. Cristo quindi era solo Theophoros, termine greco che significa "portatore di Dio". Di conseguenza Maria doveva essere chiamata Christotokos, "Madre di Cristo" e non Theotokos, "Madre di Dio"[1]. Si veda anche Vangelo di Luca 1, 43. Nella prima giornata, il 22 giugno 431, a causa dell'assenza di una delle due parti, mancò il contraddittorio, per cui le tesi di Cirillo vennero approvate all'unanimità. Il Concilio fece propria la tesi contenuta nella Seconda lettera di Cirillo a Nestorio, in cui il patriarca alessandrino affermava che Maria è “genitrice di Dio”, Theotokos, perché ha dato alla luce non un uomo, ma Dio come uomo. Accogliendo la dottrina di Cirillo, il Concilio condannò gli insegnamenti del nestorianesimo e stabilì che Gesù è una persona sola, non due persone distinte, completamente Dio e completamente uomo, con un'anima e un corpo razionali. L'unione di due nature in Cristo si è compiuta in modo perfetto nel seno di Maria, con la precisazione che la divinità del Verbo non ha avuto inizio nel corpo di Maria, ma ha preso da Lei quella natura umana completa che in Lei ha unita a sé. Il concilio dichiarò inoltre come completo il testo del Credo Niceno del 325 e vietò qualsiasi ulteriore cambiamento (aggiunta o cancellazione) ad esso. Il concilio condannò inoltre il pelagianismo. La reazione dei nestoriani fu immediata. Quattro giorni dopo il patriarca di Antiochia, Giovanni, convocò una riunione di vescovi siriani per affermare l'irregolarità delle decisioni del concilio deponendo Cirillo e il suo alleato Memnone vescovo di Efeso, i quali risposero scomunicando Giovanni di Antiochia e gli altri vescovi suoi seguaci. Tutto ciò generò confusione e sommosse popolari con la partecipazione di gruppi di monaci e l'intervento di funzionari imperiali spesso corrotti dai contendenti . Solo nel mese di ottobre la questione venne chiarita quando Teodosio chiuse il concilio approvando la deposizione di Nestorio, Cirillo e Memnone. Ma mentre Nestorio era già stato sostituito, Cirillo fu accolto ad Alessandria come un trionfatore mentre Memnone continuò ugualmente a guidare la sua diocesi fino alla morte. La disputa dottrinale tra le parti fu invece superata solo nel 433 quando, grazie all'intervento del vescovo Acacio di Berea e dell'eremita Simeone lo Stilita, Giovanni di Antiochia e Cirillo di Alessandria raggiunsero un accordo detto della Formula di unione. Giovanni accettò l'attribuzione alla Vergine del titolo di theotòkos, Cirillo riunciò agli anatemi contro Nestorio.
Nel 451 - Concilio di Calcedonia. Il concilio di Calcedonia è il quarto
concilio ecumenico della storia del cristianesimo ed ebbe luogo nella
città omonima nel 451. Venne convocato dall'imperatore romano
d'Oriente Marciano (450-457) e da sua moglie, l'imperatrice
Pulcheria. Le sedute cominciarono l'8 ottobre 451 e contarono fra i
cinquecento e i seicento vescovi. In continuità con i concili
precedenti, vennero trattati argomenti cristologici. Inoltre, in
chiara opposizione con il secondo concilio di Efeso del 449, vi fu
condannato il monofisismo di Eutiche e di Dioscoro. Tuttavia papa
Leone rifiutò di accettare il ventottesimo canone del concilio, che
sanciva la preminenza del patriarcato di Costantinopoli su quelli di
Antiochia e di Alessandria e la sua uguaglianza alla sede apostolica
di Roma in base all'argomento che Costantinopoli era la nuova sede
dell'Impero, la nuova Roma. Pulcheria era molto devota ma le stava
altrettanto a cuore la preservazione dell'unità dell'impero, già
messa sufficientemente a dura prova dai popoli barbari; basti pensare
che la minaccia di Attila venne sventata da Ezio ai Campi Catalaunici
nell'anno del Concilio, il 451. L'anno dopo gli Unni invasero
l'Italia. Certamente al successo del Concilio contribuirono le
pressioni del cugino di Pulcheria, Valentiniano III (425-455),
imperatore d'Occidente, il quale agì in accordo con papa Leone I.
Quest'ultimo, nel 450, aveva inviato una missione, capeggiata dal
vescovo di Como Abbondio, originario di Tessalonica: egli ottenne che
Anatolio (Patriarca di Costantinopoli dal 449 al 458) accettasse una
lettera che Leone aveva indirizzato nel 449 al suo predecessore
Flaviano (martirizzato dai sostenitori del monofisismo di Eutiche).
La lettera è tuttora ricordata col nome Tomus ad Flavianum. La prima
conseguenza del concilio fu la separazione delle chiese orientali
antiche
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| Gli scismi nella cristianità dovuti ai concili di Efeso e Calcedonia. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
Nel 452 - Nell'ambito di una invasione in Europa, nella penisola italiana entrano gli Unni, popolazione che giunge dalle steppe asiatiche e che da anni spinge a ovest tutte le genti minacciate dalla loro ferocia. Secondo la tradizione, il loro re Attila (in realtà si pronuncia Attìla, ed è il titolo dato dagli Unni al loro sovrano), definito "Flagello di Dio", verrà miracolosamente fermato al Mincio, da una ambascieria di cui fa parte Leone I, il vescovo di Roma.
Nel 455 - I Vandali conquistano Roma.
Nel 476 - Odoacre, re degli Eruli, depone Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d'occidente.
Finisce così l'Impero Romano d'Occidente, e questa data viene considerata come la fine dell'Era Antica e l'inizio del Medioevo. Quando nel 476 l'impero d'Occidente cadde, per quello d'Oriente, con
capitale Costantinopoli (l'antica Bisanzio greca), iniziò un periodo di
fulgore, perpetuando l'esperienza politica romana.
Nel 482 - Pubblicazione dell'Henotikon. In ambito religioso l'imperatore Zenone è famoso
per il suo Henotikon, l'«Atto di unione» promulgato nel 482 per
mediare tra le opposte visioni dei calcedoniani e dei miafisiti sulla
natura di Cristo. I primi riconoscevano in Cristo due nature
(physis), i miafisiti solo una; il Concilio di Calcedonia del 451
aveva promulgato il credo calcedoniano e condannato la posizione
miafisita, ma i miafisiti erano ancora forti, specie nelle province
orientali dell'impero, e il Patriarca di Alessandria, Pietro III
Mongo, era miafisita. Sostenere i miafisiti era stato uno
degli errori di Basilisco, in quanto il popolo di Costantinopoli era
calcedoniano, ma Zenone aveva bisogno del sostegno delle province a
maggioranza miafisita, Egitto, Siria, Palestina e Asia Minore. Anche
il Patriarca di Costantinopoli, Acacio, era interessato a ridurre la
distanza tra le posizioni delle due fazioni avverse. Per queste ragioni Zenone promulgò,
nel 482, l'Henotikon, un documento elaborato con l'aiuto di Acacio e
indirizzato alle due fazioni in Egitto. L'editto presentava il credo
niceno-costantinopolitano come un simbolo, un'espressione di fede
finale e unitaria. Tutti gli altri simboli erano esclusi: Eutiche e
Nestorio erano chiaramente condannati con un anatema, mentre i dodici
capitoli di Cirillo di Alessandria erano accettati. L'insegnamento di
Calcedonia non era ripudiato esplicitamente, ma passato sotto
silenzio; Gesù Cristo era descritto come «l'unigenito Figlio di Dio
[...] uno e non due» e non c'era un riferimento esplicito alle due
nature. Il vescovo di Roma, Felice III, si
rifiutò di accettare il documento e scomunicò Acacio (484), dando
inizio allo scisma acaciano, ricomposto solo nel 519. Nel 488 il Patriarca di Antiochia,
Pietro II Fullo, si recò a Costantinopoli affinché gli fosse
confermato il suo diritto sulla Chiesa di Cipro; Zenone convocò il
vescovo di Cipro, Antemio, a discolparsi dalle accuse. Antemio
affermò che, prima di partire, aveva avuto una visione in cui
l'apostolo Barnaba gli aveva indicato la posizione della sua tomba.
Nel sepolcro Antemio aveva trovato le reliquie dell'apostolo e una
copia del Vangelo secondo Matteo scritto in ebraico da Barnaba
stesso. Zenone ricevette le reliquie e il manoscritto, e in cambio
proclamò l'autonomia della Chiesa di Cipro. Nel 489 Zenone chiuse la scuola
persiana di Edessa, dietro richiesta del vescovo Ciro II, poiché
diffondeva insegnamenti nestoriani, e costruì una chiesa al suo
posto. La scuola fu spostata nella sua sede originaria, a Nisibis,
tornando ad essere la Scuola di Nisibis e causando una nuova ondata
di immigrazione nestoriana in Persia.
Nel 486 - Clodoveo, re dei Franchi, una popolazione Germanica che si è insediata nel nord della Francia, da inizio alla dinastia dei Merovingi (da Meroveo, nome del padre e del nonno di Clovis-Clodoveo).
| La Corona del Regno d'Italia: la corona ferrea. Clicca sull'immagine per ingrandirla |
L'imperatore romano invia le insegne imperiali ai nuovi Re dei territori dell'impero, come consoli regnanti.
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| Teoderico (Teodorico), primo Re d'Italia |
"Il re aveva raggiunto l'età senile e capiva che presto se ne sarebbe andato. Chiamò quindi i
conti goti e i capi del suo popolo intorno a sé, designò
Atalarico, figlio di sua figlia Amalasunta, suo successore e ordinò
ai presenti, come sua ultima volontà, di aver cura del re, amare il
senato e il popolo di Roma, e di mantenersi sempre favorevoli alla
pace nei confronti dell'imperatore." (Giordane)
Atalarico, il nipote ha appena 10 anni
e Amalasunta prende la reggenza. Amalasunta ascolta il desiderio
del
padre: mantiene la relazione d'amicizia con l'imperatore, e prende
provvedimenti contro la miseria della popolazione, ma questo non piace
agli Ostrogoti che
sono stanchi di essere trattati come Romani: avevano accettato
l'imposizione della parità di diritti con i Romani da Teodorico, ma
non sono disponibili ad accettare che una donna freni il loro potere
di vincitori. Nasce un'opposizione ostrogota contro
Amalasunta ed è come una guerra: da una parte la regina che vuole
continuare a regnare come ha fatto il padre, dall'altro i capi
ostrogoti che vogliono il potere per poterne disporre secondo i loro
principi. Nel 534 muore Atalarico, appena
diciottenne, Amalasunta non riesce più a dominare
la situazione e la lotta contro di lei aumenta di intensità. Per tentare
di salvare la situazione,
associa al trono il cugino Teodato, amico dei capi ostrogoti. Ma
l'opposizione ostrogota non si ferma per questo e lo stesso Teodato
si pone contro Amalasunta, nel 535 la depone, la relega in
un'isola sul lago di Bolsena, poi la fa strozzare.
Nel 496 - Conversione dei Franchi al cattolicesimo.
Nel 507 - Clodoveo batte a Vouillé i Visigoti e afferma il predominio Franco in Europa Occidentale.
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| Cartina dell'Europa nel 526 con i regni germano-barbarici succeduti all'Impero Romano d'Occidente: il seme dell'odierna Europa. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 529 - Diffusione della regola monastica benedettina.
Nel 534 - Promulgazione del Codex di Giustiniano che raccoglie leggi e giurisprudenza del Diritto Romano.
Nel 538 - Consacrazione della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli.
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| Teodora
San Vitale - Ravenna |
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| Giustiniano San Vitale - Ravenna |
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| Costantinopoli - Santa Sofia con l'aggiunta delle medine musulmane. |
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| Santa Sofia - Immagine del X sec. che mostra a destra Costantino, che porge Costantinopoli e a sinistra Giustiniano che porge Santa Sofia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 543 - Nasce la principessa visigota Brunilde, regina dei Franchi.
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| Matrimonio di Sigeberto e Brunechilde da un manoscritto del XV secolo |
Nel 545 - Giustiniano, in qualità di Pontefice Massimo, poichè l'imperatore era il capo della chiesa cristiana fondata da Costantino, emana l'Editto contro i "Tre Capitoli" che provocherà lo scisma della cristianità dell'Italia settentrionale e nord-orientale. Con scisma tricapitolino (o Scisma dei Tre Capitoli, in greco trîa kephálaia) si indica una divisione all’interno della Chiesa avvenuta tra i secoli VI e VII, causata da un folto gruppo di vescovi, per lo più occidentali, che interruppero le relazioni con gli altri vescovi e con il papa, rifiutando le decisioni del Concilio di Costantinopoli II del 553. L'imperatore bizantino Giustianiano I (527-565), per salvaguardare l'unità dell'impero romano d'Oriente nel suo disegno di espansione dell'egemonia sui paesi dell'area mediterranea, cercò di ingraziarsi gli eretici monofisiti (numerosi e con molti agganci politici, compresa l'imperatrice Teodora, alla corte di Costantinopoli). Le tesi monofisiste, che racchiudevano in un'unica natura la divinità e l'umanità di Cristo, vennero condannate dal concilio di Calcedonia (451), ma l'imperatore, poiché non avrebbe potuto rigettare un concilio ecumenico già celebrato un secolo prima e riconosciuto da gran parte delle Chiese, decise di condannare alcuni teologi del passato, assertori di teorie difisiste sospettate di nestorianesimo, che a Calcedonia avevano goduto di grande autorevolezza. Pertanto, con un editto imperiale intorno all'anno 545, Giustiniano condannò come eretici:
- la
persona e tutti gli scritti del teologo antiocheno Teodoro di
Mopsuestia (morto intorno al 428),
- gli scritti di Teodoreto di
Cirro (morto nel 457) contro il patriarca di Alessandria Cirillo,
-
una lettera di Iba di Edessa (morto nel 457) a difesa dello stesso
Teodoro.
Questi scritti, raccolti appunto in tre
"capitoli", venivano considerati di tendenza nestoriana
poiché negavano valore al termine Theotokos e sembravano eccessivi
nella difesa della duplice natura del Cristo. Teodoro, inoltre, era
considerato il maestro di Nestorio e nei suoi scritti tendeva a
giustapporre le due nature, senza riuscire a spiegare, in maniera
soddisfacente, come potessero coesistere nella stessa persona.
Teodoreto e Iba avevano già, col tempo, anatemizzato Nestorio, per
cui Giustiniano evitò di condannarli in toto. Da notare che erano
tutti e tre esponenti della scuola teologica di Antiochia, ed erano
morti da tempo. La confutazione dei "Tre Capitoli" era
stata preparata da Teodoro Askida, vescovo di Cesarea. Il vescovo
africano Facondo di Ermiane, contrario alla condanna, pubblicò la
Difesa dei Tre Capitoli esponendo in modo circostanziato i motivi
della sua contrarietà. Giustiniano convocò anche un concilio
ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in
modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto e desse alla
condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei
patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi
reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano,
Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu
imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre
Capitoli (8 dicembre 553). Molti vescovi dell'Italia
Settentrionale, della Gallia e del Norico, non accettarono
l'imposizione del concilio voluto da Giustiniano, anche perché già
durante il concilio di Calcedonia, nel 451, i teologi antiocheni
erano stati riammessi nelle loro sedi e la vicenda doveva essere
chiusa. Pertanto, questi vescovi non si considerarono più in
comunione con gli altri vescovi che avevano accettato supinamente la
cosa. Tra questi "ribelli" all'autorità imperiale e
conciliare c’erano i vescovi delle province ecclesiastiche di
Milano, Ansano e di Aquileia, Macedonio. Il loro dissenso si acuì
ulteriormente ai tempi del successore di papa Vigilio, papa Pelagio I
(556 - 561), il quale, dopo tentativi di chiarimento e persuasione,
invitò Narsete a ridurre lo scisma con la forza. Narsete non volle
però obbedire alla richiesta del papa. Frattanto la Chiesa di
Aquileia si era resa gerarchicamente indipendente ed il suo vescovo
Paolino I (557 -569) fu nominato Patriarca dai suoi suffraganei (568:
patriarcato autonomo) per sottolineare la propria autonomia. Nello stesso anno 568 i Longobardi
iniziarono l'invasione del Nord Italia. Il patriarca Paolino trasferì
la sua sede e le reliquie alla città di Grado (Aquileia Nova),
rimasta bizantina.
Dopo la sua morte e quella del
patriarca Probino, il sinodo di Aquileia-Grado elesse nel 571 Elia,
tricapitolino, a vescovo e patriarca. Nel 579, papa Pelagio II,
concesse al patriarca Elia la metropolia sulla Venezia e sull'Istria,
per avvicinare la composizione dello scisma. Lo stesso patriarca
avviò, nel 580, la riedificazione della basilica patriarcale di
Sant'Eufemia a Grado. Morto Elia, nel 586 venne eletto il
patriarca Severo. Lo scisma aveva un grande seguito popolare; quando
il patriarca Severo, successore di Elia, tradotto con forza a Ravenna
dall'esarca bizantino Smaragdo e costretto a sottomettersi
all'autorità del papa di Roma, rientrò a Grado trovò grande
ostilità proprio nel popolo, che non volle riceverlo finché non
avesse ritrattato l'abiura. Severo perciò radunò un sinodo a
Marano Lagunare, nel 590, dove convocò i vescovi: Pietro II di Altino, Chiarissimo Elia di Concordia, Ingenuino di Sabiona nella Rezia
Seconda, Agnello di Trento, Juniore di Verona, Oronzio di Vicenza, Rustico di Treviso, Fonteio di Feltre, Agnello di Asolo, Lorenzo di Belluno, Massenzio di Giulio Carnico, Andriano di Pola, Severo di Trieste, Giovanni di Parenzo, Patrizio di Emona (odierna
Lubiana), Vindemio di Cissa (in Istria,
città scomparsa nei pressi di Rovigno), Giovanni di Celeja (odierna Celje,
in Slovenia). Al sinodo di Marano il patriarca Severo
dichiarò che l'abiura ai Tre Capitoli, a Ravenna, gli era stata
strappata con la forza e che intendeva perseverare nella posizione
tricapitolina in separazione da Roma. Nel 606, alla morte di Severo, il
Patriarcato di Aquileia si divise in due sedi: Aquileia e Grado. Ad
Aquileia venne nominato il patriarca Giovanni, tricapitolino, con il
sostegno dei Longobardi (duca del Friuli Gisulfo II); a Grado, alla
cui sede venne riservata la giurisdizione sui territori di
dominazione bizantina, fu nominato il patriarca Candidiano,
cattolico, sostenuto dall'esarca bizantino Smaragdo). La Chiesa scismatica tricapitolina,
come aveva ribadito un sinodo convocato a Grado nel 579 dal patriarca
Elia, rimaneva rigorosamente calcedoniana: manteneva il credo
niceno-costantinopolitano, non professava alcuna eresia cristologica
(anzi era decisamente anti-monofisita e anti-monotelita, come
prevedibile) e venerava Maria "madre di Dio" a differenza
dei Nestoriani. La Chiesa scismatica di Aquileia non riconobbe più
l'autorità del papa perché contestò vigorosamente, fino alla
rottura, l'atteggiamento che riteneva ondivago del papato nella
questione dei tre teologi condannati, in quanto, secondo essa, non
contrastava adeguatamente l'ingerenza del potere dell'imperatore
bizantino nelle questioni dottrinarie e, inoltre, i tricapitolini non
ritenevano necessaria tale condanna perché i teologi antiocheni
avevano accettato la cristologia espressa dal concilio di Calcedonia. L'arcidiocesi di Milano, che
inizialmente faceva parte del gruppo che aveva rifiutato con sdegno
la condanna dei tre teologi antiocheni, tornò però presto in
comunione con l'ortodossia romana e greco-orientale: l'arcivescovo
Onorato, incalzato dall'invasione longobarda intorno all'anno 570, si
trasferì con il clero maggiore a Genova (ancora città bizantina) e
rientrò in piena comunione con Roma e con Bisanzio. Il clero minore
milanese, rimasto sul territorio diocesano, che dal 568 era sotto la
dominazione longobarda, rimase prevalentemente tricapitolino ancora
per diversi anni. Le altre diocesi dipendenti dal
metropolita di Aquileia (dei due, quello che aveva la sua sede
proprio ad Aquileia longobarda) rimasero scismatiche. In particolare
la diocesi di Como, il cui vescovo sant'Abbondio aveva avuto un ruolo
diplomatico importante proprio durante la preparazione del concilio
di Calcedonia, recise il rapporto di dipendenza dall'arcidiocesi di
Milano e Como divenne suffraganea di Aquileia. La diocesi comense
venera ancora oggi, con il titolo di santo, un vescovo, Agrippino
(vescovo dal 607 al 617), che si mantenne in modo intransigente su
posizioni scismatiche in opposizione anche alla sede romana. I fatti che condussero alla conclusione
dello scisma furono determinati dalle lotte di potere tra i clan
longobardi. Nella definitiva battaglia di Coronate (oggi Cornate
d'Adda), avvenuta nel 689, il re longobardo Cuniperto, cattolico,
sbaragliò il duca Alachis, ariano, che capeggiava un fronte
d'insorti dell'Austria longobarda (l'Italia nord-orientale), tra i
quali c'erano anche molti aderenti allo scisma tricapitolino. Con la
vittoria di Coronate, l'elemento "cattolico" si impose
definitivamente non solo sui Longobardi, che si professavano ariani,
ma anche sui dissidenti, che ancora restavano fedeli allo scisma dei
Tre Capitoli. Il consolidamento anche nell'Italia settentrionale,
dopo che nel resto dell'Europa, di un cattolicesimo saldamente unito
alla sede romana fu propiziato dall'opera missionaria dell'abate
irlandese san Colombano, fondatore nel 614 dell'abbazia di San
Colombano a Bobbio, territorio donatogli dai sovrani longobardi
Agilulfo e Teodolinda; Colombano riprese il simbolo del trifoglio,
già utilizzato anche da san Patrizio, per descrivere la Trinità, ma
anche per contribuire al dialogo fra i territori extra-bizantini ed
il papato di Gregorio I e successori. Nel 698 Cuniperto convocò un sinodo a
Pavia in cui i vescovi cattolici e tricapitolini, tra cui Pietro I,
Patriarca di Aquileia, ricomposero "nello spirito di Calcedonia"
la loro comunione dottrinaria e gerarchica.
Nel 552 - Durante il regno di Giustiniano (527-565), l'Impero Romano d'Oriente riconquisterà l'Italia, le coste del nord-Africa e parte della Spagna. Giustiniano rimedia così alla illegittimità del potere Ostrogoto sull'Italia e Dalmazia dalla deposizione di Amalasunta, gesto che ha sancito lo strappo degli Ostrogoti dall'impero, inoltre vuoti dinastici nell'area sudorientale del regno Visigotico impongono un ristabilimento della diretta gestione imperiale.
Nel 553 - Concilio di Costantinopoli II. Giustiniano convocò questo concilio ecumenico, il secondo Costantinopolitano, aperto il 5 maggio 553, in modo che l'assemblea dei vescovi recepisse l'editto contro i Tre Capitoli e desse alla condanna dei tre teologi un valore ancora maggiore. Gran parte dei patriarchi e vescovi orientali accettò la cosa senza grandi reazioni. Più difficile era ottenere l'assenso del papa romano, Vigilio, che venne trasferito a forza a Costantinopoli, fu imprigionato, e dopo vari tentennamenti firmò la condanna dei Tre Capitoli (8 dicembre 553).Il concilio di Costantinopoli II del 553 condannò inoltre l'empia lettera che incolpava Cirillo di aver insegnato come Apollinare ed in maniera eretica, ed il Concilio Efesino di aver condannato Nestorio senza esame e che chiamava empi e contrari alla retta fede i dodici capitoli di Cirillo. (Anatematismo XIV, ENCHIRIDION SYMBOLORUM, Denzinger et Scoenmetzer 437)
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| Cartina dell'Europa con il luogo di provenienza, la tappe della migrazione nell'antica Pannonia dei Longobardi e i loro insediamenti in Italia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 568 - I Langobardi, comunemente detti Longobardi, iniziano l'invasione dell'Italia. Romània (da cui Romagna) è il nome con cui i Longobardi indicavano i possedimenti dell'impero romano (d'oriente, detto poi bizantino) in Italia, in particolare la zona di Ravenna. Si disgrega quindi l'unità territoriale dell'impero parzialmente riunito da Giustiniano. Nella popolazione italiana è mal tollerata l'elevata imposizione fiscale imperiale, necessaria a ripagare le spese della riconquista. E' poi molto forte nel nord e nord-est lo scisma tricapitolino. Inoltre la principessa bavara Teodelinda (oggi chiamata Teodolinda), in qualità di regina Longobarda trasferirà nel dominio Longobardo del nord Italia la fede cattolica tricapitolina. Ormai le società barbarizzate occidentali stanno imboccando un percorso non comune all'oriente, mentre iniziano lunghe guerre fra l'impero e gli invasori.
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| Europa e Mediterraneo nel 600. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 590 - Inizia il pontificato di Gregorio Magno, durante il quale i Longobardi, divisi fra cristiani di fede ariana e pagani, si convertiranno al cattolicesimo. Il romano, di fatto e di cultura, Gregorio, si sente suddito dell'imperatore d'oriente, ma deve difendere e tutelare il territorio di Roma dall'invasione longobarda da solo, l'impero ha problemi di maggiore e più vicina entità con la Persia. Si erge comunque come tutore dell'integrità della cristianità occidentale nonostante lo scisma tricapitolino ed è proprio in questa fase che si intende per Europa l'insieme della cristianità nei territori barbarizzati dell'ex impero romano d'occidente.
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| Europa e Mediterraneo nel 600. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
Nel 591 - A Milano, Agilulfo è incoronato Re Longobardo d'Italia, grazie al matrimonio, nel 590, con Teodelinda. Teodolinda o Teodelinda (Ratisbona?,
fl. 570 – Monza, 22 gennaio 627) fu regina dei Longobardi e regina
d'Italia dal 589 al 616. Figlia del duca dei Bavari, Teodolinda
era una principessa di stirpe regale, discendente per parte materna
della casata longobarda maggior portatrice del "carisma"
regale, i Letingi. Per suggellare l'alleanza tra Bavari e Longobardi
venne data in sposa ad Autari, re dei Longobardi, asceso al trono
dopo una fase di assenza di potere regio. Morto Autari, dopo solo un
anno di nozze, Teodolinda si risposò con Agilulfo, duca di Torino,
da cui ebbe un figlio, Adaloaldo, futuro re dei Longobardi e il primo
ad essere battezzato nella fede cattolica. Teodolinda, infatti,
essendo cattolica, anche se aderente allo scisma dei Tre Capitoli,
rappresentò il primo stabile collegamento tra i Longobardi ariani e
la Chiesa di Roma, grazie ai suoi rapporti amichevoli con papa
Gregorio Magno.
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| Teodelinda (Teodolinda) |
Donna bella e intelligente, fu molto
amata dal suo popolo, che poté godere durante il suo regno e quello
di Agilulfo di anni prosperi e fruttuosi. La regina fu una grande
mecenate e fornì Monza - la città da lei resa capitale estiva del
Regno longobardo - di una ricca basilica dedicata a san Giovanni
Battista, di un palazzo reale e di numerosi oggetti d'arte, tra i
quali molte reliquie. Fondò molti altri edifici religiosi
nell'intera zona brianzola e favorì la predicazione di San
Colombano.
Dopo la morte di Agilulfo fu reggente
per il figlio Adaloaldo, ma quando questi venne deposto da una
congiura di corte - dopo dieci anni di regno - la regina si ritirò a
vita privata e poco dopo morì. Fu sepolta con tutti gli onori nella
basilica di San Giovanni, ora Duomo di Monza, dove fu venerata dal
popolo locale come una santa. La sua figura, divenuta mitica, fu
amatissima e divenne il fulcro di numerose leggende e storie
popolari. La sua fama raggiunse l'apice nel XV secolo quando gli
Zavattari affrescarono nel Duomo di Monza una celebre serie di
affreschi con le Storie della regina Teodolinda, il più ampio ciclo
italiano del Gotico internazionale.
Teodolinda è inoltre venerata beata
anche se la Chiesa non ne ha mai confermato il culto.
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| Cartina dell'Europa continentale nel 600 |
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| L'Europa, un'idea derivata dall'Impero Romano, con la Corona d'Italia. Clicca sull'immagine per ingrandirla. |
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